Poi capita che un giorno ti rivedi
Ieri pomeriggio quattro ragazzi e quattro ragazze percorrevano il viale che porta alla fermata dell’autobus.
Erano appena terminate le lezioni, ma erano senza zaini.
Tutti indossavano jeans, giubbotti slacciati su magliette a maniche corte e scarpe da ginnastica leggere. Ridevano, sorridevano, parlavano ad alta voce e una ragazza saltellava da uno all’altro. Dopo l’autobus avrebbero preso il treno, sarebbero scesi ad Amsterdam, avrebbero camminato per un pezzo fino all’Heineken Music Hall dove alle nove avrebbero suonato gli Snow Patrol.
Gli otto ragazzi erano di tre continenti diversi e molto simili a milioni di altri coetanei di altri spazi e di altri tempi.
Allora ho pensato che quell’uniformità, sempre criticata, mi piaceva.
Mi piaceva perché in quel gruppo c’ero  stata anch’io.
Poi uno di loro mi si è avvicinato, indossava un mio giubbotto di molto tempo fa,  quello che mi è sempre stato troppo grande.
Non metterti in prima fila, capito? Gli ho detto.
Stai tranquilla, m’ha risposto.
Naturalmente sapevo che era una raccomandazione inutile e avrei voluto non farla, ma un’altra me aveva preso il sopravvento e mi sono dovuta arrendere.

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Un fatto che non riesco a dimenticare.
Dopo
Allora gli hai menato? Chiede un tipo che ha come segni particolari avambracci grossi come zampe d’elefante con un pelame fitto e pettinato.
Macché! Risponde uno basso, compatto, capello biondo ossigenato ravviato indietro in una simulazione perfetta di una criniera leonina, strizzato in un completo jeans che svela dettagli di un corpo non certo appetibile.
Macché! Non reagiva. Stava lì come un deficiente a ripetere che lui non ha detto nulla, che l’avevano seguito. Gli ho dato qualche pizza, ma così, senza soddisfazione.
Prima
Tra il marciapiede e la strada davanti alle bancarelle d’abbigliamento, un gruppo di uomini che lavorano lì, probabilmente i padroni, si sistemano a cerchio. Al centro del cerchio c’è uno sui trenta che non ha l’aspetto di un ragazzo sui trenta,  ma che sembra invece un uomo sui trenta di quaranta anni fa. Indossa un giubbotto di renna slacciato su una polo gialla che mostra la curva della pancia, i capelli neri pettinati con una riga a destra, le guance paffute e rasate, un borsello a tracolla sulla spalla sinistra.
Davanti a lui il tipo compatto delle righe precedenti.
L’uomo compatto strilla, l’uomo di quaranta anni fa risponde a bassa voce, sembra tranquillo.
Pur trovandomi a una decina di metri da loro non mi arriva una parola di quello che si dicono. Il tipo compatto mi dà le spalle, il tipo di quaranta anni fa è rivolto verso di me.
