La discussione della notte si svolge al telefono, con Fran, e riguarda l’orario.
Posso prendere il taxi?
Il taxi, ma basta con ‘sto taxi è un’usanza d’olanda, questa, qui siamo a roma e si va con l’autobus e a piedi!
ma faccio a mezzi con Andrea,
ma no,
ma questa è l’ultima sera perché,
che noia questa storia delle ultime, a che ora torna Edoardo?
Quando gli pare!
Seee e come?
Con la macchinetta. Lui c’ha la macchinetta.
Ma com’è fatta ‘sta macchinetta? Alcuni ce l’hanno, altri la vorrebbero, sulla rete non ne ho mai letto nulla e per le strade non la vedo o forse l’ho vista e non ci ho fatto caso.
Per esempio oggi osservavo un paio di becchini svestirsi dei loro abiti: via la giacca nera, via la cravatta improbabile, via la faccia da manichino, e quando erano due qualunque sono saliti su una scappottabile bianca.
I becchini c’hanno la mercedes scappottabile, ho detto.
Ma no, zia. Mi ha corretto mia nipote. E’ una peugeot: c’è il leone.
Mentre fissavo il leone che rimpiccioliva, mi è venuto in mente che i becchini vestono come gli agenti immobiliari, ma con colori più netti, senza sfumature.
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Un ragazzo, un africano, con una paio di pantaloni blu un po’ rigidi per la vernice che si è seccata sulla stoffa e una maglietta bianca anche questa schizzata di vernice e di polvere, chiede un caffè e un gratta e vinci da cinque.
La tabaccaia, una donna di una discreta età con i capelli in piega di un biondo non vistoso, risponde: non ce l’ho da cinque, ho quelli da dieci però.
Allora solo il caffè, dice il ragazzo.
Prendilo da dieci, dice la donna con un sorriso malizioso e glielo porge, sfumando il sorriso. La prossima volta non lo compri, aggiunge con lo sguardo serio.
Il ragazzo fissa per qualche istante il pezzetto di carta, poi sfila la mano dalla tasca, la solleva davanti alla donna, come per dire: basta così. Solo il caffè, ripete.
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Ritorno dalla mia isola preferita e scopro che il gatto è scomparso. Da una settimana, dice la mia amica che il pomeriggio veniva a dargli da mangiare e a innaffiare le piante. Non ti ho chiamato perché che cosa avresti potuto fare da lì?
E’ vero non avrei potuto fare nulla.
E così suono ai citofoni degli ultimi piani dei palazzi adiacenti, chiedendo: scusate avete visto per caso un gatto? Ma nessuno l’ha visto. Hanno visto la gatta della vicina, di cui mi forniscono una descrizione dettagliata. Talmente dettagliata che mi sbigottisce un po’: sembrano tutti così distratti e invece.
Arrivo all’ultimo palazzo, sto dicendo al citofono a una donna: è identico a Gatto Silvestro, sa quel personaggio dei cartoni …quando sento un miagolio nervoso da sotto una macchina e poi compare lui, Silvestro. L’abbiamo portato al ps vet e pare che se la caverà. Certo, ci hanno detto, se è sopravvissuto una settimana dopo essere volato giù: che gatto!
Ma io non ci credo che sia caduto. Deve essere sceso in qualche altro modo e poi una macchina deve averlo investito. Come si può sopravvivere cadendo da un’altezza simile. O forse è atterrato sull’albero. Chi lo sa com’è andata. Domani lo porto da un altro vet.
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Il topo l’abbiamo visto lunedì notte, Fran e io. Grigio e grasso, il pelo stropicciato, dimenava un poco la coda, la testa incastrata nella fessura di una finestra di una cantina, il corpo sull’intelaiatura che dà sulla strada.
Martedì l’ho rimosso, ma mercoledì mattina l’ho notato di nuovo, la coda ormai immobile e presumibilmente rigida, ho citofonato a un paio di cognomi del portone vicino alla finestra, ma non mi ha risposto nessuno. Alla fine ho letto la targhetta di un ufficio: No Panic, e ho spinto quel pulsante lì, ma c’era solo la segretaria che non sapeva nulla delle cantine.
