Le ragazze del call     03-12-2009  

Le ragazze dei call center non rispondono più: non parli olandese? Non è un problema, io parlo l’inglese, adoro parlare l’inglese, parlo pure lo spagnolo, o l’italiano o il francese, di quale paese sei? No, non è un problema,  te lo assicuro, il mio prodotto te lo posso vendere in tutte le lingue.
Fino a tre o quattro anni fa quando chiamava una ragazza di un call era quasi un piacere.
Poi è diventato un fastidio. Le telefonate sono aumentate, i call center sono diventati più affollati per la crisi economica, i corsi per accalappiare il cliente si sono fatti più approssimativi e le ragazze dovevano vendere più di prima perché le pagavano di meno e il cliente ha smesso di comprare perché aveva meno soldi e perché le telefonate non erano più una novità. Così le ragazze del call non potevano più permettersi di perdere tempo in un’altra lingua e quindi attaccavano il telefono dopo che io, con sollievo, rispondevo a quel fiume di suoni incomprensibili che mi inondava l’orecchio: mi dispiace ma non parlo l’olandese. A un certo punto non mi facevano neanche terminare la frase: io alzavo la cornetta, sentivo una musica lontana,  delle voci in primo piano che andavano a duecento all’ora con la cadenza di un registratore, “scusa ma non”…clic. Fine della comunicazione. Mettevano giù.
Da un po’ pare che il trend sia cambiato. Non ci credono più che non parlo olandese. E  dopo la mia frase continuano  con il loro fiume di parole incomprensibili. Alla fine sono costretta ad attaccare io.
Poco fa c’è stata la solita telefonata, ma questa volta c’è stato un comportamento diverso. La ragazza mi ha detto, arrabbiatissima: io non ci credo che tu non parli olandese!
Ah no? E perché me lo stai dicendo in inglese?
Per fortuna che stava al di là del filo, altrimenti penso che mi avrebbe ucciso.
Ma che ci posso fare? Non lo parlo e non lo voglio parlare. Per vivere mi  basta l’inglese.  Del resto, sono stati proprio i  connazionali delle ragazze del call a convincermi che sarebbe bastato, me lo hanno ripetuto per anni che non era un problema.

Categorie: Roba d'Olanda

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Ce la farò?     01-12-2009  

Il mio sogno del momento.
Ci separano cinquanta centimetri e ho tre mesi di tempo.
Ogni giorno un centimetro in meno, matematicamente ce la dovrei fare.

Categorie: in un altro luogo

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Siccome ho fatto tutto quello che dovevo fare e manca ancora un’oretta alla preparazione della cena e mi sto annoiando un po’, devo trovare qualcosa con cui divertirmi, e in questo momento per divertirmi non mi viene in mente nulla se non la categoria di quelli che c’hanno il mito dell’olanda oppure la categoria degli italiani con il mito dell’Estero – se non fossi pigra come sono certe volte, avrei iniziato a compilare un quadernino dove mi sarei appuntata le frasi degli italiani sull’Estero, vabbè ‘sto quadernino non ce l’ho e purtroppo non me le ricordo, queste frasi, perché sono talmente luoghi comuni che non le riesco a memorizzare (quando delle frasi sono luoghi comuni al cento per cento è divertente leggerne una dopo l’altra). Così  scrivo  di un fatto recente sull’olanda e sugli olandesi: ieri è successo che ha preso fuoco una casa, un’altra, poco distante da CameliaHof.  Per fortuna i pompieri sono venuti subito e in pochi minuti l’incendio non c’era più. Dentro non c’era nessuno, pare che sia stato un corto circuito dell’impianto elettrico che ha iniziato a bruciare la moquette, e allora passo a esporre il fatto che  prima o poi farà infuriare l’italiana/o sposata/o  all’olandese (ma ci stanno  gli esaltati pure senza partner dutch) con il mito dell’olanda: gli impianti elettrici fatti dagli elettricisti olandesi fanno schifo.  Davvero. E poi ne scrivo pure un  altro. Siccome ieri mattina stavo passeggiando con la cana proprio nei  pressi della casa che  ha preso fuoco, e ho visto l’arrivo dei pompieri e della polizia e dell’autoambulanza, e le macchine della polizia che hanno bloccato la strada in entrambi i sensi, anche se non passava praticamente nessuno  perchè la maggior parte era  fuori per le vacanze del ringraziamento, presumo pure gli abitanti della casa che bruciava, come sono riuscita a sapere le informazioni dettagliate su quello che stava accadendo, dal momento che quando ho visto pompieri e polizia, ho attraversato immediatamente la strada per non essere d’intralcio?  Ho saputo tutto ciò che era possibile sapere dal mio vicino olandese, che è arrivato di corsa, si è gettato tra poliziotti e pompieri a far domande, poi mi ha avvistato e, con sguardo rapace,  è calato sopra di me a raccontarmi i dettagli. E già che c’era mi ha domandato dove andassi per Natale e quando gli ho risposto, ha buttato fuori un sospiro soddisfatto e ha detto: “ah, Roma. Noi, invece, andremo a Dubai e poi in Svizzera, a sciare.”  Perché gli olandesi soffrono d’invidia se qualcuno c’ ha la macchina più bella, la casa più grande e fa il viaggio di Natale nel luogo più esotico.
E adesso categoria degli italiani con il mito degli olandesi e dell’Olanda: rosicate pure, ma contate fino a dieci prima di scrivere un commento sia tra qualche minuto sia tra un mese  o tra un anno! :-) e soprattutto fatevene una ragione: l’Olanda non è il paese di Bengodi.
Poi ci sarebbero pure altre categorie che producono una discretà quantità di luoghi comuni o parole usate inappropriatamente  per scopi letterari,  ma ormai la noia mi è passata.

