Da un canale all’altro     18-01-2010  

Stamattina, oltre a chiedermi se il piccolo ponte tra i salici giganti lo preferissi come oggi immerso nella nebbia o come qualche giorno fa coperto di neve e di ghiaccio, mi sono anche domandata se fosse più facile  immaginare una vita di ricchezza smisurata o una di povertà estrema e ho pensato che per me è più difficile  la seconda. Io  credo di stare  nel mezzo, ma non è vero.  Per dire, non ci vuole molto a immedesimarmi con qualcuno che ha al suo servizio un cuoco, un massaggiatore, un allenatore, un segretario. E di possedere una villa in mezzo a un bosco, dove c’è un lago con l’acqua pulita e popolato di pesci, e l’acqua del lago pulita e i pesci sono opera mia, cioè del mio conto in banca, perché una o due volte l’anno vado a farci il bagno in quel lago. E riesco anche a immaginare che mi piace mangiare sotto un gazebo  o delle palme, delle palme che ho fatto piantare io perchè mi piacciono le palme. Che mangio una trota sana, cucinata su un barbecue da un cuoco con l’uniforme bianchissima, oppure  che me la cucino da sola la trota sana e il cuoco con l’uniforme bianchissima mi fa da assistente e si complimenta con me per come la giro senza frantumarla.
Invece per la miseria estrema, prima che io riesca a immaginarla, mi cade subito addosso ciò che ho visto dal vivo o dai media. Penso a una buca in un deserto di sassi dove vivevano tre persone, e dentro questa buca c’erano una pentola e un pentolino e degli stracci e un’aria irrespirabile, ma penso che alla fine queste tre persone, che a me pareva non avessero nulla, possedevano quattro capre e una decina di galline. Allora penso ai sopravvissuti di Haiti, ai più poveri di Haiti, a quelli che mendicavano e dormivano in un angolo della strada prima del terremoto e che se la caveranno. Be’, quelli per un po’, quando gli aiuti saranno più organizzati, quando i Paesi avranno smesso di litigare su chi ha più diritto di piazzare la bandiera in un certo posto più ripreso dalle televisioni, avranno i pasti e una tenda sopra la testa. Ed è un caso di miseria estrema quella in cui qualcuno dopo un terremoto possa, almeno per un po’, star meglio di prima. E’ qualcosa di difficile da immaginare mentre guardo un piccolo ponte di legno immerso nella nebbia. Ma quello che mi è impossibile immaginare è che succeda questo, anche se uno lo sapeva prima di guardare il filmato che succedeva.
E insomma, riesco a sentire il sapore di una trota consumata davanti a un lago, il piacere, la noia o la tristezza di quello che la mangia, ma mi risulta praticamente impossibile mettermi negli occhi, nei nasi, nelle lingue e nelle teste di queste persone quando stavano per cadere e soprattutto dopo, quando sono cadute.

Categorie: Con quella faccia un po così

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