Così Emme dopo un po’ che frequenta Flickr: ce ne sono alcuni che sono bravi, ma bravi davvero.
Però stanno sempre lì a dirsi guarda quanto sei fico, ma che belle foto che fai, anche quando il soggetto è banale, il ritocco era meglio se non lo faceva e via così.
Leccano per essere leccati. Commentano per essere commentati. Dicono: sei un artista, per sentirsi dire: no, sei più artista tu. Ma funziona così anche per i blog?
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Negli ultimi due giorni a Roma mi sono trasferita da un’amica al Prenestino e abbiamo chiacchierato in un modo diverso di come facciamo abitualmente quando c’incontriamo nella sua pausa pranzo. Poi ho scoperto che un venerdì al mese va a ballare.
Ti sei fatta iirretire anche tu dalla mazurca, dal valzer e dagli affini? Io, costretta, ci ho provato, ma ho dovuto smettere: mi dava il mal di testa.
Sei matta? Ha risposto lei, ci siamo organizzati con una mailing list e abbiamo una discoteca a disposizione che mette la musica che decidiamo noi.
Avrei voluto chiederle che tipo di musica scegliessero, ma erano le tre di notte, dal balconcino della cucina dove ero uscita a fumare si vedevano i binari della stazione, le luci gialle e un serpente di nebbia, mi sono incantata e ho smesso di domandare.
L’altra sera dai miei vicini franco-piemontesi me ne sono ricordata.
Andiamo in discoteca! Ho detto allora.
Camille, suo marito ed Emme mi hanno guardato come se avessi proposto: ubriachiamoci e facciamo una gara di nuoto nel canale a mezzanotte.
Dopo un po’ siccome nessuno diceva niente, cioè ognuno pensava a qualcosa di allettante in sostituzione della mia proposta che non aveva allettato nessuno, Camille ha confessato: non siamo mai stati in discoteca.
Emme ha chiesto: nemmeno a diciotto anni? Nemmeno d’estate?
No, ha risposto Camille.
E si sarebbe conclusa lì, perché Camille risparmia le parole, ma dato che io non mi limito con le domande, ho detto: e che facevate, scusa?
Andavamo in montagna, ha risposto il marito di Camille.
Così Camille ha raccontato una storia, cioè a me è parsa una storia ma in realtà è un episodio accaduto molti anni fa, ci ha messo dentro un mucchio di particolari e sembrava proprio di guardarla attraverso un vetro, ora la riassumo qui e un giorno magari la trasformo in un racconto:
Camille viveva ancora in Francia, ma era estate e avevano deciso di farsi un tratto del Bianco, lei, il suo futuro marito e un’altra coppia. Ma la salita si fa troppo ripida e Camille rinuncia.
Vai a quel rifugio, le dice il mio futuro vicino, dovrebbe partire un gruppo che scende, noi saliamo ancora un po’ e domani mattina ti raggiungiamo a valle. Nel rifugio, invece, non c’è nessun gruppo in partenza, anzi il gestore sta per chiudere e Camille che ha solo un sacco a pelo, lo zaino l’ha lasciato in macchina, non sa dove passare la notte. Fortunatamente ci sono degli scout che la ospitano in una tenda e la prima notte passa. La mattina successiva gli scout smontano l’accampamento, il futuro marito non arriva e Camille, che già un po’ lo conosce, anzi conosce la sua passione per la montagna, decide di accettare un passaggio in elicottero che la porterà a un rifugio più a valle. Lascia un messaggio al gestore del rifugio A per il futuro marito, messaggio che non sarà mai riferito. Anche nel rifugio B non si può dormire e il cielo comincia a farsi scuro. Camille trova un bunker con un po’ di spazzatura, una rete arrugginita e un paio di topi che glielo cedono volentieri. La notte la passa sveglia a vigilare i topi, che squittiscono nel buio, e il temporale che si abbatte sul vecchio bunker. Alla fine arriva il sole e un altro giorno lunghissimo in cui Camille si annoia da morire. I tre ricompaiono il pomeriggio, felici. Hanno scalato la vetta e durante la discesa si sono fermati a fare un bagno in un lago. Camille è arrabbiata, sta per dirgli i mille pensieri che ha pensato in quelle ore lentissime in cui non ha quasi dormito, non ha quasi mangiato, in cui non ha fatto nulla, ma poi lui tira fuori dallo zaino un rullino e le dice: c’era un fiore raro lassù, l’ho lasciato dove stava, però te ne ho portato il ricordo. Così Camille dimentica i mille pensieri e gli dice solo: potevi almeno informarti se poi l’avevo trovato il gruppo, lui vorrebbe raccontarle di quanto fosse verde il lago dove hanno fatto il bagno, di quando fosse ghiacciata l’acqua ma meravigliosa, di quanto si siano divertiti a salire, ma poi decide che è meglio aspettare un po’.
