Pronto, Tesoro?
Dimmi, veloce!
Mi sono affettata il dito con il bbb, sto perdendo molto sangue, è saltata anche l’unghia!
Non puoi arrestare l’emorragia? Ho ancora 30 minuti di gioco!
Sì, va bene, proverò a metterci il sale…
Perchè quello che sembra assurdo è sempre vero?
E perchè il sale arresta l’emorragia?
E come si fa a non perdere la pazienza quando si ottiene una risposta del genere?
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Dice: sto leggendo Proust, il secondo volume. Lì ci trovo quello di cui ho bisogno, cioè avrei bisogno anche di altro, ma per ora non voglio pensarci. E ho passato le vacanze di Natale a riversare su mp3 i cd di classica perché non avevo spazio nella valigia.
Suonavo il piano, quando ero giovane.
Sorride.
Sorrido anche io.
Poi mi piacerebbe avere un figlio.
Un figlio?
Sì.
Ti piace come idea, dico io. E’ come se affermassi: vorrei ritirarmi per un anno in un monastero in cima al Tibet, a riflettere. Però non lo fai.
Scuote la testa e cambia argomento: poi mi è venuta la nostalgia adesso, dopo tre mesi.
E’normale: all’inizio sei distratto dal lavoro, dalla gente che incontri, è tutto nuovo. Comunque passa, ti assicuro.
Proust lo leggo la mattina sull’autobus. C’è un silenzio pazzesco sull’autobus. Nessuno parla con nessuno. A Napoli, invece, quando andavo all’università, c’era una specie di teatrino: tutti parlavano con tutti. Voi invece i libri li avete portati…
Sì, per forza, non ho più una casa a Roma
Continua: ho una mania, io. Non sopporto che qualcuno mi presti un libro e mi dica di leggerlo. Devo essere io a decidere quando e cosa leggere. Detesto anche chi mi chiede libri in prestito. La gente si dimentica sempre di restituirli, tanto li hai letti, pensano. A me questa cosa infastidisce perché arriva sempre un momento che mi viene voglia di andarmi a rivedere qualche pagina. E poi io diffido di quelle persone che non hanno roba da leggere in casa. Nemmeno un giallo o un romanzo rosa. Mi fanno paura.
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Lo guardo. Dimostra meno dei suoi 26 anni. C’è qualcosa che non mi torna.
Chiedo: ma perché hai voluto fare l’ingegnere?
Risponde: per sfida. Perché ero un somaro in matematica. Ora che è finita, mi sento pieno d’energia. Sai che ho cominciato a studiare il russo? E’ una lingua bellissima.
Riflette un attimo. Sì, sembro un po’ scemo per come mi comporto. Il fatto di pormi mete difficili da raggiungere, ma mi piace così.
Conclude: per il figlio, hai ragione. A parte che non sarei in grado di mantenerlo, ma voglio aspettare di essere più stabile, che mi passi l’ansia da raggiungimento di obiettivo.
Mi piacerebbe che fosse femmina.
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E non c’è niente di meglio quando dopo il vento arriva la grandine, la neve, la pioggia, poi di nuovo il vento che fa cadere una dietro l’altra una fila di biciclette, che starsene in un caffè a mangiare tapas e a bere.
E sfogliare Amsterdam day by day e segnare con la bic mostre che ti incuriosiscono, ma poi restare lì in quel buco buio e fumoso ad ascoltare il chiacchiericcio spagnolo e un tipo anziano che riesce a urlare più forte degli altri e dice: questa è la città più romantica del mondo! Vorrei ribattere: eh, dovresti andare in Italia allora, e invece sto zitta, sfoglio ancora la guida, confrontandola con la piantina, per ottimizzare i percorsi e non sprecare il tempo, e continuo a sentire il tipo anziano che, conquistato il pubblico che beve vino tinto, comincia a raccontare la sua vita come fosse un romanzo.
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Roma-Fiumicino, il giorno della Befana, la percorriamo in taxi. Di solito usiamo il treno, ma quando torniamo dalle vacanze di fine anno siamo pieni di pacchetti e di provviste. Le strade alle 7 della mattina sono deserte e in macchina nessuno parla: un po’ per il sonno e un po’ perché non ci va di tornare. Ognuno pensa a una cosa bella e a una brutta che l’aspetta e tace. All’inizio della Cristoforo Colombo il tassista attacca con le sue domande:
Partite per una vacanza?
