Di tortore, colombi e poi di lui.     15-01-2008  

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Verso le dieci di mattina, se non piove, una tortora atterra sulla trave del tetto della serra e si trattiene a lungo. Se mi avvicino lentamente alla finestra e resto immobile, lei mi fissa senza paura, roteando di continuo la testa. Sta in silenzio, però. Se invece decide di scendere sul ramo della magnolia, dove è a una discreta distanza da me e dal gatto, attacca il suo richiamo al compagno che dopo qualche minuto arriva e se ne stanno lì per un po’, a dirsi le loro cose.
Ci sono anche dei colombi selvatici, ma hanno abitudini diverse: sostano sempre sulla stessa betulla e sempre sullo stesso ramo, quasi irraggiungibili alla mia osservazione e agli agguati del gatto.
In realtà il gatto è diventato alquanto pigro, per lo meno se lo paragono alla cacciatrice instancabile che avevo prima, pigrissimo e incompetente se lo confronto con la gatta della vicina che almeno una volta al mese riesce a catturare un colombo e a mangiarselo per intero lasciando solo un mucchio di penne, le zampe e qualche altro dettaglio un po’ macabro da descrivere.
Le tortore mi piacciono molto e guardarle mi mette di buonumore e ho la segreta speranza che un giorno una venga a posarsi sul mio braccio, anche se sono meno comunicative dei merli. Una volta lessi da qualche parte che sono volatili feroci, ma non mi ricordo in che modo si espletasse questa ferocia, so che mia madre quando era una ragazza ne possedeva una coppia che voleva addomesticare, ma durante un’esercitazione il maschio volò via e la femmina si lasciò morire di fame.
Dai piccioni invece, come qualcuno sa, sono terrorizzata, ma non è tanto per il loro aspetto fisico, prima pensavo fosse soprattutto per quell’occhio fisso che Suskind ha descritto così bene per me: quest’occhio, un piccolo disco circolare, marrone con un punto centrale nero, era spaventoso a vedersi. Era come un bottone sulle piume della testa, privo di ciglia, privo di sopracciglia, totalmente nudo, rivolto all’esterno e mostruosamente spalancato senza decenza alcuna. Da quando vivo qui, infatti, ho dedotto che l’occhio c’entra poco perché anche le tortore e i colombi selvatici ne hanno uno simile, anche se mi appare diverso: cioè mi sembra che loro, a differenza del piccione, uno sguardo lo abbiano. Ho capito che il piccione mi fa paura, a differenza dei suoi simili, per la sua invadenza e soprattutto per quell’ossessione di nutrirsi, che lo porta, come più volte ho osservato con orrore, a mangiare anche quando sta per morire. Ho il sospetto che anche altre specie di volatili abbiano questo riflesso incondizionato, per esempio le galline, ma le galline sono più umane o meglio più animali perché si spaventano facilmente.
Il piccione invece non ha paura di nulla.
Se batti le mani o fai un gesto per cacciarlo, magari se ne va, ma quel suo andarsene è impassibile, non butta il collo in avanti e schizza via come fa la gallina per esempio, è un andarsene senza emozioni e senza reazioni che mi è insopportabile. Per fortuna a CameliaHof e nel paese di W. sono al sicuro: qui i piccioni non ci sono, ma appena vado in città, se sono sola, diventa quasi una tragedia.

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C’ho un cerchio alla testa     11-01-2008  

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Dovevo inviare una mia foto a un sito e allora mi sono messa a cercarne una, di solito ho sempre un’espressione imbronciata o orripilante tranne in quelle che mi faccio da sola dove ho una faccia più da me, cioè la faccia che mi sento io, e quindi ogni tanto me ne scatto una, giusto per ricordarmi come mi sento, comunque nelle foto non sorrido mai, ma anche quando non sto davanti a un obiettivo non sorrido: io sono seria o rido, a volte rido anche quando non dovrei. E quindi quando qualcuno sta per fotografarmi, metto su la faccia della serietà che poi diventa dell’imbronciata perché a comando non ci riesco a ridere, a comando si può sorridere, ma io non ne sono capace ed è per questo motivo che se qualcuno insiste e mi dice: sorridi, tiro fuori delle smorfie pazzesche. Però stavolta volevo mandarne una carina e cerca che ti ricerca alla fine ne ho trovata una in cui sorridevo e così tutta soddisfatta l’ho spedita, sembrava proprio un sorriso vero, chissà a che pensavo quando me l’ero scattata. Poi la persona che l’ha ricevuta prima di pubblicarla l’ha ingrandita e orrore: il sorriso c’è ed è pure sorprendentemente naturale, ma ho un occhio che guarda da una parte e uno da un’altra, uno sguardo doppio di cui nella miniatura non mi ero accorta e come se non bastasse uno è più grande e uno più piccolo. Inoltre Emme mi ha fatto notare che c’è anche un cerchio di metallo che sta per colpirmi o che mi ha appena colpito.

