Ignoro perché succeda.
Forse dipende dalla qualità dell’aria, dall’altezza media delle persone, dai pomodori arancioni, dalle biciclette con cui puoi raggiungere qualunque luogo. Forse nessuno di questi motivi, forse solo uno, forse tutti e altri ancora.
Il fatto è che gli italiani che vivono di qui, non dico gli stranieri, eh, ma proprio loro, quelli che parlano la mia lingua e che sono emigrati da cinque, dieci o quindici anni e che tornano nel loro Paese a Natale e d’estate se non più spesso, ecco, proprio questi qui, che poi sarebbero come me, non capiscono le mie battute.
E non è che siano battute complicate da capire. Dei bambini di otto anni le capirebbero. Le hanno capite quando le ho fatte. Però erano bambini che vivevano in Italia, dovrei provare con uno che abita qui. E dato che le prendono sul serio, succede che poi mi guardano con uno sguardo che ormai conosco bene: “mi sa che è un po’ stupida” oppure “mi sa che è un po’ ingenua”. Qualcuno, che vuole andare più a fondo, si chiede: “ma ci è o ci fa?
E allora perché non la smetto di fare battute che nessuno capisce? Perché non provo a tirarne fuori altre, magari più sottili ma più fruibili per chi mi ascolta? Oppure perché non la smetto? Già, potrei smetterla. Mettermi a fare la seria, per lo meno quando sono qui. E dire bianco e dire nero, senza dire bianco, ma intendendo nero. Ma non posso. Non ce la faccio proprio. Primo perché fa parte della mia natura fare le battute sceme. E secondo perché quello sguardo imbarazzato o perplesso di qualcuno che fa un certo pensiero su di me o si pone qualche dubbio sulla mia sanità mentale mi diverte parecchio. E mi dispiacerebbe troppo non vederlo più.
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Il mio vicino era un ragazzo molto grasso che avevo notato prima dell’imbarco.
L’avevo notato perché quando stava per comparire il numero del gate sul monitor, lui si era piazzato proprio lì davanti. Aveva dei capelli lunghi e sottili, di un castano smorto, e un tatuaggio di un drago rosso sul collo.
L’aereo era al completo e quando l’aereo è al completo si viaggia male. C’erano dei ragazzi, turchi di seconda o terza generazione perché tra loro parlavano inglese, super eccitati per il viaggio ad Amsterdam. Ma tutti i ragazzi di qualunque nazionalità sono insopportabili sui voli per Amsterdam.
Quando ho sollevato la valigia per metterla nella cappelliera mi sono accorta che non ce la facevo. Ho detto una parolaccia. C’è più gusto nel dirle se nessuno ti capisce. A quel punto si è materializzato il ragazzo. Mi ha detto in un inglese con un accento così british, ma british che si vuole far capire: “ti aiuto io”. Sono rimasta sbalordita. E mi sono dispiaciuta di aver immaginato di schiacciarlo con un pollice gigante poco prima. Quando finalmente abbiamo decollato, i ragazzi turchi sono diventati sempre più indisciplinati, l’aria ha continuato a essere irrespirabile, le nuvole densissime e l’aereo ondeggiava sgradevolmente. Ho cercato di leggere per andarmene da lì, ma a un certo punto sono stata schiacciata da un corpo che si faceva sempre più pesante. Il corpo apparteneva al ragazzo che si era addormentato. Per un po’ non mi sono mossa, mi sentivo in debito con lui, ma quando ha attaccato a russare in un modo indegno mi sono alzata di scatto e lui è scivolato giù e si è svegliato. Così sono tornata al mio libro, con lo scopo di allontanarmi ancora, ma non ci sono più riuscita. Non ci sono riuscita perché nel frattempo il ragazzo ha cominciato a parlare con il suo vicino di Amsterdam, delle solite cose che si dicono di Amsterdam, ma le diceva con quell’accento meraviglioso, con quella voce dal tono speciale che non potevo non ascoltarlo. Quello che era seduto al mio fianco era un incantatore! Ho fissato il suo drago rosso, che sembrava stesse battendo le sue piccole ali, e mi sono dimenticata del caos, della hostess che richiamava i passeggeri, dei vuoti d’aria.