Categorie: Roba d'Olanda, Vicini

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L’uomo che sussurrava alle stelle     25-11-2009  

“La parodia è un buon sistema per digerire la realtà”.
Scostò la sedia, consumando tempo.
Si chiese se gli convenisse fingere di lavorare al computer  mentre aspettava di essere chiamato all’ultimo piano.
Oppure doveva guardarsi intorno con l’espressione sorpresa? Perché non aveva riflettuto sul fatto che ci potesse essere un raduno degli impiegati? Perché non aveva chiesto delucidazioni in merito a Saccapani?
Perché era rimasto sconcertato dal suo discorso, ecco perché. Per la posizione diversa in cui si sarebbe trovato.
La diversità procura grane e Tonino Pinna desiderava essere uguale a tutti. Uguale in superficie, ovvio. E invece quel finesettimana era stato risucchiato dai vecchi e nuovi problemi familiari.
“Perché, perché, perché. Me lo dite voi che cosa devo fare?” Domandò alla costellazione dell’Orsa Maggiore del salvaschermo. Con tutti questi quesiti insulsi iniziava già a dolergli la testa. Ogni giorno un male, non la scampava mai.
Soffiò via le particelle di gomma da cancellare dal ripiano della scrivania.
“Cancellare…”
E partì come una Mini Cooper per l’ennesima riflessione.

Categorie: La scelta

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Perché è un autore che racconta l’Italia come a volte capita di vederla a me quando torno.
Ieri, il traffico e la pioggia di Amsterdam e una decina di altri minimi inconvenienti mi avevano alquanto innervosita, poi ho cominciato a leggere Che la festa cominci e me ne sono dimenticata.
Scrivono che Ammaniti scriva sempre la stessa storia, che è superficiale, e che dopo le prime pagine questo romanzo diventi un caos.
Può essere.
Intanto, ieri,  per una ventina di minuti sono stata trasportata da un umido, ventoso e silenzioso paese di W. in una pizzeria di Oriolo Romano, e mi è stato utile per cambiar aria e umore.  Poi, magari, se inventano il teletrasporto o se torno a Roma e posso andare a mangiare la pizza a Oriolo Romano quando voglio, cambio opinione, chi lo sa.

Categorie: in un altro luogo, Libri

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Una storia per tutti     20-11-2009  

Hanno ammazzato Brenda, una che si trovava sull’ultimo gradino della scala, una che veniva schifata indifferentemente da persone di destra e di sinistra, da gay di destra e di sinistra, e da quelli di destra e di sinistra che ci andavano a letto.
Qualcuno scrive (e presumo dica) che pare un giallo, un noir. Lo scrive con i punti esclamativi, la realtà accade ed è già letteratura, che emozione.

