Gli ultimi due giorni d’Italia li ho passati sugli altipiani di Arcinazzo a trovare dei parenti.
Agli altipiani ero già stata in un campeggio d’iniziazione l’estate dell’esame di terza media dove ogni sera stabilivamo delle prove di coraggio da superare e tra tutte me ne sono rimaste impresse tre: quando ho rubato un santino a un vecchio davanti all’ingresso del monastero di Santa Scolastica, quando ho saltato da un’altezza di circa tre metri dopo averci pensato per una settimana, quando ho camminato senza torcia nel bosco di notte.
Il vecchio era curvo, magrissimo e con certi occhietti d’un celeste trasparente che m’inquietano ancora oggi se mi metto a ricostruirli, del salto non ricordo il volo ma la sgradevole sensazione dell’atterraggio, e del bosco mi sono rimasti gli scricchiolii e i fruscii non l’oscurità.
La prima cosa che ho fatto quando sono arrivata è stata quella di sfogliare il giornale locale dove ho letto un articolo sul turismo che sta andando a picco perché non vengono fatti investimenti per far divertire la gente e che l’afflusso dei vacanzieri è diminuito ancora da quando un albergo è stato destinato a ospitare degli extracomunitari.
Gli extracomunitari li ho visti: erano seduti su un paio di panchine a chiacchierare in inglese dei loro Paesi. Parevano innocui. Non mi parevano altrettanto innocue le montagne di sacchi di spazzatura sotto cui erano sepolti i cassonetti, anche se i topi le apprezzavano parecchio.
Le conifere verdissime con le radici nascoste dalla spazzatura, ecco che mi ricordo di Arcinazzo. E soprattutto i cani randagi, solitari o a branchi, di razza con un predominio di maremmani.
L’ho incontrato il capobranco, una notte. Facevamo un giro con la cana e prima ho visto un osso di bue spolpato, e mentre il marito e il figlio si sono fermati a guardarlo e a chiedersi che ci facesse un osso di quelle dimensioni sul ciglio della strada, io ho proseguito per un paio di metri e ho trattenuto un urlo: una decina di cani accucciati mi fissavano e il capobranco, bianco, enorme e maestoso, in piedi al centro.
E il giorno dopo il marito ha dovuto chiedere ospitalità in un giardino privato perché un Malamute, ancora lui, aveva puntato la cana. E una macchina ci stava venendo addosso per schivare un lassie e un pastore tedesco. E un ragazzino di nove anni, che andava a buttare la spazzatura, si è accorto in ritardo dei cani, ha cominciato a gridare e loro ad abbaiare.
Salgono da Roma al principio dell’estate e abbandonano i regali di natale.
E allora è vero che ad Arcinazzo non c’è niente, e per questo ci vanno solo gli anziani e i bambini piccoli per passeggiare e respirare l’aria fresca degli altipiani ma il giornale locale farebbe meglio se invece di tuonare sul denaro che non viene investito su strutture acchiappa-turisti e sugli extracomunitari sulle panchine, riflettesse su quelli che vengono ancora, e trovasse delle soluzioni per farli continuare a venire. Promuovete un’iniziativa: togliete quelle persone dalle panchine e pagatele per pulire le strade. Il vantaggio sarebbe doppio e il vostro giornale ci farebbe una gran bella figura.
Categorie: Fatti italiani
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