Io quello che vorrei sapere è cosa facesse la gente mentre avveniva l’aggressione alla ragazza alla fermata delle metro Termini.
Assisteva senza commentare? Guardava facendo finta di non guardare? Proseguiva in fretta perché si stava facendo tardi? Pensava: la solita lite tra tossiche? La solita lite tra donne? La solita lite? Oppure tutto è avvenuto in modo talmente rapido e imprevisto da non poterlo arginare?
Perché non ho trovato in rete un articolo che rispondesse a una di queste domande? Forse me lo sono perduto?
Da che mi ricordo io quando ci sono diverbi tra donne almeno un uomo che interviene per pacificare c’è sempre. E ho molto più esperienza dei trasporti pubblici adesso rispetto a quando ci vivevo a Roma, ché avevo la macchina allora.
Poi mi viene in mente un episodio a cui ho assistito alla stazione di Leiden un paio di mesi fa.
Ritornavo da Amsterdam, ero sola, aspettavo l’ultimo autobus che parte a mezzanotte meno dieci. Ero tranquilla, non ho mai avuto paura in Olanda di notte, ma non ne ho mai avuta neanche a Roma.
Comunque sono lì, che aspetto, cade una pioggia leggera, una delle ultime che a oggi sono 45 giorni che non piove, noto che ad aspettare sono tutte donne, adolescenti, di mezza età e anche qualche anziana.
Di fronte a me c’è un autobus che sta per partire e l’autista è una donna. Accende il motore, poi lo spegne, a bordo stanno facendo a botte. I due scendono, continuano a darsele sul marciapiede, sul marciapiede ci sono dei pali rossi che sostengono delle lavagne luminose con il numero dell’autobus e l’orario di partenza. Uno sbatte la testa dell’altro contro uno di questi pali. I due sono sui quindici, sedici anni. Scendono anche le ragazze che erano con loro, formano un semicerchio e li guardano senza dire una parola. Anche le altre presenti guardano, continuano a chiacchierare, a fumare, ad ascoltare l’ipod, a fare quello che facevano, e l’autista si mette a sfogliare una rivista, io mi spavento tantissimo, tiro fuori il cellulare per chiamare il 112, una tipa arriva di corsa, bussa al vetro dell’autobus, le dice: signora bisogna chiamare la polizia.
Lei fa un segno con cui intende: già fatto.
La rissa finisce, i due s’asciugano il sangue che gli esce dal naso, risalgono sull’autobus con le loro amiche. L’autobus se ne va. Passano ancora quindici minuti prima che parta il mio, la polizia non arriva, tutte continuano a fare quello che stavano facendo, la tipa che ha bussato al vetro è scossa e parla in modo concitato di quello che è accaduto a un’amica che approva con la testa e un leggero sorriso sulle labbra.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 0 commento(i) ]
C’è sempre una storia di mezzo     03-05-2007  

Ho conosciuto un ragazzo a un ristorante italiano ieri. Pensavo che fosse romano e invece era calabrese, però aveva studiato a Roma e lì aveva assorbito l’accento e un sacco di parole.
Adesso si sta specializzando in arte all’università di Leiden e la sera fa il cameriere. Ci ha detto che come la insegnano qui non la insegnano da nessuna parte. E ci ha detto anche che è stato fortunato perché nel ristorante c’è il menù fisso, il lavoro è più tranquillo, e a mezzanotte se ne torna a casa.
Ah, ho commentato io quando si è allontanato, avere un figlio che studia e lavora: che soddisfazione che si deve provare.
Fran mi ha lanciato un’occhiataccia.
Emme ha detto che non bisogna sottovalutare i nostri ragazzi e che gli pareva di vederli, d’estate, che terminati i corsi, erano sotto gli alberi a raccogliere mele, ma l’ha detto tanto per stuzzicarli, e gli veniva da ridere. Fran ha continuato a leggere messaggi sul cellulare, Lo ha risposto: a me neanche piacciono le mele.