Categorie: Contro il potere che

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Del parlare     18-11-2009  

Scrive Giuseppe Caliceti su fb: Diceva ieri Graziella Favaro di uno studente straniero che diceva: “prof, nella mia lingua sono più intelligente”
E ho ripensato  ad altre frasi connesse con la lingua che ho ascoltato dai miei figli e dai loro amici in questi anni. Frasi simili, che ho dimenticato. Forse avrei  fatto bene a trascriverle, ma anche no.  Mi capita sempre, quando vado a rileggere quello che mi sono appuntata dopo che è passato un po’ di tempo,  di scoprire che  non mi interessa più. Invece, mi continua a interessare/affascinare solo ciò che ricordo.  Comunque la frase  che si è salvata, la disse Lo   quando aveva sette anni al tassista che ci stava portando all’aeroporto.
Il tassista gli aveva detto: “e così parli inglese! Che fortuna che hai, puoi parlare con il mondo, te ne rendi conto? E lui: “non voglio parlare con il mondo, io voglio parlare solo con i miei amici.”
Ormai queste frasi non le dicono più perché sono grandi e perché italiano e inglese si equivalgono, anche se Lo quando vede un film o deve leggere un libro, se è possibile, lo sceglie in italiano. Questo fino a qualche giorno fa, quando mi sono accorta che stava seguendo un telefilm americano in originale.
“Com’è che hai cambiato lingua?” Ho domandato.
“Perché voglio sapere quello che dicono veramente.” Mi ha risposto.

Categorie: in un altro luogo

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Alle nove della sera     16-11-2009  

La borsa di Mary Poppins l’ha trovata Davide sabato sera.
Mary Poppins ha quindici anni e un account su Facebook.
E un paio d’ore dopo, Mary ha ricevuto un messaggio che  l’informava che  la borsa era stata ritrovata e dove sarebbe  dovuta andare per riaverla.
Entrambi i figli si sono domandati: “ma perché  ci tiene dentro delle scarpe da ginnastica?”
“Perché”- ho risposto io – “Mary è andata a una festa e portava le scarpe con il tacco a cui non è abituata. ”
Ieri sera, durante la passeggiata con la cana,  mi sono fermata alla caserma di polizia di W.
Ho suonato il citofono e ho aspettato qualche minuto, poi una voce mi ha chiesto che cosa volessi. Appena entrata, la cana ha cominciato a guaire, a tirare verso l’uscita, come nemmeno fa quando va dal vet.
Mi sono guardata intorno: tutte le porte erano chiuse, le luci erano basse. Dopo un po’  d’attesa e di lotta è comparso  un poliziotto, un po’ confuso, penso stesse dormendo. La cana è diventata ingestibile e a me è salita un po’ d’inquietudine mentre le dicevo di piantarla.
Ho spiegato alcuni dettagli del ritrovamento della borsa mentre il poliziotto mi fissava, sempre imbambolato. Ho messo la borsa sul bancone e lui sempre zitto e la cana sempre più fuori di testa.
“Vuole un mio documento?” Ho domandato, a disagio.
“Un documento, sì.” Mi ha risposto lui.
Estrarre  la carta d’identità dal portafoglio non è stato semplice, ma alla fine ci sono riuscita, l’ho appoggiata sul bancone, glielo aperta.
Il poliziotto ha preso una penna, ma faceva i movimenti a rallentatore, e io dovevo dire qualcosa, per forza.
“Non capisco perché sia così spaventata.”
“E’ spaventata, già”, ha risposto lui con lo sguardo fisso.
Poi ha iniziato a scrivere i miei dati su un blocchetto a quadretti. Scriveva a stampatello, una lettera dopo l’altra, come se stesse facendo una prova di calligrafia.
La cana ha rifiutato un biscotto che le ho offerto per calmarla.
Il poliziotto ha terminato di scrivere,  e io sapevo che doveva dirmi qualcosa:ma cosa?
Così gli ho detto: “mio figlio l’ha rintracciata su facebook, e adesso questa ragazza sa che troverà qui la sua borsa, in caserma.”
“Facebook. “Ha ripetuto lui. “Cos’è facebook?”
E con questa domanda l’inquietudine se ne è andata via.
Stavo per spiegargli cosa fosse, facebook, e invece ho detto: “l’ha rintracciata attraverso internet”.
“Ah, su internet” ha risposto lui, pareva sollevato che dalla mia pausa non fosse uscito un mucchio di parole. “Buonanotte”, gli ho detto.
“Buonanotte”, ha risposto il poliziotto.
Poi, quando sono uscita da lì,  ho volato  per cento metri attaccata al guinzaglio.
Era una bella notte senza luna, un po’ umida e per niente fredda.

