
Svitlana ha circa quaranta anni, ma ne dimostra almeno una decina di più, è di Korostov, Ucraina, e lavora in Olanda. Non ha una famiglia da mantenere e tutto quello che guadagna è per lei, solo per lei. Conosce l’olandese discretamente, altrimenti non avrebbe superato il test d’ingresso. Non sa l’inglese, ma tanto non le serve. Dopo un anno di lavoro ha messo da parte una certa sommetta e ha deciso di passare una vacanza sul Mar Rosso con Iryna, senza marito anche lei ma che lavora in Germania. Così una mattina all’alba eccola seduta su un aereo, un po’ stanca ma eccitata per la vacanza che l’aspetta, felice di rivedere l’amica e di poter tornare a parlare nella sua lingua, che forse sogna di incontrare un uomo che le cambierà la vita. Finalmente ha potuto rimettere le sue scarpe lucide viola con gli intarsi gialli. La famiglia per cui lavora, una famiglia di medici, le ha proibito, scherzosamente, di indossarle. Ha anche il suo cappello di lana amaranto e la pelliccia sintetica ghepardata. Libera per una settimana di fare ed essere come le pare!
Ha solo una preoccupazione: di perdere il pullman che la porterà in una certa località del Mar Rosso, dato che l’aereo è in ritardo.
Dopo l’atterraggio la hostess annuncia che i passeggeri che hanno delle coincidenze devono scendere per primi.
Così Svitlana si dilegua in grande fretta.
Svitlana, nella sua borsa di mille colori, ha qualcosa che mi appartiene.
Il mio libro.
E’ passato oltre un mese dal furto.
E sto ancora a chiedermi cosa l’abbia spinta a rubarlo, col rischio di essere scoperta. Infatti, durante il volo I Fratelli Karamazov era scivolato sotto il sedile e aveva raggiunto i piedi del passeggero dietro di me, anzi della passeggera, io mi ero chinata e l’avevo visto, ma era troppo lontano perché potessi riprenderlo, e avevo notato le sue scarpe. Su mia sollecitazione, Lo le aveva domandato in inglese se lo poteva raccogliere, ma lei
aveva risposto in olandese che non capiva. Quando, come una furia, se ne era andata avevo memorizzato il suo cappello e la pelliccia.
Ho fatto una serie d’ipotesi.
Svitlana:
è cleptomane.
Ha pensato che avrebbe potuto rivenderlo almeno a due euro dato che sulla copertina c’era stampato a grossi caratteri che ne valeva 10.
E’ un’appassionata de I Fratelli Karamazov e ne colleziona le traduzioni in tutte le lingue.
Oppure è stata attratta dalla copertina. Che è meno sbiadita di questa foto, anzi era, e in sintonia con i colori del suo abbigliamento.
Ah, ma adesso la rintraccio, dico appena scendo dall’aereo. E vediamo se non me lo restituisce. Con quelle scarpe, quel cappello e quella pelliccia come può pensare che non la riconosca?
Ma l’aeroporto di Hurgada è affollatissimo, è quasi la fine dell’anno, inoltre le procedure di sbarco sono lente. File densissime, di tutte le nazionalità, ma soprattutto di ucraini e di russi che calzano scarpe dalle forme e dai colori incredibili e hanno in testa cappelli ancora più stravaganti. E mi confondo. Mi sembrano tutte Svitlana, ma anche no. Alla fine sono costretta a rinunciare.
E mi chiedo anche dove sia finito, e ipotizzo.
Si sta sciogliendo sui fondali del Mar Rosso.
Sta per bruciare sul monte della spazzatura.
Svitlana, dopo essersi accorta che era scritto in italiano e che aveva già quella traduzione, l’ha gettato in un angolo dell’aeroporto, un bambino egiziano l’ha raccolto e ora lo usa come sedile.
