Ma non era Svevo Bandini, ero io     09-02-2010  

Ieri stavo andando con la cana al parco e pensavo alla faccenda dei traduttori vocali. Esistono dei telefoni con cui puoi chiamare un arabo o a un cinese e parlargli nella tua lingua e quello, il telefono, traduce in arabo e in cinese. Stanno sperimentando anche dei traduttori con cui puoi parlare direttamente alle persone, però bisogna pronunciare le frasi per bene, altrimenti viene fuori un pasticcio, e al momento ne traducono un numero limitato. Così immaginavo che a un certo punto questi traduttori sarebbero stati perfezionati e diventavano come un ipod, o meglio il contrario di un ipod e io mi mettevo gli auricolari, accendevo il traduttore e ascoltavo quello che la gente diceva. Pensavo che era proprio una bella invenzione e che me la sarei comprata subito.
Intanto arrivavo al parco, lasciavo il sentiero e costeggiavo, come faccio sempre, un tratto del canale passando sotto i salici giganti, che in inverno sembrano un po’ gli alberi delle streghe. Riprendevo il sentiero e mi dicevo: per esempio adesso l’avrei acceso. Guardavo al centro del parco e pensavo: no, l’avrei tenuto spento, per non consumare la batteria. E subito dopo mi chiedevo: ma dove sono tutti? C’era soltanto una taccola, dall’aspetto un po’ desolato, che beccava una pozzanghera ghiacciata.
Allora mi accorgevo del freddo intenso, delle dita che mi facevano male, dei piedi che non sentivo più. Facevo dietrofront, aprivo e chiudevo le mani, mi sforzavo di immaginare il traduttore: niente da fare. Sentivo solo il freddo e quello che riuscivo a vedere per distrarmi un po’ erano le slitte trainate dai cani o la steppa della Mongolia a cinquanta gradi sotto lo zero. Acceleravo il passo e provavo ancora ed eccola lì, la frase che mi gira sempre per la testa: avanzava, scalciando nella neve profonda.

Categorie: Pensierini

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