Stamattina un olandese mi ha domandato: “sei triste per Berlusconi?”
Triste a me? Per Berlusconi?
“No comment” gli ho risposto.
Lui si è messo a ridere, poi è tornato serio.
“Tutti gli italiani sono tristi per Berlusconi.” Ha detto.
“Non tutti, molti.”
“Molti è come tutti.”
E questa considerazione mi ha inebetita e sono stata lì a fissare la neve e a farci scricchiolare sopra le scarpe.
“Tutti parleranno di quello che è accaduto per un bel po’ di tempo. E questo è male.”
Poi ha finito di ripulire il parabrezza dalla neve ed è partito.
E sarei rimasta a far scricchiolare le scarpe all’infinito, se la cana non mi avesse portato via.
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Da un po’ ho preso l’abitudine di fare la macedonia e così ieri, al Super, stavo per prendere le fragole, quando la mia mano si è fermata a cinque centimetri dalla confezione di plastica.
“250 grammi di fragole: due euro e cinquanta!” Mi sono detta.
“E poi bisogna buttarne sempre almeno un paio.”
“Già!”
Così ho deciso di non comprarle.
“La macedonia d’inverno si fa con la frutta d’inverno” ho osservato, compiaciuta della decisione e pure dell’osservazione.
Mentre proseguivo il giro, fissavo le banane verdi, i mandarini mosci nel carrello.
“Questa macedonia non avrà sapore.”
“Comunque indietro non ci torno!
“Ma che la faccio a fare?”mi sono domandata dopo un po’.
E mi sono risposta: “oltre a costare parecchio, quelle fragole erano più bianche che rosse e questo significa che erano insapori, perciò è solo una questione psicologica, legata al colore.
“Però un po’ di rosso ci sta bene nella macedonia”.
E qui mi sono data ragione, anche se mi sono ripetuta: “indietro non ci torno!”
Stavo per arrivare alla cassa, quando davanti al reparto dei surgelati ho avuto la folgorazione: le compro surgelate!
E ho scoperto che l’Albert (il diminuitivo del Super da cui vado) surgela le fragole. C’era una scatolina a 99 centesimi per duecento grammi. L’ho presa subito, con lo sguardo furbo di chi fa l’affare.
“Senza contare che saranno state raccolte quando era il loro tempo e quindi avranno un sapore!”
“Giusto”.
Così, ormai soddisfatta, ho smesso di dialogare con me stessa e sono tornata a casa. A casa ho versato le fragole nello scolapasta. Erano una dozzina, credo. Molto rosse.
“Nei duecento grammi a99 centesimi c’era compreso pure il ghiaccio.”
“Però non ce ne è nemmeno una marcia”.
Dopo un paio d’ore ne ho assaggiata una. E mi sono ricordata di un discorso che faceva una tipa italiana, durante una cena, domenica sera. Il discorso era questo: “Io quando vengo qui a trovare mio marito non mangio mai la carne. Perché nella carne per ricavarci di più ci mettono di tutto. Nei petti di pollo, per esempio. Ho letto un articolo che diceva che nel pollo ci iniettano un mucchio di roba, persino gli scarti del maiale”.
E io, quando la tipa faceva questo discorso, avevo ripensato a quel grasso che esce dalla carne dell’Albert che compro quando ho finito la scorta di quella presa da Ven.
Poi assaggiavo la seconda fragola.
“Sa troppo di fragola.” Mi dicevo.
“Sì, troppo.”
“Pare di mangiare una fragola di una volta ma molto più saporita.”
“Quando qualcosa sembra troppo quello che dovrebbe essere, allora è falsa”
“Ho sognato una pecora elettrica!”
“Ma che c’entra con le fragole?”
“C’entra eccome!”
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Ieri ce l’avevo tutte, ma proprio tutte. Ero nervosa, annoiata, noiosa, malinconica, irrequieta e tanto altro ancora e invece di farmi un giro in bicicletta, una doccia o svolgere una qualunque attività riequilibrante, ci avevo bevuto sopra un caffè. Forte e bollente che mi aveva bruciato il palato e la lingua.
