Ieri Lo doveva tenere uno speech di due minuti esatti.
Il discorso a tempo è un esercizio che si fa spesso nella scuola americana, si scrive un pezzo su un certo argomento, poi, con il cronometro in funzione, si legge o si ripete a memoria.
Il discorso che si era preparato riguardava la cana e lo aveva alle dieci e un quarto e così, qualche minuto prima, ho spinto preoccupata la porta d’ingresso della scuola insieme a una cana super eccitata.
E mi sono sentita come quando facevo questo gioco, anche se è stato molto più faticoso.
Intanto quando ho fatto il secondo passo nell’ingresso sono stata bloccata da tre guardiani, allarmatissimi. Per fortuna Lo è comparso poco dopo, ma la cana già si era innervosita per la concitazione.
E’ tutto a posto, ho l’autorizzazione della direttrice, ha detto.
E’ tutto a posto, ho detto alla cana, tranquilla.
La cana si è fidata, i guardiani invece no e hanno telefonato per verificare. I guardiani della scuola sono alti due metri e indossano una divisa e fanno una certa impressione, però poi vedendoli tutti i giorni si sono sovrapposti, nella mia testa, ai bidelli del mio tempo e della mia scuola. L’anno scorso ne è scomparso uno durante le vacanze di pasqua, il più giovane e il più gigante, si è immerso nel mare della Scozia e non è più risalito, e ogni tanto ci penso alla sua faccia, al modo come portava il giubbotto, ma sto deviando verso una strada verso cui non voglio andare e riprendo il punto, che è il superamento del secondo ostacolo. Il secondo ostacolo era la pausa della high school e questo significa che c’erano ragazze tra i quattordici e i diciotto ovunque. E tutte (tutte!) che si fermavano ad accarezzarla, a dirle una parolina con un tono per lei irresistibile, che moltiplicato per cento fa cento paroline e la cana ad ognuna mostrava il suo gradimento schiantandosi sul pavimento a pancia in su. Intanto Lo mi sollecitava: andiamo, andiamo, mi stanno aspettando!
La soluzione sarebbe stata prenderla in braccio, ma ventidue chili di cana agitata erano impossibili da reggere. Sembrava che ce l’avessimo fatta a uscire dall’assalto e invece non era ancora finita, c’era la terza prova. Perché dovevamo salire una rampa di scale con i gradini da cui si vede sotto e lì si è distesa a tappeto e pareva che non ci fosse proprio nulla da fare, e per giunta si è aperta una porta e sono uscite altre ragazze, e mi sono detta: adesso restiamo qui per sempre e invece è suonata la campanella, e sono sparite tutte in pochi secondi e la cana si è tirata su, sorpresa per quel trillo che non cessava e per le ragazze che se ne andavano senza notarla e allora ho approfittato di quell’attimo di sbalordimento per incitarla e siamo saliti.
E finalmente la mia missione si è conclusa, l’ho consegnata a Lo, e ho aspettato nel corridoio che facesse il suo discorso. Che è andato bene, due minuti e solo un secondo in più.
Abbonato causa disturbo cana.
Il titolo è preso da un romanzo di Richard Yates
Categorie: Questioni di famiglia
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Io seduta su una poltroncina, lui su una sedia con le rotelle, Fran sulla poltrona reclinabile.
Lui è il capo, l’odontotecnico capo, quello che comanda le donne tutte uguali che Lo chiama replicanti. Capello precocemente bianco, lungo, incollato compatto alle pareti del cranio con una sostanza che non sembra sia gel (ma se non è gel che cos’è?).
E così l’assicurazione mi ha detto che non rimborserà più nulla perché è troppo tempo che il ragazzo, che sarebbe Fran lì disteso, è in cura da voi. Vogliono una dichiarazione da parte vostra.
Una dichiarazione? Dice lui, sollevando le sopracciglia ma non la testa. Che compagnia è?
Gli scandisco il nome.
