L’altra sera guardavo un documentario sul cavalluccio marino e a un certo punto si diceva che la monogamia è un fatto inconsueto in natura e che da quando è stato possibile effettuare l’esame del Dna si è scoperto che alcune specie che si credevano monogame, e veniva inquadrato un cigno, non lo sono affatto. Poi venivano elencate quelle che stanno insieme tutta la vita. In questo elenco era compresa anche la taccola che a me sta antipatica: è prepotente, ha quasi la stessa frenesia nel nutrirsi del piccione, va a mangiarsi le uova degli altri uccelli, ha un becco tozzo, due occhi vitrei e fa un verso che non mi piace.
Un paio di giorni fa stavo bevendo il caffé quando ho visto due taccole che si dondolavano su un ramo della betulla. Due taccole che sono nel mio panorama visivo da anni e di cui credevo di sapere tutto o quasi tutto ed ecco che invece ho scoperto un loro comportamento che non avevo immaginato. E le ho guardate con altri occhi, con meno fastidio e più considerazione, insomma.
Le persone a cui ho raccontato questa scoperta hanno trovato molto divertente il mio stupore. Alcune ignoravano persino chi fossero le taccole, pensavano a un tipo di insalata o le avevano confuse con i merli e le cornacchie. Ma come è possibile confondere merli, cornacchie e taccole?
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Devi avere tra i ventiquattro e i trentasei anni e hai cinque minuti di tempo.
Cinque minuti in cui devi addentare una coscetta di pollo, intingere le patatine in una collina di maionese e valutare il tipo/a che ti capita davanti. Se ti interessa rivederlo, insomma. Una bella prova, non c’è che dire. E se quello ha il il mento lucido per il grasso del pollo? E se ha un graffio di maionese sullo zigomo sinistro?
E quando ti alzi dal tavolo per cambiare partner, c’è un’altra decisione da prendere:
- saluti e te ne vai
- gli stringi la mano.
Una mano unta di pollo, di patatine, di verdure grigliate (ci sono anche le verdure grigliate nel menù) perché il cibo viene servito rigorosamente senza forchetta.
E’ un nuovo modo d’incontrarsi, c’è scritto nella mail che ho ricevuto.
Mi piacerebbe guardarli in faccia i tipi che hanno organizzato ‘sta cosa. Mi piacerebbe guardare in faccia anche quelli che parteciperanno. Sempre che decidano di partecipare. Se abitassi a Milano ci andrei davanti all’ingresso del locale. Ci andrei in compagnia della cana che è un’ottima copertura per osservare senza farsi notare.
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Al ristorante argentino c’era un tipo con una chitarra che cantava. Stava per avvicinarsi al nostro tavolo, quando Lo ha detto: “non possiamo chiedergli di saltarci?” E io: E se gli dicessimo di farci El pueblo unido jamás será vencido?
“E che roba sarebbe?” Ha detto Lo.
“Una canzone che ascoltavo durante la mia adolescenza e che sentivi da piccolo pure tu.“
“Mah.” Ha risposto lui.
Poi il tipo è arrivato e gli abbiamo chiesto la canzone.
Lui ha risposto: “parlatemi in italiano, per favore, non in inglese perché non lo so. Io vi rispondo in spagnolo”.
Però aveva capito benissimo perché mentre stavamo ripetendogli la frase, ci ha interrotto e ha detto: “non conosco quella canzone.” E dopo qualche secondo in cui ci ha guardato e ci ha pesato tutti e tre, ha aggiunto: “so le canzoni cilene, argentine, spagnole e italiane, ma non quelle di protesta”.
E ha cominciato a parlarci di lui. Tirava fuori una frase sulla sua vita e l’accompagnava con un accordo di chitarra.
“Sono vent’anni che sto qui”.
“Sei che non torno al mio Paese, la Colombia”.
“In Colombia ci sono dei prati verdissimi e dei bei paesaggi, ma nel mondo è nota per la droga”.
“Ho ancora cinque anni e poi: via!” Ha fatto un fischio per accompagnare il via e quelle parole: “ho ancora cinque anni” mi hanno fatto rabbrividire.