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Da qualche giorno vivo in una casa abitata da studenti in una ridente cittadina inglese. Il mio compito è stato essenzialmente quello di togliere le muffe (una parte) e trovare un’altra sistemazione per i ragni (di quelli mi sono occupata soltanto io), in cambio mi preparavano la cena (e non mi pareva vero!). E, come sempre accade, ora che mi sono perfettamente adattata, mi tocca tornare.
C’era un tipo che conoscevo che quando gli chiedevano: “cosa vuoi fare da grande?” – era una domanda retorica dal momento che il tipo era già grande – rispondeva: “il turista”. Ecco, se adesso la facessero a me questa domanda, risponderei: “la studentessa in una ridente cittadina inglese”.
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La faccenda curiosa di vivere con un cane è che dopo aver passato un mucchio di tempo a insegnargli parole, e ne può imparare più di cento, a un certo punto queste non sono più necessarie, e tu, in questo caso io, sei molto ma molto contento. Talmente contento che non la puoi spiegare o descrivere questa contentezza.
Categorie: Con quella faccia un po così
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Franz Kafka, al mio posto, sarebbe tornato e ritornato e alla fine avrebbe scritto un altro racconto meraviglioso.
Io, invece, non tornerò, non scriverò racconti che mi daranno l’immortalità, ma nel tempo che avrò risparmiato farò qualcosa di piacevole.
Tutto comincia a luglio, a Roma, quando mi accorgo che il passaporto del mio figlio minore sta per scadere.
Consulto quattro volte le autorità competenti e mi dicono che come residente all’estero:
1) Posso fare il passaporto in qualsiasi commissariato della mia città.
2) Devo andare a quello del quartiere dove abitavo prima di trasferirmi.
3) Devo andare a quello di Piazza Bologna.
4) Posso farlo solo al consolato nei Paesi Bassi.
Vado in quello del quartiere dove vivo quando sono a Roma. Il poliziotto che c’è all’ingresso mi dice che non lo posso fare. Poi mi domanda con lo sguardo sospettoso: “ma perché lei non ce l’ha una residenza qui a Roma?”
“Oh, ma che bisogna dire pure dove si va in vacanza? Ma che bisogna dire pure quando si torna nel proprio Paese?”
Vado dal commissariato dove risiedevo prima di trasferirmi.
“Suo figlio è minorenne, deve essere presente suo padre”.
“Non c’è un foglio predisposto da firmare per il consenso?”
“No, non c’è.”
Così scrivo il titolo e la prima riga del racconto che mi darà l’immortalità. Dopo, siccome sono un po’ triste, invece di continuare a insistere per ottenere il documento, di proseguire il racconto meraviglioso, mi dico: “vado a farmi una bella passeggiata e ci penserò dopo”.
Dopo diventa ora alla fine di agosto. Consulto il sito del consolato. I documenti che bisognava portare. Si deve prendere un appuntamento venti giorni prima e poi, se si ha tutto l’occorrente, ti rilasciano il documento immediatamente. Pare un assurdità, ma dovrebbe essere così.
Chiedo a un vicino che va al Consolato di prendere informazioni per il mio caso. Chiedo al mio figlio maggiore che va ad Amsterdam di passare al consolato e di fare qualche domanda. Passo ore ad ascoltare il sottofondo musicale della segreteria del consolato e intanto ragiono sul racconto. Parlo con il portiere del consolato e gli faccio un mucchio di domande. Sarebbe un buon personaggio. Incrocio le informazioni: alcune sono in contrasto. Penso a una scaletta per il racconto e decido di non farla. Immagino quello che potrebbe essere utile per avere il rilascio del passaporto. Scopro che non è rilevante la presenza del padre. Basta che firmi il foglio d’assenso. Ma faccio di più. Lo faccio firmare ovunque. E poi le foto. E i nostri passaporti, anche se non servono. E le loro fotocopie che invece servono. E poi il minore ovviamente, di cui un tempo non era necessaria la presenza, ma adesso che ha quattordici anni sì, perché devono prendergli l’impronta digitale. Il costo del passaporto si può pagare con il bancomat, ma mi porto pure i contanti. E poi altra roba apparentemente inutile, tipo un paio di forbici e la colla, una penna rossa e una matita. Ho la borsa pesante di robe inutili.