Stavo sciacquando la tazzina, quando ha squillato il telefono. Mancavano pochi minuti alle 18.00. Era dunque l’ora delle chiamate pubblicitarie. Ho messo su un’espressione cupida e ho sollevato il ricevitore.
Pronto!
Pronto? Ha risposto una voce un poco increspata.
Sì? Sono scesa di un tono per via dell’increspatura e soprattutto perché mi aveva destabilizzato quel pronto.
Ma allora ho sbagliato! Ha continuato la voce salendo di un tono positivo.
Non c’è YZGGGG? E qui la voce pronunciava un nome che dimenticavo all’istante.
No. Rispondevo io.
Ah, ma che bella cosa che mi è capitata! Che bella cosa! Sbaglio il numero e trovo qualcuno che parla italiano! Anzi un’italiana!
Eh, dicevo io.
Una coincidenza incredibile!
Eh sì.
Io adoro parlare italiano, io amo l’Italia e il suo popolo!
Grazie, balbettavo io. E pensavo dei pensieri molto cinici.
E poi mi commuovevo a tal punto da dimenticare i miei mille stati d’animo opposti e negativi e proseguivo: ha una pronuncia ottima.
Ah, questo mi rende felice! Davvero!
Dove ha imparato l’italiano?
A Firenze! Quando era ragazza! Ma ho conservato un mucchio di amici con cui faccio lunghe chiacchierate al telefono. Lo sa quanti anni ho io? 95!
95?
95, sì! Ho vissuto per tanto tempo in Italia, poi sono dovuta tornare qui. Ma adesso devo chiamare YZGGGG, ma mi dispiace così tanto attaccare…
Be’, può chiamarmi ancora.
Davvero?
Sì.
Aspetti che mi segno il suo numero, ecco ce ne è solo uno diverso dalla mia amica. Allora quando mi sento giù le telefono. Solo che io non mi sento mai giù veramente…Be’, farò finta di esserlo! Così ho la scusa per chiamarla ancora, va bene?
Certo che va bene!
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Lo: Domani c’è una conferenza contro l’uso delle droghe.
Emme: Ah.
Lo:Verrà una a parlare, una vecchia. Una che da giovane le ha usate.
Silenzio.
Lo: Si chiama Smith.
Emme: Ma guarda che casino che avete fatto con i dvd!
Lo: Faceva la cantante, e dopo la conferenza ci canterà qualcosa.
Emme:Ah sì? Fico.
Lo:Ci hanno detto pure i nomi delle canzoni, però ora non me li ricordo. Dicono che quando era giovane fosse famosa, questa Patti.
Emme: Patti? Come si chiama?
Lo: Patti Smith, te l’ho detto!
Emme: Ripeti!
Lo: Ancora? Ma basta!
Emme: Fran! Scendi immediatamente! Subito! All’istante!
Dopo qualche secondo…
Emme: chi viene domani alla conferenza contro l’uso delle droghe?
Fran: E io che ne so. E’ una roba che riguarda quelli delle medie.
Lo: Viene una che si chiama Smith. Smith Patti.
Fran: Ah, Patti Smith. Si vede che quando era giovane avrà fatto uso di droghe, per questo l’hanno invitata.Tra tutti quegli americani ci sarà qualcuno che la conosce.
Emme: Mi state prendendo in giro?
Io: sarà un’omonima. E se fosse lei? Se fosse lei… la scuola ce lo avrebbe comunicato nella mail che spedisce ogni venerdì e io non l’ho letta, quella lettera.
Emme:Per favore vuoi andare a controllare? Perché non le leggi mai, quelle accidenti di lettere? State scherzando? Eh? Sì?
Fran: ma se ti ha detto che verrà Patti Smith, verrà Patti Smith. Neanche lo sa lui chi é.
Lo: Sì che lo so. Era una che cantava.
Emme: cioè, io stanotte non dormo.
Lo: tanto non puoi venire. E’ una conferenza per quelli della medie, mica per i genitori. Non sei ammesso.
Emme: non posso venire? Ho mille ragioni per cui devo venire! Ale?! Perché non vai a leggere la lettera di venerdì?
Lo: non andare. Si chiama Smith, ma non Patti e non cantava da giovane, per lo meno non credo.
