Le sta per scadere il passaporto e deve tornare in Venezuela. Non sa se riuscirà a tornare. Sua figlia resta invece, ha un marito con la cittadinanza olandese e a breve l’otterrà pure lei.
Nuris è clandestina.
Nuris dice che ha tentato di tutto per continuare a vivere qui, dice che in Olanda si sta bene, che è tranquillo: puoi passeggiare al buio e nessuno ti salta al collo per strapparti la borsa. Un avvocato da cui andava a fare le pulizie si è occupato del suo caso, ma non è riuscito a procurarle i documenti che mancavano. Nuris dice che l’unica possibilità per non partire era quella di sposare un olandese. Ma gli olandesi da sposare sono costosi: vogliono diecimila, quindicimila euro, mica come gli spagnoli o gli italiani che per dire sì ne domandano cinque. Nuris dice che cinque li avrebbe pagati ma dieci no.
Nuris ha detto che se torna mi porta delle spezie che fanno le pietanze speciali, pure se sono venute male.
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A Marrakech mi sono tagliata i capelli.
Passeggiavamo guardandoci intorno, Emme, Lo ed io, eravamo arrivati da qualche ora, e a un certo punto ho visto un cartello con una spazzola, un pettine e un paio di forbici e la scritta in francese e arabo: parrucchiere per uomo e donna.
Ho detto subito: “io mi taglio i capelli”.
“Quanto sei snob”, mi ha detto Emme. “Non li tagli in Olanda e lo fai qui. Non mi viene in mente una cosa più snob di questa.”
“In Olanda li ho tagliati una volta e quasi piangevo”, ho risposto io.
Abbiamo chiesto quanto costava un taglio e uno shampoo. All’inizio abbiamo capito cinquanta euro.
“Cinquanta euro? Allora ci ripenso”. Invece erano cinque euro. Così siamo entrati. C’era un muro posticcio che separava il settore maschile da quello femminile e fiori di plastica rampicanti che lo ricoprivano.
La parrucchiera non portava il velo, le sue aiutanti sì. Ne aveva una che preparava il tè, un’altra che spazzava il pavimento, una terza che faceva le tinture, una quarta che lavava i capelli. L’arredamento era fine anni sessanta, c’erano persino i caschi! E un vecchio lavandino di pietra dove la ragazza addetta al tè stava dividendo dei mazzetti di menta. Il posto era piccolissimo e si scontravano persone e cose. E alle pareti c’erano dei manifesti con delle pettinature e dei tagli da fuggire via all’istante. Invece sono rimasta e le ho spiegato, in italiano, come li volevo. Ho rischiato moltissimo perché li ho tagliati corti, ma lei li ha fatti esattamente come le avevo detto e più passano i giorni e più mi piacciono.
Alla faccia della parrucchiera dell’Aja che mi ha costretto a portare un cappello per un mese e che per farmi quel bel servizietto si è fatta pagare pure parecchio e alla faccia di quelli italiani da cui devo prendere l’appuntamento e andarci di martedì o di mercoledì se voglio spendere meno di cinquanta euro.
C’era anche un’italiana che si stava facendo la tintura. A un certo punto, ha domandato alla parrucchiera capa, in francese: “quando la devo tenere ancora?”
Era piuttosto nervosa. Credo perché parrucchiera capa e le lavoranti parlavano tra loro in continuazione e non si affrettavano a fare i lavori.
“Sei italiana?” Le ho domandato in italiano.
“Sì, tu vivi qui?” ha detto lei.
“No. E tu?”
“Nemmeno io”.
E si è sigillata nel suo nervoso.
A me scappava da ridere.
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Nell’Olanda del Sud dove vivo, in certi parchi e intorno a certe aiuole c’è un cestino dei rifiuti che ha due fessure sui lati. Da queste fessure spuntano dei sacchetti neri. Questi sacchetti neri servono per raccogliere la cacca dei cani. Io ne possiedo un’ampia scorta: li tengo nelle tasche del giaccone e dei pantaloni, nella borsa, in casa. Non ci vuole molto a raccoglierla, la cacca di cane, si tratta solo di cominciare, come per la raccolta differenziata, e dopo un po’ diventa come lavarsi i denti: se li lavi non te ne accorgi, ma se per qualche motivo non puoi lavarli, provi un disagio che sconfina nel malessere. E ti chiedi: ma che ho? Ah, non mi sono lavata i denti. E trovi un sistema per lavarteli comunque. 
