Una sera, Emme e io, eravamo lì che andavamo per una strada, quando abbiamo incontrato qualcuno, qualcuno che non conoscevamo bene, che ci ha invitato a bere qualcosa, e io stavo per rispondere di no, tendo sempre a rispondere di no, ma Emme, che è più socievole di me, rispondeva: volentieri! e allora ci ritrovavamo in un posto dove non avremmo dovuto essere, e c’era un’atmosfera curiosa, non potrei definirla di disagio o imbarazzo, in effetti dovrei pensarci a lungo per definirla, comunque mentre sorseggiavamo gli aperitivi, – io detesto gli aperitivi, mi piace bere quando ho sete e ho sete mentre mangio o se fa caldo e non accetto nulla per cortesia, ché non sono cortese – Emme ha raccontato qualcosa, qualcosa che si dice per fare conversazione e io ho pensato: ecco la prima nota stonata che ha un suono identificabile, perché la persona che avevamo di fronte ha disapprovato quanto detto, uscendo fuori dal codice di chi ti invita a bere nel suo spazio. E questo essere fuori dal codice poteva essere anche interessante, perché non ci va nessuno fuori , non da queste parti, ma invece, per come l’ho sentita io, derivava da una posizione molto rigida, all’opus dei per intenderci, ma poi si è bloccato tutto perché si è verificato un piccolo imprevisto e siamo dovuti tornare per la nostra strada. Mentre tornavamo mi sono ricordata di una storia incompiuta che scrivevo un anno fa che raccontava di quattro persone che non avrebbero dovuto essere insieme una sera, ognuna aveva un suo motivo preciso per non stare in compagnia delle altre tre, ma siccome ci stavano, a un certo punto, ognuna rilasciava la sua nota stonata. Smisi di scriverla, quella storia, perché non era armonica, e avrei dovuto lavorarci e rilavorarci per dare un senso a quelle quattro note stonate , in effetti avrei dovuto cancellarla e riscriverla da capo, ma non ne ho avuto il coraggio o la voglia e l’ho congelata tra le sospese. E dopo essermela ricordata, ho pensato che avevo fatto bene a non continuarla, ché era falsa, e ne immaginavo una nuova, intanto l’aria si faceva bianca di nebbia, e a me piaceva molto, e quando stava per finire, la passeggiata ma anche la nebbia, domandavo a Emme: non ti pareva che ci fosse qualcosa di stonato poco fa? Qualcosa che potesse sfuggire all’improvviso? E lui rispondeva: assolutamente no!

Categorie: dello scrivere

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Silvestro, il mio gatto, è morto investito da una macchina, ma non mi va di scriverne un necrologio, né di fare una serie ipotesi come feci quando fu investita l’altra, penso invece alle faq e al punto nove di queste dove scrivevo: Se hai un gatto che è abituato a uscire metti in conto che può essere investito da una macchina facilmente.
Queste faq sono basate in parte sulla mia esperienza di vita nella provincia olandese, in parte su quella altrui (italiana e non).
E dunque: il servizio sanitario è pessimo, il sistema scolastico pure, gli impiegati comunali bevono interminabili tazze di caffè mentre tu sei lì che aspetti, gli idraulici, i muratori e affini lavorano da schifo e sono costosissimi, e i gatti muoiono schiacciati a trenta all’ora da automobilisti che rispettano le regole stradali ma che sono imbranati nella guida.
Scrissi queste istruzioni perché mi arrivavano parecchie domande di gente che doveva decidersi se trasferirsi o meno in Olanda. Oggi mi arrivano mail essenzialmente di due tipi: quelle che s’intitolano con: Aiuto! E che sono scritte da persone che già vivono qui, di solito in provincia, di solito nel Nord, e poi mail d’insulti, anche tra i commenti se ne trova qualcuno, scritte da italiani che hanno trovato finalmente un Paese da amare. E sono ridicoli: elogiano il paese della tolleranza e si comportano come cani rabbiosi nei confronti di chi dissente sul fatto che l’olanda sia il paese di Bengodi.
Nei commenti a questo post, Marcantonio scrive: Secondo l’insuperabile battuta di Jean Cocteau, ‘un Francese è come un Italiano, ma di cattivo umore. Ebbene, i Parigini concentrano ed esasperano questa verità di fondo, essendo dei Francesi di ancor più cattivo umore, che viene sfogato (un po’) sul proprio governo e (molto), nell’ordine, sugli USA, il liberalismo anglo-sassone e gli altri Paesi del mondo. La vanità nazionale, che in Francia è sconfinata, a Parigi è gigantesca. E ancora:
Il Parigino si lamenta in continuazione, ma pensa di essere perfetto e di vivere nel miglior Paese del mondo.
Più insopportabile dei parigini, aggiungo io, sono gli italiani infatuati di un Paese altrui, ma in fondo, proprio in fondo, li capisco:l’amore, si sa, rende ciechi.