No, no. (Chi parte per una vacanza si porta dietro il pandoro? Secondo me no.)
Abitate a Milano?
No, no.
In Olanda , dice Lo.
In Olanda? Il Paese dell’eutanasia e dei coffee shop!
Si, si.
L’Olanda: il Paese della tolleranza!
Così pare (l’eutanasia la fanno per risparmiare sulla sanità, ma non lo dico).
Allora parlate olandese!
No, solo inglese.
Anche i bambini?
E qui fa un paio di domande in british a Lo. Sullo sguardo di Lo intravedo una domanda che per fortuna non viene formulata.
Ma è incredibile! Continua il tassista pieno di entusiasmo: così piccolo e parla inglese! Contagiato dall’entusiasmo Lo si mette a contare in olandese.
Che fortuna che hanno questi bambini! L’inglese è la lingua del futuro!
Ti rendi conto che puoi parlare con tutto il mondo, eh?
Io parlo solo con i miei amici, risponde Lo.
Sì, ma…e continua con un fiume di parole che s’interrompe quando arriviamo all’aeroporto.
Quando scendiamo dalla macchina, ci sentiamo tutti un po’ più fichi e ci siamo quasi dimenticati che non ci andava di tornare.< ?xml:namespace prefix = o ns = "urn:schemas-microsoft-com:office:office" />
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Roma, sabato a mezzanotte circa, in un locale nel quartiere Testaccio, qualche anno fa.
Siamo sedute su una panca una di fronte all’altra, Stella ed io. Lei aspetta il secondo figlio, ma un po’ per il vestito che indossa, un po’ perché c’è poca luce, non si nota.
I nostri sono al bancone a prendere da bere.
Si avvicinano due: appoggiano entrambi le mani sul tavolo e attaccano all’unisono con un:come va? Bene, bene. Rispondiamo noi.
Qualcosa da bere?
No, grazie.
Possiamo sederci?
No.
Si siedono. Io e Stella ci guardiamo e cominciamo a ridere.
I posti sono occupati, - dico io.
Certo, dice quello abbronzato, - appena tornato dalla settimana bianca,- da noi. E scopre dei denti bianchi che luccicano sotto il faretto del soffitto.
Sul serio, -dice Stella- , ci sono i nostri mariti.
Ma loro non ci credono, colpa anche del fatto che ci siamo messe a ridere.
Non scherziamo: dovete andarvene, - dico io - e poi lei è incinta.
E io sono tua sorella, -dice quello abbronzato, che sembra il più determinato.
Una donna incinta non esce con un vestito così, - dice quello timido.
No?
No.
Continuano a chiacchierare, io e Stella non rispondiamo più e parliamo tra di noi. Arrivano i nostri, con i bicchieri. Buonaseraaaa, dicono entrambi, abbiamo visite?
5 secondi è il tempo che hanno impiegato i due per sparire, anzi quello abbronzato credo che non ne abbia utilizzati più di 3.
Eh sì che i nostri non sono tipi aggressivi e poi erano anche sorridenti, un po’ ironici magari.
Amsterdam, sempre sabato verso mezzanotte, in un pub vicino al Dam, recentemente.
Siamo sedute su degli sgabelli al bancone, Antonia ed io. Il locale scoppia, la musica è forte, le voci delle persone ancora di più. I nostri sono al piano di sopra a vedere delle foto che sono esposte. Italiane? Chiedono due seduti ai nostri lati con 3- 4 bicchieri vuoti.
Sì.
Qualcosa da bere? Un attimo di indecisione, perché è da circa venti minuti che stiamo cercando di ordinare alla tipa che serve; comunque rispondiamo: no, grazie. Loro ordinano 6 birre: 2 per loro e una per noi, che arrivano in pochi istanti.
Città? Vacanza o lavoro? Chiedono i due.
Ma che è una chat? - dice Antonia.
Sì è una chat, dicono loro.
Capisco quello che voleva intendere Antonia, loro non possono invece.
Siamo con i nostri mariti, dico io.
Sì?