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Io non ascolto, io invece parlo     07-12-2007  

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C’è poi un tipo di carattere che non appartiene a uno che va sempre di fretta o che non riesce a star fermo, sono presenti entrambi questi atteggiamenti ma non predominano, è la fuga l’elemento che spicca. La fuga da un luogo, da una situazione, da una persona, ma è una fuga poco percettibile, che non si attua con un’assenza fisica, ma con una non presenza mentale. E’ quel tipo di carattere che a un certo punto ti dice: ti ascolto, continua. E tu continui, con un leggero imbarazzo, anche se quando lo frequenti spesso o lo conosci ormai da tempo, quel leggero imbarazzo dopo la frase: “ti ascolto, continua” non lo provi più. E hai imparato che con quel carattere lì, quando gli parli, devi essere sintetico al massimo, a meno che l’oggetto del discorso non lo riguardi strettamente: gli stai riferendo un pettegolezzo maligno o un evento che condizionerà il suo futuro. Un carattere di questo tipo, io lo metto in un corpo di un uomo e gli do questa particolarità: i suoi occhi non hanno sguardo, come se fossero composti d’acqua, senza pupilla al centro. Un tipo così è uno che detesta i preliminari quando fa l’amore, non è che pensi proprio che i preliminari facciano perdere tempo, è che li ritiene superflui anche se non ci hai mai riflettuto sopra.
C’è un altro carattere che ha anche una sorta d’irrequietezza, dotato di minore mobilità fisica rispetto al precedente, ed è munito di una chiacchiera inarrestabile, la vita è parole per questo carattere qui, soltanto il sonno può spegnere la sua voce, anche sotto la doccia non sta zitto, non c’è nulla di male in qualcuno che canta sotto la doccia, ma questo carattere qui sotto la doccia non canta, parla: tanto nessuno lo sente, il rumore dell’acqua copre le sue parole. Il corpo di questo carattere qui me lo immagino femminile, in una versione morbida, i suoi occhi hanno uno sguardo a differenza dell’altro, solo che non fissano i tuoi mentre ti parla, sono come le farfalle, e non li fissano perché non vuole notare che a un certo punto ti distrai.
Sarei curiosa di vederli insieme due così. Li ho sempre osservati separatamente. La frase: parla, ti ascolto, non potrebbe essere pronunciata perché la chiacchierona non lancerebbe mai il segnale: tu non mi stai ascoltando!
Insomma, immaginare una situazione in cui una storia tra due tipi così ha inizio, mi pare un’impresa impossibile. Credo che uno dei due finirebbe per perdere la pazienza, uscirebbe dallo schema, comincerebbe ad ascoltare o smetterebbe di parlare. Oppure, ammesso che sia partita, un giorno qualcuno gli chiederebbe: ma come ci siete capitati insieme voi due, me lo spiegate?
Ma non gli risponderebbero ovviamente.

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Anna     30-11-2007  

Ieri la ragazza ungherese, che si chiama Anna, raccontava che nel suo Paese quando arrivi a scuola ti devi togliere le scarpe e mettere le pantofole, qualcuno – ma sono pochi, ha precisato – mette le scarpe da ginnastica perchè durante l’inverno, in Ungheria, c’è una poltiglia di fango impastata con la neve, e le le scarpe hanno la suola spessa per non bagnarsi i piedi. Diceva pure che, legati allo zaino, ognuno ha un paio di pattini perché alla fine delle lezioni si va a pattinare sul ghiaccio.
Quando diceva queste cose, la voce le tremava e gli occhi le brillavano, anche quando accennava ai disagi che porta il fango. E’ una ragazza fragile, – forse più sensibile che fragile, ma forse sensibilità e fragilità sono la stessa cosa, – che non può vivere senza affetti e conta i giorni che mancano a Natale quando andrà a casa.
Scommetto cento contro uno che dopo le vacanze non torna.

