Io: quest’ anno non mando nessun racconto al Fiurlini. Tanto non vinco!
Lui, paziente, mentre mutila un bonsai sofferente: l’importante è partecipare.
Io, dubbiosa, ma con una speranza: dici sul serio?
Lui: Certo. In fondo non ti costa nulla, solo un francobollo e la busta.
Io, contemplando il bonsai che trema tutto: potrei spedire quel racconto che è apparso su FaM.
Lui: eh? Mentre annega l’alberello che grida in silenzio: lasciami in pace!
Io: Quello su Mafalda Bue.
Lui: Quello sulle tette?
Io, con un gran sospiro mentre penso: non legge il mio blog, però come si ricorda dei miei racconti…
Lui: le vuoi proprio sfidare, allora!
Io: oddio pota anche l’altro. Guarda che prima leggono il racconto, decidono il voto e solo dopo, aprono la busta con i dati personali.
Lui: mentre recide l’unico ramo ancora in vita. Scrivi un racconto di Natale.
Io: i racconti saranno premiati a maggio.
Lui: allora uno sulla primavera, sullo scorrere delle stagioni!
Io: e se mandassi quello sulle due famiglie che si distruggono l’una con l’altra?
Lui: quello dove i mariti sono dei rimbambiti, i figli dei mostri e le donne due povere vittime?
Io: se si avvicina allo stephanotis, lo uccido. Con voce entusiasta: sì, quello!
Lui: con le forbici che ronzano intorno alla pianta: quello non mi piace.
Io: non ti azzardare!
Lui, meravigliato: sarò pur libero di esprimere un parere…
Io: non toccare la mia pianta!
Lui:non accetti le critiche, dovresti essere più diplomatica, cara.
Io, con un’illuminazione, stupita e confusa : allora mi legge!
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Tra Londra e la provincia olandese puo’ non esserci differenza
Diana ci offre una cena d’addio: a fine agosto si trasferisce a Londra.
Che fortuna, le dico. Invece io vorrei continuare a vivere qui, risponde lei.
La conversazione ci divide in due gruppi: quello che parla dei vantaggi di una vita senza stress tra i tulipani e quello che parla di maschi.
M. esordisce così: è difficile trovare un olandese brutto.
Io: stai scherzando? Guardati intorno!
Il pub dove ceniamo ha le pareti blu e marroni, un po’ opprimenti. I tavoli sono occupati prevalentemente da uomini.
R. corregge: forse intendeva dire che hanno tratti regolari, che sono alti. Gli olandesi sono tra i più alti in Europa.
Io: i nasetti a punta e i capelli biondicci non mi piacciono. I tratti regolari non sono sinonimo di bellezza.
M: il problema degli olandesi è che sono trasandati. Mangiano male, non fanno caso all’abbigliamento. Però hanno certi fisici…
Io: certe pance colme di birra, intendi.
M: mica tutti.
Io: guarda quei due. Sono orrendi.
M: no, invece. Non gli manca niente, non sono nemmeno grassi.
Io: Uno sembra la versione di Stanlio. E poi è paonazzo: se entra in una stanza buia, non hai bisogno di accendere la luce. L’altro sembra un manichino dell’oviesse.
R.: il punto di partenza è stabilire cosa s’intenda per bellezza.
Io: oddio!
M.: che succede?
Io: Al manichino dell’oviesse è caduto l’accendino, si è chinato per raccoglierlo e gli si è scomposto il capello. Ecco perché li porta così lunghi: serve a nascondere il vuoto che ha in cima.
R: quello è un espediente usato anche dai maschi italiani.
Io: da quelli sopra ai cinquanta, vuoi dire. Gli under 50, che hanno questo problema, li portano corti e non usano questi sotterfugi.
Nel frattempo i due, dopo essere stati esaminati, indicati, guardati, ci fanno ciao con la mano. Il biondo, quello con la faccia rossa che sembra Stanlio, alza il bicchiere e strizza l’occhio. L’altro, quello che assomiglia al manichino dell’oviesse, ma che dopo la scoperta del risvolto ingannatore sembra piuttosto frate Tak, solleva anche lui la sua birretta e sorride.
Io a M. : perché non vai a berti qualcosa con loro?
M.: L’invito era per te e R.
R.: Ma no! L’invito era diretto a voi.