Sì.
I mariti italiani sono gelosi: tutti. Non lasciano le mogli sole.
I nostri non sono gelosi, cioè sono normali – dice Antonia.
Non credo, dice uno.
A cosa? Chiede Antonia.
Che siete in compagnia.
Altre domande, bicchieri che si svuotano ( i loro).
Ciaooo. Arrivano i nostri. I due non fuggono, ma chiedono: qualcosa da bere? I nostri accettano.
Io e Antonia passiamo il resto della serata a parlare tra noi, i nostri a bere birra con i due.
Fu a causa del tempo o del luogo? Meglio così o come era prima? Certe domande è meglio non farsele.
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Insomma hai aperto un blog, eh?
Pare di sì.
Non ho capito ancora bene cosa sia un blog, però.
Uno spazio su cui puoi scrivere o pubblicare foto.
E tu scrivi?
Io sì. C’è chi scrive pezzi sul cinema, sulla musica, su fatti di cronaca, chi inventa storie oppure chi pubblica un diario.
E tu cosa scrivi?
Alterno: a volte scrivo mini racconti, altre quello che mi succede, magari esasperando qualcosa o smussando un fatto. Se non modificassi qualcosa, mi sarei annoiata già da un pezzo.
Mmm…Però non è vero che cambi, quel pomeriggio al mare lo hai descritto proprio come si è svolto. E poi io ero uno di quelli che giocava a bocce.
Ah si? Non ti ho visto.
Forse ho cominciato a giocare dopo che eravate andati via, comunque…
Senti: perché non scrivi che tutti noi che siamo qui, siamo contenti di non vivere più in un Paese governato da un demente? Che anzi ci vergogniamo?
Non hanno votato tutti il Berlusca, e alcuni ci hanno anche ripensato.
Sì, ma in un altro Paese gli avrebbero già tolto la carica, anzi non avrebbe neanche potuto candidarsi e poi non è solo questo…
Scrivi che quando la mattina ascolto la radio e sento di incidenti, file sul raccordo, batto la stecca. Lo sai cosa è la stecca?
Sì.
Scrivi che se mi serve un documento, lo posso avere in poco tempo, scrivi…
Non mi va di scrivere di queste cose.
No? Potresti mettere a confronto la politica italiana con quella olandese, per esempio. Sarebbe interessante.
Forse; ci sono persone che scrivono di politica, alcuni scrivono pezzi migliori di quelli che si leggono sui giornali. A me non va.
E magari un giorno riporti quello che ti ho detto, eh?
Non so, forse no, forse sì.
E’ terribile questa cosa. Uno ti parla e poi va a finire sulla rete.
Ti ripeto: di solito cambio qualcosa.
Bisogna stare attenti con te…
Ma dai…
Dialogo trascritto più o meno fedelmente. Lo chiudo con una domanda (personale): perché quando c’è l’opportunità di un trasferimento in Italia, tutti fanno di tutto per tornare?
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Corso di sommellier? No, ormai è fuori moda
Corso di danza del ventre? No, sono ancora troppo giovane.
Corso di decorazione di palle natalizie? E se poi decido di fare il presepe?
Corso di sushi? Pare che il pesce crudo causi malattie terribili. Non hai letto le mail che stanno arrivando?
Corso per preparare la birra in casa? No, la fermentazione del luppolo mi fa venire la nausea.
Corso per imparare a creare quaderni in papiro? No, grazie. Per scrivere uso word.
Corso di sopravvivenza? No, ormai non c’è più gusto, lo hanno fatto anche i famosi.
Corso di scrittura creativa? Non serve più, ormai ho il blog su cui posso scrivere quando e come voglio.
Corso di HTML? No, alla fine c’è sempre qualcuno che lo fa per te. Corso per avere un blog di successo? Mmmm…Non mi interessa: gli accessi possono trasformarsi in eccessi.
Corso per diventare una casalinga perfetta?
Mi guardo le mani: 2 vesciche da scottatura di forno, 1 da ferro da stiro, 1 taglio per aver aperto, pensando ad altro, un barattolo di pelati. E poi c’è l’armadio, quell’ armadio che dovrò aprire prima o poi. E una montagna di roba mi seppellirà.