Il tipo ha abbassato la voce e ha continuato senza più accordi di chitarra: “Io non ci muoio qui. Non ci muoio in questo Paese!” ed era come se dicesse: “Non gliela do questa soddisfazione!” E poi: “Voi mi capite? Mi capite?” Con il tono che suggeriva: “ditemi che mi capite anche se non mi capite”.
E prima di attaccare questa canzone qui, in spagnolo, ha detto: “Sono brave persone però non parlano. Non si parlano, non ti parlano.”
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Quei due non li avrei proprio notati perché per notarli avrei dovuto girarmi. E non mi sarei girata, se non ci fosse stato un motivo. Però è successo che una delle persone che era al tavolo con me, ha fermato la conversazione, ha indicato quei due e ha domandato: “ma sono gemelli?” Così ci siamo girati tutti e tutti abbiamo risposto in coro dopo qualche secondo: “Sì.” Se li guardavi distrattamente prima ti accorgevi che erano davvero belli, poi che c’era qualcosa di strano. Il fatto che fossero identici non era tanto immediato. Così per un po’ ho fatto il giochetto “trova le differenze”. Uno aveva i capelli lisci, l’altro mossi e spettinati, uno la maglietta, l’altro la camicia, uno gesticolava mentre parlava, l’altro giocava con l’accendino. Dovevano averci lavorato parecchio su questa storia delle differenze perché pareva che non finissero più. E però malgrado tutto quel lavoro non ce ne era uno più bello, più volgare, più elegante dell’altro.
E insomma hai la fortuna di nascere bellissimo e invece ti va a capitare che insieme a te nasce tuo fratello che è altrettanto bello e così la gente dice continuamente: “ah, come siete belli! ma siete identici!” Oppure: “guarda quei due quanto sono belli. E quanto sono uguali!”. E così passi parte della tua esistenza a cercare il modo di essere diversamente bello senza riuscirci.
A questo mondo ognuno ha i suoi problemi.
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C’è qualcuno che conosco che è sempre inappuntabile, tranquillo, saluta per primo, vestito in modo anonimo, dove con “anonimo” intendo che dopo che l’hai incontrato non ricordi di quale colore fosse la sua cravatta se stava andando in ufficio o di quale colore fosse la sua maglietta se stava andando da qualche altra parte. E se esprime un’opinione premette sempre un “secondo me” e non cerca di convincerti che quel “secondo me” coincide con quello che pensa la maggioranza degli uomini della terra.
Aver scoperto che questa persona ascoltava e ascolta ancora ogni tanto i Jethro Tull, i Deep Purple, i Led Zeppelin, gli AC/DC mi ha generato un certo stupore. Quel tipo di stupore che si prova quando vieni a sapere che qualcuno che conosci e che incontri quasi quotidianamente ha sventato un attacco terroristico, ha ripulito le casse di un certo ente ed è scappato su un’isola del Sud America, oppure ha mollato la moglie, i figli e i genitori anziani ed è andato a vivere in un monastero nel Tibet. Quello stupore che ti fa dire: io lo conoscevo e mai avrei pensato che potesse fare una cosa del genere. Non c’aveva l’abbigliamento, l’atteggiamento, i toni, pareva proprio un altro.
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Ma perché ci si deve vantare di avere mille interessi e svolgere altrettante attività?
Per fortuna che ogni tanto salta fuori qualcuno che invita i genitori a non riempire i pomeriggi dei bambini di corsi di cucina, di danza, di canto e del nuovo avvincente corso “calpesta la riga tra i mattoni”. Che poi non ho mai sentito un bambino fare l’elenco dei suoi sette pomeriggi impegnati con esaltazione.
E i genitori o gli adulti in genere non li mette in guardia nessuno? A me quando sento o leggo qualcuno vantarsi o recitare la parte di quello che non ce la fa a fare le sue mille attività mi viene un nervoso, ma un nervoso che gli darei tanto volentieri una mazzata in testa.
Invece chi ha due, o anche tre lavori, perché non ce la fa, non lo ha il tempo per vantarsi.
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Ieri pomeriggio la cana Camilla è stata aggredita da una boxer che certe volte passa nel sentiero che taglia il parco. Tralascio i dettagli di questo fatto spiacevole in cui stavo per rimediarci un morso sul braccio.
Scrivo due cose, che mi hanno colpito o meglio ibernato.