Oppure sta allineato in uno scaffale di una libreria tra una versione in francese e una greca e Svitlana, vestita di grigio e di nero, si stropiccia le mani con soddisfazione e dice: mi manca solo la versione spagnola, so che ne esiste un’edizione con una copertina ancora più sgargiante di questa.
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Passeggio nel paese di O., ho quasi raggiunto il negozio che vende fiori con la vetrina che mi stupisce sempre, quando mi interseco con due tipe, alte più o meno uguali, ma senz’altro alte, e bionde, i capelli sottili e dritti, talmente dritti da sembrare bagnati, una parla e l’altra ascolta, quella che parla ha pianto o sta per piangere, la bocca e gli occhi sono piegati in un certo modo che non lascia dubbi. Sono a un paio di metri dal negozio dei fiori, due passi e lo raggiungo, invece mi fermo, c’è un negozio di abbigliamento con certo robe orrende, faccio finta di guardarle, mentre osservo le due, di cui non mi dovrebbe importare nulla: sono due amiche, una ha un problema e lo racconta all’altra, sono fatti loro, se non fosse che nel frattempo ho registrato alcuni dettagli della faccia dell’altra: labbra sottili, naso piccolo e a punta, occhi molto chiari, ed espressione incredibilmente indifferente, da manichino.
Non è possibile, penso, passeggi con un’amica o una persona che conosci, questa ti racconta qualcosa, ha pianto o sta per piangere, e tu rimani imperturbabile, come se fossi sola, ma è il paese degli alieni, questo? Io non ci credo. Dopo qualche minuto - sulle vetrine del negozio di roba orripilante devono averci spruzzato chissà quale sostanza perché si è radunata una piccola folla ad ammirare le gonne e le magliette esposte, e le due ragazze non riescono a passare e io non riesco a proseguire - risolvo il fatto incomprensibile.
Che la tipa che ha pianto o sta per piangere ha proprio una faccia così, una faccia da pianto fissa, è la sua espressione normale, e l’amica con la faccia indifferente, talmente indifferente da sembrare che l’ha messa su apposta, anche a lei è indifferente naturale.
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Sarò sul canale Y alle X, ora italiana.
Mica sto sulla luna, io. Sono a centoventi minuti da Roma se il pilota ha fretta.
Mi ricordo che una delle cose che mi colpì quando mi trasferii qui fu che tutti smisero di telefonarmi e se chiamavo io, parlavano sintetici, ad alta voce, con l’ansia, e alla fine dicevano sempre: chissà quanto stai spendendo!
Una telefonata di venti minuti, la sera, costa circa due euro, rispondevo io.
Ma va?
Ma certo.
Però non dicevo euro in effetti, dicevo lire e fiorini. Per un paio d’anni ci fu questa seccatura della doppia moneta.
Comunque all’ora X, ora italiana, ora anche di qui, sono davanti alla tivù.
C’è il mio amico, con la stesso sguardo, gli stessi gesti, la stessa calma del ricordo.
I primi minuti quasi mi arrabbio. Perché sta parlando, e lui non parla.
Dopo mi tranquillizzo. Perché fa quello che deve fare, fregandosene di stare davanti alla telecamera. A un certo punto la conduttrice, spazientita, gli dice: ehi, D., sei sprofondato nel silenzio?
E io quasi mi commuovo, ché ripenso a certe sere di chiacchiere con le amiche e lui da una parte ad ascoltare con un sorriso, che non era proprio un sorriso, che sottintendeva: ma quante ne sparate, eh? E alla fine, quando avevamo terminato di sviscerare il passato, il presente e il futuro, una di noi diceva sempre: sai, D., cosa ti aspetta adesso, lo sai, vero?
E lui con quel sorriso che modificava lievemente, faceva cenno di sì.
A quel punto partivano le domande, a raffica.
Allora componeva l’espressione della rassegnazione, che non era proprio rassegnazione, e cominciava a risponderci.