Ah, ma se è una compagnia olandese non può volere una dichiarazione, è sufficiente la fattura.
E invece vogliono un pezzo di carta scritto dal responsabile che dichiara che mio figlio deve proseguire le cure.
E’ inutile.
Poi si concentra sui denti di Fran, corsetta sulla sedia con le rotelle verso il computer dove digita freneticamente, di nuovo corsetta sulla sedia mobile, un’altra occhiata ai denti di Fran, e potrebbe proseguire per sempre così. Io osservo i suoi piedi che pestano il pavimento, che sono di una piccolezza impressionante.
Rimango seduta sulla poltroncina, faccio scorrere velocemente le pagine del libro che mi sono portata e penso: mi arrabbio? Ma è già capitata altre volte, una situazione simile, e il fatto stesso che mi stia ponendo questa domanda sta a significare che non mi arrabbierò veramente. E’ inutile.
Deve mettere un altro apparecchio, dice lui.
Un altro? Ancora? Ma due anni fa avevate detto che bastava solo il filo di mantenimento e me lo avete fatto buttare.
E invece lo deve rimettere. Uno nuovo.
E la dichiarazione?
La dichiarazione non serve. Perché devo fare una cosa inutile?
Perché altrimenti non me lo rimborsano!
Basta la fattura.
Una volta avrei contato fino a dieci. Ora non più. Ho un muro che arriva fino al cielo, lì davanti a me, lo so.
Categorie: sanità dutch
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Lei è ancora normale, ma appena invecchia diventerà come le altre: una replicante.
Così Lo a proposito della nuova odontotecnica del centro dove va ogni due mesi per cambiarsi il filo dell’apparecchio.
E’ interessante l’abbinamento di normalità e differenza, considerata anche la sua giovane età. Prima o poi dovrò scriverci una storia su questo centro, di fantascienza, ovvio.
Categorie: dello scrivere, sanità dutch
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Orchidee bianche, orchidee bianche, ancora orchidee e sempre bianche e vasi colorati o sui toni del marrone, nero, panna, sobri o bizzarri e infine, inaspettata, la testa di un Buddha. Anzi, quella testa di Buddha, enorme, e infatti il davanzale su cui poggia non è un davanzale è una piattaforma, e la guardo e la riguardo e mi convinco che è proprio lei, quella che era esposta in una vetrina di un negozio dell’Aja un po’ di tempo fa e che piaceva a Emme. Che dici la compro? Se ti piace, perché no? Perché magari mi stufo. E allora ce la vendiamo, o la collochiamo in soffitta: un capoccione che controlla la casa dà sicurezza, no? Oppure lo regaliamo. Ma dai! Chi si mette una scultura così, in casa. Facciamo decidere alla moneta. Testa la prendiamo, croce la lasciamo.
Ah, ma glielo devo raccontare che l’ho ritrovata, quando torna glielo dico. Che poi questi davanzali sono tutti uguali, mica sei in grado di capire se ci abita un americano, un olandese o uno del resto del mondo. Puoi riconoscere quando ci vive un anziano, però. Lo sai dalla forma dei vasi e dal fatto che non ci sono orchidee bianche e perché spesso sono in giardino a raccogliere le foglie o a potare le piante.