E io me la sono proprio vista davanti la faccia del vicino con gli occhi che ridono e decide di tacere.
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Da domani solo tè verde, giuro.
I quattro camion e il pulmino se ne sono andati poco fa.
C’erano dei cartelli con il divieto di parcheggiare nella via, e pensavo che dovessero pulire la strada. Però lavano solo un lato e l’altro no? E stamattina s’è scoperta la ragione.
Mi fermo per un cappuccino al bar sotto casa, devo piantarla con i cappuccini ché poi la notte non riesco a prender sonno, metto su lo sguardo scemo e inizio a sorseggiarlo e un tipo con un bastoncino sottile, i capelli scompigliati, la barba di due giorni, agitando il bastoncino come un insegnante d’altri tempi, mi dice: non guardare!
Non mi vieta di guardare lui, ma quel groviglio di persone che c’è dall’altra parte della strada. Naturalmente guardo, ma all’olandese, cioè con discrezione. Ma lui non si occupa più di me, ché ci sono quelli che guardano senza finzioni.
C’è un tipo in un giaccone scuro che prima fa un discorso alla telecamera e dopo spicca una corsa e scompare nell’ingresso del palazzo.
La sequenza dura due o tre minuti e poi la ripetono.
Che fanno? chiedo al barista mio preferito.
Girano uno spot, mi risponde.
E’ XY, dice un tipo che si sta gustando un liquorino.
E chi sarebbe XY?
Signorì, mi dice, ma dove vivi?
Eh, fa il barista mio preferito, - che mi esibisce come cliente internazionale ogni volta che gliene capita l’occasione - eh, vive in Olanda!
Ah. Dice il tipo. XY è quello dei pacchi! Quello che fa aprire i pacchi all’ora di cena e se sei fortunato vinci un botto di soldi. In Olanda non ci arriva la televisione italiana?
Lui ha finito il liquorino, io il cappuccino.
Cerco il portafoglio e una frase breve che non generi altre domande.
Tra un po’ quando il cappuccino sarà entrato in circolo risponderò ai milioni di quesiti di chiunque, ma adesso non mi va.
Signorì?
Dove vivo io non arriva.
Sorride. Si sistema la pancia nei pantaloni e va a piazzarsi su una sedia fuori dal bar a far disperare il tipo con il bastoncino.
Io ordino un caffè.
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Quella notte in cui piovvero bulbi
Sono nel vivaio con Chris. Lui spinge il carrello, io scelgo le piante.
I vivai di qui non esistono in Italia, se proprio devo fare un confronto potrei paragonarli alle grandi librerie dove acquisti libri, ma non solo.
Qui compri piante, alberi e fiori, ma non solo.
Nel padiglione più esterno c’è un olivo contorto circondato da bottigliette d’olio piantate nella terra che simulano un’aiuola.
Questo resta qui per sempre, dico.
No, dice Chris. Lo comprano, eccome se lo comprano.
E’ ridicolo. Non è un bonsai, ma non ha nemmeno l’altezza di un olivo. E’ un ibrido, una via di mezzo, mi sentirei a disagio ad averlo in casa. E poi ha bisogno di caldo, di luce, come farebbe a sopravvivere ?
Va di moda far crescere alberi in casa. C’è una cliente che ha proprio un olivo in un cortile interno. E poi è una moda più tranquilla, anche un po’ romantica. Mi ricordo qualche anno fa quando c’era quella dei serpenti. Dovevamo dipingere una stanza dove in un angolo c’era un terrario con dentro un’iguana. Solo che era cresciuto troppo e ci stava stretto. Poveretto, faceva una pena…
La stanza di che colore l’avete dipinta?
Verde foresta!
E il cortile della signora dell’olivo?
Verde argento! Ma quanti ciclamini compri?
Quanti? Due.
E quanti ne hai già? Dieci?
Dieci? Scherzi?
Sei proprio fissata con i ciclamini…
Ebbene sono fissata, sì, mi piacciono perché hanno i fiori che durano a lungo e pare che stiano per scappar via e inoltre se ti dimentichi di loro, di innaffiarli intendo, s’afflosciano subito.
E’ una pianta che dà le sue soddisfazioni insomma. E poi mette in movimento i pensieri…
In Cambogia quando torni?
