Sono giorni frenetici.
Intanto ieri c’è stata quella cosa che si chiama graduation e la relativa cerimonia è durata quasi tre ore. Quello che mi è piaciuto di più è stato il lancio dei cappelli, quello che mi ha fatto sorridere è il passo sincopato con cui i diplomati fanno il loro ingresso e vanno a sedersi. Poi ci sono stati i discorsi del direttore ( il rispetto verso l’altro e Yes I can, la fiducia in se stessi, che sono ritenuti importanti quanto lo studio), di un insegnante e di un paio di studenti, che sono stati goliardici però, un piccolo concerto, e a suonare e a cantare erano sempre loro, gli studenti, un pezzo quasi interamente vocale, con voci di tutti i continenti, un altro solo strumentale, e lì pensavo che se hai un talento anche minimo, questa scuola te lo tira fuori. Sono state proiettate le foto dei ragazzi quando avevano da zero a tre anni e di come sono adesso. Dopo la consegna del diploma se ne sono andati via senza cappelli, in modo creativo e scomposto, erano quasi cento, di tutto il mondo, la maggioranza era americana o metà americana, seguivano gli olandesi, terzi gli svedesi, gli italiani erano quattro, c’era anche un kazako, uno del Camerun, uno della Nigeria. Insomma è stato strano, anche se l’evento che mi ha commosso di più era avvenuto un paio di giorni prima: la consegna dei boccali con il nome della scuola e quello dello studente. Infatti quando lasci l’Olanda, e questi ragazzi andranno via tutti, ricevi sempre un ricordo in ceramica di Delft. Prima della consegna del boccale, veniva letto un ritratto di ognuno, scritto dai suoi compagni di classe, in realtà le classi non esistono nel liceo americano, c’è un’aula per ogni materia e gli studenti si spostano e si mischiano, comunque erano frasi ironiche ma anche no, ogni amico compone la sua e poi si fa una specie di collage, e a Davide, a che cosa diventerai nei prossimi dieci anni, qualcuno ha scritto, ironicamente ma anche no: un chemistry novelist.
Dopo gradutation siamo andati a cenare in un locale sulla spiaggia, e c’era un cielo con certe nuvole viola che ci ha costretto ad allacciare giacche e giubbotti, e a me a bere la birra invece dell’acqua, ma poi per fortuna il sole ha trovato un buco per passare, poco prima delle dieci, e sono comparsi quella luce e quel mare che ci sono solo qui su al Nord.
Ma in questi giorni ho letto anche molto sulla rete. All’improvviso ho realizzato che era un mucchio di tempo che qualcuno non mi faceva battute sul nostro governo e sui suoi trafficanti, e mi sono impaurita, e ho capito che se non mi dicono più nulla, nemmeno frasi ciniche, è perché siamo scesi nel nero profondo. Ma anche qui sta andando male.
Io non ho ancora votato. Posso farlo oggi o domani. Noi italiani all’estero avevamo la possibilità di scegliere tra i candidati del Paese in cui viviamo e quello in cui abbiamo la cittadinanza. Io ho scelto di votare per i candidati italiani. Dunque c’è ancora una speranza? No, non c’è. Dobbiamo fare, se vogliamo tornare alla luce, ma se non vogliamo fare, evitiamo di piagnucolare per favore.
Categorie: Contro il potere che, Questioni di famiglia
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