Ieri la ragazza ungherese, che si chiama Anna, raccontava che nel suo Paese quando arrivi a scuola ti devi togliere le scarpe e mettere le pantofole, qualcuno - ma sono pochi, ha precisato - mette le scarpe da ginnastica perchè durante l’inverno, in Ungheria, c’è una poltiglia di fango impastata con la neve, e le le scarpe hanno la suola spessa per non bagnarsi i piedi. Diceva pure che, legati allo zaino, ognuno ha un paio di pattini perché alla fine delle lezioni si va a pattinare sul ghiaccio.
Quando diceva queste cose, la voce le tremava e gli occhi le brillavano, anche quando accennava ai disagi che porta il fango. E’ una ragazza fragile, - forse più sensibile che fragile, ma forse sensibilità e fragilità sono la stessa cosa, - che non può vivere senza affetti e conta i giorni che mancano a Natale quando andrà a casa.
Scommetto cento contro uno che dopo le vacanze non torna.
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Un difetto dei tedeschi, dice il ragazzo che si chiama Albert, è che non sanno esprimersi in pubblico. Buttano in mezzo troppi argomenti e finiscono per perdere il filo. Io sono nato in Cina, dunque è cinese non coreano, e mio padre è stato trasferito per lavoro a Monaco, mio padre è tedesco, quando avevo sette anni. In Germania mio padre viaggiava di meno e abbiamo cominciato a parlare, fino ad allora parlavo solo il cinese con mia madre e l’inglese a scuola. Ora sto imparando anche a scriverlo, il cinese.
Ci racconta tutto questo a tavola, ma è un discorso che viene interrotto di continuo dall’altro ospite, Bastian.
Ho due gatti che pesano quindici chili e che ho addestrato come se fossero cani: gli dico a cuccia e loro vanno a cuccia, gli ordino di non muoversi e loro non si muovono, gli comando di riportarmi la pallina e loro me la riportano, sanno fare un sacco di cose, i miei gatti. Sorprendono tutti i miei gatti, e io ne sono orgoglioso.
I problemi di Bastian sono visibili sulla sua fronte: ha delle bolle che si tortura quando nessuno lo guarda, dei segni profondi di quelle che c’erano prima, la sua fronte, la mattina quando scende a colazione, è gonfia e rossa.
Albert riprende il filo del suo discorso, ha appena cominciato ad accennarci qualcosa sulla scrittura, quando Bastian posa la forchetta, sbatte la mano sul tavolo, il colpo fa tintinnare le stoviglie, e dice: e poi ho anche un serpente!
Tutti lo guardiamo, lo guarda anche Albert.
Lui non guarda nessuno e guarda tutti, è uno sguardo particolare, di quelli che non vedono.
Un serpente, sì. Me lo ha regalato mia madre. E ora sto cercando di addestrarlo e ci riuscirò, come ci sono riuscito con i gatti.
Per qualche secondo nessuno dice nulla, poi Emme gli chiede: è un serpente velenoso?
No, non è un serpente velenoso, ora ti descrivo com’è, il nome lo so solo in tedesco, non lo conosco in inglese, e parla, parla, mentre riprendiamo a mangiare.
Arriva il sabato sera, ognuno fa i suoi programmi, Albert va a farsi un giro a Leiden, decide di studiare ancora per la discussione finale del giorno dopo, Lo va dal suo amico scozzese a vedere la partita e resta a dormire lì, noi abbiamo un impegno con i vicini, rimane Fran con una sua amica e Bastian che tenta di addomesticare il gatto e lo insegue su e giù per le scale.
Non possiamo lasciarlo solo, dico a Fran.
Resta insieme al gatto, dice lui.
Appunto, dico io.
Verso mezzanotte Fran mi telefona. Gli ho fatto scegliere il film, ne ha scelto uno che aveva già visto, diceva che era molto divertente, e penso che lo fosse divertente, anche se noi non abbiamo sentito nulla, ha parlato tutto il tempo di quanto facesse ridere, il film, comunque il gatto si è tranquillizzato, non striscia più sul pavimento come faceva prima, e anche lui, a parte le mille parole in un minuto, ha la fronte meno congestionata. Ora è andato a dormire, e meno male che domani torna a casa sua.
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Da W. sono volati via tutti, per le vacanze d’autunno, e adesso è vuota, W., come una città in agosto, però W. non è una città e non è nemmeno agosto, anzi da stamattina la temperatura ha virato decisamente verso il basso.
