Curioso che malgrado il caldo di questi giorni la gente non litighi, non s’insulti, non dia fuori di testa come ogni mese di luglio. O forse sono stata particolarmente fortunata da passare a sfoghi già avvenuti. Mi sono fatta un’opinione in proposito: la situazione (politica, economica, sociale) è talmente degradata che le persone si sono rassegnate e vanno avanti con qualche battuta, con qualche gesto di solidarietà o con qualche parolaccia verso un potere che ha perduto volto e colore. A parte Scajola. Di lui e della sua terrazza che guarda il Colosseo ne ho sentito sparlare spesso agli angoli delle strade, nei bar. La faccenda della casa impressiona molto più di coca, trans, nani e ballerine.
Poco fa c’era un uomo disteso sul marciapiede, al sole, che dormiva a pochi centimetri da una cacca di cane.
“C’è un signore per terra”, ho detto a un tipo che aveva appena parcheggiato lì vicino.
“L’ho visto, l’ho visto, ora informo i vigili che sono nella strada a fianco. Tanto ci devo passare. Però mi sa che è ubriaco.” “Lo penso anch’io.”
“Ehi, mi senti? Come stai?” chiedo al tipo che intanto ha aperto gli occhi.
“Bene, sono a posto.” Si tira su e mi guarda.
Non pare ubriaco, pare piuttosto uno che abbia molto sonno. O forse la sbronza gli è appena passata.
“Sta male, serve un’ambulanza?”, mi chiede uno con un cellulare in mano.
“Penso di no.”
“Ogni volta sto per non fermarmi, ormai ne vedo cinque o sei al giorno che dormono ubriachi sul marciapiede… “Stai bene”? domanda a sua volta.
“Tutto a posto”, risponde quello. “Tutto a posto, nessun problema!”
Allora mi allontano lentamente.
Dopo un paio di metri il passante che voleva chiamare l’ambulanza mi supera e mi dice: “grazie signora!” che mi manda in confusione e a cui rispondo: “di niente”
Be’, l’ho trovata una frase molto commovente e su cui ci sarebbe da pensare e pensare.
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Verso le otto delle signore di una certa età suonavano i campanelli dicendo: “mettete un lenzuolo bianco alla finestra per il nostro giardino?
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Il fanatismo porta a scrivere o a dire idiozie quando non produce di peggio.
Così ieri sul profilo di un italiano fan dell’Olanda a un certo punto ho letto questa domanda qui: “Baratteresti Silvio per Geert?”
Era una domanda retorica ovviamente, fatta con lo scopo di sottolineare che, malgrado il risultato elettorale, l’Olanda continua a essere migliore dell’Italia. E di dimostrare ancora una volta che lui, il fan d’Olanda, ha fatto la scelta giusta nel trasferirsi in questo Paese, che è stato furbo, figo, e anche coraggioso.
I commentatori l’hanno assecondato, e lui, dopo aver goduto come un pazzo, ha virato verso la goliardia: “e se per dar via Silvio dovreste prendere Putin, Geert e il mago Otelma?” Diventando ancora più patetico.
Tutto ciò potrebbe sembrare una sciocchezza, fatta da qualcuno che non ha di meglio da fare, invece io la considero grave. Considero grave che qualcuno che ha la capacità di informarsi, di leggere, scriva una cosa del genere persino su un profilo di Facebook.
Reputo che questo individuo, a cui in fondo non interessa nemmeno la tanto celebrata Olanda, sia il tipico rappresentante del qualunquismo che sta dilagando in Europa contemporaneamente al fascismo.
Qualunquismo e fascismo che, non bisogna dimenticarlo, viaggiano sempre insieme.
Per chi avesse voglia di saperne di più di Geert Wilders e della situazione politica nei Paesi Bassi segnalo questo articolo tratto dallo Spiegel e tradotto da Annalisa Marroni
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Ieri leggevo questo bell’articolo che si conclude così: Potrei andare avanti molto a lungo, ma direi che il senso è chiaro: il Capo dei Capi è una cosa, Gomorra è un’altra. E dunque sabato il produttore del Capo dei Capi si è lamentato per la pubblicità che Gomorra ha fatto alla mafia.
Il produttore del Capo dei Capi è anche il produttore di Gomorra (il libro) da cui è stato tratto il film.
Non è surreale tutto questo?
L’immagine che mi viene mente è quella di un enorme biscione che ha esaurito il cibo con cui nutrirsi, allora comincia a divorare se stesso e invece di morire, per un qualche sortilegio, continua a espandersi.