Categorie: Roba d'Olanda

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Umberto e Bianca firmarono l’atto di compravendita di una villetta composta da due stanze da letto, un soggiorno, un bagno e da una cucina un po’ angusta all’inizio del 1959 e ci si trasferirono pochi mesi dopo la nascita di Tommaso, il primogenito.
La villetta era su una collina, a quel tempo deserta, e dalle finestre posizionate a Nord, di notte, si potevano ammirare le luci della città. Terminarono di pagarla a dicembre del 1979 quando Tommaso compì vent’anni ed entrò nell’arma dei carabinieri e Antonella, la secondogenita, ne aveva diciotto e già lavorava come segretaria nello studio di un avvocato del paese. Proprio in quell’anno la villetta era stata ridipinta di un rosa pallido e spiccava tra le altre, color mattone, che erano state costruite tutt’intorno. Aveva un giardino pavimentato sul retro in cui Bianca coltivava i gerani, due piante di limoni e le erbe aromatiche. Nel giardino oltre a un tavolino e quattro sedie c’era anche un dondolo molto conteso, e certe domeniche Umberto tirava fuori la carbonella e arrostiva salsicce e spiedini su un grosso barbecue che il fidanzato della figlia gli aveva regalato per il compleanno.
Entrambi erano soddisfatti del posto dove vivevano, anche della loro vita in effetti, ma avevano un cruccio.
Il cruccio di Bianca si manifestava durante le notti d’estate.
Si sedeva su una poltroncina di vimini nel balcone della stanza dei figli e guardava in direzione della città che non vedeva più perché le case che erano state costruite erano di tre o quattro piani e le avevano rubato la vista.
Non vedo più le luci, si lamentava. Voglio una casa dove si vedono le luci!
Guarda le stelle, gli diceva Umberto prendendola in giro.
Il cruccio di Umberto (che lui considerava più serio rispetto a quello della moglie, per lo meno se ne lagnava di più di quanto facesse lei) compariva, invece, al principio di ogni autunno quando l’ippocastano che avevano nel piccolo giardino anteriore perdeva le foglie. Erano vent’anni che Umberto raccoglieva quelle foglie ed erano vent’anni che sognava di tagliarlo.
Al suo posto potremmo piantare un castagno e potresti fare il castagnaccio! Oppure un albero di mimose che profumerebbe l’aria.
Ma Bianca era irremovibile e chiudeva ogni proposta così: l’ippocastano è un albero maestoso che mi dà sicurezza e mi consola da quelle palazzine che mi hanno tolto l’aria e il panorama e inoltre dà maggior valore alla proprietà.
Ci fu un anno che gli ippocastani della collina furono attaccati dalla minatrice fogliare e oltre la metà perì, e Umberto arrivò a raccogliere le foglie malate dai giardini dei vicini e a gettarle nei pressi dell’ippocastano, ma quello pareva essere immortale.
Antonella e Tommaso si sposarono, Umberto e Bianca si ritrovarono soli e un po’ confusi e per un lungo periodo litigarono furiosamente per la questione dell’albero. Da principio I figli erano stupiti più che amareggiati. Pagate qualcuno che raccolga le foglie al posto di papà! Ripetevano alla fine un po’ preoccupati, un po’ esasperati.
Il problema di quell’albero non è solo in autunno. Rispondeva Umberto. D’estate i rami sono talmente carichi che ci oscurano la casa!
Ce la rinfrescano, correggeva Bianca.
E le radici stanno continuando a crescere e distruggeranno il pavimento. E dovrò sborsare milioni, che non ho, per ripararlo!
Sciocchezze! Le radici corrono verso il centro della terra, non verso il suo contorno.
Poi la furia di entrambi si spense all’improvviso.
Bianca si limitava a sussurrare: ah, la gioia che mi dà questo albero, è l’unica cosa bella da guardare.
E Umberto sembrò prendere con più leggerezza la raccolta delle foglie.
Mi piacerebbe sapere quante sono, disse una sera alla fine della cena.
Quante sono cosa?
Le foglie. Devono essere un numero finito, per forza. Ecco, mi piacerebbe quantificarle, mi sentirei meglio.
Bianca scosse la testa e borbottò con un mezzo sorriso: a te la vecchiaia sta dando al cervello.
Oppure mi piacerebbe che inventassero una medicina per modificare le piante. E sai come lo modificherei quel mostro lì fuori?
Con un castagno, disse Bianca alzandosi per sparecchiare.
Esatto! e poi arrostirei le castagne sulla padella coi buchi e tu potresti preparare la conserva di castagne e…
Il castagnaccio?
Il castagnaccio, già. Io lo adoro lo mangiavo sempre…
Da bambino?
Da bambino. Non ti posso raccontare più nulla, sai già tutto.
Poi arrivò un ottobre che Umberto stava a letto con i valori del sangue sballati, e i medici non riuscivano a capire che cosa avesse e a trovare la cura, e Bianca aveva abbassato la suoneria del telefono per non disturbarlo e preparava torte e pastasciutte delicate per fargli tornare l’appetito mentre il marito fissava un punto del soffitto o i rami dell’albero che ondeggiavano piano.
Stanno cadendo le prime foglie, disse Umberto una mattina.
Passò qualche giorno in cui non cambiò nulla, solo i rami si fecero più nudi e il viso di Umberto più bianco fino a che una mattina ci fu un gran fracasso al piano terra.
Poi Bianca gridò: Umberto! Affacciati! Subito!
E Umberto si tirò su, infilò le pantofole, il piede destro nella pantofola sinistra, il piede sinistro in quella destra, si ingarbugliò con la vestaglia e rinunciò a infilarsela, raggiunse la finestra, la spalancò e si sporse un poco per guardare meglio.
E vide Bianca con una tuta blu e un paio di stivali gomma, vicino a una montagna di castagne.
Sono cadute stanotte, Umberto! Ne ho assaggiata una ed è buonissima! E’ un miracolo!
E Umberto scoppiò a ridere. Ma non ci sono i ricci, Bianca! Che castagne sono senza i ricci?
Un miracolo, è un miracolo, rispose lei.
L’ippocastano ha fatto le castagne buone, ma si è dimenticato i ricci, disse la sera successiva ai figli che erano venuti a trovarlo. E avrebbe riso ancora se non fosse stato faticoso. Allora si limitò a sorridere: vostra madre ha la testa dura ma è simpatica, alla fine. E di nuovo gli scappò da ridere e per resistere alla risata posò gli occhi sull’albero oltre i vetri illuminato dal lampione e disse: ci sono degli uomini piccoli che saltano da un ramo all’altro e io non me ne ero mai accorto prima!