In compenso la mia casa è affollata – di amici dei figli e di scarpe all’ingresso, una montagna in crescita, anche se i figli dei vicini arrivano a piedi nudi - perché quelli che sono rimasti (i tosti o quelli che non sapevano dove andare, che non potevano andare, che non volevano andare) s’incontrano qui. Dlin dlon. Nessuno apre la porta. Mi piacerebbe che qualcuno inventasse un meccanismo apriporta simile a quello che esiste per i gatti.
Tu hai un telecomando e fai la programmazione.
Pulsante uno entra solo il gatto.
Pulsante due entra il gatto e i suoi amici.
Pulsante tre: non entra nessuno.
C’è chi poi non riesce a dimenticare il paese di W. e lo preferisce mille volte a Londra. Da domenica Tom, grande amico di Fran, si è stabilito da noi e ci starà tutta la settimana.
Il paese di W. meglio di una città? E soprattutto meglio di Londra? Non ci posso credere.
Ma Tom ce lo spiega, veramente ce lo spiega tutte le volte che torna perché preferisce stare qui. Quello che conta per essere felici sono le persone con cui stai, non il luogo o le mille cose da fare. (sì, è un’affermazione ovvia, però anche terribile quando chi lo fa la dice perchè l’ha sperimentata su di sé).
E poi Tom, nella sua Londra, è afflitto dal bullismo. Anche se dopo due anni di vita lì si è ritagliato una nicchia e non viene importunato più.
Così ieri sera a cena, a duecento all’ora: Il bullismo fa parte della vita, vorresti che non ci fosse, combatti per annientarlo, e quando sei convinto che ce l’hai fatta, che non ti massacreranno più, ti accorgi che hanno solo cambiato bersaglio perchè c’è il nuovo arrivato da tormentare, o quello che ha confessato una cosa che non doveva confessare, o uno che non ha rispettato le regole per essere dentro. O fuori. Dipende da come consideri la faccenda.
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Rania ride della nostra sorpresa quando ci elenca tutte le cose che non può fare.
E c’è sempre qualcuna che le domanda: ma non ti pesa?
No, affatto, risponde lei.
E secondo me questa è la domanda con cui si diverte più.
Rania è di Riyadh, ha ventitre anni, un corpo da fotomodella, un po’ troppo magro magari, è molto curiosa e allegra anche, non le manca nulla insomma. E però se ne sta chiusa sotto i suoi veli che le coprono i jeans, i capelli, il collo, che la nascondono.
Stamattina ha sollevato molto scalpore il fatto che durante una festa non possa bere alcolici.
Nemmeno un bicchiere di vino bianco? Ha chiesto a un certo punto una.
Ma certo che no! ha risposto lei.
A me quello che ha scioccato veramente - che lo sapevo che c’erano queste proibizioni, ma poi quando le vedi ti fanno un altro effetto - è stato che ha dovuto prendere un taxi per raggiungere il posto dove ci siamo incontrate che era a due o trecento metri da casa sua. Perché non può guidare la macchina e nemmeno la bicicletta, non può prendere neanche l’autobus da sola.
Qualche giorno fa ho preso il tram, però. Ero con le mie amiche ma sono dovuta scappare: il guidatore del tram m’importunava.
Non ci posso credere, ha risposto l’olandese del gruppo.
Penso che fosse ubriaco, ha precisato lei.
Ubriaco? Pazzesco! Dovevi chiamare la polizia! Immediatamente.
Invece sono scappata e il tram non lo prendo più.
Io stavo per dirle che in un ospedale di Amsterdam è disponibile una pillola, da prendere la prima notte di nozze, che sostituisce l’operazione per la ricostruzione della verginità e che la richiesta da parte delle ragazze turche e marocchine è stata notevole, ma poi non le ho detto nulla.
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Quando mi accorsi che la storia non si studiava come nella scuola italiana, mi attrezzai con manuali e manualetti e il proposito ingenuo di insegnarla io ai ragazzi. Per un paio d’anni mi seguirono, poi si stancarono e mi stancai anch’io. Non sapranno bene la storia però fanno altro, mi dissi. Come per esempio il teatro. Certo una materia in più non compensa il parziale studio di un’ altra, sono importanti entrambe, ma rammaricarsi per ogni cosa che non è esattamente come vorresti è un po’ da scemi o meglio da infelici.
A quanto pare sul piano pratico funziona in modo diverso.
Così Fran ( dopo avermi raccontato come è uscito brillantemente da una vicenda spiacevole in cui si è trovato coinvolto per caso): l’espressione degli occhi è fondamentale, ma anche i gesti che fai con le mani che non devono essere in contrasto con il tuo sguardo. E il tono della voce. E le parole. Gli devi rubare il cuore. (S’interrompe. Intreccia le dita delle mani e fissa un punto del soffitto): grazie, Mister C. per avermi insegnato a recitare! Grazie, grazie e grazie!