Il tipo compatto alza ancora la voce, urla talmente forte che dovrei sentirlo per forza, ma il brusio delle persone che ho intorno, delle auto che cercano di passare per la strada bloccata dai furgoni parcheggiati in seconda fila coprono le parole e sento solo la sua rabbia.
Poi il tipo compatto colpisce al viso l’uomo di quaranta anni fa. Sei, otto sberle forse anche dieci. Ne dà un paio e fa una pausa, gli urla contro e paf, paf, prosegue.
Le guance del tipo diventano rosse e poi rosso scuro.
Non indietreggia, non si ripara con le braccia, non accenna a nessun tipo di difesa. Rimane lì fermo sotto gli occhi di tutti e durante la pausa parla, sempre a bassa voce.
Io
Aspetto i figli che si misurano dei jeans dietro a un telo attaccato a un bastone.
E faccio di no con la testa al venditore che vuole trovare qualcosa anche a me.
Il venditore assomiglia a un personaggio di un fumetto che leggevo da bambina. Un pirata francese che navigava con un vascello sui mari in tempesta. Quando i mari si calmavano andava all’arrembaggio, infine approdava a un porto e s’innamorava perdutamente di una donna per poi ripartire malinconico.
Però questo qui ha parecchi chili in più che in fase d’arrembaggio gli sarebbero d’ostacolo e due occhi blu, mentre il tipo del fumetto li aveva scuri.
Al quinto giubbotto che slaccia per mostrarmi l’imbottitura gli chiedo: perché quel tipo non reagisce?
Scuote la testa. Modifica il tono. Da uno convincente passa a uno misterioso. Mi si avvicina.
Perché… Quello con il giubbotto di renna è un ladro. Ruba nelle macchine parcheggiate qui intorno e i portafogli alla gente. Qualche giorno fa ha nascosto della roba dietro la bancarella di quel tipo. Pochi minuti dopo sono arrivati dieci carabinieri di corsa, hanno recuperato la roba e hanno arrestato quello biondo, che non c’entrava nulla. Ora lui lo punisce. Già noi gli avevamo detto che non si doveva far più vedere da queste parti, invece è tornato.
Perché non si difende?
Il pirata solleva le spalle. E’ un ladro scemo, risponde. Mi sa proprio che un giubbotto non lo vuoi, eh?
Io non capisco. Non capisco come non abbia l’istinto di tirarsi indietro. Di parare lo schiaffo.
Non c’è niente da capire, dice. Ha torto, punto.
Pensierino che non porta da nessuna parte
Quel tipo s’è alzato dal letto, si è fatto la barba e forse una doccia, si è infilato una polo gialla stirata, un paio di pantaloni, ha pensato è ottobre, e ha indossato il giubbotto di renna anche se la temperatura era estiva, ha bevuto un caffè a casa o al bar e si è diretto dove va tutte le mattine, malgrado l’avvertimento di non comparire più. Con il tipo compatto probabilmente di nuovo lì alla bancarella. Quando l’ha avuto davanti invece di fuggire o di bucare il cerchio quando era circondato, è rimasto immobile a prendersi le sberle con la faccia di uno che aspetta che gli incartino il pane.