Ogni volta che il ragazzo tornava ci raccontava un po’ di cose.
Lo parli l’olandese, gli ho chiesto.
No, ha risposto lui, mi piacerebbe però.
Dopo sei anni noi sappiamo una manciata di parole, tanto se lo impari fai uno sforzo inutile perché se non lo pronunci in modo perfetto ti rispondono in inglese, poi dove abitiamo non ci sono olandesi.
E loro quindi non vanno alla scuola olandese?
No, vanno a un’americana.
Ah, ha detto lui, un po’ pensoso. Se lo ricorderanno. E dal tono che usava si capiva che intendeva che l’avrebbero ricordato bene.
Io però lo voglio imparare l’olandese, ha continuato. Ma il corso è costoso e non me lo posso permettere.
So che ci sono tantissimi corsi per emigranti, possibile che abbiano i prezzi così alti? Ha domandato Emme.
Io ne devo seguire uno per studenti e dovrei pagare una somma di circa ottocento euro.
Ha sollevato le mani un po’ scoraggiato.
Ma devo trovare un modo. Devo restare qui ancora due anni ma può darsi che resti più a lungo.
Ha fatto una pausa. Ha messo su lo sguardo dell’amore. Si è girato con i piatti in equilibrio sulle braccia e in mano.
O per sempre.
Ha aggiunto quando era un po’ lontano.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 10 commento(i) ]

In un liceo romano un po’ di tempo fa
Ragazzi: quest’anno leggerete il vostro primo libro in inglese. E’ una commedia, di Oscar Wilde.
Conoscete tutti Wilde…
Una triste battuta spegneva la frase entusiasta del povero professore.
Petrini: Fuori!

In una caffetteria di una scuola a sette chilometri dall’Aja, verso l’ora di pranzo qualche giorno fa.
Fran: che ci fai qui?
Io: sono venuta per i colloqui con gli insegnanti di Lo.
Fran: hai due euro per caso?
Io: (porgendogli un pezzo da dieci): aspetto il resto, ok?
Una tipa (di passaggio,guardando Fran per qualche secondo): ehi ma eri tu al teatro di XXX dell’Aja ieri? Eri Algernon, giusto?
Fran: sì, ero io.
Tipa: Complimenti! Veramente! Un’interpretazione magnifica.
Fran (sorridendo, un po’ imbarazzato): grazie.
Tipa: devi essere fiero del tuo lavoro!
Fran: ok
La tipa se ne va.
Io: ehi si è complimentata con te! Devi essere stato bravo.
Fran: mah. Ho una parte lunga forse per quello.

Stamattina verso le 10.30 al teatro della scuola, dove i ragazzi si trovavano dalle sette per prepararsi, alla fine della commedia
Io: bravissimo! Davvero.
Fran: grazie!
Io: Ho visto che il prof. è venuto a stringerti la mano…
Fran: la stringe a tutti.
Io: sì, ma quando l’ha stretta a te gli brillavano gli occhi! Si capiva che era contento.
Fran: dici? Forse. E’ venuto anche il suo fidanzato a guardare la rappresentazione. Per caso hai due euro? Ho una sete…

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 2 commento(i) ]
Aspettando la prossima     20-04-2007  

Periodicamente aggiungo un tassello al mondo. Oggi ho aggiunto Abu Dhabi.
Stamattina c’è stato il primo trasloco, qui, a CameliaHof, in realtà è già da un po’ che sono iniziati i moving a W.
E’ una vicina lontana che se ne va, e con cui ho parlato poco fa per la prima volta ché mi ha chiesto di spostare la macchina per far passare i camion.
Ha tenuto un piccolo discorso, a noi vicini che abbiamo spostato le auto, su come sarà la sua vita lì. Sport, sole, cibi speciali preparati da una cuoca-domestica e un autista che la porterà in giro e che si occuperà anche del suo giardino.
Era bella carica per questo trasferimento nel paese dorato. Ed è un errore essere troppo carico. Perché poi quando arriva la disillusione, e arriva sempre perché le compagnie mica sono sceme e se ti danno di più e perché ci sarà qualcosa per cui sarai molto giù, è più dura.
