Sarà sempre troppo tardi     10-11-2010  

Così Lo: “per festeggiare la fine del progetto di letteratura abbiamo deciso di fare una festicciola.”
“Ah, bene!”
“Tu che preferisci preparare: il tiramisù o i brownies?”
Rifletto un attimo, mentre guardo scorrere albumi che non si separano dal rosso, fruste che non frustano, zucchero e cacao che cadono sul pavimento, la cana che tenta di ripulire il disastro, io che la mando via…
“Il tiramisù.”, rispondo rassegnata.
“Ah, bene! Lo sapevo che avresti scelto quello.”
Io, invece, non lo sapevo. E dopo quando compravo gli ingredienti ho visto che per i brownies c’era la miscela già pronta, per il tiramisù no purtroppo. Ma quando lo inventano il teletrasporto?

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Prendi una frase e mettila da parte     25-08-2010  

Una frase che mi è rimasta impressa questa estate l’ho ascoltata da un bambino di circa otto anni: “Mi hanno offerto un milione di euro se scendevo nel burrone con la bicicletta e io l’ho fatto, ma alla fine ho frenato e non sono caduto!” Il bambino, che si trovava in un giardino, la diceva a suo padre, con orgoglio ma a voce bassa, forse per non farsi sentire dalla madre, che era dentro casa.
Mi pare grandiosa, questa frase, perché è esagerata e nello stesso tempo non lo è. Il burrone non è un burrone ovviamente, ma una discesa di erba e terra piuttosto ripida. E poi per il milione di euro per cui ha deciso di cimentarsi in questa azione e che invece viene completamente dimenticato.
Anche la risposta del padre è doppia. Il padre ha replicato come avrebbero replicato quasi tutti i padri: “non lo devi fare, è pericoloso.” Ma ha usato un tono blando, per niente convinto. Perché pure lui si buttava per quella scarpata, con la bicicletta.

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E la logica conclusione è     02-06-2010  

Ieri sera Lo ha mostrato a sua padre una chat in corso con i suoi compagni di scuola. (I compagni di Lo provengono da tutto il mondo, ma la maggioranza è nata negli Stati Uniti, oppure spesso hanno la doppia cittadinanza: americana e di un altro Paese).
Stavano discutendo di quello che era accaduto su una delle navi di Freedom Flotilla.
Una sua compagna israeliana diceva che sulla nave c’erano i terroristi, che i soldati erano stati costretti a combattere per difendersi.
C’era chi le dava ragione, chi obiettava in vari modi, ne cito uno: “ma allora perché sono morti quelli sulla nave e non i soldati?”
Alla fine, era tardi, la sua compagna ha chiuso conversazione così: “se non accettate la mia versione, non accettate me. Allora voi siete razzisti!”
Pare, però, che oggi avrebbero continuato a parlarne.

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Dall’ottico, ancora     06-05-2010  

“Pronto Paolo? non ci vedo più!”

“Ehi, ciao!Che intendi?”

“E’ accaduto all’improvviso. Non vedo da lontano.”

“Stai bene? come salute, intendo?

“Sì.”

“Sei dimagrita molto?”

“Macchè, magari!”

Lui ride, io invece sono preoccupatissima.

“Come faccio?”

“Be’, non ti posso fare una visita a distanza, va da un oculista lì.”

“L’ospedale mi darà un appuntamento tra due mesi, io tra due mesi sarò a Roma. Potrei andare dall’ottico. Oddio, dall’ottico.”

“Fammi sapere com’è andata. Magari prenditi delle lenti poco costose, così se c’è qualche cambiamento da fare…”

Non ho voglia di tornare da quell’ottico, così provo da un altro.

Il negozio è molto grande, ci sono poche montature esposte, molti portatili su un tavolo lunghissimo, ma non sono in vendita. Che cosa ci faranno con quei portatili? E poi chi li usa? Non c’è nessuno! Aspetto qualche minuto, alla fine arriva un tipo. Pare umano e pure spiritoso. Mi scheda su un grande Mac. Sono contenta di essere schedata su un Mac. Mi dice che la misurazione della vista mi costerà trenta euro.

“Allora non la faccio.”

No?”

“No, non ho mai pagato una visita da un ottico da cui comprerò gli occhiali.”

Così vado dal solito ottico. Non sono più due che si assomigliano. Sono quattro che si assomigliano. Oppure sono io che non ci vedo bene? Sono quasi affranta.

