Ieri pomeriggio la cana Camilla è stata aggredita da una boxer che certe volte passa nel sentiero che taglia il parco. Tralascio i dettagli di questo fatto spiacevole in cui stavo per rimediarci un morso sul braccio.
Scrivo due cose, che mi hanno colpito o meglio ibernato.
La prima: sono rimasta senza parole. Inglesi ma pure italiane. Non mi succede mai quando mi trovo di fronte a una prevaricazione.
Se è accaduto ciò, credo che sia dovuto alla seconda cosa: l’espressione che aveva il padrone della boxer quando si è ripetuta l’aggressione. Gli occhi che erano impassibili, le labbra che accennavano a un sorriso. L’indifferenza e una certa dose di contentezza nello stesso istante. Una simultaneità che non avevo mai visto prima, per lo meno non così netta, a parte nei visi dei maniaci di certi film, ma nella realtà è tutta un’altra storia.
Sono andata via.
Alle mie spalle ho sentito la capa del gruppo dei cani che s’incontra quotidianamente al parco che reagiva al posto mio.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 2 commento(i) ]
Stamattina, oltre a chiedermi se il piccolo ponte tra i salici giganti lo preferissi come oggi immerso nella nebbia o come qualche giorno fa coperto di neve e di ghiaccio, mi sono anche domandata se fosse più facile immaginare una vita di ricchezza smisurata o una di povertà estrema e ho pensato che per me è più difficile la seconda. Io credo di stare nel mezzo, ma non è vero. Per dire, non ci vuole molto a immedesimarmi con qualcuno che ha al suo servizio un cuoco, un massaggiatore, un allenatore, un segretario. E di possedere una villa in mezzo a un bosco, dove c’è un lago con l’acqua pulita e popolato di pesci, e l’acqua del lago pulita e i pesci sono opera mia, cioè del mio conto in banca, perché una o due volte l’anno vado a farci il bagno in quel lago. E riesco anche a immaginare che mi piace mangiare sotto un gazebo o delle palme, delle palme che ho fatto piantare io perchè mi piacciono le palme. Che mangio una trota sana, cucinata su un barbecue da un cuoco con l’uniforme bianchissima, oppure che me la cucino da sola la trota sana e il cuoco con l’uniforme bianchissima mi fa da assistente e si complimenta con me per come la giro senza frantumarla.
Invece per la miseria estrema, prima che io riesca a immaginarla, mi cade subito addosso ciò che ho visto dal vivo o dai media. Penso a una buca in un deserto di sassi dove vivevano tre persone, e dentro questa buca c’erano una pentola e un pentolino e degli stracci e un’aria irrespirabile, ma penso che alla fine queste tre persone, che a me pareva non avessero nulla, possedevano quattro capre e una decina di galline. Allora penso ai sopravvissuti di Haiti, ai più poveri di Haiti, a quelli che mendicavano e dormivano in un angolo della strada prima del terremoto e che se la caveranno. Be’, quelli per un po’, quando gli aiuti saranno più organizzati, quando i Paesi avranno smesso di litigare su chi ha più diritto di piazzare la bandiera in un certo posto più ripreso dalle televisioni, avranno i pasti e una tenda sopra la testa. Ed è un caso di miseria estrema quella in cui qualcuno dopo un terremoto possa, almeno per un po’, star meglio di prima. E’ qualcosa di difficile da immaginare mentre guardo un piccolo ponte di legno immerso nella nebbia. Ma quello che mi è impossibile immaginare è che succeda questo, anche se uno lo sapeva prima di guardare il filmato che succedeva.
E insomma, riesco a sentire il sapore di una trota consumata davanti a un lago, il piacere, la noia o la tristezza di quello che la mangia, ma mi risulta praticamente impossibile mettermi negli occhi, nei nasi, nelle lingue e nelle teste di queste persone quando stavano per cadere e soprattutto dopo, quando sono cadute.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 0 commento(i) ]
Metto gli stivali di gomma, m’infilo una torcia nella tasca, aggancio un collare che lampeggia di una luce rossa alla cana e mi dirigo verso il centro di un parco senza lampioni. Per terra ci sono talmente tante foglie che il sentiero che taglia il prato si è cancellato e le foglie sono scivolose.
Pare che i giardinieri di W., come sempre stressatissimi alla fine di ogni autunno, ma ora che ci penso pure nelle altre stagioni, siano impegnatissimi a pettinare l’aiuola della rotatoria principale di W. e non abbiano tempo per far altro, a parte il caffè, la merenda e il pranzo, ovvio. E’ da giorni che la pettinano, quella bellissima aiuola, l’accorciano, la rifilano, tolgono la fogliolina che si è insinuata in profondità.