Arriva finalmente il giorno.
L’appuntamento è dalle 10 alle 10.15.
Alle dieci e un minuto, dopo un autobus (ne abbiamo perso uno), un treno (ne abbiamo persi due) e un tram (anche in questo caso ne abbiamo mancato uno) facciamo il nostro ingresso al Consolato.
L’ufficio è affollato da futuri Franz rassegnati o avviliti che sono ritornati per la seconda o terza volta e che annaspano tra fogli originali e fotocopie. Oppure è pieno di Gregor, di K., di Josef. Dipende dal punto di vista.
Così l’Impiegata alle 10.05:
“Ha l’appuntamento?”
“Sì.”
“Il minore dov’è?”
“Eccolo lì”
“No, perché venite tutti senza figli e invece per la faccenda dell’impronta…Perché mi ha portato queste foto???”
“Che hanno queste foto?”
“Perché non mi ha portato le foto della stessa grandezza che mi portano tutti? Come queste, per esempio?”
Apro la borsa: “ce l’ho!”
“La fotocopia del passaporto di suo marito è troppo scura!”
“Ne ho una più chiara!”
“L’atto di assenso…Dove l’ha preso?”
“Dal vostro sito.”
“Impossibile. Doveva essere come questo, invece è diverso! Uhm…”
“?”
“Suo marito ha firmato qui e anche qui…Quindi il documento d’assenso giusto può firmarlo lei.” 1.73? Suo figlio è alto 1.73?”
“Oddio dovevo portare un attestato medico e non ce l’ho…e nemmeno ho il metro per misurarlo qui. E’ finita…be’, no, scriverò un racconto per cui mi ricorderanno tutti. Gli cambierò il titolo. Sarà: 1.73. Ma dovrò tornare. E poi che certezze ho che ci sarà tutto ma proprio tutto? Ma che m’importa di essere ricordata!”
“Uhm…1.74!”
“Giusto!”
“Sembra che ci sia tutto…ma proprio tutto.”
“Pare dispiaciuta…” “
Potete accomodarvi in quella stanza lì in fondo per l’impronta digitale.”
“Ah, certo. E’ dispiaciuta perché il grande capolavoro non sarà scritto…”
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L’autunno è cominciato stamattina alle otto e ventidue minuti quando mio figlio minore è entrato nella nebbia pedalando sulla ciclabile deserta.
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Sabato sera l’occhio del tg2 trasmetteva una Londra abitata esclusivamente da arabi con i visi arrabbiati o coperti da un velo. Molto impressionante, sembrava che potesse accadere qualcosa di grave da un momento all’altro. Cioè, no, era già accaduta. Invece non era accaduta più. Poi gli spazzini sono tornati a spazzare, ma l’occhio del tg2 è passato oltre. A chi può interessare l’espressione, il colore o la religione di uno spazzino che spazza?
Categorie: Contro il potere che
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Ormai c’ero quasi con la scaletta quando è comparso lui:
Igino Pomellato era un uomo piccolo e di carnagione scura, che s’avvicinava all’età della pensione. Aveva dei capelli sorprendentemente folti e neri che però portava cortissimi a eccezione del ciuffo per cui aveva una cura maniacale. Abitava con la sorella, anche lei bidella ma in un istituto magistrale.
Alle otto di quella mattina Igino Pomellato si trovava in quell’aula non perché fosse in ritardo con le pulizie, come voleva dar a intendere, ma perché aveva un debole per la professoressa di matematica. Ce l’aveva da sempre, da quando lei, poco più che ventenne, aveva fatto la sua comparsa al liceo Giordano Bruno, dapprima come supplente e poi come insegnante di ruolo.
