Ieri ero a cena con degli amici e a un certo punto uno di loro – uno che quando l’ho incontrato la prima volta si è è presentato così : “io sono come il tuo blog nel senso che non si sa dove finisce la realtà e comincia la finzione”, e non si capiva mentre pronunciava questa frase se scherzasse o meno – ha interrotto la conversazione e ha detto: scusate, adesso devo portare avanti un esperimento che sto facendo con le cameriere. Ha chiamato la ragazza che ci aveva appena servito il caffè e le ha domandato un posacenere. Mentre lo chiedeva non la guardava direttamente negli occhi, ma un po’ di lato. La cameriera l’ha fissato per qualche secondo come se non fosse certa di aver compreso la domanda e poi ha attaccato a rispondere. E’ partita da lontano, dalla data di quando in Olanda è entrata in vigore la legge sul fumo. Mentre parlava, sembrava che recitasse una filastrocca, il tipo che aveva fatto la domanda ascoltava serio e assentendo un poco e quando la ragazza ha concluso il suo discorso in cui non ha mai detto: non ti porterò il posacenere, lui ha risposto, cortesissimo: va bene, grazie lo stesso. Lei se ne è andata via un po’ perplessa, come volesse dire: c’è qualcosa di strano in ciò.
Dopo io ho chiesto al tipo: perché questa domanda? Perché? Perché? Ma lui è stato molto vago, e alla fine ha tagliato così: si tratta di un esperimento sociale. Poi qualcuno ha ripreso a parlare. E io non faccio che ripensare alla scena, che non voglio dimenticare, perché prima o poi vorrei riportarla da qualche parte.
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I lavatori di vetri sono arrivati a CameliaHof alle nove su un camioncino bianco.Sono due, uno sui venticinque e uno sui sessanta che forse se li porta male e potrebbe averne anche una decina di meno: ha la faccia magra, una cicatrice sulla guancia, gli zigomi che sporgono, la pelle abbronzata, i capelli tinti di giallo uovo che gli sfiorano le spalle e gocciolano, occhi chiari che tiene strizzati.
Dategli un cappello a due punte, una maglia a righe, infilategli un coltello alla cintura dei pantaloni , tatuaggio e orecchino già li ha, e potrebbe stare a lavare i vetri della cabina di un capitano e invece è qui, nel dorato paese di W., a insaponare le finestre basse delle case con i tetti di paglia, di legno, d’ardesia.
Il ragazzo ha la faccia rotonda, un naso carnoso, i capelli cortississimi e castani, l’aspetto di qualcuno che potrebbe essere ovunque, adesso è sui tetti, piove a dirotto e lui striscia con i piedi sulle grondaie, le mani agganciate alle assi, l’attrezzo del lavavetri infilato nella tasca dei jeans, pulisce i vetri delle stanze alte, senza una corda che lo tiene.
Ti manca il respiro a vederlo svolgere il suo lavoro.
Più tardi passerà il capo, a riscuotere.
Il capo è turco, arriva con la sua macchina, ha un quaderno a quadretti su cui sono indicate le abitazioni e gli importi che ciascuno deve pagare. Ha una faccia da furbastro, che a Roma ha una definizione ben precisa e tratta i due, il vecchio pirata e il ragazzo che potrebbe essere ovunque, come degli idioti.
Per quindici vetri tra porte e finestre piccole e medie pago quindici euro. Per far lavare una macchina, dentro e fuori, l’ho scoperto stamattina, ce ne vorrebbero duecentocinquanta, ma questa la racconterò un’altra volta.
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Sembrava l’indovinello dell’attraversamento del fiume con la barca,quello dove si ha un lupo, una pecora e un cavolo da portare da una sponda all’altra. La barca certe volte diventava una canoa, mai una barca a vela perché altrimenti ci si cominciava a chiedere se il vento ci fosse o meno e ci si allontava dalla soluzione con le domande inutili.