Inizia così un’altra discussione, ci dimentichiamo dei tipi e quando rialziamo lo sguardo, scopriamo che se ne sono andati e che al loro tavolo si sono seduti altri due. La valutazione ricomincia, fuori piove, e in fondo ogni posto equivale ad un altro, se ridi.
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Mi chino davanti al frigo, che è piccolo e simile ad un pozzo nero.
E infatti, rovistando con la mano a casaccio, estraggo la scatola delle uova dove l’etichetta riporta la scadenza di novembre 2003.
L’apro con circospezione.
Un battito d’ali mi spaventa e lascio cadere la confezione. L’involucro di un guscio diviso a metà si frantuma sul pavimento. Il frullio proveniva da un essere chiuso all’interno: un uccellino, che ricorda vagamente un pulcino, ma di dimensioni ridotte, si posa su un ramo della pianta di rosmarino sul davanzale della finestra. Il pulcino è bianco, con ali minuscole non adatte al volo, tuttavia vola e parla.
Era ora che mi trovassi: non ne potevo più di stare al buio della scatola.
Ma?!
Nessuno stupore, per piacere. Non mi va di spiegare la mia esistenza. Se non fai domande parliamo, ma al primo segnale di curiosità, mi ammutolisco e vado via. Poniamola così: io sono un ibrido.
Mi dispiace di averti lasciato al freddo.
Sono nato nel gelo io, quindi non mi lamento. Era stare chiuso nella scatola che mi faceva diventare pazzo. E un po’ lo sono diventato se sto qui a parlare con te.
Sai: quel frigo è scomodo. E la roba ci scompare, a volte.
Un frigo nasconde, ma non ruba!
E’ la casa che nasconde, veramente.
Il frigo è il cuore della casa! E la casa è il guscio della famiglia. E la vita di una famiglia si alimenta con il cuore, dunque attraverso il frigorifero. E ora apri la finestra che ho fretta.
Perchè?
Ho una missione da portare a termine: andare in giro per il mondo a diffondere la teoria del frigo che ti ho appena accennato. Con te non c’è nulla da fare: si capisce che sei ostile.
Parla, invece, sono curiosa di sapere di più.
Il pulcino ibrido, sbatte le ali come se stesse per spiccare il volo, poi le ricompone in ordine.
Dice: nel tuo frigorifero c’è poco cibo. Non ci sono bibite, né avanzi di pasti. Non ci sono verdure nel cassetto.
Alcune cose le tengo in quello della cantina.
E’ un errore, questo. Chi scende a prendere quello che serve, eh?
Be’ i ragazzi o io…
E sono contenti o hanno paura?
Si seccano, a volte. Quanto alla paura…Il piccolo, quando è buio, sì, ce l’ha, ma scende con la spada, nel caso servisse.
E ricorderà per tutta la vita: mia madre mi obbligava a scendere in cantina nell’oscurità.
Certe paure bisogna superarle.
Scrolla le penne, infastidito. Continua:
Devi portare il frigo grande in cucina. Il suo posto è qui e devi togliere quell’insulso carrello.
E’ comodo il carrello e poi c’è lo stereo sopra.
Non mi ascolta e seguita:
I ragazzi tornano dalla scuola, aprono il portello del frigo enorme e sorridono alle coca cole, ai gelati, ai budini e alle torte.
Questa è un’immagine televisiva, una pubblicità.
Il pulcino apre il becco, sembra indignato, poi riprende:
Tu cucini poco, questo è un male. Troppe verdure bollite, troppe minestre.
Dipende dal momento. In questo periodo non ho voglio di affettare, pelare, pesare..
Non è ammesso! Non dalla mia teoria. Tu sei una casalinga! Uno dei tuoi doveri è preparare pietanze elaborate.
Io non sono una casalinga.
Sei una disoccupata allora.
Nemmeno. Non cerco un lavoro e sono occupata in molte faccende.
Non fai neanche la helper scolastica. Come ti identifichi?
Bisogna necessariamente fare per essere?
Non ricorrere a della filosofia da quattro soldi.
Ci rifletto su. Potrei dirgli che sono una lettrice o una scrittrice, un’ascoltatrice o una blogger, ma si irriterebbe. E’ un tradizionale questo pulcino ibrido. Carino è carino, un po’ bacchettone per i miei gusti. Potrei mentire e magari si tratterrebbe qui. Però sembra uno a cui non va mai bene nulla.
Alzo gli occhi verso il ripiano più alto del carrello. Lì c’è una pianta di peperoncino. Su un ramo senza foglie c’è un corvo in miniatura. Anche lui è venuto fuori da un uovo scaduto.