Il fatto di avere un autista a disposizione può sembrarti una gran cosa in principio. A me, che detesto guidare, parrebbe una gran cosa.
Se poi capita però, come è accaduto a una persona che conosco, che questo autista si trasforma in uno 007 che segna su un taccuino quando tempo trascorri al telefono o che vai a fare la spesa in un determinato posto piuttosto che in un altro meno costoso e fa un rapporto giornaliero al marito, ecco questo può essere fastidioso. E se poi questo marito si fa una risata e dice: non m’importa di sapere questi dettagli, ma lui, l’autista,imperterrito, seguita ad annotarli perché da bambino voleva fare l’agente segreto, aveva la faccia e il portamento da agente segreto, glielo dicevano tutti , e invece per una beffa del destino è stato assunto un altro, uno con la faccia e il portamento da autista perché, dicevano, si camuffava di più. E allora questo autista qui, che è un tipo positivo, dice: bene, io spio lo stesso, spio nel mio piccolo, mi tengo in allenamento, non si sa mai quello che accadrà domani. Magari arriva uno del Governo e mi chiede: chi ha parlato alle dodici e cinquanta con l’uomo che vende cappellini di paglia? E io lo so. E’ stata lei, la donna del Paese Avanzato, quando pensava di avermi seminato tra le bancarelle.
Così il paese dorato diventa una gabbia dorata e si aspetta, sforzandosi di non pensarci troppo, la destinazione successiva.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 2 commento(i) ]
Le tre disgrazie     17-04-2007  

Avevo una testa enorme da bambino, tant’è che mia madre mi portò da ben tre specialisti diversi che la fotografarono e misurarono millimetro per millimetro.
Poi a un certo punto si fermò.
La testa, e anche la preoccupazione materna.
Cambiai scuola e nessuno mi chiamò più testa gonfia.
Adesso mi devi fissare attentamente per notare che è più grande della media, inoltre lo sguardo della gente s’appunta, di solito, sulle stampelle che uso. Al mio passaggio registro: senso di colpa, pena o curiosità. Poca indifferenza e poco disgusto. Siamo migliori di quello che ci vogliono far credere. Siamo la televisione, i giornali, ma non solo.
Quelli che mi guardano con curiosità m’incuriosiscono. Di solito sono bambini, ma quando non sono bambini, ecco, ti dico quello che mi succede: vorrei fermarmi a fare quattro chiacchiere con loro, solo chiacchiere, eh, non per domandargli la ragione della loro curiosità ché tanto non l’ ammetterebbero. O non saprebbero cosa rispondere perché non se ne sono accorti: guardavano la mia gamba più corta di cinque centimetri e gli è venuto in mente un pensiero, per esempio di essere al mio posto, al posto di uno storpio. Fa più impressione storpio o zoppo? Storpio. Non te la possono confessare l’immaginazione che stanno facendo perché non ti conoscono, dovresti frequentarli per qualche mese, diventarci amico, e dopo che è passato un anno, una sera gli puoi chiedere: ma tu quella volta che ci siamo conosciuti e fissavi le stampelle, la gamba, tu cosa pensavi? E allora te lo dicono. A volte invece no. Ti rispondono: nulla. Oppure: me lo sono dimenticato, e invece lo ricordano benissimo. Ma si capisce la ragione di questa menzogna. Certe immaginazioni sono private, talmente private che non le riveli nemmeno alla fidanzata o al tuo migliore amico. Non mi riferisco alle immaginazioni illecite, ma a quelle un po’ surreali, costruite su un pregiudizio a cui si è sempre dichiarato di non credere e su cui invece c’innalzi una storia sopra: sono gli scherzi della mente.