Il vento era presente, invece, quando guardavo un uomo sui quaranta, biondo alto e massiccio, arruffato nella testa e negli abiti, e tre bambini piccoli e belli, che a ritrarli in una posizione casuale sarebbe venuta una foto artistica. E poi c’erano una macchina rossa e la mia cana che abbinate insieme fanno la ragione per cui ero lì a guardare, perché la cana s’immobilizza quando avvista auto rosse, e si irrita se sono sportive, ma quella che era parcheggiata a qualche metro da noi era lunga lunga, una di quelle che sei costretto ad avere quando hai figli in età da seggiolino. E mentre il vento faceva i vortici di foglie, e il cielo sopra di noi cambiava velocemente, quest’uomo era in notevole affanno: doveva raggiungere casa sua, spingere un cancelletto di legno, percorrere un viottolo, aprire una porta, con un paio di buste della spesa, un neonato e due bambini in grado di camminare ma che non superavano i cinque anni. Li aveva tirati fuori dalla macchina, il più pareva fosse fatto, e invece i due grandi hanno cominciato a piangere, a strillare, a non camminare. Allora ha mollato le buste, ha preso in braccio la bambina, che strillava più forte, e detto al bambino di poco più piccolo, con un’occhietto complice: andiamo, ma lui non voleva essere adulto in quel momento ed è scoppiato a piangere, e si è accovacciato sul marciapiede, molto desolato, e anche il neonato che l’uomo teneva in braccio si è innervosito. Allora l’uomo ha parlato con la bambina e poi l’ha deposta per terra con delicatezza, è ha sollevato il fratello con un sorriso incerto, il sorriso di qualcuno che pensa: mi sa che non è finita qui, e infatti per il bambino non era finita lì e ha continuato a piangere e la bambina urlava sempre più forte, e il vento ci sbatteva in faccia la sabbia, e la cana si era dimenticata della macchina rossa, e fissava i bambini, e l’uomo aveva messo su l’espressione: va tutto bene e contava i centimetri che mancavano alla porta, e le buste da tornare a prendere, e quello che avrebbe fatto appena entrato in casa, e poi il bambino si è cominciato a divincolare, e lui ha messo su la bocca di chi non ce la fa, e pareva proprio che sarebbe durata per un bel po’, e un giorno qualcuno gli avrebbe domandato: com’è con tre figli così piccoli? E lui avrebbe risposto: è dura, certe volte è talmente dura che non si può descrivere e io stavo assistendo a una di quelle volte, ma poi è successo che la cana si è sbloccata, abbiamo percorso un paio di metri e li abbiamo incrociati, padre e figli urlanti, e ho detto: silenzio. Non si fa così. E i due hanno taciuto all’istante e anche il neonato ha abbassato il tono. E io mi sono sentita un po’ Mary.
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I vestiti. Nulla di nuovo, dunque. Dai vestiti puoi dire se sono studenti della scuola internazionale, dell’olandese o dell’americana. Poi ci sono i ragazzi della british, con le loro felpe azzurre, i pantaloni neri e le scarpe da prete.
Sono olandesi dell’olandese i tre che pedalano sulla strada principale di W. Per i vestiti: stropicciati e indossati con lo scopo di coprire, ma anche per le biciclette: enormi e arrugginite.
Poi uno frena, urla qualcosa agli altri due che inchiodano con una prontezza da atleti di circo, prima c’era il movimento e all’improvviso non c’è più.
Il tipo lascia cadere la bici sul marciapiede e mi fissa.
Pare proprio che stia aspettando me. E che vuole? Nemmeno sto fumando. Gli altri due parlano e ridono e ogni tanto gettano un’occhiata all’amico e a me.
La strada è deserta, sono passate le dieci, ma c’è ancora luce. Vogliono rubarmi qualcosa?
Seeee. In tre minuti atterrerebbe un elicottero.
Stai in fila tra i carri armati che rientrano da un’esercitazione, nel paese di W., e nessuno commette furti.
Il cane annusa l’aria, nota i tre e accelera per raggiungerli.
Intanto il ragazzo continua ad aspettare .
Ma aspetta che?
Ha i capelli a gradini, immobilizzati dal gel. Un po’ europeo, un po’ asiatico: praticamente un elfo sia nel fisico che nella faccia.
Quando lo supero mi parla.
Non rispondo e faccio un altro passo.
Mi tocca con due dita un braccio (oh, ma che vuole?) e ripete la frase.
Ma che vuoi? Io non ti capisco!