Sogni illeciti su di lei, nella sua cameretta nel seminterrato, ne aveva fatti e ne faceva parecchi, ma non avrebbe mai e poi mai esternato la sua voglia per quella donna fredda e pallida. Gli era sempre bastato scambiarci qualche parola prima dell’inizio delle lezioni e durante l’intervallo.
Quell’estate, però, Igino Pomellato era volato in paradiso. Le lezioni erano terminate e c’erano gli scrutini finali. Il termometro segnava trentasei gradi e Igino Pomellato, uscendo dal parcheggio con la sua vecchia lambretta, aveva visto la professoressa che si sventolava sotto l’unico pino del cortile. Se ne stava seduta su un masso e appariva più pallida che mai, forse perché in quel periodo tutti, ma proprio tutti, erano tanto abbronzati. Così si era fermato, si era sfilato il casco, si era ricomposto il suo bel ciuffo nero, le aveva detto qualcosa, infine le aveva offerto un passaggio.
E lei aveva risposto: “perché no? Oggi ho pure i pantaloni!”
Dopo quell’ episodio, per innumerevoli notti, Igino Pomellato aveva cercato di ricordare le parole con cui aveva azzardato la sua proposta, ma non c’era stato verso. Quello che gli era rimasto impresso, ma impresse davvero, erano le dieci esili dita della professoressa Rinaldi sui suoi fianchi. . E poi la brezza tiepida che a un certo punto gli aveva mosso il ciuffo, l’odore aspro di lei. La sua Sicilia e la limonaia in cui giocava da bambino avevano fatto la comparsa in quell’afoso primo pomeriggio di giugno sotto quel pino afflitto dalla processionaria: perché Stefania Rinaldi aveva l’odore della sua infanzia.
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E’ da un mese che il camion non passa a ritirare la spazzatura a causa del rifacimento della strada. E a causa di qualcuno che non rispetta le regole, cioè non fa la raccolta differenziata, sono costretta a tenere il container nel garage perché altrimenti me lo riempiono di schifezze di plastica come è accaduto due settimane fa. E quando è corsa la voce che forse il camion sarebbe passato venerdì o sabato e quindi bisognava portarlo nel luogo apposito, mi è toccato affacciarmi mille volte alla finestra per controllarlo, manco fosse un bene prezioso. Per una manciata di secondi ho pensato persino di mettermi a fare l’investigatrice come quando vivevo a O., e scoprire il furbastro, ma poi ho rinunciato. Sto diventando troppo buona, mi sa.
Categorie: Roba d'Olanda
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Lunedì ho cominciato a lavorare a un nuovo romanzo.
Veramente l’avevo già cominciato diversi mesi fa. Diciamo che ho scelto quale avrei continuato, dal momento che ne avevo anche un altro.
Ho deciso di scrivere la scaletta. Di scriverla prima, non a metà o alla fine come ho fatto finora. Così ho passato la mattina di martedì a riflettere sulla scaletta. E mi è venuto il blocco della scaletta.
Mercoledì, dopo aver contato tutte le foglie gialle della betulla, circa una settantina, ho pensato che era meglio lasciar perdere e ho finito il primo capitolo.
Giovedì ho ragionato ancora sulla trama e mi sono detta: “faccio parlare i protagonisti, li faccio pensare e dopo torno sulla scaletta. E ho scritto metà del secondo capitolo.
Oggi, venerdì, non è cambiato nulla. Non riesco proprio a immaginare quello che potrà accadere. Così ho riletto quanto avevo scritto e ho buttato giù un elenco dei personaggi principali e minori. E accanto al nome di ognuno mi sono appuntata l’età e qualche dettaglio fisico, qualche ossessione. Spero di riuscire ad averla alla fine del terzo capitolo. Sarebbe tranquillizzante, credo.
Categorie: dello scrivere
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