Ormai c’ero quasi con la scaletta quando è comparso lui:
Igino Pomellato era un uomo piccolo e di carnagione scura, che s’avvicinava all’età della pensione. Aveva dei capelli sorprendentemente folti e neri che però portava cortissimi a eccezione del ciuffo per cui aveva una cura maniacale. Abitava con la sorella, anche lei bidella ma in un istituto magistrale.
Alle otto di quella mattina Igino Pomellato si trovava in quell’aula non perché fosse in ritardo con le pulizie, come voleva dar a intendere, ma perché aveva un debole per la professoressa di matematica. Ce l’aveva da sempre, da quando lei, poco più che ventenne, aveva fatto la sua comparsa al liceo Giordano Bruno, dapprima come supplente e poi come insegnante di ruolo.
Sogni illeciti su di lei, nella sua cameretta nel seminterrato, ne aveva fatti e ne faceva parecchi, ma non avrebbe mai e poi mai esternato la sua voglia per quella donna fredda e pallida. Gli era sempre bastato scambiarci qualche parola prima dell’inizio delle lezioni e durante l’intervallo.
Quell’estate, però, Igino Pomellato era volato in paradiso. Le lezioni erano terminate e c’erano gli scrutini finali. Il termometro segnava trentasei gradi e Igino Pomellato, uscendo dal parcheggio con la sua vecchia lambretta, aveva visto la professoressa che si sventolava sotto l’unico pino del cortile. Se ne stava seduta su un masso e appariva più pallida che mai, forse perché in quel periodo tutti, ma proprio tutti, erano tanto abbronzati. Così si era fermato, si era sfilato il casco, si era ricomposto il suo bel ciuffo nero, le aveva detto qualcosa, infine le aveva offerto un passaggio.
E lei aveva risposto: “perché no? Oggi ho pure i pantaloni!”
Dopo quell’ episodio, per innumerevoli notti, Igino Pomellato aveva cercato di ricordare le parole con cui aveva azzardato la sua proposta, ma non c’era stato verso. Quello che gli era rimasto impresso, ma impresse davvero, erano le dieci esili dita della professoressa Rinaldi sui suoi fianchi. . E poi la brezza tiepida che a un certo punto gli aveva mosso il ciuffo, l’odore aspro di lei. La sua Sicilia e la limonaia in cui giocava da bambino avevano fatto la comparsa in quell’afoso primo pomeriggio di giugno sotto quel pino afflitto dalla processionaria: perché Stefania Rinaldi aveva l’odore della sua infanzia.
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[ 6 commento(i) ]
il 15-09-2010 alle 12:24
mmmhm, mi pare ok
il 15-09-2010 alle 13:17
Eh, pare, pare. Poi vedrai che combina Igino Pomellato. O era altro che intendevi?
il 15-09-2010 alle 21:17
mi e’ piaciuto leggere di Igino Pomellato:)
il 16-09-2010 alle 7:46
ne sono contenta
il 16-09-2010 alle 18:30
Ecco la risposta alla domanda che ti avrei fatto… Ti avrei chiesto “ciao Alessandra, e allora? il tuo nuovo romanzo a che punto è?”
baci
il 20-09-2010 alle 10:09