Non corre: vola!
Così Lo, ieri, alla fine della Terry Fox Run a proposito di una sua compagna di classe: a queste gare qui sembra una delle tante, ma dovreste vederla nei cento metri. Non ve lo potete immaginare quanto è veloce.
Siamo in competizione con gli altri mica tra noi
Hanno undici, tredici e quattordici anni. Sono piccoli, magri, alti più o meno uguali. Sono tre fratelli e corrono, e la loro specialità è proprio i cinquemila.
Alla partenza i due maggiori, più abituati alle gare – il terzo ha cominciato quest’anno – s’intrufolano tra i professionisti che sono alti il doppio, anche se la prima fila non riescono mai a occuparla.
Sempre, quello di quattordici batte quello di tredici per una manciata di secondi, a volte solo di due, altre di quattro o di dieci.
Se il primo fratello ha le scarpe sbagliate, o il raffreddore o ha sonno, il secondo fratello ha le scarpe sbagliate e corre con la tuta o ha il raffreddore e la tosse. Insomma, ha qualcosa che lo sfavorisce di più.
Ieri una foto che gli è stata scattata all’ultima curva pare ritoccata al photoshop.: indossano entrambi magliette azzurre, pantaloncini neri, sono un po’ rossi in faccia, i gomiti che quasi si toccano, lo stesso sguardo che ignora ciò che c’è intorno, lo stesso passo, la stessa distanza prima del traguardo.
Last but not the least
I campioni non partecipano alla Terry Fox
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Qualche giorno fa ho assistito a una scena bellissima nel parcheggio della scuola.
C’era un bambino di tre o quattro anni che teneva saldamente per il manubrio una carrozzina come se temesse che qualcuno potesse portargliela via, e quando ha cominciato piovere, a gocce microscopiche, il bambino ha sollevato le braccia per impedire all’acqua di entrare dall’apertura. E’ rimasto in quella posizione scomoda per cinque minuti buoni e solo all’arrivo della madre le ha abbassate. Dopo ha messo su un’espressione così soddisfatta che ogni tanto ci ripenso e sorrido.
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Una bambina di circa otto anni, con delle gambe e braccia lunghissime, due occhi così celesti che non puoi non fissare mentre ti parla e riparla con parole dall’accento siciliano, dopo avermi raccontato un mucchio di episodi canini e non, si rivolge alla mia cana e le dice: ma quanto sei bella?! Quanto?! E comincia ad accarezzarla con l’irruenza tipica dell’infanzia, in realtà assesta alla cana degli schiaffi più o meno leggeri sul collo, la testa, il dorso. All’improvviso la bambina si ferma e si gira. Dietro di lei c’è un altro cane, dal pelo fulvo, bianco e nocciola, con il corpo lunghissimo, la coda corta che pare capitata per caso su quel corpo, le orecchie che penzolano, le zampe posteriori rigide di vecchiaia.
La bambina lo guarda e dice: anche tu sei bello, anzi di più!
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Ieri, causa vacanze della scuola e causa mio grande entusiasmo nella proposta, i figli hanno accettato di venire con me al centro sportivo, come facevamo i primi anni che stavamo qui. Il programma era un po’ di palestra e molta piscina.
In palestra eravamo noi e altri tre.
Due degli altri tre erano pallidi, magrolini e probabilmente del Nord, il terzo era abbronzato, molto muscoloso, e di sicuro del Sud (dove con Sud intendo di origine latina), di quale Sud ero incerta perché parlava un inglese discreto, senza accento, però siccome ricordava, come fisionomia, i toreri dei manifesti che pubblicizzano la corrida, l’avevo fatto nascere in Spagna.
Tutti sudavano e sbuffavano, tranne il tipo muscoloso che sollevava pesi molto pesanti, e mio figlio minore e io che discutevamo sui pesi che lui non avrebbe dovuto sollevare.
Fai le flessioni, dicevo io.
Faccio le flessioni e anche i sollevamenti, rispondeva lui.
Solleva tre chili, dicevo io.
Posso sollevarne anche venticinque, mi rispondeva lui, lanciando un’occhiata al torero.
Fa come ti pare, dicevo alla fine.
Dopo due minuti di “fa come ti pare” è comparso il guardiano della palestra e gli ha detto che non poteva fare come gli pare dato che non c’aveva l’età.