A settembre sono stata invitata per un caffè da una cinese, che si era trasferita qui da poco, e prima aveva sempre vissuto in Cina, e insomma ero curiosissima di vedere la sua casa, perché non era ancora contaminata da una vita di expat e invece non aveva nulla di speciale, c’erano i soliti mobili ikea come in tutte le altre, e sul davanzale: tre orchidee gialle screziate di amaranto. Ma glielo dico che l’ho vista quella testa, poi glielo dico e alle sette e mezza di mattina è buio come se fosse mezzanotte e nella sala comune dell’ospizio c’è la luce accesa e si può fare l’inventario di quello che c’è dentro: un distributore di bibite e merendine, due bollitori dell’acqua, divani e poltrone da sala d’aspetto di un dentista, un bancone che sembra quello di un albergo, ma senza il portiere e senza gli anziani. E di nuovo la testa del Buddha, ma oggi glielo racconto, eh, chissà chi l’ha comprata, chissà chi ci vive là. Me ne sono dimenticata ancora, ma che è quel corteo sulla pista ciclabile? Ah, sono i volontari che vanno a prendere gli anziani che non possono camminare, li portano a farsi un giro sulle sedie a rotelle, ma perché indossano le giacchette fosforescenti se c’è la luce? Ah, ma stavolta glielo dico e invece no. Ma sei italiana? Sì, anche tu? (che domanda idiota, ci stiamo parlando in italiano.) Sì. Ah, e oltre ai cani, hai anche figli? Sì! Vanno all’americana? Sì, pure i tuoi? Sì, ma com’è che non ci siamo mai incontrate prima? Forse perché io… La testa del Buddha, eccola. Ma non la spolverano mai? Perché non vedo mai nessuno che la spolvera? Perché non vedo mai nessuno al di là dei davanzali? Io se avessi un soggiorno che dà sulla strada principale ci starei a guardare chi passa, qualche volta. La testa del Buddha, eccola, ma cosa ha stamattina? Pare che abbia cambiato espressione. No, anzi l’ha perduta, l’espressione: non c’è più il naso.
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Certe notti incontro un uomo che pare uscito da un fumetto in bianco e nero. Un paio di volte l’ho incrociato pure la mattina, e ho avuto la stessa sensazione, forse perché non c’era il sole e quando non c’è il sole i colori girano verso i toni del grigio, e persino i prati perdono la loro brillantezza.
Certe notti penso di passeggiare nell’unico posto dove vorrei passeggiare.
Facevo per l’appunto questa considerazione ieri, mentre la cana scrutava circospetta i rami di un salice, quando ho visto qualcuno parcheggiare la macchina dove non la parcheggia nessuno, vicino alla rotatoria. Lo sportello della macchina è stato aperto ed è comparsa una gamba di circa centocinquanta centimetri e subito dopo, con un balzo, è comparso lui: l’uomo-stecco. Pantaloni neri, cappottino sottile, aderente e nero, valigetta da medico di un tempo, cranio quasi calvo, occhialini d’argento. Ha sollevato il portabagagli e sono saltati fuori i suoi tre cani. Per questo l’ho notato al principio perché sono della stessa razza della mia. Di lui so che non li porta mai al guinzaglio, i suoi cani, che non è mai senza di loro, e lascia W. al mattino prestissimo, e ritorna poco dopo le dieci, ma ieri era quasi mezzanotte. Un orario insolito per un olandese, che sia olandese lo so perché è la lingua con cui si rivolge ai cani e inoltre non va mai a passeggio per W., va sempre via in macchina, mai in bici, e sempre con il suo bauletto rigido. E ha dei baffetti da tricheco. Sì, potrebbe anche essere un personaggio di una storia di Dahl. Però la cosa che mi incuriosisce di più e che l’uomo-stecco non mi parla mai, benché sostiamo almeno cinque minuti uno di fronte all’altra, e benché io dica qualche frase in inglese. Non capisce questa lingua? Ah, questo è impossibile in Olanda e nel paese di W.! e comunque questo suo persistente mutismo è decisamente insolito perché da quando ho la cana, cioè dal due aprile, so che i proprietari dei cani si parlano, sempre, persino in Olanda. Ieri, però, l’uomo- stecco mi ha sorpreso perché ha domandato alla cana in inglese: tutto bene? E io avrei voluto non rispondere, ma poi non ce l’ho fatta, e ho tentato la battuta: capisce solo l’italiano! E lui zitto e serio, ha richiamato uno per uno i suoi cani, come se lo avessi insultato, e ha attraversato velocemente la strada. E in dieci passi ha raggiunto la porta della casa d’angolo della strada che taglia W., non c’era luce alla finestra del soggiorno, dunque è probabile che ci viva solo, ho aspettato un po’, ma nessuna finestra si è illuminata perché l’uomo- stecco nella sua casa si muove al buio.