Allora mi dice in inglese: posso accarezzare il cane?
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Continua lo sciopero degli autobus. Oggi è il nono giorno e andrà avanti fino a quando non saranno accettate le richieste: più ferie e più soldi. Bus e tram funzionano nelle città, per lo meno nella nostra regione, ma sono interrotti i collegamenti esterni, e questo è un grosso danno perché l’Olanda è fatta da paesi attaccati l’uno all’altro e gli spostamenti (dai dieci chilometri in su) avvengono soprattutto con i bus.
La tipa che mi aiuta per le pulizie non è più venuta e io non ho il suo numero di cellulare e lei non ha il mio e devo trovare il modo di avvisarla che la prossima settimana parto e che sarò via per due mesi.
Non ce lo siamo mai scambiato, il numero, perché sarebbe stato inutile: lei è bosniaca e parla solo il bosniaco. Abbiamo sempre comunicato a gesti e con qualche frase che io scandivo in inglese – chissà perché poi in inglese, sarei stata molto più espressiva in italiano – e a cui lei rispondeva con un’unica parola: Deze. Usava deze per tutto, mi chiamava anche così oppure batteva le nocche su un mobile.
Per un po’ mi sono chiesta cosa significasse questa parola, fino a quando ho letto un cartello al supermercato che aveva guardato decine di volte senza guardarlo veramente e sui cui era scritto: “deze kassa is gesloten”, e così ho capito. Deze significa questa e presumibilmente anche questo.
Mi piaceva più la tipa che veniva prima, anche lei era bosniaca, con un viso da contadina di una foto in bianco e nero, e non diceva deze, conosceva una cinquantina di parole in inglese, forse anche meno, ed è incredibile quanto si possa comunicare con appena cinquanta parole.
Mi aveva raccontato un poco della sua vita e un poco della vita della donna da cui lavorava come governante, del suo stesso paese, e che faceva l’interprete al tribunale dell’Aja.
Si chiamava Snezana, ma siccome non riuscivo a pronunciarlo correttamente, mi aveva detto di chiamarla Susanna, e poi questa faccenda del nome l’ho riciclata nel romanzo che stavo scrivendo. Snezana aveva tre figli, due già grandi che vivevano in Germania e una ragazza di tredici anni che era rimasta in Bosnia con la zia.
Gli preparavo un caffè con quattro cucchiaini di zucchero e dopo si fumava una sigaretta senza filtro che aveva già pronta e che teneva in una scatolina di metallo. Poi a un certo punto ha cominciato ad essere preoccupata per la tipa da cui stava che non era sicura di continuare a fare l’interprete, e di conseguenza per il suo lavoro, e anche per sua figlia che non stava bene.
Una mattina mi ha detto: tutto risolto! La signora ha avuto la riconferma dell’incarico e mi ha proposto di far venire mia figlia a vivere qui. Ed era proprio contenta e si era messa a dieta, anche, e gli preparavo il caffè con un po’ di latte al posto dello zucchero.
Un altro giorno mi ha detto: vado in Bosnia per una settimana, devo portare mia figlia dal dottore, sono contenta di lavorare per te, e mi ha stretto la mano così forte che mi sono venute le lacrime agli occhi e mi ha dato tre baci come si usa qui, e mi era sembrato esagerato come saluto, ma era un addio il suo, perché non è tornata più.
La tipa da cui viveva mi ha telefonato e mi è venuta a trovare.
E’ una donna sola, con un figlio piccolo, e il marito, olandese, non gli dà nulla per il mantenimento, ed era molto agitata perché doveva procurarsi subito qualcuno che l’aiutasse con il bambino.
E le ho raccontato quello che sapevo di lei, di Snezana. Era vero che la ragazzina stava per trasferirsi da loro, ma è rimasta sorpresa del fatto che avesse dei problemi.
Che tipo di problemi?
Non lo so con precisione, non le andava di parlarne.
Alla fine mi ha detto: Ho fatto qualche telefonata nel paese dove abitiamo in Bosnia, e mi hanno riferito che un uomo è andato a prendere Snezana alla stazione, un uomo con la macchina, e l’ha portata via, non si sa dove.
E la figlia?