Ho sorriso, contenta che ce l’avesse fatta, poi il sorriso si è contratto in una smorfia. Forse era meglio che conoscesse le guerre d’indipendenza che la parte di Algernon, o cosa accadde durante la guerra di Crimea che le parole di Estragone.
Ma ormai è andata. Chi può dire se sia meglio o peggio.
Forse solo Godot. Bisognerebbe chiedere a lui.
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Il viottolo in pietra che ci porta alla partenza, Lo che gli parli e non capisce un accidente, le scarpe da corsa che non si trovano e mette quelle strette, l’importante è partecipare e poi hai fatto solo tre allenamenti, quelli delle dieci miglia, dei cinque e dieci chilometri in prima fila che controllano i cronometri come un castello di carte che cade, prima uno poi un altro fino allo sparo della pistola, l’importante è partecipare, però corri! la banda che prima mi irritava e che invece adesso mi piace, mi piace perché sono cambiata o perché mi è diventata familiare? quelli che sono gambe che corrono, quelli che non ce la fanno ma corrono, quelli con l’ipod, il cane, quelli che potrebbero correre velocissimi ma che partecipano con i figli e li incoraggiano, la faccia del primo e del secondo, il viso della prima donna che taglia il traguardo, gli applausi, le ragazze che distribuiscono da bere, gli sponsor che hanno pagato le medaglie, il camion dell’intrattenimento, le coppe, i mazzi di girasoli, i cappelli e il tipo che spara il colpo della partenza, il fotografo che fotografa ed è un mistero, davvero, come riesca a prenderli tutti, quelli che alla partenza lanciano un bacio alla fidanzata, l’attesa che finiscano il giro, l’impazienza che lui finisca il giro,e poi lo vedo che sbuca dalla curva, serio e concentrato, solo uno sguardo alla mia incitazione, i capelli che li dovrebbe tagliare o almeno bloccarli in qualche modo, il trucco sta che quando non ce la fai più allora devi aumentare il ritmo, ma ti devi lasciare l’energia per l’accelerazione finale, e…come sono andato?
L’anno inizia con la gara di V. Oggi anche la scuola olandese riapre e tra un paio di giorni quella internazionale. E da stamattina i ciclisti ai round about hanno sempre la precedenza.
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Dopo aver ospitato ragazze alla pari a Roma e ragazzi per competizioni sportive qui posso dire di aver acquisito una certa esperienza per capire come stanno dentro.
Bisogna osservarli mangiare.
Se al primo boccone si concentrano sul sapore sconosciuto, se dicono al vicino: se non lo finisci tu, ci penso io, se non nascondono decine di merendine nella borsa che divorano da soli nel cesso o nella loro stanza, allora lo so: sono felici o quasi.
Che poi è un buon segno quando c’è il quasi. Se un adolescente non lo usasse, avrei qualche dubbio su quanto afferma.
Da un po’ di giorni ne ospito due che sono qui per un torneo di tennis.
Uno è di Chicago, l’altro dell’Alabama, ma abitano a Zurigo ed entrambi hanno alle spalle un lungo curriculum da expat.
Il ragazzo di Chicago, all’inizio, mi ha spiazzato. La prima volta che sono andata a prenderli dopo le gare, è salito in macchina e mi fa: mi dispiace, mi dispiace davvero. Colpa mia, avrei dovuto chiamarti, ma mi ero dimenticato di portare il tuo numero.
Eh?
Per dirti che l’autobus ritardava venti minuti.
Eh?
E dopo un po’ :com’è andata la tua giornata? E la mia risposta è stata identica alle precedenti, poi mi sono abituata però.
Al ragazzo dell’Alabama piace cucinare. E alle sei e mezza della mattina (!) lui e Fran inzaccherano fornelli e cuociono pancakes, gli fanno fare il salto, a volte anche doppio, e si complimentano a vicenda.
Ieri sera il tipo di Chicago mi ha detto: sono ospite in una famiglia a Zurigo, i mie sono tornati in America a Natale, io sono rimasto per finire l’anno scolastico ma tra un mese torno anch’io. Però non ho mai vissuto lì, ci sono nato e subito sono partito. Ma non mi preoccupa, in effetti potrei vivere quasi ovunque senza preoccuparmi prima. L’importante è stare tranquilli qui.
