Alle sette e venticinque minuti Tamara suona il citofono e lascia le figlie a sua madre, sarà lei ad accompagnarle a scuola, poi corre a prendere la metropolitana, afferra il giornale gratuito con cui si sventola se nel vagone non funziona l’aria condizionata.
Alle otto meno cinque spalanca le persiane dello studio dentistico, svuota i cestini, prepara il caffè, ascolta i messaggi alla segretaria telefonica, lavora come sempre. All’una fa le consegne alla ragazza del pomeriggio e vola a prendere l’autobus e il tram, mangia un panino durante il percorso, guardando fuori dal finestrino.
Alle due raggiunge lo studio dell’ avvocato, stampa le fatture, prepara il caffé, lavora come sempre, alle quattro e mezza parla con le figlie: “com’è andata oggi a scuola?”
Una cliente vuole dell’acqua. Tamara gliela porta.
“Prego” le dice con tono professionale, porgendole il bicchiere di plastica.
La cliente non ha voglia di leggere le riviste di diritto e di moda che sono sul tavolino, ha voglia di parlare.
“Hai letto di quella ragazza ammazzata dal padre?”
“No”, risponde Tamara.
“E’ una storia di marocchini, lei, la figlia, conviveva con un italiano e il padre l’ha accoltellata. Il fidanzato ha tentato di difenderla e per poco non ci restava secco anche lui. Terribile, eh? Mai mischiarsi con la teppa. Io, per non correre rischi, ho sempre voluto domestiche filippine”.
Sull’autobus, poco dopo le sei, Tamara tira fuori il giornale dalla borsa e legge la notizia.
“Che cosa pazzesca”, pensa. Poi lo rimette dentro, domenica ha intenzione di lavare i vetri di casa.
Alle sette stringe la manine delle figlie e una busta con il latte e due etti di stracchino.
Alle otto le bambine sono sedute a tavola a infilare le penne al sugo con la forchetta.
“Che sollievo da quando mangiano da sole!” pensa.
Alle nove tutte e tre guardano i cartoni nella cameretta. Poi Tamara le sbaciucchia, risponde a un paio di domande, fa qualche promessa e finalmente spegne la luce.
Dopo essersi lavata i denti, Tamara s’infila una maglietta lunga e si tuffa sul lettone.
“Dovrei venderlo e comprarne uno singolo, avrei più spazio”, pensa.
Accende la tivù a schermo piatto che suo padre le ha regalato quando ha ricevuto la liquidazione e spinge il pulsante uno. Appare una casetta con i gerani alle finestre, un bagno con lo shampoo e il bagnoschiuma, e poi una cucina bianca, lucida, senza macchie.
“Che sogno quello di avere una cucina così! Io sarei riconoscente per sempre a uno che me ne regalasse una simile.”
Altrove qualcuno non guarda quella trasmissione, qualcuno dice che non la guarderà poi invece la guarda, qualcuno accende le candeline e fa la rivoluzione su Facebook.
Categorie: Fatti italiani, Storie per la rete
[ 6 commento(i) ]
il 18-09-2009 alle 21:56
ciao, scrivi delle cose veramente belle… oddio, non amo gli sproloqui, per cui mi limito ad un apprezzamento positivo, che ho diffuso su twitter: i tuoi testi sono come degli haiku in verso libero, semplici eppure profondi, quasi zen oppure quasi russi (un pò come Salamov)
continua, ti leggerò!
il 18-09-2009 alle 22:54
ma grazie, Carlo!
scherzo, poi è tardi e sono stanchissima.
in effetti continuerei a scrivere lo stesso, anche senza lettori, potrei sempre inventarne uno, no?
il 19-09-2009 alle 11:24
lo scrivere per sè stessi è la prova della vocazione più autentica: te ne puoi sempre inventare 25, cosa peraltro già usata da altri…
buon weekend, ti ho messo nei mie favoriti, quindi verrò a visitarti spesso!
Ciao
il 20-09-2009 alle 10:57
Mi piace questo racconto,uno spunto da sviluppare per un film intimista,di
quelli che escono a settembre,quando la stagione riprende e c’e’ spesso qualche film italiano interessante e poco visto.
il 20-09-2009 alle 19:33
scrivi la sceneggiatura, allora. Lo dovresti sapere come si fa
il 21-09-2009 alle 13:47
Madonna che moglie