Sabato volo     06-02-2008  

cattolico_altan.jpg
E’ da agosto che manco dall’Italia.
Già notavo dei cambiamenti dopo tre o quattro mesi di assenza. Questa volta ne sono passati sette, un mucchio di tempo, e ho un mucchio di curiosità da verificare.
Per esempio:
le donne portano i jeans infilati negli stivali?
gli adolescenti quando si salutano si abbracciano?
avete comprato tutti il rosario?
Be’, per fortuna non proprio tutti.

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Io non credo     26-11-2007  

Ma è vero che gli italiani non conoscono Pinocchio?
A me lo leggeva mia madre, in ospedale, quando mi operarono alle tonsille, a sei anni. Poi lo rilessi da sola, fino a impararlo a memoria. Lo leggevo a Fran, la sera, quando aveva cinque anni. Lui lo lesse ancora con la classe, in terza elementare. E quando mi trasferii qui in Olanda e tornai a Roma, per Natale, chiesi alla sua maestra (e che maestre che aveva nella scuola pubblica: una di loro gli diede ripetizioni gratuite per un anno intero perché, diceva, farsi pagare sarebbe stato illegale) quali libri gli dovessi far leggere per non dimenticare l’italiano e lei mi rispose: Pinocchio, lì c’è tutto quello che serve. Ma lo stavamo già rileggendo. Era uno dei libri che andava bene sia per Lo, che aveva sei anni, sia per Fran che ne aveva dieci e che non annoiava me.
E non hanno mai visto lo sceneggiato di Comencini, i miei figli, io sì, anche se abbiamo sempre guardato la tivù italiana, ma non mi pare che sia stato replicato in questi anni, per lo meno non in modo ossessivo.
Se mi concentro, mi sento ancora la catena intorno al collo di quando Pinocchio fu costretto a fare il cane da guardia al pollaio, rivedo la massa di capelli verdi del pescatore che lo cattura con la rete e il colombo gigantesco che lo porta sulla spiaggia come mi apparvero la prima volta in quella stanza bianca d’ospedale che aveva l’odore di pane e mortadella mangiati di nascosto.
Mi viene da pensare che siano quelli che vanno a certe presentazioni, e che ti stupiscono con una citazione di Walter Benjamin o di Beckett, a non aver letto Pinocchio. O che siano loro ad averlo dimenticato perché troppa roba nella testa non ci sta.

La percezione di un’informazione falsata della realtà ce l’ho sempre di più.
Su Repubblica, ieri, sono state pubblicate le foto della Cannabis Cup che si svolgeva ad Amsterdam e non ho trovato invece una parola da nessuna parte sulle manifestazioni degli studenti delle scuole secondarie che ci sono state venerdì per protestare contro lo stato disastroso dell’istruzione, e dei ragazzi che sono stati arrestati.
E inoltre. Si elogia l’Olanda perché è permessa l’eutanasia, i malati di cancro fanno i ricoveri in day hospital, che Paese avanzato!, però nessuno scrive che la prevenzione non esiste, che ti curano all’ultimo minuto, che non ti ricoverano quando sarebbe necessario, si continua a esaltare la chimera “all’estero è meglio” e “gli italiani sono ignoranti”.
Se è vero che gli italiani sono ignoranti sono in compagnia.
Nei commenti a questo articolo, qualcuno ha scritto: It’s my impression - after forty years abroad - that pupils do not learn very much either in the 1040 hours of ‘education’ they get.Two examples: many of those studying to be teachers couldn’t speak or write the Dutch language properly, and couldn’t count correctly. Nor could fifty percent of those working in hospitals do the math either, and knew the difference between milligrams, centimeters or similar.

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Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente di questo paese e’ un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre piu’ ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna e’ stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida e’ sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena e’ la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignita’? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che e’ italiana, e che l’assassino non e’ un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanita’. Delle loro condizioni, nulla e’ piu’ dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla piu’ forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalita’ (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli piu’ bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima e’ una donna; piu’ di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro e’ sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide piu’ della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non e’ un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilita’ sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parita’ femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia e’ 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania e’ al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che e’ piu’ facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che e’ piu’ facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che e’ piu’ facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno e’ vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, meta’ delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che e’ sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non e’ una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo e’ illegale.