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Albert e Bastian     19-11-2007  

Un difetto dei tedeschi, dice il ragazzo che si chiama Albert, è che non sanno esprimersi in pubblico. Buttano in mezzo troppi argomenti e finiscono per perdere il filo. Io sono nato in Cina, dunque è cinese non coreano, e mio padre è stato trasferito per lavoro a Monaco, mio padre è tedesco, quando avevo sette anni. In Germania mio padre viaggiava di meno e abbiamo cominciato a parlare, fino ad allora parlavo solo il cinese con mia madre e l’inglese a scuola. Ora sto imparando anche a scriverlo, il cinese.
Ci racconta tutto questo a tavola, ma è un discorso che viene interrotto di continuo dall’altro ospite, Bastian.
Ho due gatti che pesano quindici chili e che ho addestrato come se fossero cani: gli dico a cuccia e loro vanno a cuccia, gli ordino di non muoversi e loro non si muovono, gli comando di riportarmi la pallina e loro me la riportano, sanno fare un sacco di cose, i miei gatti. Sorprendono tutti i miei gatti, e io ne sono orgoglioso.
I problemi di Bastian sono visibili sulla sua fronte: ha delle bolle che si tortura quando nessuno lo guarda, dei segni profondi di quelle che c’erano prima, la sua fronte, la mattina quando scende a colazione, è gonfia e rossa.
Albert riprende il filo del suo discorso, ha appena cominciato ad accennarci qualcosa sulla scrittura, quando Bastian posa la forchetta, sbatte la mano sul tavolo, il colpo fa tintinnare le stoviglie, e dice: e poi ho anche un serpente!
Tutti lo guardiamo, lo guarda anche Albert.
Lui non guarda nessuno e guarda tutti, è uno sguardo particolare, di quelli che non vedono.
Un serpente, sì. Me lo ha regalato mia madre. E ora sto cercando di addestrarlo e ci riuscirò, come ci sono riuscito con i gatti.
Per qualche secondo nessuno dice nulla, poi Emme gli chiede: è un serpente velenoso?
No, non è un serpente velenoso, ora ti descrivo com’è, il nome lo so solo in tedesco, non lo conosco in inglese, e parla, parla, mentre riprendiamo a mangiare.
Arriva il sabato sera, ognuno fa i suoi programmi, Albert va a farsi un giro a Leiden, decide di studiare ancora per la discussione finale del giorno dopo, Lo va dal suo amico scozzese a vedere la partita e resta a dormire lì, noi abbiamo un impegno con i vicini, rimane Fran con una sua amica e Bastian che tenta di addomesticare il gatto e lo insegue su e giù per le scale.
Non possiamo lasciarlo solo, dico a Fran.
Resta insieme al gatto, dice lui.
Appunto, dico io.
Verso mezzanotte Fran mi telefona. Gli ho fatto scegliere il film, ne ha scelto uno che aveva già visto, diceva che era molto divertente, e penso che lo fosse divertente, anche se noi non abbiamo sentito nulla, ha parlato tutto il tempo di quanto facesse ridere, il film, comunque il gatto si è tranquillizzato, non striscia più sul pavimento come faceva prima, e anche lui, a parte le mille parole in un minuto, ha la fronte meno congestionata. Ora è andato a dormire, e meno male che domani torna a casa sua.