Anche nel Marocco del Sud ci sono gli stessi sacchetti neri che però vengono utilizzati per metterci dentro il pesce, il pane, le uova. Comunque, di cani nel Marocco del Sud non ce ne sono molti e quei pochi che ci sono controllano le capre.
Un giorno stavamo per entrare in una casa di uno sceicco e la guida che ci accompagnava, sembrava un vecchio professore che aveva perduto la cattedra, ha salutato una ragazza che per un po’ ha fatto il nostro percorso. La ragazza non aveva il velo, indossava una casacca e un paio di pantaloni che assomigliavano a un pigiama, e portava una borsetta a tracolla come la portano certe bambine la prima volta che ne ricevono una. E aveva in mano questo sacchetto nero, con qualcosa dentro, qualcosa che aveva la consistenza di certi sacchetti neri di cui non vedo l’ora di liberarmi quando vado in giro con la cana. Il vecchio professore decaduto ci ha chiacchierato un po’. “Guardate com’è contenta”, ci ha detto. “Passa le sue giornate a chiedere un centesimo ai turisti, alle guide, agli autisti delle jeep. Stamattina ha raggiunto una certa somma e ha comprato un etto di carne. Adesso lo porta a sua madre. Dopo ricomincia il giro. Tutti gli danno qualcosa.”
foto presa da qui
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Sono tornata alle quattro di stanotte e alle sette ero seduta al tavolo della cucina con la mia tazza di caffé, come al solito. E alle nove le colline di foglie secche davanti alla porta d’ingresso non c’erano più tranne una. Tranne una perché ho deciso di smettere quando mi sono accorta che parlavo a un pettirosso. Lui pareva felice che qualcuno gli parlasse e mi ha seguito fino all’ingresso.
Caffé? Gli ho domandato, indicandogli con un gesto la cucina.
Ha mosso un po’ la testa ed è volato a posarsi sull’ultima collina.
Vabbè, vado a bermi un altro caffé e a decidere se mi sento più stupita o stupida del solito.
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Il paese di W. prepara le valigie e anch’io.
Voi state bene e non litigate.
Categorie: Pare che sia andata
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Mi pare che i blog delle Super Mamme stiano superando numericamente i blog degli scrittori in erba, stagionati e Lulùstyle. BlogBabel dovrebbe prenderne atto e istituire una classifica anche per loro.
Categorie: Pensierini
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A me i giardinieri del paese di W., se l’incrocio da soli nel grande prato verde che c’è dietro casa, fanno un po’ paura. Pure la cana s’irrigidisce, non scodinzola come di solito fa quando incontra qualcuno e accenna a un ringhio. Non so, quando sono soli fanno cose strane, i giardinieri di W., cioè no, mi correggo non fanno niente. Stanno immobili davanti a una siepe, o al centro del prato. Sembrano omini di un video game che aspettano di essere mossi. Invece quando sono in squadra, se non giocano con la macchinetta elettrica, sono attivi. E’ vero che quando sono in squadra c’è anche la loro comandante, una donna che è il doppio per peso e per altezza rispetto a loro, che pur non sono piccoli.
Comunque stamattina il grande prato verde era un grande prato bianco, da ieri la temperatura è andata giù di almeno dieci gradi. Si cominciano a preparare le valigie per l’october break, a intagliare le zucche, a esporre mostri alle finestre, io sulla mia porta a vetri ho attaccato sei pipestrelli verdi.
La mia vicina americana ne è rimasta incantata: “ma questi non si trovano qui a W.!”
Arrivano pacchi dall’America: lanterne magiche, gatti neri da appendere agli alberi, cappelli da streghe. Il mio ingresso è di nuovo un ufficio postale perché quando qualcuno non c’è, il postino suona a me. Il postino di W., però, non suona sempre due volte, è un postino un po’ distratto, fa una scampellata timida, per non disturbare, chissà. Nel frattempo ascolta l’ipod e balla il rap.