Te l’avevo detto io, ho pensato, senza dirlo però, perché il mio figlio minore aveva uno sguardo talmente furioso che era meglio tacere. Poi è successo che il tipo muscoloso che sembrava un torero ha posato i suoi pesi ed è andato a parlargli: puoi fare le flessioni, gli ha detto in italiano, e i muscoli crescono lo stesso.
E’ vero, ha risposto il mio figlio minore, infatti mi sa che farò quelle. Poi il tipo gli ha spiegato qualche trucco ginnico e ha concluso così: i muscoli contano, ma non devono diventare un’ossessione e pronunciata da lui, questa frase, è suonata un po’ strana. A quel punto, uno dei due tipi magrolini del Nord, ha smesso di fare gli esercizi, si è avvicinato e gli ha chiesto in inglese: posso farti una domanda, tu segui un’alimentazione particolare?
E il tipo che sembrava un torero ha risposto che lui mangiava un po’ di tutto, ché una dieta non avrebbe mai potuto seguirla, che erano una questione genetica i suoi muscoli, anche suo padre era muscoloso, anche suo nonno, solo che loro li allenavano durante il lavoro, i muscoli, lui durante la pausa.
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Un pomeriggio d’inverno camminavo con mia nipote in una strada del centro di Roma quando mi accorgo che la sua faccia cambia colore: da bianco rosato diventa rosa intenso, rosso moderato, rosso acceso. Punto lo sguardo dove è puntato il suo e riconosco Silvio Muccino in compagnia di una ragazza. Una ragazza carina ma non appariscente, non una di quelle che ti volti a guardare per la strada, come lui insomma, se non fosse noto a quelli che hanno visto i suoi film.
Con questa ragazza qui, Muccino chiacchierava a scatti, come se la conoscesse da un po’, ma non profondamente. Mentre parlava aveva quell’aria sperduta, un po’ imbranata di certi suoi film, da sfigatello, insomma, di quello che quando approccia una ragazza gli va al novanta per cento male. Quel pomeriggio però la ragazza ha fatto una risata, come se lui avesse detto qualcosa di molto spiritoso, invece spiritoso non lo era affatto, era una battuta un po’ scema, proprio identica a una di quelle che fa nei suoi film, e dopo lui ha accentuato l’espressione di quello che pensa: tra un po’ ci provo, chissà se ce la faccio, ma gli è venuta troppo intensa, meno realistica rispetto a quella dei suoi film.
Poi si sono espansi i giapponesi che avevamo intorno, si preparavano a scattare delle foto, ma non di Muccino, di loro, e Muccino e la sua amica, per schivarli, hanno accelerato il passo, noi invece l’abbiamo rallentato, e l’ultima cosa che ho sentito è stata un’altra risata della ragazza e ho pensato che era sicuro che ce l’avrebbe fatta, e che anche lui era sicuro, e che ‘sto fatto di essere un po’ famosi, uno lo immagina che è anche una trappola, una specie di vestito che a volte può stringerti addosso, però verificarlo dal vivo è tutta un’altra storia.
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Al parcheggio del supermercato ancora quella vecchia signora con i capelli cotonati e il vestito con l’orlo scucito, il carrello a cui si appoggia per camminare, e i suoi due cani. Uno di taglia piccola e l’altro di taglia media, entrambi con il pelo arruffato. Credo che passi un mucchio del suo tempo qui, questa vecchia la mattina, perché la incontro alle 8 ma anche alle 9. Si posiziona davanti a un cassonetto e ne esamina scrupolosamente il contenuto. Oggi studia una scatola d’imballaggio di un computer.
Come al solito penso che mi ricorda qualcuno e come al solito penso che prima o poi me lo ricorderò.
Quando torno quindici minuti più tardi è ancora lì, a ridurre in strisce la scatola, e ho l’illuminazione: non è lei che mi ricorda qualcuno ma è l’espressione dei suoi cani, fiduciosa e allo stesso tempo consapevole dello stato mentale della loro padrona, a farmi venire in mente qualcosa accaduto tanto tempo fa. Era una notte d’inverno, era tardi, e dovevamo tornare a casa dopo una cena a casa dei miei parenti, c’erano i miei nonni con la loro macchina e c’eravamo noi. E mio nonno aveva dormito un paio d’ore sul divano e quando arrivò il momento di andar via, stava in piedi ma sembrava che dormisse ancora. Mia madre e i parenti confabularono un po’ e alla fine mia madre disse: venite con noi e la tua macchina stasera la lasci qui! La verrai a prendere domani, con calma.