La figlia? La figlia continua a vivere con la zia.
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E’ da un po’ che Fran mi parla di un’insegnante con cui fa Critica. E’ un’insegnante che non fa parte del corpo docente e li segue solo per un trimestre.
E pare che sia una con un gran cervello, una grande dialettica, un mucchio di idee, insomma: é un fenomeno.
L’altra settimana mi ha detto: mi piacerebbe invitarla a cena quando finisce il corso. Si può?
Un’insegnante a cena? E secondo te accetta?
Certo! Non puoi immaginare quant’è simpatica! Vi piacerà, vedrai.
Ora non è che sia stata tanto a immaginarmi questa persona qui.
Ma ieri sera, dopo la telefonata, mi sono resa conto che invece le avevo assegnato un corpo basandomi sul tono entusiastico di Fran nel descriverla piuttosto che sulle sue parole.
E l’avevo fatta bionda con gli occhi azzurri, alta, magra e al di sotto dei trent’anni. Era un’immaginazione di secondo piano e avevo preso in prestito il profilo della sua insegnante di chimica.
Ieri sera, poco dopo le dieci, squilla il telefono.
E’ una signora anziana e non capisco le sue parole perché ha una voce tremolante e leggera leggera.
Ha sbagliato numero, le dico quando tace senza precisarle che non ho capito un accidente.
Lei mi risponde che non ha sbagliato, sempre con quella voce a cui manca un po’ il respiro e a cui aggiunge, però, un tono molto determinato.
Ed è un accoppiamento curioso questo, è la prima volta che mi capita di ascoltarlo. E poi mi parla in inglese.
Fa una pausa e intanto io mi chiedo chi stia cercando. Emme è in barca con un suo amico, Lo è fuori per le gare, Fran è a vedere un film da una sua amica, il gatto è via anche lui, a caccia di cinciallegre cadute dal nido.
Potrebbe anche cercare il gatto, in effetti. Che ha perduto la pallina che aveva attaccata al collare e dentro cui c’era il nostro numero di telefono e che certe sere non torna per cena.
Poi la signora si mette a scandire le parole:
Può dire a suo figlio che ci vediamo domani dopo la scuola per terminare quella relazione?
Mio figlio…Quale?
Sono l’insegnante di Critica di Fran.
Ripesco l’immagine della bionda dagli occhi azzurri e la sostituisco velocemente con una voce flebile dagli abiti scuri, i capelli ben pettinati, e un tintinnio, si sente un tintinnio in sottofondo, e lo sguardo…lo sguardo è penetrante, per forza.
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Qual è il profilo del tuo personaggio? Chiedeva il master.
E chi era un veterano rispondeva a memoria elencando i valori della forza, della saggezza o della destrezza che erano più o meno alti a seconda che fosse un guerriero, un monaco o un arciere.
Se era un principiante, il master diceva: come vorresti essere? Forte, intelligente, agile o saggio?
Non si potevano avere valori elevati in tutte le caratteristiche, altrimenti i personaggi sarebbero stati perfetti e a quel punto formare un gruppo sarebbe stato inutile: ognuno avrebbe combattuto i mostri per conto proprio e il gioco non si sarebbe giocato perché chi lo dirigeva non poteva dividersi in sei o sette trame differenti.
Alcuni s’inventavano delle particolarità e quindi un nano guerriero aveva una coda da serpente, oppure una donna arciere, bellissima, nascondeva sotto un guanto nero la mano di uno scheletro.
Piccole anomalie per uscire dal tutto uguale o perché semplicemente gli piaceva averle.
Un po’ come quella donna gigante che usa solo borsette minuscole, o la signora di novanta anni che cammina un po’ curva e che poi si fa le canne, o la manager di un’azienda che nella pausa pranzo tira fuori un quadrato di tessuto bianco e si mette a ricamare un fiore.
Piccole anomalie che ti sorprendono un poco e che ti fa piacere che ci siano. Come quel tipo che ho conosciuto al parco qualche giorno fa: supertatuato, superpalestrato, gigante anche per lo standard olandese, biondissimo, e questo stato di super lo rendeva triste e ridicolo, però è un amante degli animali, e questo non c’entrava nulla con la sua immagine. Portava a spasso tre cani stranamente assortiti: uno che pare un orso, la cui razza me l’ha detta in olandese e l’ho prontamente dimenticata, una meticcia simile a un’antilope e un pincher nano.