Il titolo è preso da Soldati, una poesia di Ungaretti
foto di Manu Gomi

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In quattro giorni ho visto     23-10-2008  

Mentre con l’aereo volavamo sopra le alpi, nella fila a fianco alla mia, un uomo ha sbarrato gli occhi, la pelle del suo viso si è fatta verdastra e pareva morto. La sua compagna ha provato a rianimarlo con la respirazione a bocca a bocca, ma era troppo agitata e si è dimenticata di tappargli il naso, poi gli hanno dato l’ossigeno e all’atterraggio è arrivato all’uscita con le sue gambe, anche perché la barella non ci passava nel corridoio e lui ha detto che ce la faceva anche da solo. Quando era morto sembrava avesse sessant’anni, quando si è alzato dal sedile ne aveva quaranta. Prima di andarsene si è girato e ha chiesto scusa, quando l’autoambulanza è partita, ci hanno dato il permesso di alzarci e qualcuno ha borbottato che s’intuiva che era una brava persona quel tipo lì, ma che la donna che stava con lui era una stronza e in effetti prima che l’uomo stesse male, lei si era fatta notare proprio per questa caratteristica. Un ragazzo ha commentato: agli stronzi non capita mai nulla. Io, invece, penso il contrario. Ché ho visto la faccia dell’uomo che sembrava morto, ma ho visto anche quella di lei che lo pensava morto, e alla fine non sono mica tanto sicura che lei stesse meglio di lui.