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Verso le dieci di mattina, se non piove, una tortora atterra sulla trave del tetto della serra e si trattiene a lungo. Se mi avvicino lentamente alla finestra e resto immobile, lei mi fissa senza paura, roteando di continuo la testa. Sta in silenzio, però. Se invece decide di scendere sul ramo della magnolia, dove è a una discreta distanza da me e dal gatto, attacca il suo richiamo al compagno che dopo qualche minuto arriva e se ne stanno lì per un po’, a dirsi le loro cose.
Ci sono anche dei colombi selvatici, ma hanno abitudini diverse: sostano sempre sulla stessa betulla e sempre sullo stesso ramo, quasi irraggiungibili alla mia osservazione e agli agguati del gatto.
In realtà il gatto è diventato alquanto pigro, per lo meno se lo paragono alla cacciatrice instancabile che avevo prima, pigrissimo e incompetente se lo confronto con la gatta della vicina che almeno una volta al mese riesce a catturare un colombo e a mangiarselo per intero lasciando solo un mucchio di penne, le zampe e qualche altro dettaglio un po’ macabro da descrivere.
Le tortore mi piacciono molto e guardarle mi mette di buonumore e ho la segreta speranza che un giorno una venga a posarsi sul mio braccio, anche se sono meno comunicative dei merli. Una volta lessi da qualche parte che sono volatili feroci, ma non mi ricordo in che modo si espletasse questa ferocia, so che mia madre quando era una ragazza ne possedeva una coppia che voleva addomesticare, ma durante un’esercitazione il maschio volò via e la femmina si lasciò morire di fame.
Dai piccioni invece, come qualcuno sa, sono terrorizzata, ma non è tanto per il loro aspetto fisico, prima pensavo fosse soprattutto per quell’occhio fisso che Suskind ha descritto così bene per me: quest’occhio, un piccolo disco circolare, marrone con un punto centrale nero, era spaventoso a vedersi. Era come un bottone sulle piume della testa, privo di ciglia, privo di sopracciglia, totalmente nudo, rivolto all’esterno e mostruosamente spalancato senza decenza alcuna. Da quando vivo qui, infatti, ho dedotto che l’occhio c’entra poco perché anche le tortore e i colombi selvatici ne hanno uno simile, anche se mi appare diverso: cioè mi sembra che loro, a differenza del piccione, uno sguardo lo abbiano. Ho capito che il piccione mi fa paura, a differenza dei suoi simili, per la sua invadenza e soprattutto per quell’ossessione di nutrirsi, che lo porta, come più volte ho osservato con orrore, a mangiare anche quando sta per morire. Ho il sospetto che anche altre specie di volatili abbiano questo riflesso incondizionato, per esempio le galline, ma le galline sono più umane o meglio più animali perché si spaventano facilmente.
Il piccione invece non ha paura di nulla.
Se batti le mani o fai un gesto per cacciarlo, magari se ne va, ma quel suo andarsene è impassibile, non butta il collo in avanti e schizza via come fa la gallina per esempio, è un andarsene senza emozioni e senza reazioni che mi è insopportabile. Per fortuna a CameliaHof e nel paese di W. sono al sicuro: qui i piccioni non ci sono, ma appena vado in città, se sono sola, diventa quasi una tragedia.
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Dovevo inviare una mia foto a un sito e allora mi sono messa a cercarne una, di solito ho sempre un’espressione imbronciata o orripilante tranne in quelle che mi faccio da sola dove ho una faccia più da me, cioè la faccia che mi sento io, e quindi ogni tanto me ne scatto una, giusto per ricordarmi come mi sento, comunque nelle foto non sorrido mai, ma anche quando non sto davanti a un obiettivo non sorrido: io sono seria o rido, a volte rido anche quando non dovrei. E quindi quando qualcuno sta per fotografarmi, metto su la faccia della serietà che poi diventa dell’imbronciata perché a comando non ci riesco a ridere, a comando si può sorridere, ma io non ne sono capace ed è per questo motivo che se qualcuno insiste e mi dice: sorridi, tiro fuori delle smorfie pazzesche. Però stavolta volevo mandarne una carina e cerca che ti ricerca alla fine ne ho trovata una in cui sorridevo e così tutta soddisfatta l’ho spedita, sembrava proprio un sorriso vero, chissà a che pensavo quando me l’ero scattata. Poi la persona che l’ha ricevuta prima di pubblicarla l’ha ingrandita e orrore: il sorriso c’è ed è pure sorprendentemente naturale, ma ho un occhio che guarda da una parte e uno da un’altra, uno sguardo doppio di cui nella miniatura non mi ero accorta e come se non bastasse uno è più grande e uno più piccolo. Inoltre Emme mi ha fatto notare che c’è anche un cerchio di metallo che sta per colpirmi o che mi ha appena colpito.