Ma quando arrivano loro lo sanno di sicuro, loro conoscono tutti, mi ha detto con l’espressione competente.
Glielo dici.
Certamente.
Ha risposto proprio così: certamente. E suonava un po’ finta come parola, pronunciata da lei. Difatti non glielo ha riferito, a loro, e alle tre il topo era ancora lì. Ho citofonato ancora. Ha risposto una donna anziana, un po’ sorda. Dopo aver urlato che c’era un topo stecchito in principio di putrefazione, mi ha risposto, anche lei urlando, che non apre mai a nessuno.
Poi ho parlato con una ragazza, una babysitter, ha detto.
Informerò la signora appena arriva.
Ma poco prima di mezzanotte il topo era ancora lì: pareva uno di quei palloncini che pian pian si sgonfiano.
C’era un ragazzo che stava uscendo dal portone e quando ha notato il mio cane ha avuto un sussulto.
Ho accorciato il guinzaglio.
E’ un cucciolo, mi ha chiesto.
Sì, ha quattro mesi e mezzo.
Ah, allora.
E quasi stava per fargli una carezza.
Abiti qui, gli ho domandato. Perché c’è un topo morto lì, vedi.
Si è avvicinato alla finestra perché nella semioscurità non si vedeva bene.
Che schifo! Ha detto.
T’informi di chi è quella cantina? Bisogna assolutamente toglierlo da lì.
Ha risposto che avrebbe contattato l’amministratore, che era pericoloso, con questo caldo, tenere quella roba marcia a portata dei gatti.
Ma oggi il topo c’era ancora. Siccome nel frattempo avevo conosciuto uno spazzino, per il fatto del cane perché lo spazzino ne ha due e i proprietari dei cani si parlano sempre, sono andata a chiamarlo.
Non sarebbe di mia competenza, ha detto, ma lo tolgo.
E mi è venuto dietro con scopa e paletta. Anche un altro tipo ci ha seguito, un tipo che era amico del netturbino, per vedere il topo morto.
Non è di mia competenza, ha detto dopo averlo osservato ben bene.
La testa sta all’interno della cantina e il corpo sul bordo della finestra. Nessuna parte del topo tocca la strada. E poi è incastrato.Lo deve togliere il proprietario.
A quel punto il tipo che era venuto con noi si è messo a ridere e ha cominciato a fargli le battute oscene.
Alle cinque di oggi pomeriggio il topo era ancora più esile e disgustoso. Una manciata di mosche gli ronzava intorno. Ho chiamato il Comune, gli ho spiegato la storia, mi hanno consigliato di chiamare l’Ama.
Ma con l’Ama ci ho parlato stamattina!
E chi altro può chiamare. I vigili urbani: no. Quelli del fuoco nemmeno. Non c’è un pericolo imminente. Non le resta che riprovarci con l’Ama.
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Qual è il primo oggetto che mi è saltato agli occhi osservando la scrivania di una donnina magra con due occhi enormi,ingigantiti, credo, dalle lenti e impiegata del Comune di Roma? Oggetto che appena l’ho identificato mi ha fatto sobbalzare perché anche la donnona dagli occhi azzurro-acqua piccoli e rotondi impiegata del Comune di W. lo possiede.
Qual è?
E’ una manina! La manina su cui entrambe tengono il cellulare mentre rispondono al pubblico.
Poi mentre tornavo dentro un locale, in cui prima c’era una lavanderia, ho visto un Budda alto più di tre metri e tutt’intorno decine e decine di lumini rossi accesi.
E dopo un po’ una slava infilata a metà in un cassonetto che tentava di pescare vestiti.
Non sono una zingara, mi ha detto. Sembro ma non lo sono.
Anche se io non le avevo chiesto nulla. Le avevo detto, invece, che avevo un po’ di vestiti da regalare.
Sono della mia taglia, mi ha chiesto.
No, più piccoli.