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Cercando Emilia     03-11-2007  

Ieri cercavo notizie sulla donna che ha fermato l’autobus alla stazione di Tor di Quinto. Sui siti dei giornali e sui blog. Ma di lei non ho trovato traccia, se non che era stata nascosta in un luogo sicuro e che non parlava italiano.
Pensavo alla frase più abusata dai mass media: il diritto di cronaca. Pensavo agli schizzi di sangue sui lavandini, alle disperazioni in primo piano, ai dettagli macabri sulle vittime, più giù sempre più giù fino alle biciclette negli studi televisivi.
Non ho trovato nulla sulla donna che ha fermato l’autobus fino a ieri sera quando ho letto questo pezzo.
Mentre cercavo, pensavo: io mica lo so se fossi stata lei, con la sua vita, la sua lingua, i suoi stracci, le sue costole rotte, se l’avrei fermato quell’autobus. Ma poi per quanto mi sforzi di immaginare di essere al suo posto, io lo so che non ci riesco, lo so che continuo a ragionare con la mia testa evoluta, che condanna la violenza, la violenza contro le donne, che dà per scontata la parità dei sessi, che sospira o gira lo sguardo sui dormitori-spazzatura, che rivendica, che ha paura, che s’indigna di aver paura.
Sui giornali si riporta il fatto che fa notizia, non il fatto comune. Perché del fatto comune non frega un cazzo a nessuno.
E continuo a provarci, giuro, a entrare nella testa di quella persona che ha fermato l’autobus. E non mi riesco proprio a immaginare mentre urlo: Mailat, Mailat.

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Da W. sono volati via tutti, per le vacanze d’autunno, e adesso è vuota, W., come una città in agosto, però W. non è una città e non è nemmeno agosto, anzi da stamattina la temperatura ha virato decisamente verso il basso.
In compenso la mia casa è affollata – di amici dei figli e di scarpe all’ingresso, una montagna in crescita, anche se i figli dei vicini arrivano a piedi nudi - perché quelli che sono rimasti (i tosti o quelli che non sapevano dove andare, che non potevano andare, che non volevano andare) s’incontrano qui. Dlin dlon. Nessuno apre la porta. Mi piacerebbe che qualcuno inventasse un meccanismo apriporta simile a quello che esiste per i gatti.
Tu hai un telecomando e fai la programmazione.
Pulsante uno entra solo il gatto.
Pulsante due entra il gatto e i suoi amici.
Pulsante tre: non entra nessuno.
C’è chi poi non riesce a dimenticare il paese di W. e lo preferisce mille volte a Londra. Da domenica Tom, grande amico di Fran, si è stabilito da noi e ci starà tutta la settimana.
Il paese di W. meglio di una città? E soprattutto meglio di Londra? Non ci posso credere.
Ma Tom ce lo spiega, veramente ce lo spiega tutte le volte che torna perché preferisce stare qui. Quello che conta per essere felici sono le persone con cui stai, non il luogo o le mille cose da fare. (sì, è un’affermazione ovvia, però anche terribile quando chi lo fa la dice perchè l’ha sperimentata su di sé).
E poi Tom, nella sua Londra, è afflitto dal bullismo. Anche se dopo due anni di vita lì si è ritagliato una nicchia e non viene importunato più.
Così ieri sera a cena, a duecento all’ora: Il bullismo fa parte della vita, vorresti che non ci fosse, combatti per annientarlo, e quando sei convinto che ce l’hai fatta, che non ti massacreranno più, ti accorgi che hanno solo cambiato bersaglio perchè c’è il nuovo arrivato da tormentare, o quello che ha confessato una cosa che non doveva confessare, o uno che non ha rispettato le regole per essere dentro. O fuori. Dipende da come consideri la faccenda.