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C’è poi un tipo di carattere che non appartiene a uno che va sempre di fretta o che non riesce a star fermo, sono presenti entrambi questi atteggiamenti ma non predominano, è la fuga l’elemento che spicca. La fuga da un luogo, da una situazione, da una persona, ma è una fuga poco percettibile, che non si attua con un’assenza fisica, ma con una non presenza mentale. E’ quel tipo di carattere che a un certo punto ti dice: ti ascolto, continua. E tu continui, con un leggero imbarazzo, anche se quando lo frequenti spesso o lo conosci ormai da tempo, quel leggero imbarazzo dopo la frase: “ti ascolto, continua” non lo provi più. E hai imparato che con quel carattere lì, quando gli parli, devi essere sintetico al massimo, a meno che l’oggetto del discorso non lo riguardi strettamente: gli stai riferendo un pettegolezzo maligno o un evento che condizionerà il suo futuro. Un carattere di questo tipo, io lo metto in un corpo di un uomo e gli do questa particolarità: i suoi occhi non hanno sguardo, come se fossero composti d’acqua, senza pupilla al centro. Un tipo così è uno che detesta i preliminari quando fa l’amore, non è che pensi proprio che i preliminari facciano perdere tempo, è che li ritiene superflui anche se non ci hai mai riflettuto sopra.
C’è un altro carattere che ha anche una sorta d’irrequietezza, dotato di minore mobilità fisica rispetto al precedente, ed è munito di una chiacchiera inarrestabile, la vita è parole per questo carattere qui, soltanto il sonno può spegnere la sua voce, anche sotto la doccia non sta zitto, non c’è nulla di male in qualcuno che canta sotto la doccia, ma questo carattere qui sotto la doccia non canta, parla: tanto nessuno lo sente, il rumore dell’acqua copre le sue parole. Il corpo di questo carattere qui me lo immagino femminile, in una versione morbida, i suoi occhi hanno uno sguardo a differenza dell’altro, solo che non fissano i tuoi mentre ti parla, sono come le farfalle, e non li fissano perché non vuole notare che a un certo punto ti distrai.
Sarei curiosa di vederli insieme due così. Li ho sempre osservati separatamente. La frase: parla, ti ascolto, non potrebbe essere pronunciata perché la chiacchierona non lancerebbe mai il segnale: tu non mi stai ascoltando!
Insomma, immaginare una situazione in cui una storia tra due tipi così ha inizio, mi pare un’impresa impossibile. Credo che uno dei due finirebbe per perdere la pazienza, uscirebbe dallo schema, comincerebbe ad ascoltare o smetterebbe di parlare. Oppure, ammesso che sia partita, un giorno qualcuno gli chiederebbe: ma come ci siete capitati insieme voi due, me lo spiegate?
Ma non gli risponderebbero ovviamente.
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Ieri la ragazza ungherese, che si chiama Anna, raccontava che nel suo Paese quando arrivi a scuola ti devi togliere le scarpe e mettere le pantofole, qualcuno - ma sono pochi, ha precisato - mette le scarpe da ginnastica perchè durante l’inverno, in Ungheria, c’è una poltiglia di fango impastata con la neve, e le le scarpe hanno la suola spessa per non bagnarsi i piedi. Diceva pure che, legati allo zaino, ognuno ha un paio di pattini perché alla fine delle lezioni si va a pattinare sul ghiaccio.
