Catene     15-11-2010  

La disciplina dietro le quinte porta spontaneità sul palcoscenico.
A esprimere questo concetto  in un modo così elegante  (concetto ben noto a quelli che scrivono narrativa o per lo meno dovrebbe esserlo) è stato Andrea Molesini nel corso di questa trasmissione qui.
Il suo romanzo, Non tutti i bastardi sono di Vienna, mi ha fatto pensare a questo bel romanzo qui.
E mi ha ricordato una vicenda della mia famiglia.
La mia bisnonna che pedalava su una bicicletta da uomo per le strade di Bassano, la piccola osteria che aveva deciso di condurre da sola, dopo la morte del mio bisnonno avvenuta quando era giovanissima. E poi il suo gatto che sdegnava la poltiglia di pane e acqua e pescava pesci nel Brenta. E la catastrofe che le sconvolse la vita: l’invasione degli austriaci che le distrussero l’osteria e la casa. Lei e i due figli piccoli che vennero messi su un treno, stretti come le bestie, e trasferiti a Mascalucia, in Sicilia. E da lì a Roma.
“Stavamo bene e all’improvviso non avevamo più niente. Non eravamo padroni neanche di un paio di mutande!”
“Alla fine, però, è stata una fortuna perché altrimenti io non  sarei nata e tante altre persone non sarebbero nate”, dicevo.
“Sì, sì”, rispondeva lei. E s’incantava su un punto dell’aria che non riuscivo a vedere.

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Sarà sempre troppo tardi     10-11-2010  

Così Lo: “per festeggiare la fine del progetto di letteratura abbiamo deciso di fare una festicciola.”
“Ah, bene!”
“Tu che preferisci preparare: il tiramisù o i brownies?”
Rifletto un attimo, mentre guardo scorrere albumi che non si separano dal rosso, fruste che non frustano, zucchero e cacao che cadono sul pavimento, la cana che tenta di ripulire il disastro, io che la mando via…
“Il tiramisù.”, rispondo rassegnata.
“Ah, bene! Lo sapevo che avresti scelto quello.”
Io, invece, non lo sapevo. E dopo quando compravo gli ingredienti ho visto che per i brownies c’era la miscela già pronta, per il tiramisù no purtroppo. Ma quando lo inventano il teletrasporto?

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E comunque sbagliano     08-11-2010  

Da un po’ mi capita di dire a qualcuno che non conosco affatto: “ma perché questa attività (che può essere un negozio, un ristorante, una presentazione di un’opera) non l’hai aperta (fatta) a W., il paese dove abito io?
E quando quel qualcuno mi risponde: “e perché avrei dovuto aprirla (farla) a W. e non ad Amsterdam, all’Aja, a X o a Y come invece l’ho aperta (ho fatto)?”
“Ma come perché? Perché ci sono io!” dico sorridendo.
Sempre quel qualcuno sta un attimo in silenzio. Poi si fa serio e mi dà la sua risposta.
E quella frase di una certa considerazione di me stessa senza spiegazioni accompagnata dal sorriso (che sottintende: non prendermi sul serio, eh) deve avere un effetto un po’ destabilizzante perché  quel qualcuno finisce per dirmi qualcosa che mica lo so se altrimenti me l’avrebbe detta.

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Effetto Roma     04-11-2010  

Anche ieri qualcuno mi ha chiesto:”dove sei stata per le vacanze di autunno?”
“A Roma”.
E dopo la mia risposta quel qualcuno ha fatto:”oh!”
Oppure se non avesse fatto: “oh!” mi avrebbe guardato con l’espressione stupefatta, la stessa che avrei avuto  io se avessi incontrato qualcuno e gli avessi fatto la stessa domanda e quello mi avesse risposto “sono tornato a Zanzibar”.
Di solito, dopo la loro esclamazione o l’espressione stupefatta, aggiungo che non c’è nulla di stupefacente nell’andare a Roma, dal momento che ci sono nata e che ci ho vissuto gran parte della mia vita. O meglio, se mi stupisce, mi stupisce in un modo diverso da come stupirebbe loro, ma questo è troppo complicato da spiegare. Nel passato quando ci ho provato, mi rispondevano che capivano, ma invece dai loro occhi s’intuiva che non capivano affatto. Mi riferisco ai locali, ovvio. Gli expat come me capirebbero, ma loro se mi chiedono dove sono stata obiettano con un “ah!” non con un “oh!.