Categorie: Roba d'Olanda
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Seguo la diretta della manifestazione a Roma, e proprio in questi giorni stanno arrivando le prime risposte dalle università inglesi a cui Fran ha presentato la domanda per l’anno prossimo. Una gli ha risposto che l’accetta, un’altra che sono già esauriti i posti disponibili, una terza, quella a cui teneva di più, l’unica a cui tenevamo suo padre e io, l’ha chiamato per un colloquio di tre giorni a metà dicembre. Gli faranno domande sulla chimica, (l’unica materia che quando la studia non se ne accorge, dice,) ma non solo, come se si trattasse di un colloquio di lavoro.
C’è sempre Roma, ripeto sempre meno convinta, ma lui ormai non mi ascolta più.
Prima, quando ancora se ne discuteva, mi ribatteva: Ci sono i laboratori per gli esperimenti? Ti seguono durante il corso degli studi? Ti mandano nelle fabbriche a fare pratica? E quando hai finito ti aiutano a trovare un lavoro?
No, però la preparazione complessiva è migliore, rispondevo io, una volta.
Poi ieri sera suo padre gli ha prenotato il volo per l’Inghilterra, e io spero che ce la fa.
Sempre a proposito di università ma non solo, leggetevi questa lucidissima analisi di Sergio Bologna perché ne vale la pena.
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Il signor Uh è innamorato dell’inquilina del terzo piano. E’ innamorato di lei, coscientemente, da quando gli parlò tre anni fa. Era vedova da poco quando lo fermò sulle scale (il signor Uh non usa mai l’ascensore) e disse una frase sul tempo e lui rispose: è vero, poi lei mise su un’altra faccia e il Signor Uh fece un passo indietro, sbalordito.
Lei allora disse: faccio paura, eh? E scoppiò a piangere.
Il Signor Uh avrebbe voluto confortarla, avvicinarsi, allungare un braccio e farle una carezza, come si fa nei film e come si dovrebbe fare, invece rimase pietrificato, con le dita che pizzicavano la fodera delle tasche.
Alla fine lei si soffiò il naso, ecco che cos’altro avrebbe potuto fare: offrirle un fazzoletto! e disse: ti confido un segreto, ma non lo raccontare a nessuno, per carità!
E il signor Uh giurò con la mano destra sul cuore, senza pronunciare parole, ché in certi casi le parole ci stanno male.
Ecco, proseguì la signora Isabella, si tratta di mia figlia. Ha l’anoressia, quella cosa che vuoi essere magra e non mangi, e da quando il padre è morto è peggiorata. Oltre a non volere il cibo, non vuole più incontrare la gente. Non vuole che io esca di casa. Non può venirci a fare visita nessuno. La lavastoviglie è rotta e mi ha proibito di chiamare il tecnico per ripararla. Posso uscire solo per pagare le bollette alla posta. E la notte insieme a lei. Tutte le notti camminiamo da mezzanotte alle tre. E ogni volta che vado a far la spesa mi fa una scenata e io non ce la faccio!
Il signor Uh avrebbe voluto dire: mi spiace, invece rimase imbambolato a fissarla.