Il pulcino segue il mio sguardo e lo vede.
Mi piacerebbe che tu restassi qui, potresti fargli compagnia, -dico - indicando il corvo. Non ha la tua proprietà di linguaggio, in effetti conosce solo 2 parole, ma ci intendiamo alla perfezione io e lui.
Il pulcino guarda con disprezzo il piccolo corvo, poi ripete la domanda.
Allora, sai dirmi chi sei?
Sono un ibrido umano, senza teorie e senza credi da diffondere nel mondo, rispondo.
Ondeggia le ali, seccato.
Apro la finestra e lui fugge via, volando con la velocità del falco.
E a quel punto che Carpe Diem abbandona il ramo su cui era appollaiato e viene a posarsi sulla mia spalla.
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Insomma, dico a M., non avevo mai fatto caso che ci fosse una divisione così netta. Altro che Europa unita…
Che intendi? Dice mentre guarda il cielo dalla veranda.
Mi riferisco alle milanesi che si frequentano tra loro.
C’è anche il gruppo delle romane, se per questo.
E’ un gruppo aperto quello: la maggioranza è romana, ma ci sono anche quelle della Puglia e della Sicilia.
Che hanno sposato uomini romani o che si sono laureate alla Sapienza.
E poi, sai, sono dispiaciuta per questa separazione perchè sono persone che da anni non abitano più a Milano. Vengono dalla Corea, dal Congo, dalla Libia.
Anche noi, non siamo diversi. I B. sono di Roma e i G. anche.
Ma li conoscevamo prima di trasferirci qui.
Sì, ma non li frequentavamo. Non ci sarebbe mai venuto in mente di invitarli a cena, per esempio.
Perché ti devi adattare. Vivere qui, è un po’ come stare in barca a vela, no?
Io comunque non sono come loro, come le milanesi intendo.
No? Dice M. e mette su il sorriso che maschera frasi che penserà senza esprimere.
Neanche come il gruppo di romane allargate, per fortuna.
Ignoro la sfumatura ironica. Non mi piace litigare di mattina.
Ho due amiche qui: una di Milano e una di Roma.
Non è corretta questa affermazione, Ali. Quella di Milano, è anche greca, turca e non so che altro. E quella di Roma è… strana.
Strana? Che intendi con strana?
Compare un altro sorriso.
Non risponde, infila il portatile nello zaino, dopo aver controllato ancora il cielo.
Guarda che tra un po’ piove: non prendere la bici.
Alza le spalle.
Comunque: Le milanesi sono più campaniliste delle inglesi, dico, mentre scende le scale. Le americane sono migliori: non badano alla pronuncia, al paese in cui sei nata. Si basano sul tuo carattere.
Se poi sembri un tipo pericoloso, allora…
Lo ucciderei quando non mi prende sul serio.
Se stasera piove…
Sì?
Non vengo a prenderti con la macchina.
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Ore17,30 riunione per il corso d’italiano. Presenti: il nuovo insegnante, l’insegnante uscente (che abbandonerà l’aula quasi subito), Capo del dipartimento italiano, ma credo che sia anche Capo in tanti altri posti, Coordinatrice del dipartimento e noi.
Il Governo italiano paga gli insegnanti per i bambini che vivono all’estero.
Serpeggia un malcontento generale perché, durante l’anno, i bambini non hanno imparato nulla e questo perché la tipa uscente, pur animata da buona volontà, era alla sua prima esperienza. L’insegnamento è difficile, difficilissimo quando deve essere indirizzato verso ragazzi che parlano tutto il giorno in inglese. Se poi si pensa che deve seguire una fascia d’età tra i 6 e i 18… Non è un lavoro semplice e non si puo’ pretendere molto.
La Coordinatrice del Dipartimento è il personaggio che spicca durante la riunione.
Io sono rimasta sconvolta, dice, dalla scelta dei testi (si riferisce al sussidiario delle elementari e al libro di grammatica). A dire il vero ero rimasta sconvolta anche io, soprattutto per la storia. Sintesi di dieci righe, incomprensibili anche per me.
In un’ora settimanale non si puo’ studiare storia, studi sociali e la grammatica! E’ vero, non si puo’.
Voi conoscete l’approccio glottodidattico?
Silenzio.
Allora? Mi guardate come se parlassi di un’assurdità?