E che mestiere potrebbe svolgere uno così? Non ho fatto in tempo a pormela questa domanda che l’ho visto in azione: piantava un cartello di vendesi in un giardino della strada che taglia W. e i tatuaggi erano spariti sotto una camicia bianca. Però, ho pensato, non l’avrei mai immaginato.
Poi ho visto la macchina su cui è ripartito. Che delusione. Proprio da agente.
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Svitlana ha circa quaranta anni, ma ne dimostra almeno una decina di più, è di Korostov, Ucraina, e lavora in Olanda. Non ha una famiglia da mantenere e tutto quello che guadagna è per lei, solo per lei. Conosce l’olandese discretamente, altrimenti non avrebbe superato il test d’ingresso. Non sa l’inglese, ma tanto non le serve. Dopo un anno di lavoro ha messo da parte una certa sommetta e ha deciso di passare una vacanza sul Mar Rosso con Iryna, senza marito anche lei ma che lavora in Germania. Così una mattina all’alba eccola seduta su un aereo, un po’ stanca ma eccitata per la vacanza che l’aspetta, felice di rivedere l’amica e di poter tornare a parlare nella sua lingua, che forse sogna di incontrare un uomo che le cambierà la vita. Finalmente ha potuto rimettere le sue scarpe lucide viola con gli intarsi gialli. La famiglia per cui lavora, una famiglia di medici, le ha proibito, scherzosamente, di indossarle. Ha anche il suo cappello di lana amaranto e la pelliccia sintetica ghepardata. Libera per una settimana di fare ed essere come le pare!
Ha solo una preoccupazione: di perdere il pullman che la porterà in una certa località del Mar Rosso, dato che l’aereo è in ritardo.
Dopo l’atterraggio la hostess annuncia che i passeggeri che hanno delle coincidenze devono scendere per primi.
Così Svitlana si dilegua in grande fretta.
Svitlana, nella sua borsa di mille colori, ha qualcosa che mi appartiene.
Il mio libro.
E’ passato oltre un mese dal furto.
E sto ancora a chiedermi cosa l’abbia spinta a rubarlo, col rischio di essere scoperta. Infatti, durante il volo I Fratelli Karamazov era scivolato sotto il sedile e aveva raggiunto i piedi del passeggero dietro di me, anzi della passeggera, io mi ero chinata e l’avevo visto, ma era troppo lontano perché potessi riprenderlo, e avevo notato le sue scarpe. Su mia sollecitazione, Lo le aveva domandato in inglese se lo poteva raccogliere, ma lei
aveva risposto in olandese che non capiva. Quando, come una furia, se ne era andata avevo memorizzato il suo cappello e la pelliccia.
Ho fatto una serie d’ipotesi.
Svitlana:
è cleptomane.
Ha pensato che avrebbe potuto rivenderlo almeno a due euro dato che sulla copertina c’era stampato a grossi caratteri che ne valeva 10.
E’ un’appassionata de I Fratelli Karamazov e ne colleziona le traduzioni in tutte le lingue.
Oppure è stata attratta dalla copertina. Che è meno sbiadita di questa foto, anzi era, e in sintonia con i colori del suo abbigliamento.
Ah, ma adesso la rintraccio, dico appena scendo dall’aereo. E vediamo se non me lo restituisce. Con quelle scarpe, quel cappello e quella pelliccia come può pensare che non la riconosca?
Ma l’aeroporto di Hurgada è affollatissimo, è quasi la fine dell’anno, inoltre le procedure di sbarco sono lente. File densissime, di tutte le nazionalità, ma soprattutto di ucraini e di russi che calzano scarpe dalle forme e dai colori incredibili e hanno in testa cappelli ancora più stravaganti. E mi confondo. Mi sembrano tutte Svitlana, ma anche no. Alla fine sono costretta a rinunciare.
E mi chiedo anche dove sia finito, e ipotizzo.
Si sta sciogliendo sui fondali del Mar Rosso.