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C’è un vetro che separa gli…     19-10-2006  
C’è un vetro che separa gli impiegati e il pubblico e se allunghi il collo vedi una stanza con due tappeti persiani un po’sbiaditi, un poltrona di raso verde con le zampe e i braccioli d’oro: è la stanza del console dove non entra mai nessuno, nemmeno il console.
Alcune persone, anzi certi personaggi che aspettano al consolato mi ricordano quelli che camminano sotto i portici o chiacchierano seduti sulle panchine nei giardini di Piazza Vittorio.
Che poi non ho chiamato lo studio dove lavoravo che è poco distante dalla piazza, cioè ho chiamato verso sera, tanto sapevo che a quell’ora nessuno di loro era in metro e non mi andava di ascoltare la frase: le senti le sirene?
Comunque il consolato era vuoto, cioè quando sono arrivata non c’era nessuno, tranne un inglese con il biglietto azzurro, lo stesso colore del mio, mi sono seduta senza tirare fuori il libro e senza ascoltare quello che diceva l’inglese ché riflettevo sulla possibilità che i passaporti non fossero ancora pronti e mentre mi predisponevo all’arrabbiatura, il campanello ha suonato, le porte di sicurezza si sono aperte e ho sentito una voce all’ingresso, devo ritirare i passaporti ha detto, biglietto celeste allora, ha risposto l’uomo con i baffi che distribuisce biglietti, e ho pensato: io questa voce la conosco, è quella che è venuta alla presentazione di O. a maggio e che ha fatto una domanda lunghissima, talmente lunga che alla fine ho risposto per intuito, è la voce di quella che Lo ha descritto, lasciandomi di sasso, a qualcuno che non la conosceva così: vuoi sapere com’è A.? A. è identica a B. ma è alta il doppio e chiacchiera la metà.
Siccome A. è anche lei di Roma, parliamo dell’incidente della metro, fino a che arrivano due, arrivano anche altri in effetti, ma io vengo attratta da questi due, che si siedono proprio di fronte a me.
A. accenna alla piazza quando c’era ancora il mercato all’aperto, e questa coppia, sembra proprio che sia stata teletrasportata da lì.
Poi mi chiamano.
L’impiegata dice: è pronto solo un passaporto.
E gli altri due?
Gli altri due li preparo adesso.
Quanto c’è d’aspettare?
Il tempo per preparare due passaporti!
Così torno al mio posto senza protestare ché ormai sono con la testa da un’altra parte.
La coppia, dicevo.
Lei mi ricorda una bidella del liceo che era magra come un osso, piccola, vecchia, con la dentiera che avvolgeva in un fazzoletto un po’ solido quando mangiava, il rossetto sgargiante che usciva fuori dai bordi, un ombretto celeste in sintonia con gli occhi, con una sfumatura incerta. E mi ricordo anche di quel giorno che non avevo voglia di rientrare in classe e lei, in uno slancio di generosità, mi offrì una poltiglia gocciolante arpionata da una forchetta: li vuoi un po’ di gnocchi?
Comunque la tipa che ho davanti pare più giovane della bidella, ma non più di tanto, forse è sui sessanta. Al contrario di lei che se ne stava sempre rinchiusa nel suo camicino carta da zucchero, questa si propone sexy: stivaletto schiacciaformicall’angolo con tacco al massimo, camicia bianca parzialmente abbottonata, giubbotto di pelle sottile, jeans che stringono, quel poco che c’è da stringere perché è quasi inconsistente.
Lui invece è sui trenta, jeans che scendono ma non come dice la moda, scendono perché è dimagrito o perché appartengono a qualcun altro, ricorda quei poveretti che fanno i famosi sull’isola televisiva, una camicia di jeans a cui ha allacciato anche il bottone sotto il colletto, capelli neri e ingarbugliati.
Parlano fitto, in olandese, ma lui è innegabilmente italiano. Un italiano nato qui perché, questo lo sentirò poi, non lo parla molto bene.
In comune hanno che sono entrambi sgualciti, spiegazzati, non stirati.
Come se lui (o lei ) una sera è scivolato in un canale e lei (o lui) passava di lì, si è fermata e l’ha aiutato a risalire sul bordo.
Mentre parlano, si avvicinano sempre più l’uno all’altro e si tengono per mano come due che stanno insieme da poco.
A. sfoglia il giornale.
Hai visto, le sussurro all’orecchio.
Ho visto, sì.
Chiamano il tipo.
Lui si scolla da lei, arriva allo sportello, si gira e le dice in dutch: vieni qui. Ma lo dice con il tono del bambino che ha bisogno della madre prima di parlare a qualcuno che non conosce. Poi dice: mi hanno menato, me ne hanno date veramente tante, e m’hanno preso il passaporto. Forse l’impiegato gli domanda se ha la residenza qui. Perché lui risponde: sì, certo, qui ci sono tutti: i genitori, i fratelli, gli zii.
Non ha un altro documento? Ecco…Mi hanno rubato anche quello.
Poi i miei passaporti sono pronti.
Firmo, e quando sto per uscire, vedo che lei gli tiene la mano, ma non come quando stavano seduti a parlare senza prender fiato, gliela tiene proprio da madre.
E io lo so e anche l’impiegato lo sa, perché continua a fare domande, che quel tipo, che pare proprio uno che le ha prese, sta inventando una balla.