Quanto alla mia sessualità. Che io mi ricordi non c’è stato un momento che l’ho scoperto. Però ricordo il momento che lo dissi a mio madre. S’infilò le mani tra i capelli e chiese: sarà colpa mia? Poi: via! Di corsa dal medico. Aveva la mania dei dottori mia madre. Il medico, uno psicologo per la precisione, le disse dopo un mese di sedute: signora sua figlio non ha bisogno di terapia, la consiglio a lei piuttosto. Così ci andò per un po’ fino a che non s’annoiò delle chiacchiere. Mi disse: in fondo che c’è da capire? Aveva un carattere gioviale, mia madre, che ritagliava i drammi e li riduceva piccoli, piccoli. E affrontabili.
Andrà a finire che passerai alla storia per un grande quadro che intitolerai: Le Tre Disgrazie. Ma la sua profezia, un po’ scherzosa e un po’ preoccupata, non si è avverata, come puoi vedere.
Non c’è tragedia, disperazione o malinconia nelle mie tele. Mi chiamano il pittore della freddezza. E fanno delle analisi pazzesche su questa, un appiglio da lì, uno spigolo da là e arrivano in vetta. In vetta scoprono il dolore che nascondo. Le tre disgrazie. Ognuno vede quello che vuole. L’arte è libertà. Io però ti dico che sono tranquillo, che sto bene, e a volte mi secco un po’ di questa ricerca, mi sembra un’ossessione, anche se significa che le mie opere interessano, vendono e mi permettono di mantenermi senza sbattermi con l’insegnamento come fanno la maggior parte dei miei colleghi. Però, ecco, ti dico che a volte mi viene voglia di dipingerle queste Tre Disgrazie. E vado davanti alla tela con questa intenzione, ma finisco sempre per dipingere una mano, una gallina, una sveglia, robe insomma che con le Tre non c’entrano nulla.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 7 commento(i) ]
Non sogno mai, ma quando sogno     05-04-2007  

Sogno Noir. E ne sono contenta, sono d’altro tipo i sogni che m’inquietano.

I cadaveri erano due.
Due uomini tra i cinquanta e i sessanta, che avevo ucciso da poco, ma quale metodo avessi utilizzato per farli secchi non lo ricordo con certezza, doveva essere stato con una pistola o con un coltello, mi viene da pensare più a un coltello però, a quel coltello con la lama di quindici centimetri che adopro per tagliare quei tocchi di carne che ogni tanto compro al super.
La casa era grande, su un unico piano, vuota, con il bagno arredato, le pareti profonde, da castello più che da casa, ancora da imbiancare, in alcuni punti erano anche sgretolate.
I cadaveri li avevo ficcati nei muri. C’era un’intercapedine spaziosa e li avevo messi lì, in piedi. E poi con la calce e una spatola avevo ricostruito la parete e riappoggiato i mattoni.
Mi sentivo soddisfatta del mio lavoro, e mi ero messa a pulire con il cif il lavandino del bagno, l’odore del cif mi nauseava un po’. Mentre asciugavo la ceramica, e questa è una stranezza da sogno perché non asciugherei mai la ceramica del lavandino, mi facevo le domande.
Ti senti in colpa? No.
Come li hai ammazzati? Non me lo ricordo.
Perché li hai uccisi? Che m’importa?
Quando ho finito d’asciugare mi sono guardata allo specchio, ma avevo spento la luce e non mi sono vista.
Il campanello ha suonato. Sapevo che avrebbe suonato e sapevo anche chi era.
E’ stato in quel momento che ho avuto paura. Non proprio paura, è stato piuttosto uni brivido che si è consumato tra la pancia e lo stomaco. Allora sono andata davanti a uno dei muri, da un buco tra i mattoni era colato un po’ di sangue sul pavimento di cemento, ho pulito la macchia con lo straccio con cui avevo asciugato il lavandino, me lo sono ficcato in tasca, e sono andata ad aprire la porta.
Camminavo con la leggerezza di un’ombra.