Un vecchio di ottantasette anni doveva uscire da un parcheggio con la sua auto, (un’auto che per descriverla ci vorrebbero almeno trenta righe, dalla fodera ghepardata, da cui non riuscivo a staccare gli occhi, agli oggettini che penzolavano dallo specchietto retrovisore) io ero in un’altra macchina che impediva un po’ l’uscita alla sua, allora gli ho detto: un attimo che vado avanti, e lui mi ha risposto che non ce ne era bisogno e mi ha raccontato la storia della sua vita attraverso le macchine che ha guidato in cinque minuti. Intanto faceva riscaldare il motore, un motore che faceva un fracasso infernale e poi è andato via con una sgommata che ancora non mi posso riprendere dalla sorpresa.

E poi sono andata in un giardino a Testaccio, mi era venuta la voglia di sedermi su una panchina come fanno i protagonisti di Prima che la storia finisca. Una pensata tra il romantico e il naif, lo so, ma non me ne importa nulla, e poi non credo (anche se quanto segue non mi salva) che se l’avessi avuto sempre a disposizione quel giardino di Testaccio e avessi scritto un romanzo con una scena ambientata lì, sarei andata a cercare la panchina. Comunque. Non faceva freddo come nella mia storia, però c’era il sole, anche se era un sole tiepido e inquietante, e a un certo punto proprio di fronte a me si è venuto a sedere un tipo magro, alto, nero che poteva anche essere Akan, ha slacciato uno zainetto e ha tirato fuori un confezione di tavernello rosso. Anche Akan avrebbe tirato fuori il tavernello al posto della coca cola se non avesse incontrato chi ha incontrato?

Alla fine mi sono stufata di fare la roma-naif e sono andata a vedermi un film e quando è finito il film sono andata alla toilette e alla toilette c’era una vecchia signora con collane e orecchini e anelli che tintinnava tutta che mi ha abbordato così: oggi c’abbiamo il problema delle razze! E mi si è incollata addosso fino alla fermata dell’autobus malgrado a tratti camminassi veloce. Diciamo che funzionava così: lei sputava fuori una fila di frasi che pareva di ascoltare Emilio Fede e io acceleravo il passo, poi stava zitta per un minuto, mi faceva pena e rallentavo, allora lei riprendeva fiato e continuava a rifilarmi perle televisive, e io di nuovo m’incazzavo e volevo seminarla.

Un ambasciatore e il suo autista. L’ambasciatore ha avuto la precedenza rispetto agli altri pazienti per un piccolo intervento , l’ho sentito con le mie orecchie: l’ambasciatore deve essere il primo, l’autista è rimasto ad aspettarlo in macchina. L’ambasciatore era vestito con maglietta e pantaloni molto sgualciti e aveva tra le mani un cappello con un bordo di pelliccia spelacchiata che piegava e spiegava di continuo, l’autista indossava un completo nero, ben stirato. Così mi sono detta – per spegnere l’irritazione che saliva -: ma allora non è solo in Olanda che gli ambasciatori vanno in giro coi vestiti stropicciati, allora è una caratteristica degli ambasciatori!

Ah, e poi vedo le amiche. E da ieri sono cominciate le visite mediche che sarebbe impossibile o complicato farmi lassù nell’efficiente Nord.

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Da quando sono arrivata a Roma     20-10-2008  

Cioè da ieri, con un volo aereo un po’ movimentato, mi sono trasformata nel Bianconiglio.  Vorrei fermarmi un attimo, davvero, ma è tardi, è sempre più tardi e mica lo so se ce la faccio.