Quando diceva queste cose, la voce le tremava e gli occhi le brillavano, anche quando accennava ai disagi che porta il fango. E’ una ragazza fragile, - forse più sensibile che fragile, ma forse sensibilità e fragilità sono la stessa cosa, - che non può vivere senza affetti e conta i giorni che mancano a Natale quando andrà a casa.
Scommetto cento contro uno che dopo le vacanze non torna.
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Un difetto dei tedeschi, dice il ragazzo che si chiama Albert, è che non sanno esprimersi in pubblico. Buttano in mezzo troppi argomenti e finiscono per perdere il filo. Io sono nato in Cina, dunque è cinese non coreano, e mio padre è stato trasferito per lavoro a Monaco, mio padre è tedesco, quando avevo sette anni. In Germania mio padre viaggiava di meno e abbiamo cominciato a parlare, fino ad allora parlavo solo il cinese con mia madre e l’inglese a scuola. Ora sto imparando anche a scriverlo, il cinese.
Ci racconta tutto questo a tavola, ma è un discorso che viene interrotto di continuo dall’altro ospite, Bastian.
Ho due gatti che pesano quindici chili e che ho addestrato come se fossero cani: gli dico a cuccia e loro vanno a cuccia, gli ordino di non muoversi e loro non si muovono, gli comando di riportarmi la pallina e loro me la riportano, sanno fare un sacco di cose, i miei gatti. Sorprendono tutti i miei gatti, e io ne sono orgoglioso.
I problemi di Bastian sono visibili sulla sua fronte: ha delle bolle che si tortura quando nessuno lo guarda, dei segni profondi di quelle che c’erano prima, la sua fronte, la mattina quando scende a colazione, è gonfia e rossa.
Albert riprende il filo del suo discorso, ha appena cominciato ad accennarci qualcosa sulla scrittura, quando Bastian posa la forchetta, sbatte la mano sul tavolo, il colpo fa tintinnare le stoviglie, e dice: e poi ho anche un serpente!
Tutti lo guardiamo, lo guarda anche Albert.
Lui non guarda nessuno e guarda tutti, è uno sguardo particolare, di quelli che non vedono.
Un serpente, sì. Me lo ha regalato mia madre. E ora sto cercando di addestrarlo e ci riuscirò, come ci sono riuscito con i gatti.
Per qualche secondo nessuno dice nulla, poi Emme gli chiede: è un serpente velenoso?
No, non è un serpente velenoso, ora ti descrivo com’è, il nome lo so solo in tedesco, non lo conosco in inglese, e parla, parla, mentre riprendiamo a mangiare.
Arriva il sabato sera, ognuno fa i suoi programmi, Albert va a farsi un giro a Leiden, decide di studiare ancora per la discussione finale del giorno dopo, Lo va dal suo amico scozzese a vedere la partita e resta a dormire lì, noi abbiamo un impegno con i vicini, rimane Fran con una sua amica e Bastian che tenta di addomesticare il gatto e lo insegue su e giù per le scale.
Non possiamo lasciarlo solo, dico a Fran.
Resta insieme al gatto, dice lui.
Appunto, dico io.
Verso mezzanotte Fran mi telefona. Gli ho fatto scegliere il film, ne ha scelto uno che aveva già visto, diceva che era molto divertente, e penso che lo fosse divertente, anche se noi non abbiamo sentito nulla, ha parlato tutto il tempo di quanto facesse ridere, il film, comunque il gatto si è tranquillizzato, non striscia più sul pavimento come faceva prima, e anche lui, a parte le mille parole in un minuto, ha la fronte meno congestionata. Ora è andato a dormire, e meno male che domani torna a casa sua.