Corro ad iscrivermi.
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Ricevevo questa telefonata un mese fa:
Ciao Alice, sono Dagmar.
Segue qualche altra parola di cui capisco poco. La mia comprensione dell’inglese si basa molto sull’intuito e quindi, se è una conversazione telefonica, mi aiuta sapere chi è dall’altra parte.
Una pausa di qualche secondo. Rifletto: Pronuncia british, ma il nome è: olandese, tedesco? Non può essere un fornitore: conosce il mio nome. Così mi esprimo con un sorry che va sempre bene. Dagmar si ripete, rallenta il flusso di parole e finalmente la inquadro: Dagmar di Monaco, madre di un compagno di scuola di Lo!
Questa tizia l’ho conosciuta proprio all’inizio quando sono arrivata qui. Mi è stata subito simpatica. Di poche parole, a volte sorridente, a volte triste. S’intuiva che la sua vita non era concentrata solo sulla crescita dei suoi bambini. I nostri figli diventano amici. Quindi io dico a Dagmar, 2 anni fa: perché non ci vediamo? Venite sabato sera a cena a casa nostra? Lei tentenna: suo marito è stanco, la notte fa freddo, la strada è buia. Insomma continuo a chiacchierarci quando la incontro, ma smetto di invitarla. Un anno fa sto per salire in macchina. Da lontano qualcuno mi chiama e mi fa cenno di aspettare: è Dagmar. La osservo mentre mi raggiunge. Guardare una persona che sta venendo da te, ti fa capire tante cose. Sì, è proprio una persona simpatica. Si scusa perché ha fretta. Mi dice: E’ arrivato il momento di vederci! Ti andrebbe dopo le vacanze di ottobre? Certo, rispondo. E’ la fine di settembre: il cielo è bianco, sul marciapiede c’è uno strato di foglie bagnate. Dopo l’invito va via di corsa. Non ci vediamo, ma continuiamo a chiacchierare di tutto un po’ quando c’incontriamo. 30 giorni fa, dopo aver capito che l’avevo riconosciuta, chiede:
Ci vediamo dopo le vacanze di fine ottobre?
Sì. Dico io un po’ incredula.
Sabato o domenica? Chiede lei.
Rifletto velocemente: il lunedì i bambini vanno a scuola, meglio non far tardi, ecc.
Sabato.
Bene: hai l’agenda davanti a te?
Mi sento un po’ agitata da questa precisione, rispondo: “Sì, certo.” Trovo una penna, uno scottex e aspetto che prosegua.
Bene: ci incontreremo il primo novembre, alle 2,30 per un caffè a casa mia.
Sì. Rispondo io. Anzi devo aver detto così: ”Sì?!?” perché lei aggiunge qualcosa di questo tipo: il caffè tedesco assomiglia al rito del té per gli inglesi.
Questo appuntamento fissato con un mese di anticipo mi procura una leggera ansia. Lo trascrivo sull’agenda e attacco anche un post sul frigo, ma sono sicura che non lo ricorderò. Continuo a pensarci fino a metà ottobre, poi lo dimentico il post it scompre misteriosamente. Fino a ieri sera, quando arriva una telefonata alla stessa ora di un mese fa. E’ Dagmar. Entro nel panico, appena riconosco la sua voce, ma mi tranquillizzo quando dice: sorry, but… Insomma ha un imprevisto! Ci vedremo alle 6 per una partita a bowling che durerà 60 minuti e poi staremo ancora un po’ insieme. Mi chiede se ho una mail. Le scandisco lo spelling senza chiedere spiegazioni. Sorrido quando pronuncia il mio nome con accento tedesco. Stamattina trovo un messaggio che conferma l’appuntamento. Per domani. Sono confusa per quella frase indeterminata: “e poi staremo ancora un po’ insieme”. stride. E ora che ci penso non mi va più di incontrarla.
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L’idea è stata di Stella, lo giuro, insieme l’abbiamo elaborata e definita nei dettagli.