Categorie: Fatti italiani

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Quella volta che la miccia si spense     18-10-2008  

Enzo Nobile era nervoso.
Nervosissimo.
Si aggiustava e riaggiustava la lunga ciocca che copriva il diradamento sulla cima della testa.
Sua figlia era scoppiata a piangere appena era comparso all’asilo.
Con papà: no! Con papà: no! Strillava, fastidiosa come un trapano in un pomeriggio d’estate.
La maestra – una con il corpo a pera e lui aveva il disgusto per le pere, figuriamoci per una donna con quella forma – stava per telefonare a Silvana, la sua ex moglie. Proprio quella che nel primo anno di separazione lo ricattava con il ritornello: Ti faccio vedere mia figlia solo se mi paghi una bolletta o mi regali questo.

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Categorie: Racconti in rete

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Domani ad Amsterdam Carlo Cannella presenterà Tutto deve crollare per Vibrisse Libri.
Io ci andrò con una delle mie migliori amiche che tra un po’ atterrerà a Schiphol. E speriamo che non piova ché voglio portarla a guardare il mare.

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Il Signor Uh (3)     15-10-2008  

Il Signor Uh lavora in una ditta di autoricambi all’ingrosso da quando aveva quindici anni.
Fu assunto quando c’era ancora il vecchio, Romolo Baldini, il fondatore, ora il capo è suo nipote Luigi che ha allargato l’attività aprendo un negozio nella stessa strada del magazzino. Un bel negozio di duecento metri quadrati, con i banconi di legno vero, le scaffalature in ordine, i cassetti con le etichette e i computer. Il vecchio è restato fino a quando un ictus l’ha atterrato nel reparto dei motorini d’avviamento.
Enrico Baldini, invece, figlio di Romolo e padre di Luigi, era considerato un incapace.
Sei un mollusco, diceva certe sere il vecchio al figlio dopo la chiusura. Enrico alzava le spalle e non rispondeva, ma quando passava accanto al signor Uh, che aveva il compito d’inserire l’allarme, gli sussurrava: tanto prima o poi crepa. Ma poi è stato Enrico ad andarsene per primo, in un incidente con la moto sulla Pontina. Il vecchio, che allora non era vecchio, ha cominciato a portarsi il nipote con sé, a insegnargli a distinguere le marmitte, le candele e i trucchi per fregare la finanza, a ripetergli fino allo sfinimento che quella ditta l’aveva tirata su scorticandosi le dita nelle discariche a caccia di accessori d’auto ancora utilizzabili, e che non poteva andare in malora, ché era la missione della famiglia nel mondo, quella ditta.
Gli impiegati dicevano che la passione per il lavoro da trasmettere al nipote l’aveva salvato dal dolore per la perdita del figlio. Il signor Uh non ha un’opinione al riguardo, né sentimenti di simpatia o antipatia per i suoi padroni, vivi o morti che siano. Ai padroni bisogna dire di sì, fintanto che pagano lo stipendio.

Il signor Uh ha sempre lavorato nel magazzino. Non ne è ufficialmente il capo perché non è rapido con i conti e non è in grado di usare il computer. Ma lui è la memoria della ditta e della dislocazione delle merci. Se manca la corrente o i computer vanno in tilt tutto si ferma, solo il signor Uh può continuare a lavorare. Una volta ci fu un guasto alla centralina elettrica che durò ore e proprio quel giorno il signor Uh, che non si ammala mai, era a casa per un’intossicazione alimentare dovuta a un paio di bistecche avariate cucinate dalla madre.
In quell’occasione, il padrone spedì un dipendente a prenderlo con la macchina. Avvolto in una sciarpa e in un cappotto che puzzava di naftalina il signor Uh, che indossa tutt’al più un giubbotto in inverno perché non sopporta il peso della stoffa addosso, si muoveva tra gli scaffali, con il padrone al fianco, due impiegati con le torce, seguito dai magazzinieri in fila come soldati.
Sembravano un piccolo esercito dietro al re. Il re era lui, il signor Uh.
Quando tutta la merce fu trovata, imballata e pronta per la consegna il signor Uh tornò a casa in taxi perché il collega non poteva portarlo e il padrone si dimenticò di rimborsargli la corsa. Il signor Uh non ci dormì per una settimana e ancora oggi, se ripensa alla faccenda del taxi, un fastidio gli si apre dentro.
Il Signor Uh non ha la patente. Non ha potuto dare l’esame perché la testa gli gira se sta dietro a un un volante.
Il Signor Uh è convinto che un certo problema suo, di cui solo una persona forse sospetta, derivi proprio dalla sua incapacità di guidare la macchina.