A me piacerebbe che mia figlia imparasse a mettere l’acca al posto giusto. Dice una.
A me piacerebbe che quando parlasse, dicesse: un gelato buono piuttosto che un buono gelato, dice un’altra.
Ci spieghi cosa è questo approccio, chiede un’altra.
Il punto di partenza è che la lingua esiste prima della grammatica. Dobbiamo capire questo. Seguono parole, frasi in cui mi perdo. Ma con la teoria (anche con le istruzioni dei manuali) ho sempre avuto problemi.
Non si puo’ seguire un corso d’italiano e annoiarsi: i bambini con l’approccio glottodidattico si divertono. Non dovete pensare ai vecchi modelli scolastici dove studiare significava soffrire. Io, il mese prossimo, prenderò un master a Milano proprio su questa materia!
Comunque qui c’è il nuovo insegnante che vi illustrerà come intende strutturare i corsi.
Secondo me voi avete idee confuse: la scuola in cui devi imparare regole su regole è passata di moda!
Ma…i nostri bambini frequentano scuole anglosassoni, dove non s’insegna con questo metodo.
Lei la coordinatrice, non ascolta le obiezioni, continua a citare la glottodidattica senza riuscire a spiegare un accidente. Secondo me ripete questa parola tutte le mattine davanti allo specchio del bagno.
Poi parla l’insegnante che ho conosciuto qualche mese fa, casualmente nella rete. Scrive romanzi per bambini. Sembra un tipo normale.
Chiede alla coordinatrice, posso cominciare, Dottoressa?
Qui avrei voluto scattarle una foto. Non riesce a trattenere il sorriso. Si gonfia come un piccione innamorato. E dice:
Ma mi faccia il piacere…Dottoressa! Ci vogliono i fatti, ecco!
Il tipo, sui 30, illustra quello che ha intenzione di fare.
Inventeremo delle storie orali e scritte. E poi penseremo a correggere gli errori. Mi guarda, lo so perché. Gli avevo chiesto: come faccio a spiegare a Lo, la differenza tra l’imperfetto e il passato prossimo? Poi continua: quando avremo costruito una storia, troverò il modo di parlare dei verbi, senza che se ne accorgano.
Ora ho capito. La glottodidattica invece continuo ad ignorare cosa sia.
Chissà se il prossimo Natale andremo in Italia o ancora a Italia. Quello che conta è tornare. Si torna sempre. Almeno spero.
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Se c’è il sole non è affatto male stare seduti davanti ad un canale a chiacchierare in italiano con un’olandese che l’ha imparato leggendo Topolino. Però Gulp non c’è sul vocabolario e nemmeno Gasp, ma perché dovrei correggerla?
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Perché ha aperto un blog?
Perché sembrava una cosa fica….
Non dica sciocchezze!
Perché sono un’emigrante…
Sia sincera!
Avevo un gruppo di amici con cui mi vedevo regolarmente e leggevamo i racconti che…
Se non dice la verità, io…
Va bene. Per esercitarmi a scrivere, ma non solo.
Siamo sulla strada giusta, continui!
Per lasciare una traccia di me.
E’ mai andata … deriva?
Alla deriva?
Scusi: chiudo le finestre. Purtroppo il condizionatore non funziona.
Il rumore del traffico è una delle cose che non rimpiango
Non faccia la vanitosa.
Comunque le avevo chiesto: è mai salita su una barca a vela? Su un fly per esempio?
Sì. Anche su un 420 e un 470.
Lei è al timone, osserva il fiocco e deve decidere quando virare.
Io ho sempre fatto il prodiere e poi non capisco il senso di questa identificazione.
Ha mai condotto una barca?
Sì.
Quindi…
Devo sentire il vento, controllare il movimento del fiocco e concentrarmi…
Ho aperto un blog perché…
Continui…
I motivi li ho già detti.
Ne mancano ancora.
Ero curiosa di verificare se qualcuno mi avrebbe cercato. E’ una delle cose che ho pensato quando l’ho aperto.
Ha aperto il blog con il suo nome e cognome?
No. Però si lasciano sempre tracce sulla propria identità.
E quindi?
Ho ricevuto una mail con questo titolo: leggere un blog e riconoscervi un’amica di vecchia data.
Bene. Manca ancora qualcosa ma per oggi puo’ bastare.
Posso scrivere un post adesso?
Puo’, però non posso assicurarle che sarà visibile. Da un po’ di tempo in qua ha cominciato a postare roba che non mi piace.