“Vorrei un appuntamento per una misurazione della vista” dico a quello più vecchio. Intanto lo osservo. Ha più rughe e non ha le bolle dei suoi fratelli.

“Non si fa per appuntamento. Si fa quando si può.”

“Adesso si può?”

“C’è quella signora…però se viene qualcun altro, sono solo nel negozio…”

“Come solo?, penso. “Posso aspettare. Quando c’è da aspettare? Un’ora?”

“Forse un’ora. Forse di più.”

“Torno giovedì?”

“Se crede…”

Giovedì, cioè oggi.

“Sono qui per la visita…”

“Be’, c’è solo una persona prima di lei, quindi tra dieci minuti posso fargliela.”

“Bene.”

Mi siedo. Anche oggi sono quattro. Quello anziano va a fare la visita al tipo che aspetta, gli altri tre non si capisce che cosa facciano. Bevono il caffè da tazze bianche e anonime, consultano i portatili, sembrano uomini d’affari piuttosto che ottici. Sono un po’ diversi dall’ultima volta, a parte che sono raddoppiati numericamente, è come se avessero seguito un corso e acquisito una nuova sicurezza in se stessi. Sono perplessa. Poi finalmente mi misura la vista.
Mi mancano -025 a un occhio e -075 all’altro. Be’, pensavo peggio. Da vicino, invece, ci vedo benissimo. Funziono al contrario dei miei coetanei. Non so se sia un segno buono o meno. Dopo, però, per consolarmi del fatto che dovrò portare gli occhiali quando guido o quando guardo la tivù penso che sì, è un buonissimo segno.

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All’ombra dell’ultimo sole     19-04-2010  

Ero lì appoggiata all’albero che leggevo scomodamente (per via del libro pesante con le pagine sottili) quando mi si avvicina un uomo insolitamente piccolo per queste parti che mi chiede: “che stai leggendo?”
Ho chiuso il libro, devo aver fatto un’espressione stupita, per lo meno me la sono sentita sulla faccia, e gli ho detto il nome dell’autore. Poi mi sono sbrigata ad aggiungere altre informazioni. Poi ancora altre. Infine ho detto: credo che sia tradotto pure in olandese. A quel punto lui deve avermi fatto una domanda sulla trama e io mi sono messa a raccontargliela. Ho cercato di raccontargliela al meglio, ci tenevo a interessarlo, ci tenevo come se il libro l’avessi scritto io, anzi mi sono spesa di più di quanto avrei fatto se l’avessi scritto io perché ho sempre la paranoia quando devo descrivere una storia scritta da me di fare il rappresentante di commercio che deve piazzare il suo prodotto e allora mi viene il blocco.
Il protagonista è un ex SS, gli ho detto.
Lui fatto ha un cenno con la testa.
Io mi sono preoccupata: “oddio, gli olandesi detestano i tedeschi, sono tra quelli in Europa che li detestano di più, mica penserà che mi piace il nazismo.” E, insomma, stavo cercando una frase per dirgli che non condividevo il nazismo, quando lui mi ha domandato: “tuo marito lavora a X per caso?”
“Sì.”
“Conosce Y per caso?”
Gli ho risposto di sì, che conosceva Y per caso.
Lui ha sorriso soddisfatto e ha cominciato a parlarmi di Y, di quanto fosse bravo e di un mucchio di altri dettagli che se a un certo punto non l’avessi fermato con la scusa che era tardi sarebbe uscito fuori un romanzo di 943 pagine, come quello che sto leggendo, con Y protagonista.

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No comment     17-12-2009  

Stamattina un olandese mi ha domandato: “sei triste per Berlusconi?”
Triste a me? Per Berlusconi?
“No comment” gli ho risposto.
Lui si è messo a ridere, poi è tornato serio.
“Tutti gli italiani sono tristi per Berlusconi.” Ha detto.
“Non tutti, molti.”
“Molti è come tutti. Molti che vorrebbero essere come lui.”
E questa considerazione mi ha  inebetita e sono stata lì a fissare la neve e a farci scricchiolare sopra le scarpe.
“Tutti parleranno di quello che è accaduto per un bel po’ di tempo. E questo è male.”
Poi ha finito di ripulire il parabrezza dalla neve ed è partito.
E sarei rimasta a far scricchiolare le scarpe all’infinito, se la cana non mi avesse portato via.