E allora non li prendo.
Ma puoi venderli, no?
Tanto non me li comprerebbero, pensano che sono una zingara e non si avvicinano.
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I miei amici si stanno sparando una settimana a Gerba. Io invece no. Mi piacerebbe, eh, ma c’ho i lavori da fare.
Chi mi parla è un tipo un po’ viscido, belloccio, uno che sembra saltato fuori dal grande fratello, ma presto mi abituerò al “passaggio”e la sensazione di avere davanti a me un personaggio che sbuca dallo schermo scomparirà, lo so.
Io mi sono fatto da solo, ho cominciato con poco, ho lavorato come un matto, e adesso a trent’anni lavoro tanto uguale, però c’ho la tranquillità economica, dice.
Dopo questa premessa mi aspetto qualche commento sulla sicurezza che non c’è, sulla paura di girare per le strade, di frequentare certi locali perché questo tipo qui, oltre ad essere un ipotetico personaggio di un reality, sembra la fotocopia di un altro che ho conosciuto all’aeroporto.
Ma sono tutti uguali, mi chiedo, sono tutti uguali sia nei discorsi che nelle facce? Il tipo dell’aeroporto a un certo punto si è sbottonato e si è messo a dire che dovrebbero spedirli in galera o a casa, quelli che vengono a rubarci il pane dalla bocca.
E anche questo tipo qui, il sosia di quello dell’aeroporto e di un personaggio del reality, attacca a parlare di emigranti: “che poi in Italia sono diventati tutti razzisti, ma non hanno capito niente, gli emigranti non rubano il lavoro a nessuno, sono loro, gli italiani, che certi lavori non li vogliono fare perché s’impolverano le mani, e sudano, e faticano troppo. Io ho avuto gente di tutti i paesi e mai un italiano, l’unica italiana è stata la segretaria, ha finito il periodo di prova e subito si è ammalata, e ancora deve tornare. Loro invece lavorano. Lui è moldavo e lui è del Bangladesh, ma prima di venire qui ha lavorato in Egitto, in Grecia, a Dubai e in un sacco di altri posti”.
Ho scritto un romanzo su tre emigranti, dico io a un certo punto, dove c’è un pezzo in cui descrivo l’arrivo di uno dei tre in Sicilia, con una barca.
Loro sono venuti con le barche, tutti e due. Ehi, Sa’id racconta come sei arrivato in Italia.
Sono partito dalla Libia e poi mancava l’acqua.
Ancora non parla bene l’italiano, ma sta imparando in fretta.
E questo sosia del tipo dell’aeroporto e di un mucchio di altri e che però ragiona diverso, mi sembra simile alla faccenda delle cacche dei cani. Nel quartiere in cui abito ci sono delle strade che sono bombardate, e vedo certe poverette costrette a sollevare i passeggini per dei lunghi tratti, ma stasera sono stata in un giardino che si trova a duecento metri da queste strade qui, e in questo giardino c’è un recinto con un cancelletto dove puoi lasciare il cane libero e ci sono delle panchine, un tubo di gomma che riempie d’acqua un recipiente per far bere i cani, e una paletta, una scopa, un secchio e un cartello su cui c’è scritto di mantenerlo pulito, questo posto, e i padroni dei cani che erano lì stasera, io li avevo già visti sulle strade del quartiere: fissavano il nulla pensierosi, mentre i loro cani facevano quello che dovevano fare, e poi se ne andavano via sempre distratti, e invece stasera in questo giardino qui scattavano come molle dalla panchina se i loro cani facevano quello che dovevano fare.
Era il cartello a fare la differenza? Ma dai io non ci credo!
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Cammino schivando cartacce, resti di cibo e cacche di cane e intanto ascolto pezzi di conversazione che mi lasciano allibita.
C’erano due tipi poco fa, sui quaranta, che chiacchieravano davanti a un’edicola, un po’ annoiati.
Forse verrà usato l’esercito nelle città, diceva uno.
Ma tu ci credi davvero a ’sta cosa? Diceva l’altro.