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Il resto del Carlino. …     25-08-2006  
Il resto del Carlino.
Conoscevo un tipo che mi stava antipatico, uno di quelli che non ascoltano mai, che s’ascoltano da soli, che si compiacciono del loro sapere. Era sincero però e non mimetizzava la sua perenne ricerca di un tornaconto.
Aveva ambizioni letterarie. Anzi lo conobbi proprio durante un evento che aveva a che fare con la letteratura.
Era un tipo anomalo nell’apparenza: il suo abbigliamento, il suo taglio di capelli, i suoi gesti non erano rintracciabili nel presente, semmai ricordavano un gentiluomo del passato e per scelta conduceva una vita solitaria.
Quello che scriveva non mi piaceva: aveva una matrice molto sudamericana anche se devo ammettere che aveva una sua originalità.
Un giorno mi diede la bozza di un romanzo che non lessi mai. Ci provai a dire il vero, ma dopo una decina di pagine desistetti. Troppi suoni non descritti, ma scritti. Boom, Paff, sccifff. Espressioni che si trovano nei fumetti.
Spedì il romanzo a una grossa casa editrice e a loro piacque. Doveva cambiare delle parti, però. E l’avrebbero accettato. Lui invece rispose che non avrebbe cambiato proprio nulla, solo la punteggiatura e le ripetizioni. E non lo pubblicarono.
Poi una mia amica si innamorò di lui. La rivelazione mi sconvolse: da quale punto di vista poteva piacere un tipo simile? Per giunta aveva le unghie lunghe e sporche. Be’, io ho un’ idiosincrasia per questo dettaglio e in uno dei racconti di Vedrai Vedrai il protagonista ha un’ossessione per le unghie pulite. Anche la mia amica aveva la fissazione per la pulizia, molto più di me che ce l’ho solo per le unghie.
Ti sei accorta di come sono le sue unghie?
Se ne era accorta, certo. Aveva alzato le spalle. E aveva detto: ma ho notato anche il resto.
E quale sarebbe questo resto? ( il resto del Carlino avevo pensato sorridendo).
Altra alzata di spalle. Infine aveva risposto: tutto! Come si muove, come parla, come guarda.
A un certo punto decise che lui doveva sapere.
E mise in atto quelle mille azioni che compie una donna quando vuol far sapere a qualcuno che ne è innamorata. E alla fine lui doveva averlo capito per forza, però faceva l’indifferente.
Così pensai che la mia amica non gli piacesse, ma c’era anche la possibilità che questo Carlo, talmente concentrato su se stesso, non s’accorgesse di segnali che erano evidenti. Allora la mia amica gli scrisse una lunga lettera in cui gli parlava del suo amore per lui. La lettera gliela consegnò al termine di uno dei nostri pomeriggi letterari, lui le sorrise e l’infilò nella tasca della sua giacca a quadretti.
A quella lettera non rispose mai: nè per iscritto nè a voce.
Fu in quel momento che mi divenne antipatico sul serio fino ad allora lo trovavo, a volte, irritante. Dopo successe un’altra cosa. La società per cui lavorava chiuse e lui fu licenziato. Quando lo seppi, lo chiamai e gli dissi: Carlo se hai bisogno di qualcosa…
Lui scoppiò a ridere. Grazie, ma non ho bisogno di nulla. Anzi sono felice perché non avrei mai avuto il coraggio, per i miei principi morali, di dare le dimissioni. Sei mesi fa ho vinto una somma cospicua al totocalcio e posso vivere di rendita per un lunghissimo periodo.
Rimasi sbalordita. Immagino che quando si vincono tantissimi soldi non si va certo a raccontarlo in giro. Ma lui aveva fatto di più: durante quei sei mesi in cui il suo cuore esultava per la vincita aveva finto la solita povertà pretendendo di pagare, nel caffè dove c’incontravamo, solo la sua acqua minerale, se non gliela offrivamo noi.
Sono emigrata qui e non l’ho più visto. Un tipo antipatico, meglio così.
Poi succede che qualcuno del gruppo di allora parli di lui durante una cena estiva e racconti le sue ultime vicende su un terrazzo da cui si gode una buona vista di antenne ma anche di un grande spicchio di cielo e io me ne ricordi stamattina di quella conversazione e del colore del cielo di quella sera di luglio perché mi capita tra le mani Mimesis di cui questo Carlo parlava sempre.
Capita che io mi metta a cercare su google il suo nome e cognome e vada a finire su un forum dove lui ha scritto senza nick, ma con tutti i suoi dati personali. E che possa leggere i suoi pensieri, senza pretese letterarie, senza presunzione e retorica e senza visioni di unghie sporche in cui descrive la sua incapacità d’amare e s’informa su un paese del Sud America dove le donne sono travolgenti. Una sorta di viaggio della speranza, dice. E di colpo mi appare un piccolo pezzo del resto.