La settimana scorsa Massimo Vignale, nostro compagno di liceo, noto ai più come il Vigna, le ha telefonato come è sua abitudine quando è a Roma. Stella ha organizzato un incontro a casa sua scegliendo una notte in cui il marito fosse di guardia in ospedale. Dice che l’idea dello scherzo le è venuta nel momento in cui lo invitava. Dopo avergli detto che ci sarei stata anche io, ha aggiunto: “Lo sai che non sono pettegola, Massimo”, e il fatto che Stella lo avesse chiamato per nome doveva già metterlo in allarme che qualcosa d’insolito stava per accadere, “ma Alice è cambiata”.
“In che senso?” Ha chiesto lui.
“Devi incontrarla per renderti conto: è inutile che stia qui a descriverla”. Non poteva spiegargli nulla: perché ancora non sapeva come sarei cambiata. Sono dieci anni che non vedo il Vigna: quando io vado a casa di Stella: lui non è a Roma o ha un altro impegno. Il Vigna è stato mio compagno di banco per due anni. Era un adolescente scontroso, che passava tutti i pomeriggi al cinema con conseguente rendimento scolastico appena sufficiente. Viveva in una casa antica in cui c’era una libreria immensa ereditata dal nonno e in cui potevo prendere in prestito tutti i libri che volevo. Non ha mai avuto una donna fino all’ultimo anno di liceo e quindi era sempre in uno stato di perenne eccitazione che cercava, senza riuscirci, di mascherare . Io e Stella lo torturavamo parecchio a causa della sua solitudine amorosa, però poi facevamo penitenza ascoltando, senza interrompere, il racconto con relativa critica dell’ultimo pesantissimo film che si era visto. Tutti si sarebbero aspettati che il Vigna, finito il liceo, iniziasse a scrivere su riviste di cinema e poi diventasse un importante critico, e invece no: il Vigna fa il dirigente in una grande multinazionale e pare che sia anche soddisfatto.
Quando arrivo da Stella, ho una borsa in cui c’è: una parrucca affittata di capelli lunghi biondo accecante , unghie di plastica laccate di rosso, un vestito nero con spacco laterale che insinua il dubbio che sia scucito e calze a rete . Stella ha rimediato, non so da chi, un paio di scarpe numero 36 con 12 centimetri di tacco, un paio di ciglia finte e collane di bigiotteria che sembrano vere. Disponiamo le cose sul letto. Betty, sua figlia, ci chiede se stiamo preparando un vestito da strega. Stella le dice molto seria “Su, su, che la mamma deve occuparsi di una faccenda importante, anzi per stasera ti do il permesso di non lavarti i denti”.
Spariti i bambini nei loro letti, comincio a truccarmi. Stasera sarò una donna sposata con un olandese proprietario di una fabbrica di birra, in procinto di chiedere il terzo divorzio. Nel mio passato ci sono due mariti, due figli e due assegni di mantenimento cospicui e sto lottando per ottenerne un altro.
“Le unghie non me le attacco: si capisce che sono finte”. Dico davanti allo specchio.
“Ma figurati se nota un particolare del genere! E poi anche se non sembrano le tue, che importanza ha? Fanno parte del personaggio”.
Quando sono pronta, continuo a non essere convinta e dico: “senti: io mi tolgo un po’ di trucco e anche le scarpe e guarda questo spacco…”
“Ma che ti vergogni del Vigna? Oh! Stiamo parlando del Vigna…”risponde lei.
Già il Vigna non è un uomo, non per noi, è il nostro compagno del liceo. E noi non siamo donne, non per lui, siamo le sue compagne di scuola che a volte gli fanno qualche scherzo. E poi c’è il colpo di scena finale. Il Vigna è un igienista: non ha mai bevuto, fumato, né fatto un tiro ad una canna. Nel domopak argentato discutiamo su cosa simuli meglio la coca tra la farina e lo zucchero. Decidiamo per la farina, ci sembra quella che più simile e se siamo incerte noi su quale sia la consistenza della cocaina, figuriamoci se la può riconoscere il Vigna.
Quando suona il campanello, io mi faccio trovare in piedi vicino alla poltrona: ho paura di cadere dalle scarpe. Farò qualche passo per salutarlo e poi tornerò alla mia posto. Lui abbraccia Stella e poi si volge verso di me. Comincia con un: “Non ci posso cre…” Si blocca, mi guarda senza parlare, mentre un sorriso rigido appare sulla sua faccia olivastra. Sono io che mi avvicino, ridacchiando, mentre vorrei ridere piegata in due, e dico: “E a me? Nessun bacio, Vigna?”