Torno al mio sentiero. Se c’è un po’ di luna, dopo qualche minuto mi abituo all’oscurità, ma devo comunque tenere la torcia accesa perché ci sono delle parti del prato che sembrano campi di riso. Ancora qualche passo e li vedo: strisce di luce rossa a intermittenza, punti bianchi che si accendono e si spengono.Gli altri cani e i loro padroni. Da quando è scattata l’ora legale non posso più leggere, né guardare, posso solo ascoltare. Chiacchiere in olandese , e al buio non ci sono distrazioni. Pure se non capisco le parole, so di che parlano: dell’influenza suina, dei mucchi di foglie sui marciapiedi. Fanno gli stessi discorsi che stanno facendo alla stessa ora in quel giardino con l’area per cani in cui vado quando sono a Roma. Lì al posto dei mucchi di foglie staranno parlando della pioggia, se ha piovuto, del freddo, se la temperatura è scesa di qualche grado. Le persone quando sono in gruppo e non si conoscono bene dicono cose noiose. Ma quando le incrocio da sole può capitare che raccontino fatti interessanti o curiosi. Oppure se non hanno voglia di parlare o di raccontare mettono su altre facce, altri silenzi. Pure al buio.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 4 commento(i) ]
Dalle sei alle sette vado al parco.
La cana gioca con gli altri cani, io fino a un paio di settimane fa mi sedevo sul prato, appoggiavo la schiena a un albero bidimensionale, tiravo fuori un libro dalla borsa e leggevo un paio di frasi, una pagina, a seconda di quello che accadeva intorno ( ci sono anche faggi, querce, ippocastani e salici giganti, oltre a un canale con un cigno bianco, la madre, e due marroni, i figli, ma il punto di ritrovo è nella zona dove c’è più prato).
Da un po’ i padroni dei cani rispondono al mio saluto, qualche volta scambiamo qualche frase in inglese, ma di solito chiacchierano tra loro di quello che accade nel paese di W.
A volte mi capita d’intercettare una parola e in base alle espressioni, i gesti, i toni, d’intuire il discorso.
La loro capa, a ogni punto di ritrovo di cani c’è sempre un capo, ha provato a insegnarmi qualche parola in olandese, ma se ne è stancata subito, con un certo sollievo da parte mia. Tutti hanno imparato a dire biscotto e biscottino in italiano – ognuno ne ha con sè una bustina che poi distribuisce – perché la mia cana all’inizio non conosceva la corrispondente parola in olandese, ora la conosce, ma loro, a quanto pare, si divertono parecchio a sillabare: “biscottino”, e a me diverte ascoltarli, in effetti. Ogni tanto viene al parco un tipo che assomiglia a Van Gogh che però è più brutto di quanto fosse lui e di sicuro più felice. Ha circa trent’anni e le gambe e le braccia che sembrano mosse dai fili. Per un po’ ha avuto dei tagli sul viso, soprattutto sulle orecchie che sono enormi e da elfo. Tutti quelli che sono lì lo salutano, ma è solo la capa che gli parla.
Lui viene per i cani e i cani impazziscono per lui.
I cani impazziscono pure per me, ma in un modo diverso.
Lui, il tipo che ricorda Van Gogh, ha un ruolo attivo con loro, perché arriva, li chiama, gli dà i biscotti per cani, li accarezza, ci gioca. Io invece non facevo nulla.
Sono stati loro che un paio di settimane fa mi hanno notato appoggiata all’albero bidimensionale a leggere.
Ha cominciato quello più vecchio. Si sdraiava di fronte a me e mi fissava. Poi quelli più giovani: correvano verso di me e inchiodavano a poco più di un metro, e anche loro un minuto a fissarmi, con la loro espressione da cane.E alla fine i piccoli: si avvicinavano e saltavano a leccarmi la faccia.
Così alla fine ho smesso di leggere e di sedermi e passo l’ora facendo qualche foto, oppure mi guardo intorno, memorizzo alberi e animali, mi sforzo d’imparare qualche parola d’olandese, ma quando sono fuori dal parco l’ho già dimenticata.
Su flickr ho trovato il parco
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 0 commento(i) ]
Non corre: vola!
Così Lo, ieri, alla fine della Terry Fox Run a proposito di una sua compagna di classe: a queste gare qui sembra una delle tante, ma dovreste vederla nei cento metri. Non ve lo potete immaginare quanto è veloce.
Siamo in competizione con gli altri mica tra noi
Hanno undici, tredici e quattordici anni. Sono piccoli, magri, alti più o meno uguali. Sono tre fratelli e corrono, e la loro specialità è proprio i cinquemila.