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Così Manuela     04-11-2005  

Da quando sono morte quelle persone a Schiphol, ci sono posti di blocco a Leiden e all’Aja. Ieri mi sono rifugiata in  quel grande supermercato che c’è davanti alla stazione.
Non sono riuscita a sapere di che paese fossero quelli che sono morti. Si dice che 
urlavano che c’era il fuoco ma non gli hanno aperto. Poi però ne sono scappati quattro. Quattro che sono pericolosi, e stanno fermando tutti e li cacciano via. Buoni e cattivi. 
Erano delle case prigione per extracomunitari che venivano arrestati per spaccio, furto o qualche altro reato. Ma ora, ora ci buttano chiunque lì dentro. Ci butterebbero anche me, se mi prendessero. Se sai di qualcuno che affitta una stanza da queste parti, chiamami subito, per favore. 

Comunque ieri. Ieri dopo un’ora che giravo tra gli scaffali mi sono accorta che il guardiano mi aveva notato, allora ho comprato della cioccolata e sono andata in un caffè. Nel caffè ho ordinato un cappuccino, ho appoggiato i polpastrelli sulla tazza e non l’ho bevuto fino a quando la ceramica era quasi tiepida, se ne è andato un sacco di tempo così, poi ho mangiato la cioccolata. Una tavoletta bianca con le nocciole. L’ho spezzata in barrette e poi a quadrati. Mi ha chiamato Isabella, lei era riuscita a tornare ed era insieme a Maria. Mi hanno telefonato dal parco, dal parco in cui andiamo la domenica a giocare a palla a volo. 
Quando ho finito l’ultimo quadrato di cioccolata, ho preso un caffè. Ma ha un gusto così diverso dal tuo. Non capisco perché lo chiamano con la stessa parola.

Ho pensato di essere a Quito. In macchina. Stavo andando in Colombia. In due ore la raggiungi. La Colombia è bellissima. C’è verde, ovunque.
Verso le sette mi sono avvicinata alla stazione. Ho guardato: le macchine della polizia non c’erano più.
Isabella s’è presa un raffreddore. Hanno giocato tutto il pomeriggio malgrado piovesse. Maria invece sta bene. E’ fortunata lei. Ha una faccia da Europa, non da Sud America.   

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A ciascuno il suo     09-03-2005  


Deve essere un tipo ordinato. S’intuisce dalla posizione in cui sta seduta, dagli abiti che indossa e anche dalle suonerie del cellulare. Penso che abbia un lavoro. Infatti è la prima volta che la vedo in piscina, di solito viene il marito a prendere i figli. Di lui, del marito intendo, mi ricordo giusto un paio di dettagli, in effetti compare solo alla fine della lezione di nuoto. E’ uno che nasconde la calvizie con un riporto laterale e parla a voce molto alta.
Lei, invece, al telefono, sussurra.
Il trillo di Assereje era collegato ad una amica, credo. Un’amica del cuore, italiana.
Ho un mal di testa! Ma non posso spiegarti ora! Sì, sì, ciao, ciao.
Dietro la pantera rosa, ci doveva essere un collega olandese. Perché sembrava concentrata e professionale.
Dietro chihuahua chi c’è?
C’è il tipo con il riporto, credo.
Brutto pezzo di cretino, dice a voce bassa.
No, non mi sente nessuno.
Seguono altri insulti bisbigliati, che mal si adattano ad una signora dall’aspetto così elegante. Però questo è un pregiudizio.
Chiude la comunicazione, si guarda intorno nervosa.
Io ripongo il libro nella borsa.
Lei pigia sui tasti del cellulare.
Ha cambiato pezzo.
E’ profondo rosso quello che risuona nella sala d’attesa.
Che c****. vuoi?
Oh, oh. Penso che sia ancora il tipo con il riporto.
A casa facciamo i conti, ora non rompere!
E riattacca senza concedergli possibilità di replica.
E’ il mio telefono che squilla adesso. Con una composizione di Fran. Follia 1 l’ha chiamata, c’è anche la 2, ma non mi piace molto.
E’ M.
Dico: Ja?
Pronto?
Ja
Fai la spiritosa?
N
ee.
Non puoi parlare?
Nee.
Perché?
Perché è così insistente?
Tot ziens.
E per sicurezza lo spengo.
Mi metto a riordinare la borsa. Sembra un cestino della spazzatura.
Di nuovo Profondo rosso.
Ah come mi diverto!

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Anche se il tono è diverso, il…     04-03-2005  