Ehi non mi far salire la tristezza…
Cos’è che fai lì nei fine settimana? Vai sulla sponda del fiume e dipingi, esatto?
Non approfittarti delle mie confidenze per prendermi in giro.
Guarda stanno caricando l’olivo sul carrello! Non poteva essere che una del genere a portarselo via. Assomiglia all’albero ibrido in un modo pazzesco. Non è bassa, ma nemmeno alta, cammina sui tacchi a spillo e indossa un giaccone da suora, ha ciocche di capelli dipinte di rosso acceso ma anche numerosi fili bianchi.
Non lo dire, ti prego.
Ogni pianta assomiglia al suo proprietario. E io sono un ciclamino. Tu invece…
Taci.
Cosa c’è nel tuo giardino?
Non è un giardino quello.
Va be’ in quello spazio un po’ aperto, un po’ chiuso. Ci sono i tulipani, i fiori simbolo dell’Olanda!
Li ha portati il vento.
Eh sì, un tornado.
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Ciò che conta è che si parli di me
Così Fran: sabato sera cinque studenti del nono anno, cioè di quattordici anni, per accrescere l’autostima in se stessi, hanno avuto l’ideona di rompere auto per un totale di circa 30 mila euro, poi la polizia li ha beccati.
30 mila euro? E quante ne hanno distrutte?
Mica tante. Hanno scelto quelle più grosse. Un finestrino a una, uno sportello a un’altra. Che scemi. Hanno raggiunto il loro scopo, comunque.
Però la polizia li ha sorpresi.
La polizia li ha beccati, è vero, ma gli studenti della scuola li indicavano, le ragazze li guardavano, finiranno sul giornale di W.e in tutte le case di W. all’ora di cena si parlerà di loro come stiamo facendo noi adesso. L’autostima sfiorerà le stelle, qualcun altro s’infilerà il cappellino di lana che identifica il loro gruppo.
Non vorrei essere al posto di quei genitori
Non vorrei essere al posto di quei figli.
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Il bio non mi si addice
In Cambogia quelli che si occupano di dio sono vestiti di arancione non di nero, e ci sono monasteri ovunque, e il verde è profondo, e passeggiavamo sulla strada principale verso sera, ché non c’era da far altro lì e ho visto una roba orrenda, quella che sappiamo tutti. Ho visto europei e americani che caricavano sulle automobili prese a noleggio bambine di do*di*ci, tre*di*ci anni con le facce dipinte e gli occhi serissimi. E le donne, le donne hanno mani incredibilmente piccole. Che nella mia testa le mani sono quelle delle gigantesche donne olandesi, tranne quelle di mia madre, eh, ma mia madre è come una madre del sud, eh, sempre vuole sapere, sempre ha bisogno di aiuto. Al mercato ho comprato questi! Scegli quello che preferisci. Li vedi i colori? Sono diversi dai nostri. E’ come per il paesaggio. Ti dico che c’è il verde, e tu immagini il nostro verde e invece è tutta un’altra cosa. Il costo della vita è minimo e puoi avere un cuoco personale, per esempio. Ma che ci faccio io in Cambogia con un cuoco personale? Che m’importa di mangiare speciale tutte le sere se poi vivo in un altro mondo? Io sono felice nel mio. Così sono riuscito a contrattare e starò lì solo per un anno. Un anno scivola via come l’acqua. Poi il cibo è ottimo. Il pesce sa di pesce, le verdure hanno un sapore.
A proposito di biologico, Chris, ho comprato il latte biologico come m’avevi suggerito tu, ma…
Ma?
Ma che tipo di biologico è se scade dopo dieci giorni?
Dove l’hai comprato?
Al Super.
E’ un biologico parziale. Il tutto biologico lo trovi solo nei negozi e nelle fattorie. Devi andare qui.
Qui? A dodici chilometri per comprare il latte?
Però poi bevi un latte sano, con un sapore!
Qui si non si beve latte bianco, ma si sorseggia, un po’ nervosi e se c’è tempo, solo cappuccino. Anzi capucino.
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La vicina salvò me, ma il rospo fece una brutta fine
C’è un rospo al centro del soggiorno! Ed è enorme! Con la gatta impazzita che gli corre intorno. E che faccio adesso?
Coprilo con un asciugamano, poi quando Fran torna da scuola lo toglie.
Aspetta, fammi compagnia. Cammino a occhi chiusi. Ecco. Coperto! Accidenti!
Che c’è?
La gatta lo ha preso da sotto l’asciugamano. Oh accidenti!