Sulla soglia c’era un tipo sui sessanta, in un completo color carta da zucchero da disoccupato d’altri tempi, la barba un po’ lunga, i capelli un po’ unti, che mi ha mostrato un tesserino con una sua foto scattata in momenti migliori. L’ho fatto entrare, gli ho sorriso, lui ha risposto al mio sorriso e si è passato una mano tra i capelli.
E’ stato a quel punto che ha suonato la sveglia.
Accidenti alla sveglia! Ho detto qualche parolaccia. Ho continuato a innervosirmi, alla fine ho sollevato un braccio, ma non trovavo il bottone. Allora ho aperto gli occhi, le mani erano sotto il cuscino e la sveglia non suonava perché non erano ancora le sei.
I merli già cantavano però.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 7 commento(i) ]
Così Fran al ritorno dalla gara di matematica
Gli housers erano inglesi ma simpatici e ci hanno preparato una cena discreta: patate e carne al forno. Nel soggiorno c’erano parecchie foto di lui con bambini diversi, e allora ho chiesto al figlio: chi sono questi? I miei fratellastri, mi ha risposto. Quattro figli con quattro donne diverse, un bel primato. Bonn è una città triste, sembra un dormitorio, con i palazzi grigi, il cielo grigio, anche le facce della gente che gira è grigia, anche gli alberi pare che hanno questo colore, è cento volte peggio dell’Aja insomma. Ma a Colonia, a Colonia c’è una cattedrale magnifica. La vedi da lontano è già ti impressiona, poi dopo essere stato a Bonn non te la aspetti una cosa così.
Più della metà dei partecipanti aveva gli occhi a mandorla. La matematica è la loro materia, si sa. E naturalmente si sono presi i posti migliori della classifica.
Prima abbiamo fatto la gara individuale, 160 problemi. Io ne ho risolti 66, Andrea 64 e Anja 63. Quello che è arrivato primo ne ha risolti 152. Poi c’è stata la prova a squadre per scuole, io mi sono preso i quesiti di geometria, Andrea quelli di logica e Anja quelli di matematica e anche lì ci siamo piazzati al centro della classifica, poi hanno fatto un sorteggio e hanno formato delle squadre casuali. Io sono capitato con una olandese, con gli occhi appallottolati dal sonno, - perché gli housers la sera ti portano in giro, a noi per esempio dopo aver dato quell’occhiata a Bonn che se non gliela davamo non cambiava nulla, ci hanno portato a casa d’amici a giocare a ping pong, - e con un indiano che vive a Dubai, uno piccolo e secco di quattordici anni, che avevo visto giocare a pallacanestro, ed era piuttosto bravo. Ecco qua, mi sono detto, quando mi sono ritrovato con questi due, stavolta mi piazzo ultimo. E invece. Invece cominciamo a leggere il primo quesito. La ragazza olandese dice: io non ci ho capito un accidente, il tipo indiano scrive subito il risultato, un momento dico io, verifichiamo un attimo, non c’è nulla da verificare risponde lui, io non sbaglio mai, me l’ha detto serissimo, guardandomi negli occhi, e io gli ho creduto, comunque ti scrivo l’equazione, ha aggiunto. Così siamo andati avanti,la ragazza leggeva il problema, non aveva ancora finito di leggere la domanda e lui già aveva scritto la soluzione, se non lo avessi visto giocare a pallacanestro, avrei pensato che non era un umano quel tipo lì. Perchè il mondo per lui è un’equazione. Poi però si è bloccato su uno, accidenti com’è possibile, diceva, ho perso la concentrazione e non la riesco a trovare questa equazione! Allora l’ho risolto io, ma con la logica. Siamo andati a consegnare il foglio e c’era un silenzio assoluto, tutta quella gente e tutto quel silenzio, avevamo consumato la metà del tempo a disposizione, e siamo arrivati primi su oltre cento squadre, grazie al tipo di Dubai, che poi ho scoperto che s’è piazzato primo anche nella gara individuale e in quella a squadre della scuola. Chi lo avrebbe detto che quel tipo lì avesse una mente del genere. Tu dici X e lui ha già pronta l’equazione, una cosa incredibile, davvero.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 11 commento(i) ]
Incontri…     09-02-2007  
Incontri
Sono in macchina, in atteggiamento non comunicativo, e una tipa che conosco, che mi è stata simpatica al primo sguardo, mi si avvicina.