Anche se il tono è diverso, il risultato non cambia
Io e lei ci assomigliamo in un certo senso. Tutte e due abbiamo un libro che vorremmo leggere sotto il gazebo nel bosco. E indossiamo un cappello di lana che sembra fatto a mano. Il suo è peruviano, il mio è nero e corto e le orecchie, purtroppo, restano scoperte. Tutte e due calziamo scarpe da ginnastica, in una specie di protesta stupida contro il rigore dell’inverno, e sfoggiamo uno zainetto piuttosto malridotto.
Lei poi, va be’, è cresciuta di più, dicono che sia per il latte delle mucche di qui e ha una bella treccia lunga che si agita sulla schiena, la mia invece l’ho tagliata all’età di anni otto. Entrambe ad un certo punto fumiamo una sigaretta, rovistiamo nel buco nero appeso alla spalla e tiriamo fuori un mp3. E fissiamo un punto lontano oltre lo stagno, riparate da un paio d’occhiali scuri anche in assenza di sole.  Insomma siamo simili per  ammennicoli e atteggiamenti. Be’ la lingua con cui comunichiamo con l’esterno è diversa. La mia, da quanto affermano terzi, ha un suono più musicale della sua.
Lei è in compagnia di due cani: uno di taglia piccola, bianco, uno di taglia media, nero.
Io di due bambini: uno è fisso, l’altro cambia.
Quello che ci differenzia è il tono con cui ci rivolgiamo agli esseri che abbiamo portato a giocare nel bosco.
Io impartisco ordini secchi, tipo: palla di neve in faccia, No! Camminare sul canale, No!Lei, malgrado la durezza del dutch e malgrado io non capisca un accidente di quello che dice, sembra dare suggerimenti, più che ordini, è più sul cccc, insomma.
La risposta (o l’effetto) raggiunto è lo stesso per ambedue. Non c’è. E’ come se avessimo parlato ai rami degli alberi o ai mucchi di conchiglie.
Io, allora, li distolgo con la cioccolata calda acquistabile nel chiosco che c’è al di là dello stagno, lei, invece, dallo zainetto, tira fuori dei biscottini. Per cani? Su questo ho qualche dubbio.

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Intanto acquisto il mondo, poi si…     02-03-2005  

Intanto acquisto il mondo, poi si vedrà
La chiamerò Elena.
Elena è un nome antico e inoltre un paio di donne romene che ho conosciuto si chiamavano per l’appunto così.
L’ho incontrata ieri, davanti ai negozi di little italy, in versione dopo sci di tanto tempo fa. Alle decolté però non rinuncia, ma è perché non sa muoversi senza tacchi.
Lo so perchè l’ho vista una volta sul bordo della piscina, con un paio di ciabatte con il fiore in sintonia con la cuffia e il costume intero e camminava sulle punte.
Ieri era con buste e pacchetti. Si era fatta un giro qui e anche lì. 2 portacandele decorati a mano, una cornice di conchiglie, un secchio della spazzatura ultima novità, una tovaglia che non si stira!
Elena sembra uscita da una rivista di moda di quarant’anni fa, anche se una volta al mese va da un certo edicolante di un certo paese e acquista riviste francesi, inglesi e italiane. Prezzo estero, ovvio, ma senza lettura che vita sarebbe?
Sempre al bordo della piscina, mi ha parlato dei suoi periodi. Che non sono quelli dei colori, ma degli abbinamenti. Ha avuto quello borse-scarpe, quello delle lenzuola- coperte – tende, quello delle candele – porta candele – musica classica. La passione per i gioielli è costante invece, ed è costretta ad alternarla con l’acquisto di bigiotteria, che le causa allergia, guarda quante bolle che ho –dice, scoprendosi il collo – io guardo e non vedo nulla, sono sotto pelle, bolle invisibili all’occhio, ma me le sento, forse in profumeria mi suggeriscono una crema.
Nel suo paese, in Romania, faceva la cameriera in un albergo, poi durante una gita al Vaticano, ha conosciuto suo marito.
Nella casa di Elena ci sono 3 frigoriferi, uno piccolo e due grandi. Se non sono pieni, dice, non riesco ad addormentarmi.
Elena ha sempre un buco allo stomaco da riempire con bocconcini di sushi, biscottini alla cannella, pasticcini alla vaniglia. Guida 30 km per andare in un certo negozio dell’Aja dove trova  lo stracchino, congelato certo, ma lei non ci rinuncia, primo perché le piace, secondo perché il dermatologo le ha detto che fa bene alla pelle.
Considerando quello che mangia, uno l’immagina grassa e invece manco per niente. Prima o poi dovrò smettere, dice con una risata. Prima che la casa scoppi. Quando finisce l’inverno, non spendo più, giuro!
La frase è sempre la stessa, la stagione cambia, invece.  

