Una storia che non è una storia     10-01-2011  

Il ventiquattro dicembre, alle due del pomeriggio, scoppiò il temporale che era nelle nuvole sin dalla mattina.
Seduto sul marciapiede di una strada commerciale c’era un uomo di circa quaranta anni, vestito come un motociclista che partecipa a un raduno. Capelli biondi fino alle spalle e la chierica lucida d’acqua. Gli occhi semichiusi, un bicchiere di plastica fumante in mano. Un rivolo di latte sulla barbetta gialla, di un colore diverso capelli.
La gente guardava la vetrina ed evitava l’uomo.
L’uomo rimase seduto fino al termine del temporale che durò circa quarantacinque minuti. Non vedeva nessuno, aveva solo un pensiero: procurarsi da bere. Provò a tirarsi su, appoggiandosi a una sporgenza del negozio, ma dopo parecchi tentativi riuscì solo a mettersi in ginocchio.
Qualcuno gli si avvicinò e gli chiese se avesse bisogno di un’ambulanza.
L’uomo spalancò gli occhi e rispose con una voce sorprendentemente chiara, in un italiano senza accento: “no, grazie, devo solo riuscirmi a mettermi in piedi, poi andrà tutto bene.”
Poco dopo l’uomo entrava, barcollando, nel bar che c’era accanto al negozio, s’avvicinava al bancone e chiedeva un bicchiere di vino. Il barista, che stava preparando dei tramezzini, non si accorse di lui, così rispose la cassiera: “Il vino è finito, mi spiace”.
“Allora prendo un bicchiere di cognac”.
Il barista smise di tagliare la crosta al pane. “Abbiamo finito anche quello, stiamo per chiudere, te ne devi andare”.
“Ma io posso pagare! Guarda ho i soldi!”
E nella mano dell’uomo comparvero dieci euro piegate.
“Te ne devi andare fuori di qui, via!” Il barista accompagnò l’uomo fuori dal locale tenendolo per un braccio.
“Ecco, stai qui e non entrare più, hai capito?
“E io adesso come faccio?” si disse l’uomo. E con la sua andatura sbilenca, s’allontanò di un paio di metri, per piombare dopo qualche secondo sul marciapiede, a un centimetro da un’enorme cacca di cane. Socchiuse gli occhi, sollevò la faccia verso il cielo che s’andava schiarendo.
Poco dopo  faceva un sogno, anzi ricordava qualcosa che gli era accaduto quella mattina, quando con passo scattante stava andando a prendere un treno che l’avrebbe portato in una cittadina vicino Roma. Lì, alle dodici, avrebbero girato una pubblicità, una pubblicità con dei motociclisti, e l’uomo, che era disoccupato da tempo perché aveva cominciato a bere o aveva cominciato a bere perché era disoccupato (non è chiaro come sia cominciata la sua storia d’alcolismo, ma non è chiaro nemmeno se questo sia  un sogno, un ricordo, o un’invenzione)   aveva accettato con entusiasmo e aveva tirato fuori da uno scatolone l’abbigliamento che portava quando ancora possedeva una moto e frequentava dei raduni.
L’uomo era quasi arrivato alla stazione quando aveva visto delle persone in fila.
Si era fermato, incuriosito.
“Che danno qui?”
“Il pacco di Natale”
“E che c’è dentro?”
“Un mucchio di roba. Panettone, torrone, una coperta.”
“Scorre la fila?.”
“Pochi minuti e hai il pacco”.
“Allora ho il tempo.”
Alle nove e un quarto, Achille Bessani, così si chiamava l’uomo, girò l’angolo, con il pacco sotto il braccio, soddisfatto e soprattutto in perfetto orario.
Dietro l’angolo un altro evento.
“E’ stata  densa di eventi questa mattina del ventiquattro dicembre”, disse rivolto al cielo, ad alta voce, l’uomo seduto sul marciapiede.
“Tutta quella gente che era con me a ritirare il pacco ferma davanti a quel camioncino!”
Cinque tavernelli per il pacco.
Achille Bessani si morse le labbra e rallentò. Cinque tavernelli pesavano come il pacco. Quella sera sarebbe rimasto nella cittadina dove giravano la pubblicità e avrebbe festeggiato il Natale in allegria.

Il sogno o il ricordo dell’uomo  l’ho inventato io. All’ora di pranzo del ventiquattro dicembre oltre ad Achille Bessani c’erano moltissimi ubriachi che dormivano sulle strade.  E non me lo toglie nessuno dalla testa che qualche furbetto sia arrivato nei pressi di un istituto di beneficenza con i cartoni del tavernello.

Categorie: Fatti italiani

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