Esce dall’apnea e balbetta: “Tu… Tu…Tu…”
“Segnale di occupato, Vigna?” dice Stella ridendo.
“ No è che…”
Non riesce a uscire dalla confusione, gli do un bacio sulla guancia e dico: “sediamoci Vigna”.
“Si, sedetevi” dice Stella. “Vi porto qualcosa da bere”.
Vigna beve un bicchierone di succo tropicale, senza prendere fiato, io e Stella sorseggiamo del vino bianco, evitando di guardarci.
“Avevi sete, accidenti!” Stella chiude ogni frase che pronuncia con una risata .
Io devo lanciarmi al più presto nel discorso che mi sono preparata altrimenti finisco col tradirmi.
“Mi trovi diversa?” Chiedo, molto seria, guardandolo fisso negli occhi. ”Si, Alice, moltissimo”
“Invecchiata? Più brutta?” ”No. E’ che tu…tu…”
“Ma stasera fanno la manutenzione alla linea telefonica?” Dice Stella
“Come? Che c’entra il telefono?” Chiede il Vigna perplesso.
“Non gli badare: lo sai che a Stella piace scherzare”. ”Comunque Alice, sembri un’altra persona! Se c’incrociavamo per strada non ti avrei riconosciuta”.
“Eh lo so, si cambia”
“Eh si, si cresce” dice Stella fissandomi i tacchi.
“Ognuno ha le sue sfortune d’amore: tu ti sei tolto il pensiero all’inizio, senza neanche soffrire tanto perché non avevi nessuno, a me è capitato dopo: sto per lasciare il mio terzo marito”.
“E perché?” Chiede lui
“Passa troppo tempo al pub e poi è manesco”.
“Oddio Ali, mi dispiace.”
“A me no, Vigna, affatto. A dire il vero sono io che cerco di provocarlo quando ha bevuto”.
“Ti piace essere picchiata?”
“No, ma investo per il futuro. Dopo mi fotografo con l’autoscatto, mi faccio uscire un po’ di sangue dalle labbra e vado alla polizia”.
“Perché? “Guarda Stella sconcertato e lei annuisce seria.
“Perché voglio i suoi soldi, Massimo. Voglio metà della sua fabbrichetta! Ho due figli, io”.
“Non ricevi l’assegno di mantenimento per i bambini?
“Si, ma i figli costano, Massimo. Per i figli si vuole sempre di più. Io butto il sangue per loro, perché voglio farli crescere felici”.
“Non ti riconosco proprio:dici cose ciniche. E quelle unghie così lunghe con lo smalto rosso: non hai mai portato smalti colorati.
“Queste unghie, e metto le mani ad artiglio, servono per mangiare meglio”.
Però accade che le agito troppo e l’unghia del mignolo si scolla e cade sul tappeto. Lui non la vede e io ci poso un piede sopra.
“Raccontale di te” gli dice Stella.
“Sono cambiato anche io, penso, anche se non sembrerebbe. Certo non come te. Non ho una moglie, solo qualche donna di passaggio e poi la passione del cinema: quella non l’ho perduta. Ho allestito una piccola sala cinematografica in una stanza della casa. Vedo film che non girano su circuiti pubblici con degli amici che amano il cinema come me”.
E si accende in viso mentre ci parla di un regista armeno che ancora non conosce nessuno, ma che presto salirà le vette del successo.
“Ma basta! Tiriamoci un po’ su! Ho io quello che ci serve”. Stella scompare in cucina.
Ritorna con il pacchetto argentato. Lo appoggia sul tavolo che c’è davanti a noi. Vigna lo fissa senza parlare.
“Vigna, senti, non è che avresti qualcuno da presentarmi quando torno a Roma? Un dirigente amico tuo potrebbe andar bene: mi sentirò sola e dovrò colmare il vuoto della solitudine”
“Non so, Ali, al momento non mi viene in mente nessuno”. Dimentica il pacchetto che Stella non riesce ad aprire e torna a guardarmi.
“Non ci posso credere: la Visconti che si è trasformata in un’arrampicatrice sociale!”