In natura non credo che esista un essere di questo tipo, in Italia sì.
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Pensavo di condividere questa iniziativa postando un video di qualcuno che ha aderito perché ce ne sono di commoventi, di ironici e per questo più commoventi, o che vanno necessariamente ascoltati per quello che comunicano, ma alla fine la sintesi migliore è rappresentata senza dubbio dal manifesto:
Siamo un gruppo di italiani/e che vivono a Barcellona. Insieme ad amici (non solo italiani) assistiamo seriamente preoccupati a ciò che avviene in Italia. Certo la crisi c’è anche qua, ma la sensazione è che la situazione nel nostro Paese sia particolare, soprattutto sul lato culturale, umano, relazionale. Il razzismo cresce, così come l’arroganza, la prepotenza, la repressione, il malaffare, il maschilismo, la diffusa cultura mafiosa, la mancanza di risposte per il mondo del lavoro, sempre più subalterno e sempre più precario. I meriti e i talenti delle persone, soprattutto dei giovani, non sono valorizzati. Cresce la cultura del favore, del disinteresse per il bene comune, della corsa al denaro, del privato in tutti i sensi. In Spagna, negli ultimi mesi, sono usciti molti articoli raccontando quello che avviene in Italia, a volte in toni scandalistici, più spesso in toni perplessi, preoccupati, sconcertati. Si è parlato dei campi Rom bruciati, dei provvedimenti di chiusura agli immigrati, delle aggressioni, dell’aumento dei gruppi neofascisti, delle ronde, dell’esercito nelle strade, della chiusura degli spazi di libertà e di democrazia, delle leggi ad personam. Dall’estero abbiamo il vantaggio di non essere quotidianamente bombardati da un’informazione (??) volgare e martellante, da logiche di comunicazione davvero malsane. E allora: che fare? Prima di tutto capire meglio, confrontarci, quindi provare a reagire. Siamo convinti che ci siano migliaia di esperienze di resistenza, di salvaguardia del territorio, di difesa dei diritti, della salute, di servizi pubblici di qualità. E che vadano sostenute. Al termine di un percorso che abbiamo appena iniziato, vogliamo quindi organizzare una nave che parta da Barcellona il 25 giugno 2010 e arrivi a Genova. Sarà la nave dei diritti, che ricorderà la nostra Costituzione e la sua origine, laica e pluralista, la centralità della libertà e della democrazia vera, partecipata, trasparente: dai luoghi di lavoro alle scuole, ai quartieri, ai servizi, al territorio. Ricorderà che il pianeta che abbiamo è uno, è questo, questo è il nostro mare, di tutti i popoli. Che chiunque ha diritto di esistere, spostarsi, viaggiare, migrare, come ha diritto che la sua terra non sia sfruttata, depredata. Ricorderà che le menzogne immobilizzano, mentre la verità è rivoluzionaria. Ricorderà che cultura e arte sono i punti più alti del genere umano, sono fonte di gioia e piacere per chi li produce e per chi ne beneficia, non sono fatte per il mercato. Ricorderà che esistere può voler dire resistere, difendere la propria e l’altrui dignità, conservare la lucidità, il senso critico e la capacità di giudizio. Creiamo ponti, non muri. È un grido di aiuto e solidarietà, che vogliamo unisca chi sta assistendo da fuori a un imbarbarimento pericoloso a coloro che già stanno resistendo e non devono essere lasciati/e soli/e. Non siamo un partito, non siamo una fondazione, non sventoliamo bandiere, tanto meno bianche. Siamo piuttosto un movimento di cittadini/e che non gode di alcun finanziamento.
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Finalmente una registrazione telefonica.
Ma se erano così interessati al voto degli italiani all’estero per le europee del 2009 come non potevano non esserlo per le politiche del 2008?
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Quale strategia deve adottare un imprenditore che decide di produrre un bene o un servizio per cui la domanda da parte dei consumatori è già assorbita dagli altri operatori presenti sul mercato?
