Nei diciotto giorni che ho passato a luglio a Roma, ho assistito a un episodio di violenza su una donna, una ragazza, di cui ho già scritto qui, e ad altri due in via indiretta.
Il secondo
Una notte passeggiavo con la cana e c’erano delle volanti che giravano. Una di queste si è fermata proprio davanti a me, ha bloccato un tipo in bicicletta, i poliziotti sono scesi.
“Fornisca i documenti”, ha detto un poliziotto.
“Ho lasciato il portafogli a casa, abito qui vicino”, ha risposto il tipo.
“Che hai menato alla tua ragazza?” ha chiesto il secondo poliziotto. “Hai menato alla tua ragazza e adesso stai scappando.”
“Abito in quel palazzo, con mia madre. Sono uscito per farmi un giro.”
“Stiamo cercando uno che ha massacrato di botte la ragazza, che adesso è in ospedale.”
Il terzo
Una domenica mi sveglio con un dolore pazzesco a un fianco: non posso stare seduta, non posso stare distesa, se cammino il dolore è più sopportabile. Alla fine decido di andare al pronto soccorso. Tanto, mi dico, c’è il sole, è l’ora di pranzo, non ci sarà nessuno. All’accettazione mi danno un codice verde. Nella sala d’aspetto ci sono due persone, ci diciamo i colori dei codici, loro lo hanno bianco. “Bene”, penso, “ho la precedenza”.
Dopo un’ora siamo ancora lì tutti e tre. Ci sono state dei ricoveri per un paio d’incidenti stradali e li stanno visitando.
Fuori ci sono il marito e il figlio che mi aspettano. Decido di andarmene via, perciò vado dall’infermiera dell’accettazione.
L’infermiera sta alla scrivania, registra una paziente al computer, accanto a lei ci sono due infermieri.
La paziente è tra me e la scrivania, distesa su una barella.
Della paziente vedo i capelli biondi e lunghi, la barella è un po’ rialzata, dei sandali nocciola e le unghie dei piedi dipinte di rosso.
“Sospetto trauma cranico” dice l’infermiera mentre digita.
“Il polso”, dice, “il polso mi fa male, e faccio fatica a respirare”
“Fai vedere l’occhio” dice l’infermiera.
La donna solleva la borsa di ghiaccio.
“Ho perso anche un dente”
L’infermiera scrive.
Vedo i visi dei due infermieri. Mi spaventano come le parole della donna.
“Poi c’è lo zigomo” dice l’infermiera.
I due infermieri la continuano a guardare, mentre la collega digita la diagnosi dello zigomo.
“Ma come ti ha fatto a ridurre così?” dice uno dei due.
“Mi ha sbattuto contro un muro, per strada. Mi ha preso a calci.”
Nella stanza entra l’infermiere che l’ha soccorsa.
Le mette una mano sulla spalla, si china verso di lei: “ti ricordi che mi hai promesso in ambulanza? Ti ricordi? Che l’avresti denunciato! Lo devi fare, capito? Oggi puoi ancora parlare, ma la prossima volta, dà retta a me, io lo so, la prossima volta non potrai. Perché non ci arrivi viva qui, capito? Prometti!
“Sì” risponde lei.
A quel punto me ne sono andata.
Dopo, ogni tanto, domanderò a qualcuno: ma è normale? Tre donne in diciotto giorni, in un quartiere quasi centrale e abbastanza tranquillo? E leggerò articoli sulla rete, come per esempio questo, o questo.
O vedrò il trailer di Action for Women
Categorie: Contro il potere che
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