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E i blog che ci stanno a fare?     16-10-2007  

Mi è arrivata una lettera, in inglese, di una tipa che abita a un paio di chilometri da me e che organizza corsi di scrittura per expat. Lo scopo del corso è imparare a scrivere libri sulla propria vita da emigrante.
Deprimente.
Qualche giorno fa, qualcuno mi chiedeva: hai letto XXX di YYY? Con un tono che sottintendeva che dovevo per forza averlo letto.
No. Rispondevo io, in stile cowboy che lucida la pistola
No?? Ora l’ho prestato, ma appena me lo restituiscono te lo faccio leggere.
Non leggo quasi mai i libri che mi prestano, pensavo. Ma rispondevo: ah, grazie. E riponevo la pistola nella fondina.
E’ la storia di una expat. Be’, non esattamente una storia. E’ un libro in cui YYY riporta le sue esperienze di vita all’estero. Non puoi non leggerlo!

Che stia per nascere l’ennesimo tormentone letterario?

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Lei mi deve cambiare la ruota, dice una tipa abbronzata con un rossetto che non si nota.
Qui non cambiamo ruote, signora, mi dispiace, dice un benzinaio in maglietta blu e cappello zuppo d’acqua.
Sono le due del pomeriggio, e ogni dieci, quindici minuti, il benzinaio intinge il cappello in un secchio d’acqua.
Io invece dico che lei mi deve cambiare la ruota perché ho forato proprio qui, nell’area del distributore, insiste la signora.
Il benzinaio si toglie il cappello, lo scrolla, se lo rimette i testa.
Prima di tutto è da dimostrare che lei la ruota l’ha bucata proprio qui da me e non da qualche altra parte. Lei ha le prove? E poi mica sono tanto sicuro che anche se fosse così, io sarei tenuto a cambiarla. Non ci sono vetri per terra, né altro. Tengo pulito qui.
Guardi che se non la cambia immediatamente io, io…Io chiamo i vigili! Dice la signora sfilandosi gli occhiali da sole.
Signora chiami chi vuole: anche la polizia, o i carabinieri. Io metto il gas nelle macchine, è questo il mio lavoro.
Dieci minuti più tardi arriva una pattuglia di carabinieri.
La signora spiega, urlando, il suo disappunto e il problema.
Be’, dice il carabiniere al benzinaio, perché non gli ha cambiato la ruota?
Perché non è compito mio! Risponde il benzinaio.
Poteva farlo per gentilezza.
L’avrei fatto, risponde il benzinaio, incrociando le braccia sotto al petto. L’avrei fatto se la signora mi avesse parlato con un altro tono, se non lo avesse preteso.
Qualche minuto dopo…
La signora è sotto un albero, fuori dal distributore, e sta parlando al telefono. Il carabiniere è accovacciato e svita i bulloni della ruota della sua macchina.
Il benzinaio si avvicina. Porge una bottiglietta d’acqua al carabiniere. Lui la prende, svita il tappo e beve.
Mentre beve il benzinaio gli dice: poi gliela ha cambiata lei la ruota…
Il carabiniere, staccandosi dalla bottiglietta praticamente vuota, risponde: mi ha detto che è una giornalista…