Dopo un po’ passeggiando con la cana nel parco
Io: veramente ci hai creduto a quella storia della Patti?
Emme: io? Macché! Ho fatto un po’ di scena per farli divertire, anche se… anche se quando Lo ha accennato al fatto che non si ricordava i nomi delle canzoni e poi con quel tono tranquillo ha detto: questa Patti, per un attimo, ma solo per un attimo, ho immaginato che poteva anche essere.
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Allora dopo la scuola porto A. ad Amsterdam
Va bene, ma non fate giri strani.
Ma che giri strani, non c’abbiamo l’età.
L’età? Che età?
Bisogna essere maggiorenni per entrare nei coffee shop.
Ah.
Al massimo andremo alla casa di Anna Frank.
Seee. Va be’. Comunque alle sette a casa, magari anche prima.
Qualche ora dopo.
Be’ com’è andato il giro?
Bene.
C’erano italiani?
Era pieno.
Ah sì? E com’erano, che facevano?
Strabuzza gli occhi, apre la bocca, poi mette su un’espressione più presente e grida: Luca, Luca, ci sei?
Segue uno sguardo ancora più stralunato, delle labbra ancora più molli e non dice nulla.
Nuovo cambiamento facciale e grida ancora: Luca, alzati! Andiamo a vedere le puttane!
Imitando una voce dell’al di là : Che puttane, regà. Che puttane. Io da qui non mi muovo. Sto troppo bene, io. E poi non vedo nemmeno il pavimento!
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Così Emme dopo un po’ che frequenta Flickr: ce ne sono alcuni che sono bravi, ma bravi davvero.
Però stanno sempre lì a dirsi guarda quanto sei fico, ma che belle foto che fai, anche quando il soggetto è banale, il ritocco era meglio se non lo faceva e via così.
Leccano per essere leccati. Commentano per essere commentati. Dicono: sei un artista, per sentirsi dire: no, sei più artista tu. Ma funziona così anche per i blog?
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Negli ultimi due giorni a Roma mi sono trasferita da un’amica al Prenestino e abbiamo chiacchierato in un modo diverso di come facciamo abitualmente quando c’incontriamo nella sua pausa pranzo. Poi ho scoperto che un venerdì al mese va a ballare.
Ti sei fatta iirretire anche tu dalla mazurca, dal valzer e dagli affini? Io, costretta, ci ho provato, ma ho dovuto smettere: mi dava il mal di testa.
Sei matta? Ha risposto lei, ci siamo organizzati con una mailing list e abbiamo una discoteca a disposizione che mette la musica che decidiamo noi.
Avrei voluto chiederle che tipo di musica scegliessero, ma erano le tre di notte, dal balconcino della cucina dove ero uscita a fumare si vedevano i binari della stazione, le luci gialle e un serpente di nebbia, mi sono incantata e ho smesso di domandare.
L’altra sera dai miei vicini franco-piemontesi me ne sono ricordata.
Andiamo in discoteca! Ho detto allora.
Camille, suo marito ed Emme mi hanno guardato come se avessi proposto: ubriachiamoci e facciamo una gara di nuoto nel canale a mezzanotte.
Dopo un po’ siccome nessuno diceva niente, cioè ognuno pensava a qualcosa di allettante in sostituzione della mia proposta che non aveva allettato nessuno, Camille ha confessato: non siamo mai stati in discoteca.
Emme ha chiesto: nemmeno a diciotto anni? Nemmeno d’estate?
No, ha risposto Camille.
E si sarebbe conclusa lì, perché Camille risparmia le parole, ma dato che io non mi limito con le domande, ho detto: e che facevate, scusa?
Andavamo in montagna, ha risposto il marito di Camille.
Così Camille ha raccontato una storia, cioè a me è parsa una storia ma in realtà è un episodio accaduto molti anni fa, ci ha messo dentro un mucchio di particolari e sembrava proprio di guardarla attraverso un vetro, ora la riassumo qui e un giorno magari la trasformo in un racconto:
Camille viveva ancora in Francia, ma era estate e avevano deciso di farsi un tratto del Bianco, lei, il suo futuro marito e un’altra coppia. Ma la salita si fa troppo ripida e Camille rinuncia.