Ma come!, disse lui, io che ho guidato i camion degli americani e gli autobus e non ho mai avuto un incidente! Seguì una lunga discussione e a un certo punto io feci caso a mia nonna che aspettava davanti alla vecchia 600.
Non la guiderà stasera, le dissi.
Io lo aspetto qui, se decide di guidarla io salgo con lui.
Ma non hai paura? Pare addormentato!
Mia nonna non rispose e io rimasi a fissarla a lungo, sbalordita e affascinata della sua non paura. E aveva proprio quell’espressione lì, dei cani al parcheggio del supermercato.
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Ieri ero a cena con degli amici e a un certo punto uno di loro – uno che quando l’ho incontrato la prima volta si è è presentato così : “io sono come il tuo blog nel senso che non si sa dove finisce la realtà e comincia la finzione”, e non si capiva mentre pronunciava questa frase se scherzasse o meno – ha interrotto la conversazione e ha detto: scusate, adesso devo portare avanti un esperimento che sto facendo con le cameriere. Ha chiamato la ragazza che ci aveva appena servito il caffè e le ha domandato un posacenere. Mentre lo chiedeva non la guardava direttamente negli occhi, ma un po’ di lato. La cameriera l’ha fissato per qualche secondo come se non fosse certa di aver compreso la domanda e poi ha attaccato a rispondere. E’ partita da lontano, dalla data di quando in Olanda è entrata in vigore la legge sul fumo. Mentre parlava, sembrava che recitasse una filastrocca, il tipo che aveva fatto la domanda ascoltava serio e assentendo un poco e quando la ragazza ha concluso il suo discorso in cui non ha mai detto: non ti porterò il posacenere, lui ha risposto, cortesissimo: va bene, grazie lo stesso. Lei se ne è andata via un po’ perplessa, come volesse dire: c’è qualcosa di strano in ciò.
Dopo io ho chiesto al tipo: perché questa domanda? Perché? Perché? Ma lui è stato molto vago, e alla fine ha tagliato così: si tratta di un esperimento sociale. Poi qualcuno ha ripreso a parlare. E io non faccio che ripensare alla scena, che non voglio dimenticare, perché prima o poi vorrei riportarla da qualche parte.
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I lavatori di vetri sono arrivati a CameliaHof alle nove su un camioncino bianco.Sono due, uno sui venticinque e uno sui sessanta che forse se li porta male e potrebbe averne anche una decina di meno: ha la faccia magra, una cicatrice sulla guancia, gli zigomi che sporgono, la pelle abbronzata, i capelli tinti di giallo uovo che gli sfiorano le spalle e gocciolano, occhi chiari che tiene strizzati.
Dategli un cappello a due punte, una maglia a righe, infilategli un coltello alla cintura dei pantaloni , tatuaggio e orecchino già li ha, e potrebbe stare a lavare i vetri della cabina di un capitano e invece è qui, nel dorato paese di W., a insaponare le finestre basse delle case con i tetti di paglia, di legno, d’ardesia.
Il ragazzo ha la faccia rotonda, un naso carnoso, i capelli cortississimi e castani, l’aspetto di qualcuno che potrebbe essere ovunque, adesso è sui tetti, piove a dirotto e lui striscia con i piedi sulle grondaie, le mani agganciate alle assi, l’attrezzo del lavavetri infilato nella tasca dei jeans, pulisce i vetri delle stanze alte, senza una corda che lo tiene.
Ti manca il respiro a vederlo svolgere il suo lavoro.
Più tardi passerà il capo, a riscuotere.
Il capo è turco, arriva con la sua macchina, ha un quaderno a quadretti su cui sono indicate le abitazioni e gli importi che ciascuno deve pagare. Ha una faccia da furbastro, che a Roma ha una definizione ben precisa e tratta i due, il vecchio pirata e il ragazzo che potrebbe essere ovunque, come degli idioti.
Per quindici vetri tra porte e finestre piccole e medie pago quindici euro. Per far lavare una macchina, dentro e fuori, l’ho scoperto stamattina, ce ne vorrebbero duecentocinquanta, ma questa la racconterò un’altra volta.
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Sembrava l’indovinello dell’attraversamento del fiume con la barca,quello dove si ha un lupo, una pecora e un cavolo da portare da una sponda all’altra. La barca certe volte diventava una canoa, mai una barca a vela perché altrimenti ci si cominciava a chiedere se il vento ci fosse o meno e ci si allontava dalla soluzione con le domande inutili.