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Da W. sono volati via tutti, per le vacanze d’autunno, e adesso è vuota, W., come una città in agosto, però W. non è una città e non è nemmeno agosto, anzi da stamattina la temperatura ha virato decisamente verso il basso.
In compenso la mia casa è affollata – di amici dei figli e di scarpe all’ingresso, una montagna in crescita, anche se i figli dei vicini arrivano a piedi nudi – perché quelli che sono rimasti (i tosti o quelli che non sapevano dove andare, che non potevano andare, che non volevano andare) s’incontrano qui. Dlin dlon. Nessuno apre la porta. Mi piacerebbe che qualcuno inventasse un meccanismo apriporta simile a quello che esiste per i gatti.
Tu hai un telecomando e fai la programmazione.
Pulsante uno entra solo il gatto.
Pulsante due entra il gatto e i suoi amici.
Pulsante tre: non entra nessuno.
C’è chi poi non riesce a dimenticare il paese di W. e lo preferisce mille volte a Londra. Da domenica Tom, grande amico di Fran, si è stabilito da noi e ci starà tutta la settimana.
Il paese di W. meglio di una città? E soprattutto meglio di Londra? Non ci posso credere.
Ma Tom ce lo spiega, veramente ce lo spiega tutte le volte che torna perché preferisce stare qui. Quello che conta per essere felici sono le persone con cui stai, non il luogo o le mille cose da fare. (sì, è un’affermazione ovvia, però anche terribile quando chi lo fa la dice perchè l’ha sperimentata su di sé).
E poi Tom, nella sua Londra, è afflitto dal bullismo. Anche se dopo due anni di vita lì si è ritagliato una nicchia e non viene importunato più.
Così ieri sera a cena, a duecento all’ora: Il bullismo fa parte della vita, vorresti che non ci fosse, combatti per annientarlo, e quando sei convinto che ce l’hai fatta, che non ti massacreranno più, ti accorgi che hanno solo cambiato bersaglio perchè c’è il nuovo arrivato da tormentare, o quello che ha confessato una cosa che non doveva confessare, o uno che non ha rispettato le regole per essere dentro. O fuori. Dipende da come consideri la faccenda.

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Rania     11-10-2007  

Rania ride della nostra sorpresa quando ci elenca tutte le cose che non può fare.
E c’è sempre qualcuna che le domanda: ma non ti pesa?
No, affatto, risponde lei.
E secondo me questa è la domanda con cui si diverte più.
Rania è di Riyadh, ha ventitre anni, un corpo da fotomodella, un po’ troppo magro magari, è molto curiosa e allegra anche, non le manca nulla insomma. E però se ne sta chiusa sotto i suoi veli che le coprono i jeans, i capelli, il collo, che la nascondono.
Stamattina ha sollevato molto scalpore il fatto che durante una festa non possa bere alcolici.
Nemmeno un bicchiere di vino bianco? Ha chiesto a un certo punto una.
Ma certo che no! ha risposto lei.
A me quello che ha scioccato veramente – che lo sapevo che c’erano queste proibizioni, ma poi quando le vedi ti fanno un altro effetto – è stato che ha dovuto prendere un taxi per raggiungere il posto dove ci siamo incontrate che era a due o trecento metri da casa sua. Perché non può guidare la macchina e nemmeno la bicicletta, non può prendere neanche l’autobus da sola.
Qualche giorno fa ho preso il tram, però. Ero con le mie amiche ma sono dovuta scappare: il guidatore del tram m’importunava.
Non ci posso credere, ha risposto l’olandese del gruppo.
Penso che fosse ubriaco, ha precisato lei.
Ubriaco? Pazzesco! Dovevi chiamare la polizia! Immediatamente.
Invece sono scappata e il tram non lo prendo più.

Io stavo per dirle che in un ospedale di Amsterdam è disponibile una pillola, da prendere la prima notte di nozze, che sostituisce l’operazione per la ricostruzione della verginità e che la richiesta da parte delle ragazze turche e marocchine è stata notevole, ma poi non le ho detto nulla.

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The importance of being Earnest     19-09-2007  

Quando mi accorsi che la storia non si studiava come nella scuola italiana, mi attrezzai con manuali e manualetti e il proposito ingenuo di insegnarla io ai ragazzi. Per un paio d’anni mi seguirono, poi si stancarono e mi stancai anch’io. Non sapranno bene la storia però fanno altro, mi dissi. Come per esempio il teatro. Certo una materia in più non compensa il parziale studio di un’ altra, sono importanti entrambe, ma rammaricarsi per ogni cosa che non è esattamente come vorresti è un po’ da scemi o meglio da infelici.
A quanto pare sul piano pratico funziona in modo diverso.

Così Fran ( dopo avermi raccontato come è uscito brillantemente da una vicenda spiacevole in cui si è trovato coinvolto per caso): l’espressione degli occhi è fondamentale, ma anche i gesti che fai con le mani che non devono essere in contrasto con il tuo sguardo. E il tono della voce. E le parole. Gli devi rubare il cuore. (S’interrompe. Intreccia le dita delle mani e fissa un punto del soffitto): grazie, Mister C. per avermi insegnato a recitare! Grazie, grazie e grazie!
Ho sorriso, contenta che ce l’avesse fatta, poi il sorriso si è contratto in una smorfia. Forse era meglio che conoscesse le guerre d’indipendenza che la parte di Algernon, o cosa accadde durante la guerra di Crimea che le parole di Estragone.
Ma ormai è andata. Chi può dire se sia meglio o peggio.
Forse solo Godot. Bisognerebbe chiedere a lui.