Vai a quel rifugio, le dice il mio futuro vicino, dovrebbe partire un gruppo che scende, noi saliamo ancora un po’ e domani mattina ti raggiungiamo a valle. Nel rifugio, invece, non c’è nessun gruppo in partenza, anzi il gestore sta per chiudere e Camille che ha solo un sacco a pelo, lo zaino l’ha lasciato in macchina, non sa dove passare la notte. Fortunatamente ci sono degli scout che la ospitano in una tenda e la prima notte passa. La mattina successiva gli scout smontano l’accampamento, il futuro marito non arriva e Camille, che già un po’ lo conosce, anzi conosce la sua passione per la montagna, decide di accettare un passaggio in elicottero che la porterà a un rifugio più a valle. Lascia un messaggio al gestore del rifugio A per il futuro marito, messaggio che non sarà mai riferito. Anche nel rifugio B non si può dormire e il cielo comincia a farsi scuro. Camille trova un bunker con un po’ di spazzatura, una rete arrugginita e un paio di topi che glielo cedono volentieri. La notte la passa sveglia a vigilare i topi, che squittiscono nel buio, e il temporale che si abbatte sul vecchio bunker. Alla fine arriva il sole e un altro giorno lunghissimo in cui Camille si annoia da morire. I tre ricompaiono il pomeriggio, felici. Hanno scalato la vetta e durante la discesa si sono fermati a fare un bagno in un lago. Camille è arrabbiata, sta per dirgli i mille pensieri che ha pensato in quelle ore lentissime in cui non ha quasi dormito, non ha quasi mangiato, in cui non ha fatto nulla, ma poi lui tira fuori dallo zaino un rullino e le dice: c’era un fiore raro lassù, l’ho lasciato dove stava, però te ne ho portato il ricordo. Così Camille dimentica i mille pensieri e gli dice solo: potevi almeno informarti se poi l’avevo trovato il gruppo, lui vorrebbe raccontarle di quanto fosse verde il lago dove hanno fatto il bagno, di quando fosse ghiacciata l’acqua ma meravigliosa, di quanto si siano divertiti a salire, ma poi decide che è meglio aspettare un po’.
E io me la sono proprio vista davanti la faccia del vicino con gli occhi che ridono e decide di tacere.
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I quattro camion e il pulmino se ne sono andati poco fa.
C’erano dei cartelli con il divieto di parcheggiare nella via, e pensavo che dovessero pulire la strada. Però lavano solo un lato e l’altro no? E stamattina s’è scoperta la ragione.
Mi fermo per un cappuccino al bar sotto casa, devo piantarla con i cappuccini ché poi la notte non riesco a prender sonno, metto su lo sguardo scemo e inizio a sorseggiarlo e un tipo con un bastoncino sottile, i capelli scompigliati, la barba di due giorni, agitando il bastoncino come un insegnante d’altri tempi, mi dice: non guardare!
Non mi vieta di guardare lui, ma quel groviglio di persone che c’è dall’altra parte della strada. Naturalmente guardo, ma all’olandese, cioè con discrezione. Ma lui non si occupa più di me, ché ci sono quelli che guardano senza finzioni.
C’è un tipo in un giaccone scuro che prima fa un discorso alla telecamera e dopo spicca una corsa e scompare nell’ingresso del palazzo.
La sequenza dura due o tre minuti e poi la ripetono.
Che fanno? chiedo al barista mio preferito.
Girano uno spot, mi risponde.
E’ XY, dice un tipo che si sta gustando un liquorino.
E chi sarebbe XY?
Signorì, mi dice, ma dove vivi?
Eh, fa il barista mio preferito, – che mi esibisce come cliente internazionale ogni volta che gliene capita l’occasione – eh, vive in Olanda!
Ah. Dice il tipo. XY è quello dei pacchi! Quello che fa aprire i pacchi all’ora di cena e se sei fortunato vinci un botto di soldi. In Olanda non ci arriva la televisione italiana?
Lui ha finito il liquorino, io il cappuccino.
Cerco il portafoglio e una frase breve che non generi altre domande.
Tra un po’ quando il cappuccino sarà entrato in circolo risponderò ai milioni di quesiti di chiunque, ma adesso non mi va.