“Vigna: mi offendi!” Però non riesco ad essere indignata e continuo così: “forse hai ragione. Sono diventata quello che non avrei mai pensato”.
Finalmente Stella riesce ad aprire la carta e la polverina bianca appare.
Una sniffatina? Chiede al Vigna.
Lui, la guarda sbigottito e dice: Tu sniffi e tuo marito lo sa?
“Eh, quante domande! Ma sei ancora salutista. Io e Alice, invece, facciamo una sniffatina per movimentare la serata”.
“Ne farei una anche io, ma non di questa”. Ne prende un pizzico tra l’indice il pollice, l’annusa, l’assaggia. Poi dice: “credevo fosse borotalco, invece è farina. Ragazze: vi hanno truffato!”
“E tu come fai a saperlo?” chiedo io.
“Io? Come pensate che mi sia pagato la sala cinematografica?”
“Non lo so: come?“ Chiede Stella.
Spaccio. Secondo lavoro, molto più redditizio del primo.
Bene, dice Stella un po’ risentita: Bei compagni di scuola che mi ritrovo: “un’arrampicatrice, uno spacciatore…”
“Hai ragione,” continua lui pensieroso, poi scatta in piedi, si avvicina a Stella, la prende per la vita e comincia a ridere, ridere. La sua risata è senza fine.
Perché ridi? Dice Stella con aria offesa. “E togli queste mani”.
“Già, non mi sembra che sia divertente questa faccenda.” Dico io.
“I rotolini di ciccia ci sono ancora, anzi se ne è aggiunto anche qualcuno nuovo”.
E tu? Dice rivolto a me.
Io?
Togliti la parrucca e vai a cambiarti!
E ride, ride, piegato in due. Siete proprio le solite sceme.
Vigna come hai fatto a capire?
Vigna perché conosci la coca?
Lui ride disteso sul divano. Con la mano fa cenno di aspettare. Riprende fiato, poi dice:”Vi avevo accennato che sono cambiato, ora vi spiego perché riconosco la cocaina”.
Ma questo è un segreto che appartiene a Massimo Vignale e non sarà scritto qui.
E noi…Noi siamo proprio come eravamo, a parte il Vigna che è si è fatto più furbo.
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Veronica guida e chiacchiera. Si gira verso di me per controllare che l’ascolti. Io faccio segno di sì che la sento, ma sono un po’ sulle spine. “Non ti preoccupare” - dice lei, “quando parlo non mi distraggo mica”. Mi chiede un fazzoletto. “Sono lì nel cruscotto”, dice. Apro lo sportello, le porgo un fazzoletto e vedo uno strano oggetto, una specie di martello. “Cosa ci fai con questo?”
“Ah quello, l’ho comprato in offerta al mercato. Serve per rompere il vetro della macchina: ha i finestrini elettrici”.
“Non capisco”, dico io.
“Se la macchina va a finire nel canale: come faccio a uscire se i finestrini sono elettrici?”
“Ah, ora ho capito”.
“E’ una questione di sicurezza, come allacciarsi le cinture”, conclude lei. “Lo sai che una volta i canali erano protetti da sbarre?”
“E perché non ci sono più?” Chiedo, senza voltarmi, con la speranza che non si giri ancora verso di me.
“Perché se una macchina andava contro la ringhiera poteva rimbalzare sulla strada e scontrarsi contro altre auto che non c’entravano nulla. Commetti un errore? Non è sensato che ci rimettano anche altri”.
“Mi sembra giusto”, rispondo io.
“Hai preso il brevetto C?“ continua lei.
No, non è obbligatorio”.
“Io invece sì: so nuotare sott’acqua, con la giacca a vento e le scarpe”.
“Attenta a quello!Mi sa che è ubriaco”. C’è uno davanti a noi che tenta di pedalare al di fuori della pista ciclabile. Ma non riesce nemmeno a partire.
“Tra un po’ avremo un’altra bicicletta nel canale”, prevede lei mentre sterza per evitarlo.
“Ma non sarebbe meglio che chiamassimo la polizia?” Dico io.
“Fatti suoi! Tanto avrà anche lui il brevetto C”.
“La prossima volta prendiamo la mia macchina: mi annoio se non guido”.
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