Quindi non dipendeva dalla nuova versione…
Non faccia l’ingenua.
Ma cosa vuole che scriva?
Deve scrivere qualcosa di disperato, di toccante. Oppure qualcosa di molto spiritoso che faccia sorridere i lettori. Se vuole occuparsi di politica, deve prima chiedere l’autorizzazione. Per ora mi sono limitato a farle sparire i post, alterarle il counter e i commenti, ma la prossima volta io…
Io le elimino il blog. Chiaro?
Sì.
Si concentri, come quando andava in barca e scriva seguendo le mie indicazioni.
Va bene.
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Prima dell’inizio del film:
A) Io l’ho detto ad almeno 70 persone.
B) Mancano ancora 10 minuti. La gente deve ancora arrivare…
C) Dipende dall’orario: alla 7 sono ancora a lavoro…
D) Andrà meglio il fine settimana.
Quando il film comincia, in sala sono presenti una trentina di persone circa. Il film è in originale, con sottotitoli in inglese. Metà del pubblico è italiano, metà è olandese.
Velocità massima si svolge a Ostia, racconta la storia di un meccanico che emette assegni a vuoto per finanziarsi le corse in auto, del suo incontro con un diciassettenne taciturno e genio del motore, del tentativo di stringere un’amicizia, di luoghi comuni.
Commenti a proiezione terminata:
Da uno di Modena: Dovevo leggere i sottotitoli in inglese per capire i dialoghi.
Da una di Napoli: nella scena finale, quando l’auto viene smontata, si vuole esprimere la disapprovazione per le corse illegali in auto.
Da come l’ho vista io: il diciassettenne smonta la macchina pezzo per pezzo non perché voglia condannare le gare di velocità, ma perché è l’unico modo con cui sa esprimersi.
Un film romano per i romani?
Secondo me no. Il meccanico è un fallito, uno convinto di essere vittima della società in cui vive. Uno che agisce seguendo teorie banali e maschiliste. Il diciassettenne è uno che non riesce a comunicare, che si chiude in silenzi impenetrabili. La ragazza si sente al di sopra delle persone che ha intorno, afferma che prenderà la laurea, ma poi non studia, non riesce nemmeno a conservare il lavoro di cameriera. Tre personaggi che vivono in un ambiente degradato, che rappresentano modi di essere che non mi sembra siano solo romani.
Purtroppo non era presente il regista e quindi non c’è stato un dibattito dopo il film. Perché mi è sorta una curiosità pazzesca: cosa avranno capito gli olandesi?
Qui un’intervista a Valerio Mastandrea. Che parli romano è indubbio, ma che sia così incomprensibile non mi sembra affatto.
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Non è lei: è troppo alta e i capelli sono diversi…
E’ da due mesi che non la vedi: i capelli si sono allungati e lei è cresciuta.
Sembra più grande di me, adesso…Comunque è sempre brutta: troppo secca e poi ha quei puntini sulle guance..
Perché la guardi, allora?
Non la guardo mica. E’ lei che mi guarda.
Accidenti!
Cosa succede? Chiede senza voltarsi.
E’ caduta.
La bambina si era aggrappata con le mani alle assi di una scala di legno, ma nel passare da un gradino all’altro, è scivolata.
Si rialza, si controlla la gonna, raccoglie lo zaino e viene a posarlo al tavolo vicino al nostro. Si sistema i capelli, lo guarda di sbieco.
Lui diventa rosso. Dice: che noia! Perché non andiamo via?
Tra 30 minuti, quando arriva tuo fratello.
Lei apre lo zainetto, cerca qualcosa, molto concentrata.
Lui si mette a leggere. Cioè sfoglia un libro. Nel frattempo la sorveglia.
Lei prende una moneta, passa vicino a lui, urta la sua sedia, si ferma davanti al distributore automatico, preme C3, raccoglie il pacchetto di patatine che scende dopo il tintinnio della moneta.
Si siede e comincia a mangiare lentamente.
Scommetti che non me lo regala più?
Cosa?
Lo sticker. Si è dimenticata.
Da circa un anno, ogni giovedì, vede questa bambina americana. Lei mangia le patatine e poi gli dà lo sticker. All’inizio chiacchieravano, poi hanno smesso. E’ rimasto solo lo scambio della sorpresa. Lei aspetta qualcuno che venga a prenderla, nel frattempo si fa la treccia, la disfa, s’arrampica da qualche parte, oppure gira su sé stessa fino a quando la gonna si gonfia come un palloncino mentre lo tiene d’occhio.