Che succede?
E’ vivo. Salta. E’ saltato sullo sgabello. E come faccio? Lo sai che più degli esseri morti mi terrorizzano quelli mezzi morti. Devo salvarlo assolutamente, ma non posso. Vado in panico ora.
Chiama la vicina!
La vicina, sì, la chiamo. O mio dio! L’ha afferrato per una gamba!
Quella corta o quella lunga?
Che domanda è? Quella lunga, ho detto gamba. Ti saluto, scusa. Pronto, vicina? Ti fanno paura i rospi? Degli insetti hai paura mentre con i rospi resti indifferente? Anche se sono mezzi morti? Puoi venire, per favore? Poi ti offro un caffè.
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Per l’intimità
Mi sveglio perché uno sguardo mi pesa addosso.
Lo sguardo è di un uomo e proviene dall’appartamento del palazzo adiacente al mio.
Sto un attimo immobile mentre valuto quello che farò tra poco.
Lui sta pulendo il davanzale con uno straccio. L’angolo destro del davanzale per la precisione, ché solo da lì può sbirciare nella mia stanza. Dovrei alzarmi e tirare la serranda verso di me, con forza magari, per fargli capire che ho visto che guardava. Ma non ce la faccio. Afferro il lenzuolo, mi ci avvolgo completamente e cerco di riaddormentarmi. Ma i rumori per la costruzione della metro, le auto che passano e le considerazioni idiote: e così l’appartamento è occupato da un deficiente impiccione mi impediscono di riprendere sonno.
Mi alzo.
Yogurt, caffè, clic dell’ombrellone, se l’ombrellone fa clic sono passate le nove e il tavolo è spaccato dal sole, arretrato di D Donna, occhio che conta le foglie del basilico rigoglioso (pianta incompatibile con l’olanda).
Sospiro, e il malumore fugge via.
Clic clac. Una porta di metallo si apre e una figura si compone nel terrazzo a fianco.
Non alzo gli occhi dalla rivista, bevo un sorso di caffè e volto pagina.
La sagoma si schiarisce la voce, una due volte, poi dice: buongiorno! Con un tono squillante, quel tono che si usa quando non vedi qualcuno da un sacco di tempo.
Buongiorno, rispondo. Siccome non riesco a leggere nemmeno una parola m’irrito un po’.
Mi scusi se la disturbo. Continua lui con la voce ancora più entusiasta.
Lo fisso.
Ha una faccia di quelle che dopo un po’ non ti ricordi più, un’età che potrebbe essere di trentacinque o di cinquanta, ma dall’entusiasmo penso che sia di cinquanta.
Volevo farle una domanda.
A quel punto credo che m’esca un sorriso- smorfia che lo autorizza a chiedere.
Lui prosegue con l’entusiasmo in crescita: le sente le vibrazioni?
Stringe le mani intorno alla grata di separazione, appoggia il viso sui quadrati di metallo.
Le vibrazioni? Che vibrazioni? dico io.
Si scioglie in una risatona grassa, divertito dalla natura equivoca della sua domanda.
Le vibrazioni prodotte dai lavori per la metro.
No. Rispondo.
Sarà un problema del mio palazzo perché la signora del piano di sotto le sente, invece.
Dondolo la testa dall’alto verso il basso, stile cagnolino d’auto di una volta, altra smorfia sorriso, conversazione terminata intende il gesto, ingoio l’ultimo sorso di caffè e torno sulla pagina.
Mi tolga una curiosità, continua lui. Quei ragazzini che cenavano ieri sera erano tutti suoi?
No.
Ah. Infatti mi sembravano troppi. A volte la natura è strana: a chi tanti, a chi nessuno. La mia vicina, per esempio, ha provato per dieci anni ad avere un bambino. Ma la lascio tranquilla. Immagino che si sia appena svegliata.
Smorfia- sollievo da parte mia e ritento con la lettura.
Un’ultima cosa.
Ecco a chi assomiglia! Ad Alberto Sordi. Mi ricorda una scena di un film, ma quale?
Le dispiace se monto un’incannucciata di separazione? E’ per l’intimità.
Chiude la frase con una strizzata d’occhio, io rispondo: per me va bene.
Poi mi rifugio nell’unico luogo che è libero da persone e da sguardi: il cesso.