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In un altro luogo     01-11-2010  

Ieri, primo giorno senza ora legale, mi sono ricordata di mettere il collare lampeggiante alla cana, ma non ho pensato che nel parco non ci sarebbe stata la luce. Così mi sono diretta verso il sentiero che si perdeva nell’oscurità e invece  di fermarmi, e costeggiare il parco dove ci sono i lampioni, ho proseguito. Ho proseguito perché  avevo notato, sul prato che c’è al centro, una nebbia compatta. A un certo punto ho sentito un odore di bruciato. “Che ci sia un incendio e la nebbia il suo fumo?”Mi sono risposta subito che era impossibile, che il prato, con tutta la pioggia che c’è stata, era  certamente una palude. Ho proseguito ancora con l’idea di entrare nella nebbia e di vedere l’effetto che faceva. Ma la cana non me lo ha permesso: ha cominciato ad abbaiare a quella roba bianchiccia e così ho rinunciato perché mi toglieva il fascino di entrare in un altro mondo. Però ho continuato a camminare, nel buio completo, ma conosco a memoria quel sentiero, fino ad arrivare al laghetto dove vive una famiglia di cigni. Lì arrivava, molto attenuata, la luce dei lampioni e c’era la nebbia, anche se meno compatta rispetto a quella del prato. I figli, riconoscibili per il piumaggio bruno, dormivano. I genitori cercavano cibo, producendo con il becco uno sciabordio che quasi mi addormentavo.  Non so quanto sia rimasta lì ad ascoltare. Poi mi è  venuta di nuovo la voglia di camminare nel buio. Sono tornata indietro fino alla panchina, dove ci incontriamo con gli altri cani e i loro padroni, e mi sono seduta. Mi piaceva il fatto di avere un po’ paura, di non vedere nulla. Invece alla cana non piaceva affatto: si è sistemata in una posizione vigile, ringhiando all’oscurità, al vento, alle foglie che cadevano.  Dovevano essere le sette quando sono arrivati i padroni e i loro cani, con gli stivali di gomma, le torce, i collari luminosi. Ma a quel punto sia la cana che io ci eravamo abituate all’oscurità, che non è poi così nera come pare.

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Come Nanni     28-10-2010  

Stamattina stavo per parcheggiare la macchina quando la vista di un tipo con i capelli e l’impermeabile svolazzanti e sporchi mi ha infastidito. Ho parcheggiato, ho sollevato con una certa fatica la busta della spesa e sono scesa. Quando il tipo si è avvicinato e mi ha detto qualcosa, è stato con una certa soddisfazione che gli ho risposto che non capivo l’olandese. Poi però mi ha chiesto se parlassi inglese. Aveva il viso congestionato e mille capillari che partivano dal naso e si disperdevano sulle guance molli. Ho posato la borsa e a malincuore gli ho risposto di sì. Voleva sapere come si arrivava all’autostrada. E così ho cominciato a spiegare e a spiegare. Mentre spiegavo mi sono ricordata di una notte di quest’estate quando ho visto Nanni Moretti che parlava con due persone dall’aspetto sgradevolmente turistico. Stava parlando in un modo che non avevo visto nei suoi film. Così mi sono avvicinata per sentire che cosa stesse dicendo. Dava indicazioni su come raggiungere una strada.

Categorie: Con quella faccia un po così

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A piccole dosi     25-10-2010  

“Ma quel giro lo fa solo la domenica”, mi dice.
“Ah, ho capito.”
“Ti conviene scendere qui”
L’autista accosta e si ferma. Sull’autobus non c’è nessuno, è l’ultima corsa. Anche nella strada, lunghissima, che dovrò percorrere non c’è nessuno.
“Che sfortuna! E’ appena passato l’ultimo autobus che potevi prendere…”
“E vabbè, non importa. Grazie, comunque”
Scendo. Mi sistemo la borsa e comincio a camminare.
“Ehi, aspetta un momento…”
Mi volto, torno indietro di un paio di metri.
“Sali su. Arriviamo al capolinea, sono solo due fermate, e poi ti accompagno io. Per andare al deposito devo passare da quelle parti, non mi costa nulla fare una piccola deviazione. Dobbiamo viaggiare a luci spente, però.”
Questo è uno dei piccoli episodi che mi è capitato nei giorni che ho passato a Roma. Poi leggo i giornali, guardo la tivù e mi dicono che invece è l’orrore.

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Fall break is coming     14-10-2010  

Per chi non l’avesse ascoltata segnalo l’intervista che Rosa Leanza mi ha fatto quest’estate e che da qualche giorno è in archivio.
Intanto vado a preparare la valigia sforzandomi di non metterci guanti, cappello e sciarpa di lana perché Roma non è il Polo.