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E’ che abbiamo la faccia da europei. Dici? Sì, certo.
Sabato ad Amsterdam sono nel negozio di Agnes B. alla ricerca di un giaccone che avevo visto alla fine di ottobre.
Ci sono delle giacche di pelle nera legate con la catena. La commessa dice qualcosa, penso che dica che se voglio provarla, mi scioglie la catena, io rispondo no grazie e continuo a cercare. E lo trovo, l’ultimo rimasto, scontato del 50%. Taglia 40.
Mi piacciono queste taglie francesi, sono ottimiste.
Lo provo, sì va bene, la commessa mentre sono davanti allo specchio, mi continua a parlare.
A parlare? Non capisco. Non capisco quello che dice e non capisco perché  parla in olandese, solo con me, con le altre persone che girano nel negozio, dice una frase ad ognuna in quei 30 minuti che sono lì, si rivolge in inglese, invece.
Be’, mi dico, non ho la faccia di turista, non ho la faccia stupita da turista, i pacchetti, le buste, e poi vado di fretta.
Me lo metto il giaccone nero? Vorrei, ma non posso. Da quando sono arrivata ad Amsterdam c’è stata grandine, neve, pioggia, no, non me la metto. Pago, esco.
Quando raggiungo M,. loro stanno ancora guardando le miniature dei draghi, gli dico: lo sai? Mi ha parlato in olandese. Solo a me. Avevi il cappello? Mi chiede. No, il cappello me lo ero tolto prima di entrare. E poi cosa c’entra il cappello? Non c’entra niente dice lui. Proprio per questo.
Ti ricordi durante le vacanze di Natale, in quel caffè di piazza Pasquino? Dico io.
Eh.
Quando il barista ci ha domandato, in inglese, cosa prendevamo?
Be’?
E noi gli abbiamo risposto che eravamo di Roma, e come pensava che potessimo essere stranieri?

Sì, sì, mi ricordo.
E io gli ho chiesto chi era di noi due che non sembrava italiano? Lui, è stato diplomatico, e ha risposto: i ragazzi. Però…
Però?
Per un attimo ha guardato te.
Dici?
Eh, sì.

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 Allegre, ma non troppo.
Sfoglia il catalogo di Christie’s con un tintinnio di braccialetti. I braccialetti sembrano d’argento, ma mi sa che sono di un altro metallo più prezioso.
Dice: ho una finestra in un angolo della stanza da letto, una finestra piccolina.
Quando pronuncia “piccolina” sporge la bocca in avanti e la restringe per far capire, penso, che la finestra è proprio di dimensioni ridotte.
Ci vorrei mettere una cosina. L’ho cercata in un paio di negozi dell’Aja, ma… alza il braccio appesantito dai bracciali, li fa suonare un po’, si lecca l’indice, gira un’altra pagina.

Qui, a volte, si trovano delle cooosine interessanti.
Non parla a me, ma ad una che è seduta al suo fianco, una new entry.
Io sto di fronte e gioco a Bantumi sul cellulare, opzione 5 fagioli, livello 5.
La new entry, russa di nascita, cresciuta negli States, con marito olandese, dice: poi mi accompagni nei mercatini? Anche se già so che sarà triste. Ahhhh Fendi! Ahhhh come mi manca Firenze!
Quanto ci hai vissuto a Firenze, chiedo.
Quattro anni. E rimpiango tutto: i negozi, il tempo, il cibo, le persone! E il mare.
Il mare?
Sì, se sali verso Nord c’è pure il mare.
 Comunque, riprende il tintinnio dei braccialetti che sembrano d’argento, poi ti faccio sapere quel nome del museo dell’Aja, in cui puoi esporre.
Dipingi? Con che tecnica? Domando.
Acquarello. Paesaggi marini.
Be’, c’è il mare anche qui.
Scuote la testa, con una smorfia.
Dico: il mare di Scheveningen è particolare: è il mare della tristezza e a Scheveningen è vissuto Van Gogh. Però, forse, dovrebbe essere dipinto con gli acrilici o ad olio, più che con gli acquarelli. Non so.
Scuote la testa, dice: dipingo solo la natura Toscana. Si tira su le maniche del maglioncino color crema, compaiono e tintinnano dei braccialetti. D’oro, non ho dubbi questa volta.
Mi serve una borsa di Gucci. Sapete dove posso trovare un suo negozio da queste parti?
 Te lo spiego io!
Tintinnano insieme allegre, ma non troppo.   
Quel suono abbinato alle parole piccoline m’indispone alquanto. E quando m’irrito, mi viene voglia di fare i dispetti. 
Allora dico: a me gli stilisti italiani non piacciono. Lo dico un po’ sottovoce, in modo che non abbiano l’impressione netta che voglia contraddirle.
E infatti, la sorpresa? le fa dimenticare di agitare le braccia e lo sbattimento di metallo s’arresta almeno per un paio di minuti.

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