E stava per toccarsi con l’indice la testa, ma si è accorto che era sporco di nutella, è rimasto un attimo incerto, lottando tra le buone maniere e il metodo tradizionale, e poi ha lasciato vincere il secondo, per fortuna.
Domani partono e mi dispiace un po’.
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Le ragazze indossano abiti lunghi
I ragazzi, anche i più robusti, scivolano negli smoking con le facce imbarazzate.
Una limousine bianca, con i vetri oscurati, occupa lo spazio di tre auto.
I ragazzini di CameliaHof, con le mani in tasca, immobili a fissarla.
Di chi è quella macchina? Chiede quello che suona sempre ai campanelli all’ora di cena e poi scappa.
E’ mia, risponde Emme.
Davvero? Non ti credo. Possiamo guardarla come è fatta dentro?
Certo.
E’ chiusa.
Ah, già. Le chiavi, aspetta che vado a prenderle.
Nella casa davanti a cui è parcheggiata la limousine si offre l’aperitivo. Ci sono sedici genitori (la macchina si affitta in condivisione) di quattro continenti più parenti e affini, tutti seduti in punta di sedia o di poltrona che stringono macchine fotografiche e telecamere.
Nessuno parla, nessuno beve, nessuno mangia.
I quattro ragazzi sperduti nello smoking potrebbero pensare: vorremo non essere qui.
Le quattro ragazze di sopra invece si divertono parecchio.
Quando il silenzio comincia a solidificare lo champagne nei bicchieri, Camille dice, in italiano: Emme aiutami tu! Ed Emme che nel ruolo d’animatore è imbattibile, se decide che gli va, accetta la missione e gli ospiti si ammorbidiscono, mordicchiano una tartina, sollevano il bicchiere per il brindisi.
Il marito di Camille dirà: Be’ io ho vissuto tra le montagne, se dovessi dare un giudizio con la testa di quando vivevo a quell’altezza direi che è una cosa che al massimo mi fa ridere, ma ora sto qui e non mi dispiace.
Dopo che gli otto montano in macchina, i sedici genitori più affini corrono davanti al locale dove si svolgerà il ballo.
Girano video, scattano foto, applaudono, ridono, fanno casino insomma.
C’è sempre un olandese che chiede: chi sono le personalità che stanno arrivando?
La telecamera cattura il viso di Camille che sorride nella folla. La voce fuori campo di suo marito traduce il suo pensiero: mia figlia è contenta, io sono contenta, ma io, in effetti, che cosa ci faccio qui?
E poi dopo il ballo, la consegna del diploma e il viaggio in Grecia, partiranno tutti, perché nessuno resta a studiare qui.
Tornano ai Paesi d’origine o vanno nei college inglesi o americani.
Toccherà anche a Fran, tra due anni. E non avrà ancora diciotto anni.
Lui è tra quelli che hanno deciso di tornare.
E io non ci posso pensare.
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In coda davanti a una cassa di un fast food c’è un tipo sui quaranta, con dei piercing sulle orecchie e le sopracciglia, pantaloni e camicia jeans, capelli cortissimi, viso cotto dal sole, olandese.
Ci faccio caso perché, io non sono in fila, lui si volta, in modo rapidissimo, come fa qualcuno quando vuole sorprendere qualcun altro, e dice a un bambino di circa tre anni di occupare un posto che si è liberato, il bambino comincia la scalata di uno sgabello, lui si gira dopo un paio di minuti sempre in quel modo veloce e un po’ inquietante e gli indica un tavolo e due sedie e gli urla qualcosa tipo: devi occupare il tavolo e le sedie, brutto pezzo di scemo.
Be’, credo che abbia detto qualcosa del genere, il tavole e le sedie le indicava con la mano, poi ha aggiunto qualcosa, e il bambino ha iniziato la discesa dello sgabello che era alto come lui, si è seduto su una sedia, fissava intensamente l’altra per occuparla con lo sguardo, e aveva una faccia molto seria.
Potrebbe avergli detto un’altra frase meno terribile. Però quando di una lingua ti è diventato familiare il suono, e non è più un rumore indistinto, cogli tutte le espressioni della voce, del viso, dei gesti, e ti è sufficiente una parola per capire il senso di un discorso.
Il bambino è biondo, con la pelle molto chiara e ha il naso un po’ sporco come se avesse pianto o se fosse raffreddato.