Il vento era presente, invece, quando guardavo un uomo sui quaranta, biondo alto e massiccio, arruffato nella testa e negli abiti, e tre bambini piccoli e belli, che a ritrarli in una posizione casuale sarebbe venuta una foto artistica. E poi c’erano una macchina rossa e la mia cana che abbinate insieme fanno la ragione per cui ero lì a guardare, perché la cana s’immobilizza quando avvista auto rosse, e si irrita se sono sportive, ma quella che era parcheggiata a qualche metro da noi era lunga lunga, una di quelle che sei costretto ad avere quando hai figli in età da seggiolino. E mentre il vento faceva i vortici di foglie, e il cielo sopra di noi cambiava velocemente, quest’uomo era in notevole affanno: doveva raggiungere casa sua, spingere un cancelletto di legno, percorrere un viottolo, aprire una porta, con un paio di buste della spesa, un neonato e due bambini in grado di camminare ma che non superavano i cinque anni. Li aveva tirati fuori dalla macchina, il più pareva fosse fatto, e invece i due grandi hanno cominciato a piangere, a strillare, a non camminare. Allora ha mollato le buste, ha preso in braccio la bambina, che strillava più forte, e detto al bambino di poco più piccolo, con un’occhietto complice: andiamo, ma lui non voleva essere adulto in quel momento ed è scoppiato a piangere, e si è accovacciato sul marciapiede, molto desolato, e anche il neonato che l’uomo teneva in braccio si è innervosito. Allora l’uomo ha parlato con la bambina e poi l’ha deposta per terra con delicatezza, è ha sollevato il fratello con un sorriso incerto, il sorriso di qualcuno che pensa: mi sa che non è finita qui, e infatti per il bambino non era finita lì e ha continuato a piangere e la bambina urlava sempre più forte, e il vento ci sbatteva in faccia la sabbia, e la cana si era dimenticata della macchina rossa, e fissava i bambini, e l’uomo aveva messo su l’espressione: va tutto bene e contava i centimetri che mancavano alla porta, e le buste da tornare a prendere, e quello che avrebbe fatto appena entrato in casa, e poi il bambino si è cominciato a divincolare, e lui ha messo su la bocca di chi non ce la fa, e pareva proprio che sarebbe durata per un bel po’, e un giorno qualcuno gli avrebbe domandato: com’è con tre figli così piccoli? E lui avrebbe risposto: è dura, certe volte è talmente dura che non si può descrivere e io stavo assistendo a una di quelle volte, ma poi è successo che la cana si è sbloccata, abbiamo percorso un paio di metri e li abbiamo incrociati, padre e figli urlanti, e ho detto: silenzio. Non si fa così. E i due hanno taciuto all’istante e anche il neonato ha abbassato il tono. E io mi sono sentita un po’ Mary.
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I vestiti. Nulla di nuovo, dunque. Dai vestiti puoi dire se sono studenti della scuola internazionale, dell’olandese o dell’americana. Poi ci sono i ragazzi della british, con le loro felpe azzurre, i pantaloni neri e le scarpe da prete.
Sono olandesi dell’olandese i tre che pedalano sulla strada principale di W. Per i vestiti: stropicciati e indossati con lo scopo di coprire, ma anche per le biciclette: enormi e arrugginite.
Poi uno frena, urla qualcosa agli altri due che inchiodano con una prontezza da atleti di circo, prima c’era il movimento e all’improvviso non c’è più.
Il tipo lascia cadere la bici sul marciapiede e mi fissa.
Pare proprio che stia aspettando me. E che vuole? Nemmeno sto fumando. Gli altri due parlano e ridono e ogni tanto gettano un’occhiata all’amico e a me.
La strada è deserta, sono passate le dieci, ma c’è ancora luce. Vogliono rubarmi qualcosa?
Seeee. In tre minuti atterrerebbe un elicottero.
Stai in fila tra i carri armati che rientrano da un’esercitazione, nel paese di W., e nessuno commette furti.
Il cane annusa l’aria, nota i tre e accelera per raggiungerli.
Intanto il ragazzo continua ad aspettare .
Ma aspetta che?
Ha i capelli a gradini, immobilizzati dal gel. Un po’ europeo, un po’ asiatico: praticamente un elfo sia nel fisico che nella faccia.
Quando lo supero mi parla.
Non rispondo e faccio un altro passo.
Mi tocca con due dita un braccio (oh, ma che vuole?) e ripete la frase.
Ma che vuoi? Io non ti capisco!
Allora mi dice in inglese: posso accarezzare il cane?
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