Lui la odia. Così dice, per lo meno.
Lei posa il pacchetto di patatine e comincia a saltellare. Sempre più vicino. Lui aumenta la concentrazione di lettura.
Chiude il libro e mi chiede: Perché ridi?
Io non rido.
La bambina si ferma davanti a lui. Alza un braccio con il pugno chiuso. Apre la mano e compare lo sticker. A gift for you. Dice, molto seria.
Lui risponde: No!
Lei abbassa il braccio.
Lui aggiunge: non li colleziono più. E’ roba da piccoli.
Lei fa sì con la testa, indietreggia. Si ferma davanti al secchio, apre la mano e lascia cadere il dischetto di plastica, poi scompare in fondo al corridoio.
Lo zaino è rimasto sul tavolo con il giubbotto jeans.
Finalmente! Dice lui.
Quella notte, dopo che ho spento la luce, dice: credo che non mi sposerò. Però se cambiassi idea non voglio una moglie grassa. E deve avere i capelli lunghi e le lentiggini. Solo sul naso, però.
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Giovedì sera io e mio cognato siamo da soli con i bambini. Si deve preparare la cena; c’è il ragù già pronto, ma a lui viene voglia di mangiare le penne all’arrabbiata. Siccome manca il peperoncino, salgo nell’appartamento sopra a prenderlo e mi accorgo che: la porta è socchiusa, la luce accesa e lo spioncino coperto da una striscia di carta. Scendo le scale in 3 secondi e dico: i ladri, ci sono i ladri!
Richiudiamo la porta e ci organizziamo. Chiamo il 113. Guardiamo dallo spioncino. L’ascensore è fermo all’ultimo piano. Nella casa non c’è nulla di valore, a parte il mio pc e la digitale. Penso a tutta la roba che c’è dentro e all’unico disco con i file salvati, chiuso nella borsa del portatile. Comincio a piagnucolare. E se scappano dal terrazzo? E se li vediamo scendere con la borsa a tracolla? I bambini corrono eccitati. Sono nel pieno dell’avventura, anche noi veramente. Ma non corriamo, né siamo eccitati, però.
Mio cognato fa il razionale. Calma, anzi tenta di calmare, i quattro ragazzini. Poi dice: Secondo me sono andati via. Tra un po’ arriva la pattuglia e controlla.
E se invece sono ancora lì? E se non hanno ancora trovato il portatile?
Non so cosa lo convinca, ma ad un certo punto lui apre la borsa con cui va a pesca, prende un coltello e se lo infila in tasca.
Senti, - dice – io ci vado a controllare, però ho bisogno di sostegno morale: mi devi accompagnare. Io vado avanti e tu mi segui.
Va bene. Dico io.
Stabiliamo una parola d’ordine. Senza quella Fran non aprirà la porta. La faccenda scivola tra il comico e il grottesco e siamo quasi sicuri che non ci sia più nessuno. E’ quel quasi che ci terrorizza. Saliamo in silenzio. Lui avanti di qualche metro, io dietro. Quando svolta la prima rampa di scale, a me prende il panico e ritorno giù.
Pericolo! Sussurro e Fran apre la porta.
Lui scende dopo un minuto.
Allora?
Che stronza! Dice. Sei scappata.
Tu eri armato. Dico. Io no.
Sono arrivato quasi davanti alla porta. Non lo so se sono ancora dentro.
Lo afferma: I maschi sono sempre coraggiosi, le femmine no, invece.
Ha ragione, dico io.
Mio cognato non dice niente.
E’ il citofono a salvarlo. Gli agenti salgono. Prima loro e poi noi.
Oddio Ali - dice mio cognato - hanno tirato fuori tutto.
La casa è un disastro. Cassetti aperti, mucchi di oggetti negli angoli.
Il mio portatile è sotto un mucchio di vecchi giornali. La digitale sullo sgabello del bagno.
No, dico io. Questo caos è opera mia. Stavo buttando della roba.
Gli agenti mi guardano, chiedono: ma chi vive in questo appartamento?
Ci abito io quando sono qui.
Mio cognato interviene, chiarisce.
Io vado in cucina, ma il peperoncino non c’è. Eppure ero sicura di averlo lasciato a Natale. Gli agenti entrano in tutte le stanze. Sembra che non manchi nulla.
A parte il peperoncino.
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