Il tipo borbotta per l’attesa, esce dalla fila, dice qualcosa come: mi sono stancato di aspettare ancora, andiamocene via, non si beve! Il bambino fa un saltello dalla sedia e segue l’uomo senza replicare. Ecco chi mi ricorda il tipo, mi ricorda un falco, a me i falchi piacciono, quando era bambina avrei voluto averne uno o anche diventarne uno per un po’, però questo è un falco cattivo, è un falco-uomo, non un falco-animale. Il tipo esce, il bambino gli corre dietro, io mi sento malissimo, penso che i minori di anni diciotto qui in Olanda ultimamente non se la passano molto bene, penso al tipo di educazione che ricevono i bambini olandesi, un’educazione standard, tu porti tuo figlio in un centro dove gli controllano la crescita e ti danno anche i consigli per educarlo: devi allattarlo sempre nello stesso posto, devi cambiarlo sempre nello stesso posto, non devi mostrargli gli oggetti, non devi stimolarlo altrimenti si eccita e non dorme, non devi prenderlo in braccio appena piange, ed è vero che i neonati olandesi poi non piangono, c’è una mia amica che quando porta la figlia a fare una passeggiata in carrozzina non s’allontana mai troppo, così se la bambina si mette a piangere, lei corre a casa, perché mi vergogno dice, mi guardano tutti quando la sentono piangere, ma io non le seguo le istruzioni che mi danno al centro, quando piange la prendo subito e poi ci parlo in continuazione, le faccio vedere le cose anche se poi dorme poco, insomma l’uomo falco cammina sul marciapiede, lo vedo attraverso la vetrata, e il bambino gli corre sempre dietro, come fanno tutti i bambini olandesi, ma anche i cani fanno così, mica sono come i nostri, bambini e cani, che dobbiamo corrergli dietro noi, ma a un certo punto l’uomo falco fa una cosa che mi toglie quel peso che mi è cresciuto sullo stomaco.
Si gira, si ferma e prende suo figlio per mano.
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Io quello che vorrei sapere è cosa facesse la gente mentre avveniva l’aggressione alla ragazza alla fermata delle metro Termini.
Assisteva senza commentare? Guardava facendo finta di non guardare? Proseguiva in fretta perché si stava facendo tardi? Pensava: la solita lite tra tossiche? La solita lite tra donne? La solita lite? Oppure tutto è avvenuto in modo talmente rapido e imprevisto da non poterlo arginare?
Perché non ho trovato in rete un articolo che rispondesse a una di queste domande? Forse me lo sono perduto?
Da che mi ricordo io quando ci sono diverbi tra donne almeno un uomo che interviene per pacificare c’è sempre. E ho molto più esperienza dei trasporti pubblici adesso rispetto a quando ci vivevo a Roma, ché avevo la macchina allora.
Poi mi viene in mente un episodio a cui ho assistito alla stazione di Leiden un paio di mesi fa.
Ritornavo da Amsterdam, ero sola, aspettavo l’ultimo autobus che parte a mezzanotte meno dieci. Ero tranquilla, non ho mai avuto paura in Olanda di notte, ma non ne ho mai avuta neanche a Roma.
Comunque sono lì, che aspetto, cade una pioggia leggera, una delle ultime che a oggi sono 45 giorni che non piove, noto che ad aspettare sono tutte donne, adolescenti, di mezza età e anche qualche anziana.
Di fronte a me c’è un autobus che sta per partire e l’autista è una donna. Accende il motore, poi lo spegne, a bordo stanno facendo a botte. I due scendono, continuano a darsele sul marciapiede, sul marciapiede ci sono dei pali rossi che sostengono delle lavagne luminose con il numero dell’autobus e l’orario di partenza. Uno sbatte la testa dell’altro contro uno di questi pali. I due sono sui quindici, sedici anni. Scendono anche le ragazze che erano con loro, formano un semicerchio e li guardano senza dire una parola. Anche le altre presenti guardano, continuano a chiacchierare, a fumare, ad ascoltare l’ipod, a fare quello che facevano, e l’autista si mette a sfogliare una rivista, io mi spavento tantissimo, tiro fuori il cellulare per chiamare il 112, una tipa arriva di corsa, bussa al vetro dell’autobus, le dice: signora bisogna chiamare la polizia.
Lei fa un segno con cui intende: già fatto.
La rissa finisce, i due s’asciugano il sangue che gli esce dal naso, risalgono sull’autobus con le loro amiche. L’autobus se ne va. Passano ancora quindici minuti prima che parta il mio, la polizia non arriva, tutte continuano a fare quello che stavano facendo, la tipa che ha bussato al vetro è scossa e parla in modo concitato di quello che è accaduto a un’amica che approva con la testa e un leggero sorriso sulle labbra.
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