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Da W. sono volati via tutti, per le vacanze d’autunno, e adesso è vuota, W., come una città in agosto, però W. non è una città e non è nemmeno agosto, anzi da stamattina la temperatura ha virato decisamente verso il basso.
In compenso la mia casa è affollata – di amici dei figli e di scarpe all’ingresso, una montagna in crescita, anche se i figli dei vicini arrivano a piedi nudi - perché quelli che sono rimasti (i tosti o quelli che non sapevano dove andare, che non potevano andare, che non volevano andare) s’incontrano qui. Dlin dlon. Nessuno apre la porta. Mi piacerebbe che qualcuno inventasse un meccanismo apriporta simile a quello che esiste per i gatti.
Tu hai un telecomando e fai la programmazione.
Pulsante uno entra solo il gatto.
Pulsante due entra il gatto e i suoi amici.
Pulsante tre: non entra nessuno.
C’è chi poi non riesce a dimenticare il paese di W. e lo preferisce mille volte a Londra. Da domenica Tom, grande amico di Fran, si è stabilito da noi e ci starà tutta la settimana.
Il paese di W. meglio di una città? E soprattutto meglio di Londra? Non ci posso credere.
Ma Tom ce lo spiega, veramente ce lo spiega tutte le volte che torna perché preferisce stare qui. Quello che conta per essere felici sono le persone con cui stai, non il luogo o le mille cose da fare. (sì, è un’affermazione ovvia, però anche terribile quando chi lo fa la dice perchè l’ha sperimentata su di sé).
E poi Tom, nella sua Londra, è afflitto dal bullismo. Anche se dopo due anni di vita lì si è ritagliato una nicchia e non viene importunato più.
Così ieri sera a cena, a duecento all’ora: Il bullismo fa parte della vita, vorresti che non ci fosse, combatti per annientarlo, e quando sei convinto che ce l’hai fatta, che non ti massacreranno più, ti accorgi che hanno solo cambiato bersaglio perchè c’è il nuovo arrivato da tormentare, o quello che ha confessato una cosa che non doveva confessare, o uno che non ha rispettato le regole per essere dentro. O fuori. Dipende da come consideri la faccenda.
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Rania ride della nostra sorpresa quando ci elenca tutte le cose che non può fare.
E c’è sempre qualcuna che le domanda: ma non ti pesa?
No, affatto, risponde lei.
E secondo me questa è la domanda con cui si diverte più.
Rania è di Riyadh, ha ventitre anni, un corpo da fotomodella, un po’ troppo magro magari, è molto curiosa e allegra anche, non le manca nulla insomma. E però se ne sta chiusa sotto i suoi veli che le coprono i jeans, i capelli, il collo, che la nascondono.
Stamattina ha sollevato molto scalpore il fatto che durante una festa non possa bere alcolici.
Nemmeno un bicchiere di vino bianco? Ha chiesto a un certo punto una.
Ma certo che no! ha risposto lei.
A me quello che ha scioccato veramente - che lo sapevo che c’erano queste proibizioni, ma poi quando le vedi ti fanno un altro effetto - è stato che ha dovuto prendere un taxi per raggiungere il posto dove ci siamo incontrate che era a due o trecento metri da casa sua. Perché non può guidare la macchina e nemmeno la bicicletta, non può prendere neanche l’autobus da sola.
Qualche giorno fa ho preso il tram, però. Ero con le mie amiche ma sono dovuta scappare: il guidatore del tram m’importunava.
Non ci posso credere, ha risposto l’olandese del gruppo.
Penso che fosse ubriaco, ha precisato lei.
Ubriaco? Pazzesco! Dovevi chiamare la polizia! Immediatamente.
Invece sono scappata e il tram non lo prendo più.
Io stavo per dirle che in un ospedale di Amsterdam è disponibile una pillola, da prendere la prima notte di nozze, che sostituisce l’operazione per la ricostruzione della verginità e che la richiesta da parte delle ragazze turche e marocchine è stata notevole, ma poi non le ho detto nulla.
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