Categorie: Roba d'Olanda

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Ieri, mentre camminavo nel buio, pensavo che le luci rosse e bianche che si accendevano e spegnevano in lontananza avrebbero potuto pure essere l’inizio di una storia. La storia di un tipo che nel tardo pomeriggio andava in un parco senza lampioni a portare il proprio cane a giocare con altri cani. Il tipo camminava tranquillo, pensando chissà cosa,  fino a che il cane attaccava a ringhiare. Il tipo se ne stupiva, smetteva di pensare a chissà cosa, domandava: ma che hai da ringhiare? Alla fine proseguiva, malgrado il cane  cominciasse a guaire, cercando di impedirgli di continuare,  e quando il tipo arrivava al centro del parco, scopriva che le luci rosse non erano sui collari dei cani e le luci bianche non erano le torce dei padroni, ma sia le une che le altre erano su dei vestiti indossati  da alieni atterrati nel centro di quel parco.
A questo punto  mi fermavo un attimo e pure il tipo della mia storia si fermava.
Io mmaginavo i possibili sviluppi.
Nel frattempo il tipo era impegnato a sbalordirsi, a spaventarsi, eccetera.
Alla fine ne tiravo fuori quattro:
1)gli alieni erano buoni e il tipo riusciva a trarne qualche vantaggio per sé e per l’umanità.
2)Gli alieni erano cattivi e il tipo doveva salvare se stesso e l’umanità
3)Gli alieni erano indifferenti. Continuavano a fare quello che stavano facendo e il tipo ci restava malissimo. Un giorno veniva intervistato in tv e il conduttore a un certo punto gli diceva: ma insomma, lei ha avuto la fortuna d’incontrare gli alieni e non ha fatto nulla! E il tipo era desolato. Desolatissimo. Forse andava pure dallo psicologo.
4)Gli alieni erano indifferenti a lui ma non al cane. Il tipo ci rimaneva male e si metteva in competizione con il suo cane, arrivando persino a invidiarlo.
Lo sviluppo uno e due sono banali. Il tre e il quattro mi pare che lo siano un po’ meno. Dal quattro potrebbe venirne fuori un racconto comico. Ma non ho dubbi, se dovessi decidere di scrivere questa storia, è la tre che sceglierei. E la farei cominciare dall’intervista in televisione.

Categorie: dello scrivere

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Conta più uno che centomila     09-11-2009  

Metto gli stivali di gomma, m’infilo una torcia nella tasca, aggancio un collare che lampeggia di una luce rossa  alla cana e mi dirigo verso il centro di un parco senza lampioni. Per terra ci sono talmente tante foglie che il sentiero che taglia il prato si è cancellato e le foglie sono scivolose.
Pare che i giardinieri di W., come sempre stressatissimi alla fine di ogni autunno, ma  ora che ci penso pure nelle altre stagioni, siano impegnatissimi a pettinare l’aiuola della rotatoria principale di W. e non abbiano tempo per far altro, a parte il caffè, la merenda e il pranzo, ovvio.  E’ da giorni che la pettinano, quella bellissima aiuola, l’accorciano, la rifilano, tolgono la fogliolina che si è insinuata in profondità.
Torno al mio sentiero. Se c’è un po’ di luna, dopo qualche minuto mi abituo all’oscurità, ma devo comunque tenere la torcia accesa perché ci sono delle parti del prato che sembrano campi di riso. Ancora qualche passo e li vedo: strisce di luce rossa a intermittenza, punti bianchi che si accendono e si spengono.Gli altri cani e i loro padroni. Da quando è scattata l’ora legale non posso più leggere, né guardare, posso  solo ascoltare. Chiacchiere in olandese , e al buio non  ci sono distrazioni. Pure se non capisco le parole, so di che parlano: dell’influenza suina, dei mucchi di foglie sui marciapiedi. Fanno gli stessi discorsi che stanno facendo alla stessa ora in quel giardino con l’area per cani in cui vado quando sono a Roma. Lì al posto dei mucchi di foglie staranno parlando della pioggia, se ha piovuto, del freddo, se la temperatura è scesa di qualche grado. Le persone quando sono in gruppo e non si conoscono bene  dicono cose noiose. Ma quando le incrocio da sole può capitare che raccontino fatti interessanti o curiosi. Oppure se non hanno voglia di parlare o di raccontare mettono su altre facce, altri silenzi. Pure al buio.

Categorie: Con quella faccia un po così

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