Sta per bruciare sul monte della spazzatura.
Svitlana, dopo essersi accorta che era scritto in italiano e che aveva già quella traduzione, l’ha gettato in un angolo dell’aeroporto, un bambino egiziano l’ha raccolto e ora lo usa come sedile.
Oppure sta allineato in uno scaffale di una libreria tra una versione in francese e una greca e Svitlana, vestita di grigio e di nero, si stropiccia le mani con soddisfazione e dice: mi manca solo la versione spagnola, so che ne esiste un’edizione con una copertina ancora più sgargiante di questa.
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Passeggio nel paese di O., ho quasi raggiunto il negozio che vende fiori con la vetrina che mi stupisce sempre, quando mi interseco con due tipe, alte più o meno uguali, ma senz’altro alte, e bionde, i capelli sottili e dritti, talmente dritti da sembrare bagnati, una parla e l’altra ascolta, quella che parla ha pianto o sta per piangere, la bocca e gli occhi sono piegati in un certo modo che non lascia dubbi. Sono a un paio di metri dal negozio dei fiori, due passi e lo raggiungo, invece mi fermo, c’è un negozio di abbigliamento con certo robe orrende, faccio finta di guardarle, mentre osservo le due, di cui non mi dovrebbe importare nulla: sono due amiche, una ha un problema e lo racconta all’altra, sono fatti loro, se non fosse che nel frattempo ho registrato alcuni dettagli della faccia dell’altra: labbra sottili, naso piccolo e a punta, occhi molto chiari, ed espressione incredibilmente indifferente, da manichino.
Non è possibile, penso, passeggi con un’amica o una persona che conosci, questa ti racconta qualcosa, ha pianto o sta per piangere, e tu rimani imperturbabile, come se fossi sola, ma è il paese degli alieni, questo? Io non ci credo. Dopo qualche minuto – sulle vetrine del negozio di roba orripilante devono averci spruzzato chissà quale sostanza perché si è radunata una piccola folla ad ammirare le gonne e le magliette esposte, e le due ragazze non riescono a passare e io non riesco a proseguire – risolvo il fatto incomprensibile.
Che la tipa che ha pianto o sta per piangere ha proprio una faccia così, una faccia da pianto fissa, è la sua espressione normale, e l’amica con la faccia indifferente, talmente indifferente da sembrare che l’ha messa su apposta, anche a lei è indifferente naturale.
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Sarò sul canale Y alle X, ora italiana.
Mica sto sulla luna, io. Sono a centoventi minuti da Roma se il pilota ha fretta.
Mi ricordo che una delle cose che mi colpì quando mi trasferii qui fu che tutti smisero di telefonarmi e se chiamavo io, parlavano sintetici, ad alta voce, con l’ansia, e alla fine dicevano sempre: chissà quanto stai spendendo!
Una telefonata di venti minuti, la sera, costa circa due euro, rispondevo io.
Ma va?
Ma certo.
Però non dicevo euro in effetti, dicevo lire e fiorini. Per un paio d’anni ci fu questa seccatura della doppia moneta.
Comunque all’ora X, ora italiana, ora anche di qui, sono davanti alla tivù.
C’è il mio amico, con la stesso sguardo, gli stessi gesti, la stessa calma del ricordo.
I primi minuti quasi mi arrabbio. Perché sta parlando, e lui non parla.
Dopo mi tranquillizzo. Perché fa quello che deve fare, fregandosene di stare davanti alla telecamera. A un certo punto la conduttrice, spazientita, gli dice: ehi, D., sei sprofondato nel silenzio?
E io quasi mi commuovo, ché ripenso a certe sere di chiacchiere con le amiche e lui da una parte ad ascoltare con un sorriso, che non era proprio un sorriso, che sottintendeva: ma quante ne sparate, eh? E alla fine, quando avevamo terminato di sviscerare il passato, il presente e il futuro, una di noi diceva sempre: sai, D., cosa ti aspetta adesso, lo sai, vero?
E lui con quel sorriso che modificava lievemente, faceva cenno di sì.
A quel punto partivano le domande, a raffica.
Allora componeva l’espressione della rassegnazione, che non era proprio rassegnazione, e cominciava a risponderci.
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