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Da un capitolo 21     12-10-2010  

Un uomo guardava una petroliera ancorata all’orizzonte. Era da un mese che frequentava quella spiaggia e la nave era lì dal giorno successivo al suo arrivo. L’uomo si era sistemato su quella che sarebbe diventata la sua duna, l’aveva scelta perché era la più alta di tutte, e aveva cominciato a togliersi la sabbia dalle scarpe. Per un po’ si era incantato sull’alluce che spuntava da un grosso buco nel calzino, poi era tornato in sé. Il suo sguardo aveva girato sopra quel grigio ventoso e si era posato su una massa scura in movimento. Aveva strizzato gli occhi per mettere a fuoco meglio e aveva riconosciuto la sagoma di una petroliera. Questa, che proveniva dal porto di Scheveningen, aveva terminato la sua corsa proprio davanti a lui. “Chissà se l’equipaggio è al completo”, si era chiesto subito. Ma poi si era detto che a un comandante di una petroliera non importava se un mozzo sapesse parlare l’inglese. Contavano, piuttosto, la prestanza fisica e l’esperienza, e lui era magro e con la pancia e, soprattutto, era vecchio. Inoltre non era mai salito su una nave, a eccezione di quella con cui aveva fatto il viaggio di nozze molti anni prima. E i comandanti non assumevano più chiunque si presentasse. Così aveva continuato a guardarla senza specularci più sopra, affezionandosi persino un po’. Aveva sempre preferito gli oggetti agli esseri viventi, l’immobilità al movimento, l’equilibrio statico a quello termodinamico.
*********
L’uomo raggiungeva la duna verso le quattro del pomeriggio, poco prima del tramonto. Per ripararsi dal vento si avvolgeva più volte una sciarpa intorno al collo, alzava il bavero, e s’infilava un passamontagna. Sembrava un ladro in attesa di commettere un furto. E si muoveva con circospezione, proprio come uno che teme di essere scoperto. Lì, sulla duna, mangiava un paio di panini e seppelliva le briciole che cadevano, in modo che i gabbiani e i corvi, unici abitanti di quel luogo, non venissero a beccarle e a insudiciare la sabbia.
Per passare il tempo, mentre masticava fette di pane a cassetta e aringa, immaginava di costruire trappole che avrebbero imprigionato quegli orrendi uccelli che non avevano paura di lui.
Dopo circa un’ora, si scrollava la sabbia dai vestiti e si dirigeva verso un ristorante che c’era all’inizio della spiaggia.

Forse qualcosa sarebbe andato diversamente per questo tipo qui, se a un certo punto avesse assistito a questo incidente. Lo avrebbero sentito come testimone, sarebbe stato intervistato da un giornale locale, e magari sarebbe finito sulla pagina di Repubblica.it per qualche ora. Titolo: è un ingegnere italiano  disoccupato il testimone dell’incidente  nel Mare del Nord. Il tipo avrebbe voluto parlare dell’impatto sull’ambiente causato dal cherosene al giornalista che lo avrebbe contattato. Invece no, non sarebbe andata diversamente. Non come avrebbe voluto il tipo. Il giornalista gli avrebbe fatto mille domande, ma non gli avrebbe lasciato dire quello che voleva dire.

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Baricco, Babette e Pippi     11-10-2010  

Uno scrittore annoiato, una cena meravigliosa, una chiacchierata con una bambina di otto anni. Questo è il bilancio del mio fine settimana.

Dopo la presentazione lo scrittore era talmente annoiato che contagiava chi era nelle sue vicinanze. Di ciò me ne sono accorta quando ero a pochi centimetri e avevo già detto: “posso farti una domanda?” E quando lui mi ha risposto di sì, che potevo, ho pensato che non mi andava proprio di domandare e avrei voluto dirgli: “no, senti, mi sono sbagliata, non ho  nulla da chiederti.” E, invece, malgrado la mia consapevolezza, ho posto la mia domanda noiosa. Poi mi  sono allontanata,  ho trovato un punto tranquillo dove potevo osservare le persone e l’autore che firmava libri e manifesti e dirmi: “Ecco qui, uno (anche) per sfuggire alla noia comincia a scrivere delle storie, diventa noto, e poi è costretto a fare ‘ste robe noiose in un localuccio semiperiferico di una grigia città del Nord Europa. E chiedermi: “Sono più contagiabile degli altri perché scrivo anch’io?”
La cena. Venti donne che vivono all’estero da diversi anni quali capacità acquiscono?  Quella culinaria, a quanto pare. Con la solita eccezione, la mia, che l’ho perduta. C’erano diciotto meravigliosi piatti, più una macedonia portata da me e un’insalata mista preparata da una tipa che si chiama Astrid e che d’italiano ha solo il marito. Sì, potevo impegnarmi di più, a mia discolpa dirò che avevo due ospiti, due runners venuti da Londra per partecipare alla gara che c’è stata sabato in uno dei  boschi di Wassennar.
E infine ho scambiato qualche frase con una bambina. Nessuna di queste è particolarmente significativa da essere trascritta, però mentre l’ascoltavo la testa mi si riempiva di immagini e di immaginazioni. Insomma,  uno stato che è l’esatto contrario della noia.

Categorie: Pensierini

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