La prima: sono rimasta senza parole. Inglesi ma pure italiane. Non mi succede mai quando mi trovo di fronte a una prevaricazione.
Se è accaduto ciò, credo che sia dovuto alla seconda cosa: l’espressione che aveva il padrone della boxer quando si è ripetuta l’aggressione. Gli occhi che erano impassibili, le labbra che accennavano a un sorriso. L’indifferenza e una certa dose di contentezza nello stesso istante. Una simultaneità che non avevo mai visto prima, per lo meno non così netta, a parte nei visi dei maniaci di certi film, ma nella realtà è tutta un’altra storia.
Sono andata via.
Alle mie spalle ho sentito la capa del gruppo dei cani che s’incontra quotidianamente al parco che reagiva al posto mio.
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Stamattina, oltre a chiedermi se il piccolo ponte tra i salici giganti lo preferissi come oggi immerso nella nebbia o come qualche giorno fa coperto di neve e di ghiaccio, mi sono anche domandata se fosse più facile immaginare una vita di ricchezza smisurata o una di povertà estrema e ho pensato che per me è più difficile la seconda. Io credo di stare nel mezzo, ma non è vero. Per dire, non ci vuole molto a immedesimarmi con qualcuno che ha al suo servizio un cuoco, un massaggiatore, un allenatore, un segretario. E di possedere una villa in mezzo a un bosco, dove c’è un lago con l’acqua pulita e popolato di pesci, e l’acqua del lago pulita e i pesci sono opera mia, cioè del mio conto in banca, perché una o due volte l’anno vado a farci il bagno in quel lago. E riesco anche a immaginare che mi piace mangiare sotto un gazebo o delle palme, delle palme che ho fatto piantare io perchè mi piacciono le palme. Che mangio una trota sana, cucinata su un barbecue da un cuoco con l’uniforme bianchissima, oppure che me la cucino da sola la trota sana e il cuoco con l’uniforme bianchissima mi fa da assistente e si complimenta con me per come la giro senza frantumarla.
Invece per la miseria estrema, prima che io riesca a immaginarla, mi cade subito addosso ciò che ho visto dal vivo o dai media. Penso a una buca in un deserto di sassi dove vivevano tre persone, e dentro questa buca c’erano una pentola e un pentolino e degli stracci e un’aria irrespirabile, ma penso che alla fine queste tre persone, che a me pareva non avessero nulla, possedevano quattro capre e una decina di galline. Allora penso ai sopravvissuti di Haiti, ai più poveri di Haiti, a quelli che mendicavano e dormivano in un angolo della strada prima del terremoto e che se la caveranno. Be’, quelli per un po’, quando gli aiuti saranno più organizzati, quando i Paesi avranno smesso di litigare su chi ha più diritto di piazzare la bandiera in un certo posto più ripreso dalle televisioni, avranno i pasti e una tenda sopra la testa. Ed è un caso di miseria estrema quella in cui qualcuno dopo un terremoto possa, almeno per un po’, star meglio di prima. E’ qualcosa di difficile da immaginare mentre guardo un piccolo ponte di legno immerso nella nebbia. Ma quello che mi è impossibile immaginare è che succeda questo, anche se uno lo sapeva prima di guardare il filmato che succedeva.
E insomma, riesco a sentire il sapore di una trota consumata davanti a un lago, il piacere, la noia o la tristezza di quello che la mangia, ma mi risulta praticamente impossibile mettermi negli occhi, nei nasi, nelle lingue e nelle teste di queste persone quando stavano per cadere e soprattutto dopo, quando sono cadute.
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Metto gli stivali di gomma, m’infilo una torcia nella tasca, aggancio un collare che lampeggia di una luce rossa alla cana e mi dirigo verso il centro di un parco senza lampioni. Per terra ci sono talmente tante foglie che il sentiero che taglia il prato si è cancellato e le foglie sono scivolose.
Pare che i giardinieri di W., come sempre stressatissimi alla fine di ogni autunno, ma ora che ci penso pure nelle altre stagioni, siano impegnatissimi a pettinare l’aiuola della rotatoria principale di W. e non abbiano tempo per far altro, a parte il caffè, la merenda e il pranzo, ovvio. E’ da giorni che la pettinano, quella bellissima aiuola, l’accorciano, la rifilano, tolgono la fogliolina che si è insinuata in profondità.