E dopo una pausa: vedrai che si limiteranno a mandare qualche pattuglia al centro. E le bestie rimarrano a fare il loro comodo come al solito. Poi ha aggiunto qualcosa che non ho capito bene, ma che mi ha fatto una certa impressione. Forse per il tono. Sì, credo che sia stato quello a impressionarmi.
Era un tono rabbioso, trattenuto, il tono che ha uno che si sta preparando a darti un sacco di botte.
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Domani Paolo Nori sarà alla Bonardi, e io volevo far leggere a Emme il suo ultimo libro, l’ho cercato per quasi un’ora, da quando i libri sono in ordine non li trovo più, e comunque alla fine mi sono ricordata: l’ho lasciato a Roma.
La scuola é finita ieri e c’è una smobilitazione generale, trasferimenti per l’estate o definitivi, ragazze che piangono come fontane, le feste dell’ultima notte e adolescenti con il sacco a pelo sotto il braccio che rientrano a casa.
E di Fran ancora nessuna traccia.
Dalla prossima settimana W. sarà vuota, io parto domenica e ho ancora decine di cose da fare, e quelle sessanta magliette da stirare, ma forse posso farcela in un’ora. Nel frattempo ho trovato un cane, un barboncino bianco minuscolo e spaventato, ho suonato a un po’ di campanelli, ma nessuno lo conosce, e allora aspetto che il vet apra e mi dica a chi appartiene.
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I vestiti. Nulla di nuovo, dunque. Dai vestiti puoi dire se sono studenti della scuola internazionale, dell’olandese o dell’americana. Poi ci sono i ragazzi della british, con le loro felpe azzurre, i pantaloni neri e le scarpe da prete.
Sono olandesi dell’olandese i tre che pedalano sulla strada principale di W. Per i vestiti: stropicciati e indossati con lo scopo di coprire, ma anche per le biciclette: enormi e arrugginite.
Poi uno frena, urla qualcosa agli altri due che inchiodano con una prontezza da atleti di circo, prima c’era il movimento e all’improvviso non c’è più.
Il tipo lascia cadere la bici sul marciapiede e mi fissa.
Pare proprio che stia aspettando me. E che vuole? Nemmeno sto fumando. Gli altri due parlano e ridono e ogni tanto gettano un’occhiata all’amico e a me.
La strada è deserta, sono passate le dieci, ma c’è ancora luce. Vogliono rubarmi qualcosa?
Seeee. In tre minuti atterrerebbe un elicottero.
Stai in fila tra i carri armati che rientrano da un’esercitazione, nel paese di W., e nessuno commette furti.
Il cane annusa l’aria, nota i tre e accelera per raggiungerli.
Intanto il ragazzo continua ad aspettare .
Ma aspetta che?
Ha i capelli a gradini, immobilizzati dal gel. Un po’ europeo, un po’ asiatico: praticamente un elfo sia nel fisico che nella faccia.
Quando lo supero mi parla.
Non rispondo e faccio un altro passo.
Mi tocca con due dita un braccio (oh, ma che vuole?) e ripete la frase.
Ma che vuoi? Io non ti capisco!
Allora mi dice in inglese: posso accarezzare il cane?
Categorie: Con quella faccia un po così
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Un paio d’ore fa alle casse prima, al parcheggio del supermercato poi, erano tutti lì a comprare e a caricare enormi quantità di birra nelle macchine, e mi è parso strano quell’acquisto di massa, mica c’erano sconti speciali, poi ho avuto l’illuminazione: erano le birre da consumare durante la partita.
Le pizze stanno cuocendo e io incrocio le dita, che Lo ha invitato un suo amico scozzese, veramente sarebbe per metà olandese, ma lui sostiene di avere più il sangue della Scozia che dell’Olanda, tranne oggi, oggi é tutto arancione, dentro e fuori.
Spero ardentemente che la Rai non decida di oscurare la partita, altre volte l’ha fatto, ché altrimenti mi tocca portarli nel bar della piazza.
Categorie: Roba d'Olanda
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