La differenziazione del bene o del servizio, per esempio. Così un pacco di biscotti al cioccolato viene messo in vendita con un adesivo di una torta da incollare su un quaderno di ricette. Oppure una casa editrice farà un libro composto da racconti scritti da autori mancini o che hanno più di settant’anni. Questi biscotti al cioccolato saranno preparati con gli stessi ingredienti di altri in vendita, ma l’adesivo attrarrà tutti quelli che hanno un quaderno di ricette e che ci tengono ad averlo speciale. Lo stesso ragionamento vale per la casa editrice: gli esordienti che scrivono con la sinistra o che hanno più di settanta anni compreranno quell’antologia. Qualcuno di queste due categorie che non scrive lo riceverà per Natale e la casa editrice guadagnerà un po’ di soldi. Il mondo è pieno di biscotti al cioccolato e di antologie, ma grazie a un’idea i due imprenditori trovano un posto.
Lo stesso vale per i servizi. Per esempio, ieri al tg2 hanno intervistato delle donne tassiste di Firenze che hanno costituito un’associazione. Le città sono piene di taxi ed ecco l’idea per entrare nel mercato e accaparrarsene una quota. In tempi di crisi bisogna farsi venire più idee è ovvio.
Però è stato tristissimo quello che ha detto a un certo punto una delle intervistate. Ha detto: ci sono delle donne (anziane? Spero di sì, alcune persone anziane hanno delle fissazioni) che si sentono più tranquille a prendere un taxi guidato da una donna piuttosto che da un uomo (per dire, pure le saudite che sono quelle meno libere al mondo hanno il permesso di prendere un taxi guidato un uomo).
E poi ha aggiunto: “ con alcune clienti diventiamo amiche.” Amiche? E perché?
Insomma, ‘ste tassiste un po’ mi hanno fatto tristezza, un po’ mi hanno irritato quando hanno dichiarato che praticavano le stesse tariffe dei colleghi, che i loro taxi sono dello stesso colore degli altri (be’, questo non l’hanno detto, però hanno inquadrato una macchina ed era bianca) ma che grazie alla solidarietà e alla complicità femminile gli affari andavano bene.
Poi mi sono messa a pensare ai concorsi per solo donne. E alle cretine che vi partecipano. A quelle che quando parlano dicono ancora:“perché noi donne, perché voi uomini”.
Allora mi sono andata a rileggere una cosa scritta l’otto marzo del 2004 da una persona che è stata assassinata nel 2006. Questa persona è Anna Politkovskaja e nel suo diario russo ha scritto: “Festa della donna. Come vuole la tradizione, Putin ha invitato al Cremlino le donne che lavorano. Una trattorista, una scienziata, un’attrice e un’insegnante. Discorsi ispirati, una coppa di champagne, le telecamere.”
Certe donne la pensano come Putin purtroppo.
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La teoria dei sei gradi di separazione è un’ipotesi secondo cui qualunque persona può essere collegata a qualunque altra persona attraverso una catena di conoscenze con non più di 5 intermediari. Tale teoria è stata proposta per la prima volta nel 1929 dallo scrittore ungherese Frigyes Karinthy in un racconto breve intitolato Catene. (da Wikipedia)
Se vogliamo collegare tra di loro persone che stanno al potere i gradi di separazione diminuiscono vertiginosamente.
Triste. Tristissimo.
Mi è venuta voglia di leggere il racconto di Karinthy, in rete ho trovato solo la versione originale in ungherese. C’è qualcuno che lo ha in inglese o in italiano? Oppure: c’è qualcuno che avrebbe voglia di tradurlo?
Aggiornamento del 10 marzo: il racconto (ancora non completo) editato si trova qui.
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Ieri in rete ho letto un paio di articoli e innumerevoli commenti che mi hanno dato il voltastomaco. Il capo che sale sul predellino senza paura, il suo sguardo sperduto o stupito, la folla e il sangue, il corpo e il sangue, la sindone e la pietà.
Belle penne, grandi sensibilità. Ma la letteratura non è un piatto che va consumato freddo?
Intanto hackers pro-Berlusconi s’introducevano su Facebook, il Consiglio dei Ministri si prepara a scendere in campo. Loro consumano a due temperature, una contrassegnata con il puntino rosso, l’altra con quello blu. E faranno in fretta, ché tra un po’ è Natale.
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Davvero ci si può indignare o stupire per dei gruppi nati su facebook in appoggio a Massimo Tartaglia? Da quando la base dovrebbe essere migliore di chi la rappresenta?
Agli indignati e agli stupiti ricordo che poco prima che fosse colpito il capo del governo aveva parlato in questi termini.
E però io credo che esistano tante persone così e spero che la base, alla lunga, si dimostri migliore.
Un pensiero per i genitori di Massimo Tartaglia, per i medici che l’avevano in cura, per lui che non sa quello che ha fatto.
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