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Da un po’ ho preso l’abitudine di fare la macedonia e così ieri, al Super,  stavo per prendere le fragole, quando la mia mano si è fermata a cinque centimetri dalla confezione di plastica.
“250 grammi di fragole: due euro e cinquanta!” Mi sono detta.
“E poi bisogna buttarne sempre almeno un paio.”
“Già!”
Così ho deciso di non comprarle.
“La macedonia d’inverno si fa con la frutta d’inverno” ho osservato, compiaciuta della decisione e pure dell’osservazione.
Mentre proseguivo il giro, fissavo le banane verdi, i mandarini mosci nel carrello.
“Questa macedonia non avrà sapore.”
“Comunque indietro non ci torno!
“Ma che la faccio a fare?”mi sono domandata dopo un po’.
E mi sono risposta: “oltre a costare parecchio, quelle fragole erano più bianche che rosse e questo significa che erano insapori, perciò è solo una questione psicologica, legata al colore.
“Però  un po’ di rosso ci sta bene nella macedonia”.
E qui mi sono data ragione, anche se mi sono ripetuta: “indietro non ci torno!”
Stavo per arrivare alla cassa, quando davanti al reparto dei surgelati ho avuto la folgorazione: le compro surgelate!
E ho scoperto che l’Albert (il diminuitivo del Super da cui vado) surgela le fragole. C’era una scatolina a 99 centesimi per duecento grammi. L’ho presa subito, con lo sguardo furbo di chi fa l’affare.
“Senza contare che saranno state raccolte quando era il loro tempo e quindi avranno  un sapore!”
“Giusto”.
Così, ormai soddisfatta, ho smesso di dialogare con me stessa e sono tornata a casa. A casa ho versato le fragole nello scolapasta. Erano una dozzina, credo. Molto rosse.
“Nei duecento grammi a99 centesimi c’era compreso pure il ghiaccio.”
“Però non ce ne è nemmeno una marcia”.
Dopo un paio d’ore ne ho assaggiata una. E mi sono ricordata di un discorso che faceva una tipa italiana, durante una cena, domenica sera. Il discorso era questo: “Io quando vengo qui a trovare mio marito non mangio mai la carne. Perché nella carne per ricavarci di più ci mettono di tutto. Nei petti di pollo, per esempio. Ho letto un articolo che diceva che nel pollo ci iniettano un mucchio di roba, persino gli scarti del maiale”.
E io, quando la tipa faceva questo discorso, avevo ripensato a quel grasso che esce dalla carne dell’Albert che compro quando ho finito la scorta di quella presa da Ven.
Poi assaggiavo la seconda fragola.
“Sa troppo di fragola.” Mi dicevo.
“Sì, troppo.”
“Pare di mangiare una fragola di una volta ma molto più saporita.”
“Quando qualcosa sembra troppo quello che dovrebbe essere, allora è falsa”
“Ho sognato una pecora elettrica!”
“Ma che c’entra con le fragole?”
“C’entra eccome!”

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E invece era Maude     26-02-2009  

Ieri ce l’avevo tutte, ma proprio tutte. Ero nervosa, annoiata, noiosa, malinconica, irrequieta e tanto altro ancora e invece di farmi un giro in bicicletta, una doccia o svolgere una qualunque attività riequilibrante, ci avevo bevuto sopra un caffè. Forte e bollente che mi aveva bruciato il palato e la lingua.
Stavo sciacquando la tazzina, quando ha squillato il telefono. Mancavano pochi minuti alle 18.00. Era dunque l’ora delle chiamate pubblicitarie. Ho messo su un’espressione cupida e ho sollevato il ricevitore.
Pronto!
Pronto? Ha risposto una voce un poco increspata.
Sì? Sono scesa di un tono per via dell’increspatura e soprattutto perché mi aveva destabilizzato quel pronto.
Ma allora ho sbagliato! Ha continuato la voce salendo di un tono positivo.
Non c’è YZGGGG? E qui la voce pronunciava un nome che dimenticavo all’istante.
No. Rispondevo io.
Ah, ma che bella cosa che mi è capitata! Che bella cosa! Sbaglio il numero e trovo qualcuno che parla italiano! Anzi un’italiana!
Eh, dicevo io.
Una coincidenza incredibile!
Eh sì.
Io adoro parlare italiano, io amo l’Italia e il suo popolo!
Grazie, balbettavo io. E pensavo dei pensieri molto cinici.
E poi mi commuovevo a tal punto da dimenticare i miei mille stati d’animo opposti e negativi e proseguivo: ha una pronuncia ottima.
Ah, questo mi rende felice! Davvero!
Dove ha imparato l’italiano?
A Firenze! Quando era ragazza! Ma ho conservato un mucchio di amici con cui faccio lunghe chiacchierate al telefono. Lo sa quanti anni ho io? 95!
95?
95, sì! Ho vissuto per tanto tempo in Italia, poi sono dovuta tornare qui. Ma adesso devo chiamare YZGGGG, ma mi dispiace così tanto attaccare…
Be’, può chiamarmi ancora.
Davvero?
Sì.
Aspetti che mi segno il suo numero, ecco ce ne è solo uno diverso dalla mia amica. Allora quando mi sento giù le telefono. Solo che io non mi sento mai giù veramente…Be’, farò finta di esserlo! Così ho la scusa per chiamarla ancora, va bene?
Certo che va bene!