Isabella ha i capelli corti e rossi e due occhi neri che si muovono di continuo e che vedono più degli occhi degli altri perché hanno poco tempo per guardare. Isabella è piccola di statura e magra ma ha un sedere rotondo, sporgente, e inaspettato per quel corpo, per lo meno lui ne rimase sorpreso quando lo ammirò la prima volta. Il Signor Uh quando pensa a Isabella certe volte ricorda i suoi occhi che guardano lui, le scale, la plafoniera sul soffitto, lo zerbino a rombi rossi e blu, l’ascensore, certe altre il suo sedere. Comunque quel giorno, quando finalmente riuscì a parlare, le disse: gliela faccio io, la spesa! Isabella rispose: grazie! E poi aggiunse: dammi del tu. E il signor Uh vorrebbe, vorrebbe davvero, ma non ce la fa. E così il martedì e il venerdì citofona alla signora Isabella, s’incontrano sul pianerottolo, lei gli dà i soldi per la volta successiva, lui le buste e il resto. Dopo lo scambio chiacchierano un po’, il Signor Uh è più tranquillo e gli fa le domande sulla salute della figlia e sulla sua, lei gli racconta della passeggiate notturne, del gelo mentre camminano o della paura di incontrare qualcuno, due paure diverse, quella della figlia e quella della madre, lui si offre di seguirle a distanza, lei ogni volta rifiuta con un sorriso che gli ruba un pezzetto di cuore.
Ormai non ce l’ho più il cuore, ce l’ha tutto lei e presto passerà agli altri organi, pensa il Signor Uh quando Isabella chiude la porta.
Questa sera, martedì dodici novembre, lei gli ha rubato un pezzetto di fegato.
Come sai, ho il permesso di parlare solo con te e con gli impiegati della posta, ma dalla scorsa settimana posso parlare anche con internet, ho il computer!
Internet? Ha ripetuto il signor Uh. Ma ci sono le robe scritte lì, mica si può parlare.
E invece sì, ha risposto Isabella. Si può parlare e anche scrivere e si conosce un mucchio di gente che ti consola.
E Margherita glielo permette?
Sì. Mi collego la mattina e anche il pomeriggio, e certe notti dopo che torniamo dalla camminata. Sono libera!
Il signor Uh ha detto che era contento, anche se non lo era affatto. E dopo quando era nella sua stanza ha pensato che vorrebbe imparare ad usare internet per parlare con Isabella, poi ha aperto il libro di poesie di Lorca e ha copiato sul suo quaderno una poesia:
Non posso più essere contento,
per tutti i miei giorni devo portare
nella mia nostalgia la tua immagine.
son proprio tuo.
Categorie: Appunti sul Signor Uh
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Sembrava l’indovinello dell’attraversamento del fiume con la barca,quello dove si ha un lupo, una pecora e un cavolo da portare da una sponda all’altra. La barca certe volte diventava una canoa, mai una barca a vela perché altrimenti ci si cominciava a chiedere se il vento ci fosse o meno e ci si allontava dalla soluzione con le domande inutili.
Il vento era presente, invece, quando guardavo un uomo sui quaranta, biondo alto e massiccio, arruffato nella testa e negli abiti, e tre bambini piccoli e belli, che a ritrarli in una posizione casuale sarebbe venuta una foto artistica. E poi c’erano una macchina rossa e la mia cana che abbinate insieme fanno la ragione per cui ero lì a guardare, perché la cana s’immobilizza quando avvista auto rosse, e si irrita se sono sportive, ma quella che era parcheggiata a qualche metro da noi era lunga lunga, una di quelle che sei costretto ad avere quando hai figli in età da seggiolino. E mentre il vento faceva i vortici di foglie, e il cielo sopra di noi cambiava velocemente, quest’uomo era in notevole affanno: doveva raggiungere casa sua, spingere un cancelletto di legno, percorrere un viottolo, aprire una porta, con un paio di buste della spesa, un neonato e due bambini in grado di camminare ma che non superavano i cinque anni. Li aveva tirati fuori dalla macchina, il più pareva fosse fatto, e invece i due grandi hanno cominciato a piangere, a strillare, a non camminare. Allora ha mollato le buste, ha preso in braccio la bambina, che strillava più forte, e detto al bambino di poco più piccolo, con