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L’anno inizia con la gara di V.     03-09-2007  

Il viottolo in pietra che ci porta alla partenza, Lo che gli parli e non capisce un accidente, le scarpe da corsa che non si trovano e mette quelle strette, l’importante è partecipare e poi hai fatto solo tre allenamenti, quelli delle dieci miglia, dei cinque e dieci chilometri in prima fila che controllano i cronometri come un castello di carte che cade, prima uno poi un altro fino allo sparo della pistola, l’importante è partecipare, però corri! la banda che prima mi irritava e che invece adesso mi piace, mi piace perché sono cambiata o perché mi è diventata familiare? quelli che sono gambe che corrono, quelli che non ce la fanno ma corrono, quelli con l’ipod, il cane, quelli che potrebbero correre velocissimi ma che partecipano con i figli e li incoraggiano, la faccia del primo e del secondo, il viso della prima donna che taglia il traguardo, gli applausi, le ragazze che distribuiscono da bere, gli sponsor che hanno pagato le medaglie, il camion dell’intrattenimento, le coppe, i mazzi di girasoli, i cappelli e il tipo che spara il colpo della partenza, il fotografo che fotografa ed è un mistero, davvero, come riesca a prenderli tutti, quelli che alla partenza lanciano un bacio alla fidanzata, l’attesa che finiscano il giro, l’impazienza che lui finisca il giro,e poi lo vedo che sbuca dalla curva, serio e concentrato, solo uno sguardo alla mia incitazione, i capelli che li dovrebbe tagliare o almeno bloccarli in qualche modo, il trucco sta che quando non ce la fai più allora devi aumentare il ritmo, ma ti devi lasciare l’energia per l’accelerazione finale, e…come sono andato?
L’anno inizia con la gara di V. Oggi anche la scuola olandese riapre e tra un paio di giorni quella internazionale. E da stamattina i ciclisti ai round about hanno sempre la precedenza.

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Dopo aver ospitato ragazze alla pari a Roma e ragazzi per competizioni sportive qui posso dire di aver acquisito una certa esperienza per capire come stanno dentro.
Bisogna osservarli mangiare.
Se al primo boccone si concentrano sul sapore sconosciuto, se dicono al vicino: se non lo finisci tu, ci penso io, se non nascondono decine di merendine nella borsa che divorano da soli nel cesso o nella loro stanza, allora lo so: sono felici o quasi.
Che poi è un buon segno quando c’è il quasi. Se un adolescente non lo usasse, avrei qualche dubbio su quanto afferma.
Da un po’ di giorni ne ospito due che sono qui per un torneo di tennis.
Uno è di Chicago, l’altro dell’Alabama, ma abitano a Zurigo ed entrambi hanno alle spalle un lungo curriculum da expat.
Il ragazzo di Chicago, all’inizio, mi ha spiazzato. La prima volta che sono andata a prenderli dopo le gare, è salito in macchina e mi fa: mi dispiace, mi dispiace davvero. Colpa mia, avrei dovuto chiamarti, ma mi ero dimenticato di portare il tuo numero.
Eh?
Per dirti che l’autobus ritardava venti minuti.
Eh?
E dopo un po’ :com’è andata la tua giornata? E la mia risposta è stata identica alle precedenti, poi mi sono abituata però.
Al ragazzo dell’Alabama piace cucinare. E alle sei e mezza della mattina (!) lui e Fran inzaccherano fornelli e cuociono pancakes, gli fanno fare il salto, a volte anche doppio, e si complimentano a vicenda.
Ieri sera il tipo di Chicago mi ha detto: sono ospite in una famiglia a Zurigo, i mie sono tornati in America a Natale, io sono rimasto per finire l’anno scolastico ma tra un mese torno anch’io. Però non ho mai vissuto lì, ci sono nato e subito sono partito. Ma non mi preoccupa, in effetti potrei vivere quasi ovunque senza preoccuparmi prima. L’importante è stare tranquilli qui.
E stava per toccarsi con l’indice la testa, ma si è accorto che era sporco di nutella, è rimasto un attimo incerto, lottando tra le buone maniere e il metodo tradizionale, e poi ha lasciato vincere il secondo, per fortuna.
Domani partono e mi dispiace un po’.

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