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La legge non è uguale per tutti…     01-03-2007  
La legge non è uguale per tutti
Nel 2006 la Stampa, in questo articolo, riporta la scoperta di una ricercatrice di Palermo: Melania Mazzucco ha copiato brani da Guerra e Pace di Tolstoj.
Sulla rete, lo stesso giorno, viene ripresa la notizia qui.
Il 30 marzo dello stesso anno Alexandra Voitenko scrive: "Critici zelanti a caccia di emozioni editoriali accusano la Mazzucco di aver “scopiazzato” il suo romanzo da Tolstoj".
Arrivando a giustificare l’operazione della Mazzucco:
"Bisogna ammetterlo: Tolstoj è presente nel romanzo “Vita”, la conferma di questa tesi la troviamo nelle citazioni e nei prestiti dalla celebre opera dello scrittore russo nel romanzo italiano in questione. Ma questo problema esula dal valore artistico dell’opera letteraria che esiste come una realtà autonoma, a se stante, e deve essere giudicata come tale. Domandare allo scrittore il perché di questo o quel episodio è un po’ ingenuo, infantile e a volte anche inutile".
Che la Mazzucco avesse preso in prestito pagine di Tolstoj io non ne sapevo nulla, lo scopro  un anno dopo leggendolo  qui ( cliccando su riemerso potete confrontare le pagine)
La notizia viene ripresa da pochi altri bloggers.
Ciò mi ha sorpreso assai.
Perché ricordo che nella rete ci sono state mobilitazioni di massa per furti parziali o integrali di post.
Perché questa indifferenza? L’unica spiegazione che mi viene in mente è che la maggioranza degli scrittori della rete sia d’accordo con la tesi di Alexandra Voitenko.
Nei commenti a questo post su Lipperatura, Herzog scrive: "sarebbe ben ora che l’espressione "scrittura femminile" non fosse la declinazione di un ghetto. Se ne parli.A proposito del tagliare (e incollare) Tolstoj, cosa significa questo?
(ma io la Mazzucco non l’ho letta, magari è solo un giuoco da blog)."
Nessuno risponde alla sua domanda tranne Gabriella: "@ Effe, a proposito di Mazzucco-Tolstoi. La cosa è vera e nota da tempo, ed è stata tirata fuori un anno e mezzo fa circa da una ricercatrice dell’Università di Palermo. Verissimo che c’è un brano in "Vita" che ricalca pari pari quel passo di Tolstoj. Che i giurati dello Strega non se ne siano accorti è veramente … divertente. Per quanto riguarda il merito della cosa, beh, io ritengo la Mazzucco un’ottima scrittrice e non sarà certo questo episodio che mi farà dimenticare la bellezza di "Lei così amata" (la biografia romanzata di Anne Marie Schwarzenbach) o "Vita" o "Un giorno perfetto"."

Dunque: se sei un blogger e copi-incolli un pezzo altrui (senza indicare il link di provenienza) vieni lapidato.
Se sei uno studente e ti appropri di un pezzo scritto da altri senza citare la fonte, il tema ti viene annullato.
Se sei uno scrittore di best seller…be’ in questo caso puoi fare come accidenti ti pare.

Però che faticaccia mettere tutti questi link!

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Massimo ranieri moglie 7, moglie massimo ranieri 3,massimo ranieri ha figli 1, massimo ranieri marito 1,massimo ranieri+moglie 1.
Immagino che Massimo Ranieri se non fosse il Massimo Ranieri che tutti conosciamo ma un massimo ranieri qualunque sarebbe davanti alla tv a guardare un tipo che potrebbe essere lui e si consumerebbe il fegato domandandosi: che differenza c’è con la mia voce? E con il mio accento? E con la passione che riesco a comunicare attraverso le vibrazioni della mia gola? E i miei occhi non sono forse la copia identica di quei due bottoncini di peluche che bucano lo schermo, il cuore delle donne e le anime senza distinzione di sesso perché l’anima non ha sesso?  E la mia mano, ditemi, mamma, nonna, moglie, quando la protendo nel gorgheggio finale non trema come quella di quel Massimo Ranieri dello schermo?
E invece Massimo Ranieri si trovava lì dove doveva essere, mi dicono le chiavi di ricerca registrate dal counter e l’articoletto su repubblica che sono andata a leggermi per sapere che accidenti avesse combinato, e in parecchi lo stavano a guardare e poi frugavano nelle rete per saperne di più di lui e dei suoi parenti. E capitavano qui da me che ne avevo scritto in un pomeriggio malinconico e decadente  a scheveningen in un risto-bar assai kitsch in cui girava tutto il suo repertorio, repertorio che la maestra ci obbligava a cantare e a me stavano sulle palle le sue canzoni, la maestra e anche massimo ranieri.
Pare che quel Massimo Ranieri sia al posto giusto, però mi dico che per una serie di coincidenze avrebbe potuto essere anche dall’altra parte ad arrabbiarsi e a commuoversi e in quel caso io non avrei detto tanti anni fa: io sono comunista! Comunque è da quella parte, dalla parte dei mass media intendo, e a un certo punto il capo del programma va da lui e gli dice: Ehi Massimo Ranieri bisogna alzare lo share, così gli autori hanno pensato che puoi far venir sul palco tua figlia e garantiscono che viene fuori un numero di ascolti e di fazzoletti che nemmeno Raffa con Caramba che sorpresa c’è riuscita!
E allora Massimo Ranieri dice no, ma poi dice sì, se fossi davanti alla tivù, pensa, mi piacerebbe vedere un massimo ranieri che compie un’azione del genere. E quindi eccolo sotto i riflettori che gli spremono il sudore e che fa il training autogeno per arginarlo. Stringe il microfono, forse le luci s’abbassano e inquadrano quei bottoncini vispi e irrequieti e in quel momento di silenzio, che determinerà l’innalzamento dello share delle prossime puntate, le ricerche sulla rete, gli autori trattengono il fiato e s’infilano le unghie nei palmi, e lui pensa: ma vaffa io non sono massimo ranieri che sta davanti lo schermo, io sono Massimo Ranieri che sta al di là dello schermo, e però sono rimasto come voi, quasi come voi, solo un vetro ci separa, quindi questa cosa che vi devo dire ve la dico proprio bene e vi faccio piangere tutti. E siccome sono come voi, le lacrime s’affacceranno anche dai miei bottoncini vispi e irrequieti.
Poi dice e fa quello che era stato concordato.
E dopo che l’ha detto e fatto, mentre gli autori smettono di torturarsi i palmi, quel Massimo Ranieri  lì che poteva essere anche massimo ranieri che sta al di là, pensa: io sono un gran figo oppure voi siete degli imbecilli?