Torno al mio sentiero. Se c’è un po’ di luna, dopo qualche minuto mi abituo all’oscurità, ma devo comunque tenere la torcia accesa perché ci sono delle parti del prato che sembrano campi di riso. Ancora qualche passo e li vedo: strisce di luce rossa a intermittenza, punti bianchi che si accendono e si spengono.Gli altri cani e i loro padroni. Da quando è scattata l’ora legale non posso più leggere, né guardare, posso solo ascoltare. Chiacchiere in olandese , e al buio non ci sono distrazioni. Pure se non capisco le parole, so di che parlano: dell’influenza suina, dei mucchi di foglie sui marciapiedi. Fanno gli stessi discorsi che stanno facendo alla stessa ora in quel giardino con l’area per cani in cui vado quando sono a Roma. Lì al posto dei mucchi di foglie staranno parlando della pioggia, se ha piovuto, del freddo, se la temperatura è scesa di qualche grado. Le persone quando sono in gruppo e non si conoscono bene dicono cose noiose. Ma quando le incrocio da sole può capitare che raccontino fatti interessanti o curiosi. Oppure se non hanno voglia di parlare o di raccontare mettono su altre facce, altri silenzi. Pure al buio.
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Dalle sei alle sette vado al parco.
La cana gioca con gli altri cani, io fino a un paio di settimane fa mi sedevo sul prato, appoggiavo la schiena a un albero bidimensionale, tiravo fuori un libro dalla borsa e leggevo un paio di frasi, una pagina, a seconda di quello che accadeva intorno ( ci sono anche faggi, querce, ippocastani e salici giganti, oltre a un canale con un cigno bianco, la madre, e due marroni, i figli, ma il punto di ritrovo è nella zona dove c’è più prato).
Da un po’ i padroni dei cani rispondono al mio saluto, qualche volta scambiamo qualche frase in inglese, ma di solito chiacchierano tra loro di quello che accade nel paese di W.
A volte mi capita d’intercettare una parola e in base alle espressioni, i gesti, i toni, d’intuire il discorso.
La loro capa, a ogni punto di ritrovo di cani c’è sempre un capo, ha provato a insegnarmi qualche parola in olandese, ma se ne è stancata subito, con un certo sollievo da parte mia. Tutti hanno imparato a dire biscotto e biscottino in italiano – ognuno ne ha con sè una bustina che poi distribuisce – perché la mia cana all’inizio non conosceva la corrispondente parola in olandese, ora la conosce, ma loro, a quanto pare, si divertono parecchio a sillabare: “biscottino”, e a me diverte ascoltarli, in effetti. Ogni tanto viene al parco un tipo che assomiglia a Van Gogh che però è più brutto di quanto fosse lui e di sicuro più felice. Ha circa trent’anni e le gambe e le braccia che sembrano mosse dai fili. Per un po’ ha avuto dei tagli sul viso, soprattutto sulle orecchie che sono enormi e da elfo. Tutti quelli che sono lì lo salutano, ma è solo la capa che gli parla.
Lui viene per i cani e i cani impazziscono per lui.
I cani impazziscono pure per me, ma in un modo diverso.
Lui, il tipo che ricorda Van Gogh, ha un ruolo attivo con loro, perché arriva, li chiama, gli dà i biscotti per cani, li accarezza, ci gioca. Io invece non facevo nulla.
Sono stati loro che un paio di settimane fa mi hanno notato appoggiata all’albero bidimensionale a leggere.
Ha cominciato quello più vecchio. Si sdraiava di fronte a me e mi fissava. Poi quelli più giovani: correvano verso di me e inchiodavano a poco più di un metro, e anche loro un minuto a fissarmi, con la loro espressione da cane.E alla fine i piccoli: si avvicinavano e saltavano a leccarmi la faccia.
Così alla fine ho smesso di leggere e di sedermi e passo l’ora facendo qualche foto, oppure mi guardo intorno, memorizzo alberi e animali, mi sforzo d’imparare qualche parola d’olandese, ma quando sono fuori dal parco l’ho già dimenticata.
Su flickr ho trovato il parco
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