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Dei Ma e delle certezze. Ma non dovrebbe essere un dialogo rovesciato? Forse ho sbagliato parte? A Febbraio davanti alla pagella: Io: Ma…Ma ci sono metà A e metà B. Fran: e allora? B equivale a distinto che sarebbe nove, quasi il massimo quindi. Io: Ma…Ma l’anno scorso erano tutti A! Fran: l’anno scorso era la middle che era un’altra cosa, poi c’era anche qualche B Io: Ma nelle materie minori! Adesso è il contrario, mi pare. A Coro e Teatro hai giudizi ottimi e a Matematica e Scienze, che sono sempre stati i tuoi punti di forza, hai B! Fran: Coro e Teatro NON sono materie minori. E mi piacciono molto. E Matematica è il corso avanzato, e non è mica semplice. Io: Che dirà la tua maestra…Che cosa le rispondo quando mi chiederà: in matematica come va? Fran: dille che sono al corso avanzato, le basterà sentire questa parola, magari pronunciala in inglese, che solo a sentire quel termine sfiorerà tutte le stelline del cielo e non farà altre domande. Io: però potresti fare di più. Non studi mai… Fran: Per avere A dovrei fare uno sforzo, invece così ottengo dei risultati buoni senza fatica. Io: sarei più contenta che avessi tutti A. Fran: Pamela e Tom hanno tutti A. Vuoi che faccia come loro? Io: Sì! Fran: lo sai perché loro hanno tutti A? Io: Perché studiano? Fran: Esatto. Ma mica studiano per loro. Studiano per i genitori. Vorresti che studiassi per te? Ti sembra una cosa giusta? Io: …che c.gli rispondo? Ma…no. Fran: sorride. Io: fai come ti pare. La responsabilità della pagella è tua. Dello studio anche.
Ieri sera a una settimana dalle verifiche: Io: Studi? Fran: eh sì. Io: c’è un libro che vorrei che leggessi: non è pesante, è una specie di giallo, parla di mafia, di come funzionavano (o funzionano) le cose in Italia, è scritto bene e… Fran: voglio leggere un altro libro di Ammaniti. Io: Va bene, va bene. Comunque te lo lascio qui sul comodino, poi magari gli dai un’occhiata, eh? Nessuna risposta. Sembra che studi sul serio.
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Mi costerà un patrimonio questa serata. (Dove si dimostra che parlare di libri è un lusso) Il patto sarebbe: il venerdì esce Fran, il sabato noi. Naturalmente se a lui o a noi capita un evento esaltante si fa a cambio. Solo che le cose esaltanti arrivano solo a lui. Abbiamo stabilito questo accordo perché Lo è ancora piccolo per stare da solo la sera. Siccome l’accordo può essere modificato, nel corso del tempo, è andato a finire che Fran esce il sabato e noi (in teoria) il venerdì. Per Lo questa faccenda dell’accordo è seccante, me ne rendo conto, ma altre soluzioni non ce ne sono perchè una baby non la vuole, accetterebbe volentieri un tipo che veniva qualche anno fa, con cui giocava a pallone nel soggiorno, ma ormai il tipo è a Milano, all’università. Comunque oggi è venerdì. Da mesi a noi tocca il venerdì. Stamattina Fran dice: oggi è venerdì, è il mio turno. Ma poi nel tempo si è modificato, dico io. Il patto era quello però e bisogna rispettarlo, dice lui. Abbiamo anche stabilito che eventualmente poteva essere rivisto. Allora è proprio il mio caso. Ho una festa! E voi che avete? Una discussione su un libro. Allora è più divertente la mia. Sicuramente, però questo non significa che… Non posso assolutamente mancare! E’ una festa di compleanno e d’addio, e a sorpresa! Poi lui si trasferisce in Egitto e non lo vedremo più. Ci divertiremo da paura. Affittate un film? Cantate? Ballate? Facciamo di tutto, di tutto. Di tutto? Oh ci sono i genitori a casa, che ti credi. No, perché pensavo che eventualmente… Non posso portarlo con me. Abbiamo tutti quattordici anni, una anche quindici. Si annoierebbe da paura. Di che libro parlerete? Di un libro di Camilleri. Quello di Montalbano: fico! Gli piacerà. Il libro che abbiamo letto è La concessione del telefono, sono degli scambi di lettere e di conversazioni ambientate a fine ottocento in Sicilia per la richiesta di una linea telefonica… Interessante. S’osserva le dita. Gli prometto che lo porto a mangiare il sushi, gli compro le scarpe da ginnastica nuove, non lo minaccio più che vado a tagliargli i capelli di notte quando dorme. Secondo te quale delle tre potrebbe fargli accettare l’idea di venire con noi stasera? E’ difficile rispondere. Tutte e tre?
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