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A Sangue Freddo…     11-01-2007  
A Sangue Freddo
Poi il delitto di Erba avrà una soluzione, come quello di Holcomb. E magari sarà vera una delle attuali supposizioni degli inquirenti. Tuttavia "A sangue freddo" consiglia di non limitarsi a guardare vicino. "Gli assassini sono tra noi", dicono solitamente i parroci ai funerali delle vittime di questi crimini. Gli sterminatori della famiglia Clutter venivano da lontano, invece. Avevano viaggiato ore per arrivare lì e subito erano ripartiti. La distanza protegge, i sospetti hanno le gambe corte. Ma non è detto che arrivino al traguardo giusto.
La domanda è: che cosa sarebbe più difficile da affrontare? Ricordate che cosa prova la gente di Holcomb quando scopre che i criminali vengono da fuori? Lo sa Giacomo: "Sollievo". Ora, a Erba abbiamo due possibilità: gli assassini sono tra loro o vengono da lontano, molto lontano, con altra cultura e diversa fede. È paradossale, ma la seconda è l’ipotesi che spaventa di più. La prima ti costringe a guardarti dentro e intorno. La seconda a fare i conti con una frase. L’ha detta un parente delle vittime. Questa: "Sterminarli tutti, quelle facce di cioccolato".
È una frase straordinaria. Quest’uomo cerca di controllare la rabbia. La sua censura agisce sulla parola che ritiene più grave. Non dice infatti (ogni liceale ha capito quel che intendeva) "facce di merda". Dice "di cioccolato". Ma non si frena sullo "sterminarli tutti". Non ci riesce. O lo trova meno grave o lo trova inevitabile. Il suo cervello interviene sulla seconda parte della frase, non sulla prima, lì domina il fegato.
Tratto da qui

C’è poi un’altra cosa che non mi va giù.
Che adesso che sono stati scoperti i colpevoli, i mass media cominceranno a pontificare sui vicini e sulla profondità dell’abisso in cui stiamo cadendo, ma in fondo questa storia dei vicini che perdono la testa e commettono follie mica è una novità, ed è anche frequente, tant’è chè è successa anche a  me in via indiretta.    e per fortuna non così violenta Non ricorderanno che una vicina è morta perchè aveva aperto la porta, un vicino è stato quasi ammazzato…
Quei due non potevano prevedere come sarebbe finita: c’erano state altre liti. O hanno aperto la porta per curiosità. Oppure la vicina si trovava già lì nella casa e il marito è intervenuto per difendere sua moglie…
Eppure sapere con precisione  se quei due vicini fossero già lì o siano arrivati dopo la lite, per curiosità o per mettere pace,  per me,  farebbe una gran differenza. 

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