Signorì?
Dove vivo io non arriva.
Sorride. Si sistema la pancia nei pantaloni e va a piazzarsi su una sedia fuori dal bar a far disperare il tipo con il bastoncino.
Io ordino un caffè.
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Quella notte in cui piovvero bulbi
Sono nel vivaio con Chris. Lui spinge il carrello, io scelgo le piante.
I vivai di qui non esistono in Italia, se proprio devo fare un confronto potrei paragonarli alle grandi librerie dove acquisti libri, ma non solo.
Qui compri piante, alberi e fiori, ma non solo.
Nel padiglione più esterno c’è un olivo contorto circondato da bottigliette d’olio piantate nella terra che simulano un’aiuola.
Questo resta qui per sempre, dico.
No, dice Chris. Lo comprano, eccome se lo comprano.
E’ ridicolo. Non è un bonsai, ma non ha nemmeno l’altezza di un olivo. E’ un ibrido, una via di mezzo, mi sentirei a disagio ad averlo in casa. E poi ha bisogno di caldo, di luce, come farebbe a sopravvivere ?
Va di moda far crescere alberi in casa. C’è una cliente che ha proprio un olivo in un cortile interno. E poi è una moda più tranquilla, anche un po’ romantica. Mi ricordo qualche anno fa quando c’era quella dei serpenti. Dovevamo dipingere una stanza dove in un angolo c’era un terrario con dentro un’iguana. Solo che era cresciuto troppo e ci stava stretto. Poveretto, faceva una pena…
La stanza di che colore l’avete dipinta?
Verde foresta!
E il cortile della signora dell’olivo?
Verde argento! Ma quanti ciclamini compri?
Quanti? Due.
E quanti ne hai già? Dieci?
Dieci? Scherzi?
Sei proprio fissata con i ciclamini…
Ebbene sono fissata, sì, mi piacciono perché hanno i fiori che durano a lungo e pare che stiano per scappar via e inoltre se ti dimentichi di loro, di innaffiarli intendo, s’afflosciano subito.
E’ una pianta che dà le sue soddisfazioni insomma. E poi mette in movimento i pensieri…
In Cambogia quando torni?
Ehi non mi far salire la tristezza…
Cos’è che fai lì nei fine settimana? Vai sulla sponda del fiume e dipingi, esatto?
Non approfittarti delle mie confidenze per prendermi in giro.
Guarda stanno caricando l’olivo sul carrello! Non poteva essere che una del genere a portarselo via. Assomiglia all’albero ibrido in un modo pazzesco. Non è bassa, ma nemmeno alta, cammina sui tacchi a spillo e indossa un giaccone da suora, ha ciocche di capelli dipinte di rosso acceso ma anche numerosi fili bianchi.
Non lo dire, ti prego.
Ogni pianta assomiglia al suo proprietario. E io sono un ciclamino. Tu invece…
Taci.
Cosa c’è nel tuo giardino?
Non è un giardino quello.
Va be’ in quello spazio un po’ aperto, un po’ chiuso. Ci sono i tulipani, i fiori simbolo dell’Olanda!
Li ha portati il vento.
Eh sì, un tornado.
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Ciò che conta è che si parli di me
Così Fran: sabato sera cinque studenti del nono anno, cioè di quattordici anni, per accrescere l’autostima in se stessi, hanno avuto l’ideona di rompere auto per un totale di circa 30 mila euro, poi la polizia li ha beccati.
30 mila euro? E quante ne hanno distrutte?
Mica tante. Hanno scelto quelle più grosse. Un finestrino a una, uno sportello a un’altra. Che scemi. Hanno raggiunto il loro scopo, comunque.
Però la polizia li ha sorpresi.
La polizia li ha beccati, è vero, ma gli studenti della scuola li indicavano, le ragazze li guardavano, finiranno sul giornale di W.e in tutte le case di W. all’ora di cena si parlerà di loro come stiamo facendo noi adesso. L’autostima sfiorerà le stelle, qualcun altro s’infilerà il cappellino di lana che identifica il loro gruppo.
Non vorrei essere al posto di quei genitori
Non vorrei essere al posto di quei figli.
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