Franz Kafka, al mio posto, sarebbe tornato e ritornato e alla fine avrebbe scritto un altro racconto meraviglioso.
Io, invece, non tornerò, non scriverò racconti che mi daranno l’immortalità, ma nel tempo che avrò risparmiato farò qualcosa di piacevole.
Tutto comincia a luglio, a Roma, quando mi accorgo che il passaporto del mio figlio minore sta per scadere.
Consulto quattro volte le autorità competenti e mi dicono che come residente all’estero:
1) Posso fare il passaporto in qualsiasi commissariato della mia città.
2) Devo andare a quello del quartiere dove abitavo prima di trasferirmi.
3) Devo andare a quello di Piazza Bologna.
4) Posso farlo solo al consolato nei Paesi Bassi.
Vado in quello del quartiere dove vivo quando sono a Roma. Il poliziotto che c’è all’ingresso mi dice che non lo posso fare. Poi mi domanda con lo sguardo sospettoso: “ma perché lei non ce l’ha una residenza qui a Roma?”
“Oh, ma che bisogna dire pure dove si va in vacanza? Ma che bisogna dire pure quando si torna nel proprio Paese?”
Vado dal commissariato dove risiedevo prima di trasferirmi.
“Suo figlio è minorenne, deve essere presente suo padre”.
“Non c’è un foglio predisposto da firmare per il consenso?”
“No, non c’è.”
Così scrivo il titolo e la prima riga del racconto che mi darà l’immortalità. Dopo, siccome sono un po’ triste, invece di continuare a insistere per ottenere il documento, di proseguire il racconto meraviglioso, mi dico: “vado a farmi una bella passeggiata e ci penserò dopo”.
Dopo diventa ora alla fine di agosto. Consulto il sito del consolato. I documenti che bisognava portare. Si deve prendere un appuntamento venti giorni prima e poi, se si ha tutto l’occorrente, ti rilasciano il documento immediatamente. Pare un assurdità, ma dovrebbe essere così.
Chiedo a un vicino che va al Consolato di prendere informazioni per il mio caso. Chiedo al mio figlio maggiore che va ad Amsterdam di passare al consolato e di fare qualche domanda. Passo ore ad ascoltare il sottofondo musicale della segreteria del consolato e intanto ragiono sul racconto. Parlo con il portiere del consolato e gli faccio un mucchio di domande. Sarebbe un buon personaggio. Incrocio le informazioni: alcune sono in contrasto. Penso a una scaletta per il racconto e decido di non farla. Immagino quello che potrebbe essere utile per avere il rilascio del passaporto. Scopro che non è rilevante la presenza del padre. Basta che firmi il foglio d’assenso. Ma faccio di più. Lo faccio firmare ovunque. E poi le foto. E i nostri passaporti, anche se non servono. E le loro fotocopie che invece servono. E poi il minore ovviamente, di cui un tempo non era necessaria la presenza, ma adesso che ha quattordici anni sì, perché devono prendergli l’impronta digitale. Il costo del passaporto si può pagare con il bancomat, ma mi porto pure i contanti. E poi altra roba apparentemente inutile, tipo un paio di forbici e la colla, una penna rossa e una matita. Ho la borsa pesante di robe inutili.
Arriva finalmente il giorno.
L’appuntamento è dalle 10 alle 10.15.
Alle dieci e un minuto, dopo un autobus (ne abbiamo perso uno), un treno (ne abbiamo persi due) e un tram (anche in questo caso ne abbiamo mancato uno) facciamo il nostro ingresso al Consolato.
L’ufficio è affollato da futuri Franz rassegnati o avviliti che sono ritornati per la seconda o terza volta e che annaspano tra fogli originali e fotocopie. Oppure è pieno di Gregor, di K., di Josef. Dipende dal punto di vista.
Così l’Impiegata alle 10.05:
“Ha l’appuntamento?”
“Sì.”
“Il minore dov’è?”
“Eccolo lì”
“No, perché venite tutti senza figli e invece per la faccenda dell’impronta…Perché mi ha portato queste foto???”
“Che hanno queste foto?”
“Perché non mi ha portato le foto della stessa grandezza che mi portano tutti? Come queste, per esempio?”
Apro la borsa: “ce l’ho!”
“La fotocopia del passaporto di suo marito è troppo scura!”
“Ne ho una più chiara!”
“L’atto di assenso…Dove l’ha preso?”
“Dal vostro sito.”
“Impossibile. Doveva essere come questo, invece è diverso! Uhm…”
“?”
“Suo marito ha firmato qui e anche qui…Quindi il documento d’assenso giusto può firmarlo lei.” 1.73? Suo figlio è alto 1.73?”
“Oddio dovevo portare un attestato medico e non ce l’ho…e nemmeno ho il metro per misurarlo qui. E’ finita…be’, no, scriverò un racconto per cui mi ricorderanno tutti. Gli cambierò il titolo. Sarà: 1.73. Ma dovrò tornare. E poi che certezze ho che ci sarà tutto ma proprio tutto? Ma che m’importa di essere ricordata!”
“Uhm…1.74!”
“Giusto!”
“Sembra che ci sia tutto…ma proprio tutto.”
“Pare dispiaciuta…” “
Potete accomodarvi in quella stanza lì in fondo per l’impronta digitale.”
“Ah, certo. E’ dispiaciuta perché il grande capolavoro non sarà scritto…”
Categorie: Contro il potere che
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