Alla partenza i due maggiori, più abituati alle gare – il terzo ha cominciato quest’anno – s’intrufolano tra i professionisti che sono alti il doppio, anche se la prima fila non riescono mai a occuparla.
Sempre, quello di quattordici batte quello di tredici per una manciata di secondi, a volte solo di due, altre di quattro o di dieci.
Se il primo fratello ha le scarpe sbagliate, o il raffreddore o ha sonno, il secondo fratello ha le scarpe sbagliate e corre con la tuta o ha il raffreddore e la tosse. Insomma, ha qualcosa che lo sfavorisce di più.
Ieri una foto che gli è stata scattata all’ultima curva pare ritoccata al photoshop.: indossano entrambi magliette azzurre, pantaloncini neri, sono un po’ rossi in faccia, i gomiti che quasi si toccano, lo stesso sguardo che ignora ciò che c’è intorno, lo stesso passo, la stessa distanza prima del traguardo.
Last but not the least
I campioni non partecipano alla Terry Fox
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 0 commento(i) ]
Qualche giorno fa ho assistito a una scena bellissima nel parcheggio della scuola.
C’era un bambino di tre o quattro anni che teneva saldamente per il manubrio una carrozzina come se temesse che qualcuno potesse portargliela via, e quando ha cominciato piovere, a gocce microscopiche, il bambino ha sollevato le braccia per impedire all’acqua di entrare dall’apertura. E’ rimasto in quella posizione scomoda per cinque minuti buoni e solo all’arrivo della madre le ha abbassate. Dopo ha messo su un’espressione così soddisfatta che ogni tanto ci ripenso e sorrido.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 1 commento(i) ]
Una bambina di circa otto anni, con delle gambe e braccia lunghissime, due occhi così celesti che non puoi non fissare mentre ti parla e riparla con parole dall’accento siciliano, dopo avermi raccontato un mucchio di episodi canini e non, si rivolge alla mia cana e le dice: ma quanto sei bella?! Quanto?! E comincia ad accarezzarla con l’irruenza tipica dell’infanzia, in realtà assesta alla cana degli schiaffi più o meno leggeri sul collo, la testa, il dorso. All’improvviso la bambina si ferma e si gira. Dietro di lei c’è un altro cane, dal pelo fulvo, bianco e nocciola, con il corpo lunghissimo, la coda corta che pare capitata per caso su quel corpo, le orecchie che penzolano, le zampe posteriori rigide di vecchiaia.
La bambina lo guarda e dice: anche tu sei bello, anzi di più!
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 0 commento(i) ]
Ieri, causa vacanze della scuola e causa mio grande entusiasmo nella proposta, i figli hanno accettato di venire con me al centro sportivo, come facevamo i primi anni che stavamo qui. Il programma era un po’ di palestra e molta piscina.
In palestra eravamo noi e altri tre.
Due degli altri tre erano pallidi, magrolini e probabilmente del Nord, il terzo era abbronzato, molto muscoloso, e di sicuro del Sud (dove con Sud intendo di origine latina), di quale Sud ero incerta perché parlava un inglese discreto, senza accento, però siccome ricordava, come fisionomia, i toreri dei manifesti che pubblicizzano la corrida, l’avevo fatto nascere in Spagna.
Tutti sudavano e sbuffavano, tranne il tipo muscoloso che sollevava pesi molto pesanti, e mio figlio minore e io che discutevamo sui pesi che lui non avrebbe dovuto sollevare.
Fai le flessioni, dicevo io.
Faccio le flessioni e anche i sollevamenti, rispondeva lui.
Solleva tre chili, dicevo io.
Posso sollevarne anche venticinque, mi rispondeva lui, lanciando un’occhiata al torero.
Fa come ti pare, dicevo alla fine.
Dopo due minuti di “fa come ti pare” è comparso il guardiano della palestra e gli ha detto che non poteva fare come gli pare dato che non c’aveva l’età.
Te l’avevo detto io, ho pensato, senza dirlo però, perché il mio figlio minore aveva uno sguardo talmente furioso che era meglio tacere. Poi è successo che il tipo muscoloso che sembrava un torero ha posato i suoi pesi ed è andato a parlargli: puoi fare le flessioni, gli ha detto in italiano, e i muscoli crescono lo stesso.