un’occhietto complice: andiamo, ma lui non voleva essere adulto in quel momento ed è scoppiato a piangere, e si è accovacciato sul marciapiede, molto desolato, e anche il neonato che l’uomo teneva in braccio si è innervosito. Allora l’uomo ha parlato con la bambina e poi l’ha deposta per terra con delicatezza, è ha sollevato il fratello con un sorriso incerto, il sorriso di qualcuno che pensa: mi sa che non è finita qui, e infatti per il bambino non era finita lì e ha continuato a piangere e la bambina urlava sempre più forte, e il vento ci sbatteva in faccia la sabbia, e la cana si era dimenticata della macchina rossa, e fissava i bambini, e l’uomo aveva messo su l’espressione: va tutto bene e contava i centimetri che mancavano alla porta, e le buste da tornare a prendere, e quello che avrebbe fatto appena entrato in casa, e poi il bambino si è cominciato a divincolare, e lui ha messo su la bocca di chi non ce la fa, e pareva proprio che sarebbe durata per un bel po’, e un giorno qualcuno gli avrebbe domandato: com’è con tre figli così piccoli? E lui avrebbe risposto: è dura, certe volte è talmente dura che non si può descrivere e io stavo assistendo a una di quelle volte, ma poi è successo che la cana si è sbloccata, abbiamo percorso un paio di metri e li abbiamo incrociati, padre e figli urlanti, e ho detto: silenzio. Non si fa così. E i due hanno taciuto all’istante e anche il neonato ha abbassato il tono. E io mi sono sentita un po’ Mary.
Categorie: Con quella faccia un po così
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Oggi nel paese di W. c’è il silenzio della festa perché non c’è lezione a scuola ma i colloqui con i professori. Mi diceva Fran che gli expat a W. sono circa quattromila e la cosa mi ha un po’ stupita: a orecchio sembriamo molti di più!
Sempre a proposito di sorprese, un’altra cosa che non mi aspettavo: un mio racconto è stato scelto per questa iniziativa. E’ la versione ridotta (c’era il limite di battute) e rivista di un racconto che ho postato un po’ di tempo fa.
Categorie: Racconti in rete, Segnalazioni
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Ieri Fran diceva: Obama o McCain, mah. E invece stamattina quando li ho svegliati, sia lui che il fratello mi hanno domandato:chi ha vinto?? e qualche secondo dopo Fran si è collegato al sito della CNN e si è messo a guardare le percentuali di voto nei vari Stati. E a colazione non aveva più il tono cinico della sera.
E’ il primo presidente nero della storia, ha detto.
E’ il primo presidente nero della storia americana, ho detto io, ma forse aveva ragione lui. E mentre si lavavano i denti, sentivo che girava questo video.
Intanto sulla sua porta ha attaccato un foglio con la traduzione in inglese di un passo dell’Inferno, quello che termina con Lasciate ogni speranza voi ch’entrate. Mi pare che Dante lo stia prendendo di più rispetto ad altri autori contemporanei che ha nel programma d’italiano che porterà alla maturità. Per dire, l’anno scorso quando studiava il tema dell’adolescenza e leggeva Agostino, Siddharta, l’isola di Arturo si annoiava a morte. Ma Dante è Dante direbbero pochi. Ma lui ha diciassette anni e a me, alla sua età, Hesse e la Morante parevano meravigliosi. Vivevamo in luoghi differenti, però, e io andavo in un liceo, lui in una scuola americana. E poi prima di uscire mi ha chiesto quale fosse il significato di accidia. L’insegnante mi ha detto che uno è accidioso quando c’ha la rabbia dentro, però c’ho il dubbio.
Io, ho la rabbia dentro. O forse si è confusa? O forse è stato lui a confondersi? Indagherò.Comunque proprio ieri litigavo con una che soffre d’ accidia che dovendo far qualcosa si è messa a insegnare italiano ai ragazzi delle medie e per un errore nell’iscrizione non ha ammesso alla lezione Lo, anche se lo conosceva, anche se frequentava già l’anno precedente.
Ma se non hanno voglia di fare, facessero i giardinieri, i cuochi, i telefonisti, e se proprio devono occuparsi di lettere: gli scrittori!
Categorie: Questioni di famiglia
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