Apro lo sportello.
Mi fa una domanda, chiacchieriamo un po’,  ma c’interrompiamo quando un tipo posa uno scheletro davanti alla mia auto.
Dopo qualche minuto, siccome la pavimentazione della strada è irregolare, lo scheletro s’inclina e con il femore (credo sia quello l’osso sotto il bacino) sfiora il cofano della mia auto. Il tipo tira giù i sedili posteriori della sua macchina, distende una coperta, si gira, prende lo scheletro, balbetta un sorry, lo adagia sul giaciglio che gli ha preparato e se ne va.
Due ore dopo sono di nuovo nello stesso luogo, sempre in macchina e sempre in atteggiamento non comunicativo e una tipa che conosco, che mi è stata antipatica al primo sguardo, mi si avvicina.
Abbasso il finestrino.
Ti avevo scambiato per un’altra, mi dice. Che ha la macchina come la tua e dello stesso colore.
Io non so cosa risponderle, poi mi ricordo dell’incontro precedente e dico: ho visto uno scheletro poco fa, misurava quasi due metri e l’hanno disteso dentro un portabagagli.
Mi fissa perplessa.
Questa mi sta prendendo in giro, pensa. Oppure questa è scema, l’Olanda le ha mischiato il cervello.
L’ho pure fotografato, eccolo qui.
La foto è buia, mi dice.
Però lo scheletro si vede bene, rispondo.
Si è fatto tardi! Mi dice.
Accidenti è vero, dico io.
Poi se ne va scuotendo la testa, e io rido e rido.
Ancora rido se ci penso.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 12 commento(i) ]
Poi capita che un giorno ti rivedi
Ieri pomeriggio quattro ragazzi e quattro ragazze percorrevano il viale che porta alla fermata dell’autobus.
Erano appena terminate le lezioni, ma erano senza zaini.
Tutti indossavano jeans, giubbotti slacciati su magliette a maniche corte e scarpe da ginnastica leggere. Ridevano, sorridevano, parlavano ad alta voce e una ragazza saltellava da uno all’altro. Dopo l’autobus avrebbero preso il treno, sarebbero scesi ad Amsterdam, avrebbero camminato per un pezzo fino all’Heineken Music Hall dove alle nove avrebbero suonato gli Snow Patrol.
Gli otto ragazzi erano di tre continenti diversi e molto simili a milioni di altri coetanei di altri spazi e di altri tempi.
Allora ho pensato che quell’uniformità, sempre criticata, mi piaceva.
Mi piaceva perché in quel gruppo c’ero  stata anch’io.
Poi uno di loro mi si è avvicinato, indossava un mio giubbotto di molto tempo fa,  quello che mi è sempre stato troppo grande.
Non metterti in prima fila, capito? Gli ho detto.
Stai tranquilla, m’ha risposto.
Naturalmente sapevo che era una raccomandazione inutile e avrei voluto non farla, ma un’altra me aveva preso il sopravvento e mi sono dovuta arrendere.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 6 commento(i) ]
Un fatto che non riesco a dimenticare.
Dopo
Allora gli hai menato? Chiede un tipo che ha come segni particolari avambracci grossi come zampe d’elefante con un pelame fitto e pettinato.
Macché! Risponde uno basso, compatto, capello biondo ossigenato ravviato indietro in una simulazione perfetta di una criniera leonina, strizzato in un completo jeans che svela dettagli di un corpo non certo appetibile.
Macché! Non reagiva. Stava lì come un deficiente a ripetere che lui non ha detto nulla, che l’avevano seguito. Gli ho dato qualche pizza, ma così, senza soddisfazione.