E’ vero, ha risposto il mio figlio minore, infatti mi sa che farò quelle. Poi il tipo gli ha spiegato qualche trucco ginnico e ha concluso così: i muscoli contano, ma non devono diventare un’ossessione e pronunciata da lui, questa frase, è suonata un po’ strana. A quel punto, uno dei due tipi magrolini del Nord, ha smesso di fare gli esercizi, si è avvicinato e gli ha chiesto in inglese: posso farti una domanda, tu segui un’alimentazione particolare?
E il tipo che sembrava un torero ha risposto che lui mangiava un po’ di tutto, ché una dieta non avrebbe mai potuto seguirla, che erano una questione genetica i suoi muscoli, anche suo padre era muscoloso, anche suo nonno, solo che loro li allenavano durante il lavoro, i muscoli, lui durante la pausa.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 0 commento(i) ]
Un pomeriggio d’inverno camminavo con mia nipote in una strada del centro di Roma quando mi accorgo che la sua faccia cambia colore: da bianco rosato diventa rosa intenso, rosso moderato, rosso acceso. Punto lo sguardo dove è puntato il suo e riconosco Silvio Muccino in compagnia di una ragazza. Una ragazza carina ma non appariscente, non una di quelle che ti volti a guardare per la strada, come lui insomma, se non fosse noto a quelli che hanno visto i suoi film.
Con questa ragazza qui, Muccino chiacchierava a scatti, come se la conoscesse da un po’, ma non profondamente. Mentre parlava aveva quell’aria sperduta, un po’ imbranata di certi suoi film, da sfigatello, insomma, di quello che quando approccia una ragazza gli va al novanta per cento male. Quel pomeriggio però la ragazza ha fatto una risata, come se lui avesse detto qualcosa di molto spiritoso, invece spiritoso non lo era affatto, era una battuta un po’ scema, proprio identica a una di quelle che fa nei suoi film, e dopo lui ha accentuato l’espressione di quello che pensa: tra un po’ ci provo, chissà se ce la faccio, ma gli è venuta troppo intensa, meno realistica rispetto a quella dei suoi film.
Poi si sono espansi i giapponesi che avevamo intorno, si preparavano a scattare delle foto, ma non di Muccino, di loro, e Muccino e la sua amica, per schivarli, hanno accelerato il passo, noi invece l’abbiamo rallentato, e l’ultima cosa che ho sentito è stata un’altra risata della ragazza e ho pensato che era sicuro che ce l’avrebbe fatta, e che anche lui era sicuro, e che ’sto fatto di essere un po’ famosi, uno lo immagina che è anche una trappola, una specie di vestito che a volte può stringerti addosso, però verificarlo dal vivo è tutta un’altra storia.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 4 commento(i) ]
Al parcheggio del supermercato ancora quella vecchia signora con i capelli cotonati e il vestito con l’orlo scucito, il carrello a cui si appoggia per camminare, e i suoi due cani. Uno di taglia piccola e l’altro di taglia media, entrambi con il pelo arruffato. Credo che passi un mucchio del suo tempo qui, questa vecchia la mattina, perché la incontro alle 8 ma anche alle 9. Si posiziona davanti a un cassonetto e ne esamina scrupolosamente il contenuto. Oggi studia una scatola d’imballaggio di un computer.
Come al solito penso che mi ricorda qualcuno e come al solito penso che prima o poi me lo ricorderò.
Quando torno quindici minuti più tardi è ancora lì, a ridurre in strisce la scatola, e ho l’illuminazione: non è lei che mi ricorda qualcuno ma è l’espressione dei suoi cani, fiduciosa e allo stesso tempo consapevole dello stato mentale della loro padrona, a farmi venire in mente qualcosa accaduto tanto tempo fa. Era una notte d’inverno, era tardi, e dovevamo tornare a casa dopo una cena a casa dei miei parenti, c’erano i miei nonni con la loro macchina e c’eravamo noi. E mio nonno aveva dormito un paio d’ore sul divano e quando arrivò il momento di andar via, stava in piedi ma sembrava che dormisse ancora. Mia madre e i parenti confabularono un po’ e alla fine mia madre disse: venite con noi e la tua macchina stasera la lasci qui! La verrai a prendere domani, con calma.
Ma come!, disse lui, io che ho guidato i camion degli americani e gli autobus e non ho mai avuto un incidente! Seguì una lunga discussione e a un certo punto io feci caso a mia nonna che aspettava davanti alla vecchia 600.
Non la guiderà stasera, le dissi.
Io lo aspetto qui, se decide di guidarla io salgo con lui.
Ma non hai paura? Pare addormentato!
Mia nonna non rispose e io rimasi a fissarla a lungo, sbalordita e affascinata della sua non paura. E aveva proprio quell’espressione lì, dei cani al parcheggio del supermercato.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 0 commento(i) ]
|