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Dream of life     17-09-2008  

Lo: Domani c’è una conferenza contro l’uso delle droghe.
Emme: Ah.
Lo:Verrà una a parlare, una vecchia. Una che da giovane le ha usate.
Silenzio.
Lo: Si chiama Smith.
Emme: Ma guarda che casino che avete fatto con i dvd!
Lo: Faceva la cantante, e dopo la conferenza ci canterà qualcosa.
Emme:Ah sì? Fico.
Lo:Ci hanno detto pure i nomi delle canzoni, però ora non me li ricordo. Dicono che quando era giovane fosse famosa, questa Patti.
Emme: Patti? Come si chiama?
Lo: Patti Smith, te l’ho detto!
Emme: Ripeti!
Lo: Ancora? Ma basta!
Emme: Fran! Scendi immediatamente! Subito! All’istante!
Dopo qualche secondo…
Emme: chi viene domani alla conferenza contro l’uso delle droghe?
Fran: E io che ne so. E’ una roba che riguarda quelli delle medie.
Lo: Viene una che si chiama Smith. Smith Patti.
Fran: Ah, Patti Smith. Si vede che quando era giovane avrà fatto uso di droghe, per questo l’hanno invitata.Tra tutti quegli americani ci sarà qualcuno che la conosce.
Emme: Mi state prendendo in giro?

Io: sarà un’omonima. E se fosse lei? Se fosse lei… la scuola ce lo avrebbe comunicato nella mail che spedisce ogni venerdì e io non l’ho letta, quella lettera.
Emme:Per favore vuoi andare a controllare? Perché non le leggi mai, quelle accidenti di lettere? State scherzando? Eh? Sì?
Fran: ma se ti ha detto che verrà Patti Smith, verrà Patti Smith. Neanche lo sa lui chi é.
Lo: Sì che lo so. Era una che cantava.
Emme: cioè, io stanotte non dormo.
Lo: tanto non puoi venire. E’ una conferenza per quelli della medie, mica per i genitori. Non sei ammesso.
Emme: non posso venire? Ho mille ragioni per cui devo venire! Ale?! Perché non vai a leggere la lettera di venerdì?
Lo: non andare. Si chiama Smith, ma non Patti e non cantava da giovane, per lo meno non credo.

Dopo un po’ passeggiando con la cana nel parco

Io: veramente ci hai creduto a quella storia della Patti?
Emme: io? Macché! Ho fatto un po’ di scena per farli divertire, anche se… anche se quando Lo ha accennato al fatto che non si ricordava i nomi delle canzoni e poi con quel tono tranquillo ha detto: questa Patti, per un attimo, ma solo per un attimo, ho immaginato che poteva anche essere.

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Intanto ad Amsterdam a fine agosto     22-08-2008  

Allora dopo la scuola porto A. ad Amsterdam
Va bene, ma non fate giri strani.
Ma che giri strani, non c’abbiamo l’età.
L’età? Che età?
Bisogna essere maggiorenni per entrare nei coffee shop.
Ah.
Al massimo andremo alla casa di Anna Frank.
Seee. Va be’. Comunque alle sette a casa, magari anche prima.

Qualche ora dopo.

Be’ com’è andato il giro?
Bene.
C’erano italiani?
Era pieno.
Ah sì? E com’erano, che facevano?
Strabuzza gli occhi, apre la bocca, poi mette su un’espressione più presente  e grida: Luca, Luca, ci sei?
Segue uno sguardo ancora più stralunato, delle labbra ancora più molli e non dice nulla.
Nuovo cambiamento facciale e grida ancora: Luca, alzati! Andiamo a vedere le puttane!
Imitando una voce dell’al di là : Che puttane, regà. Che puttane. Io da qui non mi muovo. Sto troppo bene, io. E poi non vedo nemmeno il pavimento!

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