Categorie: Appunti sul Signor Uh

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Le streghe son tornate     13-10-2008  

Stamattina W. si è svegliata americana, o meglio gli americani si sono manifestati in anticipo rispetto al passato, grazie anche al vivaio che si è accorto di quanto poteva spremerli e ha allestito un intero padiglione con zucche di tutte le dimensioni, coltelli speciali per svuotarle, parrucche, lanterne e bombolette per tingersi i capelli. La scuola sta predisponendo la mappa delle case che distribuiranno dolci e ha già organizzato la spirit week, durante la quale si andrà mascherati da “time- travel” , e questo tema non so proprio come interpretarlo, da super eroi, in pigiama, fino all’ultimo giorno quando si indosseranno i costumi di Halloween. Ma le streghe alle finestre o i gruppi di zucche davanti alla porte d’ingresso sono nulla rispetto a quello che apparirà l’ultima settimana di ottobre quando i giardini si trasformeranno in luoghi lugubri e dai rami degli alberi oscilleranno pupazzi orripilanti.
Intanto io sogno di incantare una zucca con cui sfrecciare davanti alla caserma della polizia: raggiungetemi se ci riuscite! E i poliziotti, lo so, perderebbero un mucchio di tempo a discutere sul mezzo di trasporto più adatto all’inseguimento di una zucca: Si va a cavallo? No, meglio in bici! Colleghi: qui ci vuole il motorino! Niente discussioni: Prendiamo i roller! E perché non il monopattino? E passerebbero da un mezzo all’altro scontrandosi a vicenda senza spostarsi di un passo, mentre io mi sarò già dileguata nella nebbia.

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Io non so se ho imparato a guardare     09-10-2008  

- Arrivammo a Lucerna, e mi condussero in una barca sul lago. Io sentivo com’era bello, ma intanto ero pieno di tristezza, – disse il principe.
Perché? – domandò Aleksandra
Non lo so. Provo sempre tristezza e inquietudine nel guardare per la prima volta una natura come quella; mi sento bene, eppure sono inquieto; del resto, ero ancora malato.
- Ah no, io ho una gran voglia di vederle queste cose, – disse Adelaida. – E ancora non so quando potremo andare all’estero! Io, vedete, sono già due anni che non posso trovare il soggetto di un quadro:
L’oriente e il Mezzodì da un pezzo sono descritti…
Trovatemi il soggetto di un quadro, principe!
- In questo io non ci capisco niente. Mi pare che basti guardare e dipingere.
- Io non so guardare.
Ma perché parlate a indovinelli? Non capisco nulla! – interruppe la generalessa: – che cosa vuol dire: “non so guardare”? Hai gli occhi: guarda. Se non sai guardare qui, anche all’estero non imparerai. Raccontaci piuttosto come guardavate voi, principe.
Sì, sarà meglio, soggiunse Adelaida. – Il principe, lui, all’estero ha imparato a guardare.
- Non so; là mi sono rimesso in salute; non so se ho imparato a guardare. Ero quasi sempre felice però.
- Felice? Voi sapete essere felice? – esclamò Aglaja: – come mai allora dite di non aver imparato a guardare? Insegnerete anche a noi.

Questo scambio tra il principe Myskin, la generalessa Epancina e le sue figlie, che trovo bellissimo, mi ha generato un conflitto: non riuscivo a prendere una posizione, anche se l’espressione “prendere una posizione” è sbagliata perché la generalessa, il principe e le figlie si parlano ma da gradini diversi, come se ognuno di loro ascolti e capisca solo in parte quello che dicono gli altri e dia risposte coerenti in base a questo suo sentire a metà.
Comunque, ha ragione la generalessa quando afferma che se non sai guardare nel tuo Paese (o aggiungo io: dentro te stesso) non sarai in grado di guardare neanche altrove.
Ma mi riconosco anche nel pensiero di Adelaida: se vivi in un luogo che ti è sconosciuto (ma anche ostile) non perdi nemmeno un dettaglio. E in Aglaja: si può essere felici senza saper guardare?
Ma alla fine è al principe Myskin a cui mi sento più vicina, quando dice: non so se ho imparato a guardare.

Brano tratto da L’idiota

Categorie: Libri

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