Prima
Tra il marciapiede e la strada davanti alle bancarelle d’abbigliamento, un gruppo di uomini che lavorano lì, probabilmente i padroni, si sistemano a cerchio. Al centro del cerchio c’è uno sui trenta che non ha l’aspetto di un ragazzo sui trenta,  ma che sembra invece un uomo sui trenta di quaranta anni fa. Indossa un giubbotto di renna slacciato su una polo gialla che mostra la curva della pancia, i capelli neri pettinati con una riga a destra, le guance paffute e rasate, un borsello a tracolla sulla spalla sinistra.
Davanti a lui il tipo compatto delle righe precedenti.
L’uomo compatto strilla, l’uomo di quaranta anni fa risponde a bassa voce, sembra tranquillo.
Pur trovandomi a una decina di metri da loro non mi arriva una parola di quello che si dicono. Il tipo compatto mi dà le spalle, il tipo di quaranta anni fa è rivolto verso di me.
Il tipo compatto alza ancora la voce, urla talmente forte che dovrei sentirlo per forza, ma il brusio delle persone che ho intorno, delle auto che cercano di passare per la strada bloccata dai furgoni parcheggiati in seconda fila coprono le parole e sento solo la sua rabbia.
Poi il tipo compatto colpisce al viso l’uomo di quaranta anni fa. Sei, otto sberle forse anche dieci. Ne dà un paio e fa una pausa, gli urla contro e paf, paf, prosegue.
Le guance del tipo diventano rosse e poi rosso scuro.
Non indietreggia, non si ripara con le braccia, non accenna a nessun tipo di difesa. Rimane lì fermo sotto gli occhi di tutti e durante la pausa parla, sempre a bassa voce.
Io
Aspetto i figli che si misurano dei jeans dietro a un telo attaccato a un bastone.
E faccio di no con la testa al venditore che vuole trovare qualcosa anche a me.
Il venditore assomiglia a un personaggio di un fumetto che leggevo da bambina. Un pirata francese che navigava con un vascello sui mari in tempesta. Quando i mari si calmavano andava all’arrembaggio, infine approdava a un porto e s’innamorava perdutamente di una donna per poi ripartire malinconico.
Però questo qui ha parecchi chili in più che in fase d’arrembaggio gli sarebbero d’ostacolo e due occhi blu, mentre il tipo del fumetto li aveva scuri.
Al quinto giubbotto che slaccia per mostrarmi l’imbottitura gli chiedo: perché quel tipo non reagisce?
Scuote la testa. Modifica il tono. Da uno convincente passa a uno misterioso. Mi si avvicina.
Perché… Quello con il giubbotto di renna è un ladro. Ruba nelle macchine parcheggiate qui intorno e i portafogli alla gente. Qualche giorno fa ha nascosto della roba dietro la bancarella di quel tipo. Pochi minuti dopo sono arrivati dieci carabinieri di corsa, hanno recuperato la roba e hanno arrestato quello biondo, che non c’entrava nulla. Ora lui lo punisce. Già noi gli avevamo detto che non si doveva far più vedere da queste parti, invece è tornato.
Perché non si difende?
Il pirata solleva le spalle. E’ un ladro scemo, risponde. Mi sa proprio che un giubbotto non lo vuoi, eh?
Io non capisco. Non capisco come non abbia l’istinto di tirarsi indietro. Di parare lo schiaffo.
Non c’è niente da capire, dice. Ha torto, punto.
Pensierino che non porta da nessuna parte
Quel tipo s’è alzato dal letto, si è fatto la barba e forse una doccia, si è infilato una polo gialla stirata, un paio di pantaloni, ha pensato è ottobre, e ha indossato il giubbotto di renna anche se la temperatura era estiva, ha bevuto un caffè a casa o al bar e si è diretto dove va tutte le mattine, malgrado l’avvertimento di non comparire più. Con il tipo compatto probabilmente di nuovo lì alla bancarella. Quando l’ha avuto davanti invece di fuggire o di bucare il cerchio quando era circondato, è rimasto immobile a prendersi le sberle con la faccia di uno che aspetta che gli incartino il pane.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 7 commento(i) ]