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Su un lampione ogni cinquanta il Comune del paese di W. attacca un cartello. Di solito è un cartello su cui c’è una chiave con la domanda: chi è Bob? Cioè, chi è quello sobrio che guida la macchina?
A metà agosto, invece, ne viene affisso uno dove ci sono dei bambini con delle borse a tracolla, che vanno di fretta, e la scritta: attenzione, la scuola sta per cominciare.
Da stamattina ce ne è uno nuovo. Devono averlo appeso sabato, quando l’ufficio di polizia era aperto al pubblico e suonavano mille sirene ogni trenta minuti per le dimostrazioni. Su questo c’è un disegno stilizzato di una bicicletta con dei fari accesi, e l’avvertimento: il buio sta per arrivare. E’ una traduzione intuitiva perché non conosco il significato delle singole parole, e mi ha inquietato un poco.
E la prima mattina di buio i poliziotti si apposteranno dietro agli alberi vicino alla scuola e faranno multe come se piovesse. Magari piovesse, ormai c’è quasi sempre il sole.
Foto presa da qui
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Dalle sei alle sette vado al parco.
La cana gioca con gli altri cani, io fino a un paio di settimane fa mi sedevo sul prato, appoggiavo la schiena a un albero bidimensionale, tiravo fuori un libro dalla borsa e leggevo un paio di frasi, una pagina, a seconda di quello che accadeva intorno ( ci sono anche faggi, querce, ippocastani e salici giganti, oltre a un canale con un cigno bianco, la madre, e due marroni, i figli, ma il punto di ritrovo è nella zona dove c’è più prato).
Da un po’ i padroni dei cani rispondono al mio saluto, qualche volta scambiamo qualche frase in inglese, ma di solito chiacchierano tra loro di quello che accade nel paese di W.
A volte mi capita d’intercettare una parola e in base alle espressioni, i gesti, i toni, d’intuire il discorso.
La loro capa, a ogni punto di ritrovo di cani c’è sempre un capo, ha provato a insegnarmi qualche parola in olandese, ma se ne è stancata subito, con un certo sollievo da parte mia. Tutti hanno imparato a dire biscotto e biscottino in italiano – ognuno ne ha con sè una bustina che poi distribuisce – perché la mia cana all’inizio non conosceva la corrispondente parola in olandese, ora la conosce, ma loro, a quanto pare, si divertono parecchio a sillabare: “biscottino”, e a me diverte ascoltarli, in effetti. Ogni tanto viene al parco un tipo che assomiglia a Van Gogh che però è più brutto di quanto fosse lui e di sicuro più felice. Ha circa trent’anni e le gambe e le braccia che sembrano mosse dai fili. Per un po’ ha avuto dei tagli sul viso, soprattutto sulle orecchie che sono enormi e da elfo. Tutti quelli che sono lì lo salutano, ma è solo la capa che gli parla.
Lui viene per i cani e i cani impazziscono per lui.
I cani impazziscono pure per me, ma in un modo diverso.
Lui, il tipo che ricorda Van Gogh, ha un ruolo attivo con loro, perché arriva, li chiama, gli dà i biscotti per cani, li accarezza, ci gioca. Io invece non facevo nulla.
Sono stati loro che un paio di settimane fa mi hanno notato appoggiata all’albero bidimensionale a leggere.
Ha cominciato quello più vecchio. Si sdraiava di fronte a me e mi fissava. Poi quelli più giovani: correvano verso di me e inchiodavano a poco più di un metro, e anche loro un minuto a fissarmi, con la loro espressione da cane.E alla fine i piccoli: si avvicinavano e saltavano a leccarmi la faccia.
Così alla fine ho smesso di leggere e di sedermi e passo l’ora facendo qualche foto, oppure mi guardo intorno, memorizzo alberi e animali, mi sforzo d’imparare qualche parola d’olandese, ma quando sono fuori dal parco l’ho già dimenticata.
Su flickr ho trovato il parco
Categorie: Con quella faccia un po così
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