Sembrava l’indovinello dell’attraversamento del fiume con la barca,quello dove si ha un lupo, una pecora e un cavolo da portare da una sponda all’altra. La barca certe volte diventava una canoa, mai una barca a vela perché altrimenti ci si cominciava a chiedere se il vento ci fosse o meno e ci si allontava dalla soluzione con le domande inutili.
Il vento era presente, invece, quando guardavo un uomo sui quaranta, biondo alto e massiccio, arruffato nella testa e negli abiti, e tre bambini piccoli e belli, che a ritrarli in una posizione casuale sarebbe venuta una foto artistica. E poi c’erano una macchina rossa e la mia cana che abbinate insieme fanno la ragione per cui ero lì a guardare, perché la cana s’immobilizza quando avvista auto rosse, e si irrita se sono sportive, ma quella che era parcheggiata a qualche metro da noi era lunga lunga, una di quelle che sei costretto ad avere quando hai figli in età da seggiolino. E mentre il vento faceva i vortici di foglie, e il cielo sopra di noi cambiava velocemente, quest’uomo era in notevole affanno: doveva raggiungere casa sua, spingere un cancelletto di legno, percorrere un viottolo, aprire una porta, con un paio di buste della spesa, un neonato e due bambini in grado di camminare ma che non superavano i cinque anni. Li aveva tirati fuori dalla macchina, il più pareva fosse fatto, e invece i due grandi hanno cominciato a piangere, a strillare, a non camminare. Allora ha mollato le buste, ha preso in braccio la bambina, che strillava più forte, e detto al bambino di poco più piccolo, con un’occhietto complice: andiamo, ma lui non voleva essere adulto in quel momento ed è scoppiato a piangere, e si è accovacciato sul marciapiede, molto desolato, e anche il neonato che l’uomo teneva in braccio si è innervosito. Allora l’uomo ha parlato con la bambina e poi l’ha deposta per terra con delicatezza, è ha sollevato il fratello con un sorriso incerto, il sorriso di qualcuno che pensa: mi sa che non è finita qui, e infatti per il bambino non era finita lì e ha continuato a piangere e la bambina urlava sempre più forte, e il vento ci sbatteva in faccia la sabbia, e la cana si era dimenticata della macchina rossa, e fissava i bambini, e l’uomo aveva messo su l’espressione: va tutto bene e contava i centimetri che mancavano alla porta, e le buste da tornare a prendere, e quello che avrebbe fatto appena entrato in casa, e poi il bambino si è cominciato a divincolare, e lui ha messo su la bocca di chi non ce la fa, e pareva proprio che sarebbe durata per un bel po’, e un giorno qualcuno gli avrebbe domandato: com’è con tre figli così piccoli? E lui avrebbe risposto: è dura, certe volte è talmente dura che non si può descrivere e io stavo assistendo a una di quelle volte, ma poi è successo che la cana si è sbloccata, abbiamo percorso un paio di metri e li abbiamo incrociati, padre e figli urlanti, e ho detto: silenzio. Non si fa così. E i due hanno taciuto all’istante e anche il neonato ha abbassato il tono. E io mi sono sentita un po’ Mary.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 4 commento(i) ]
il 10-11-2008 alle 12:40
ciao Ale, questa mattina ti ho pensato e ti hoc ercata su Google..complimenti per i tuoi racconti….sono stupendi….vorrei avere la tua mail per scriverti un pò di me e sapere di te…quando hai voglia e tempo….
ciao, ciao
il 10-11-2008 alle 14:09
Ciao Laura
)
ecco la mia mail: alice.visconti@gmail.com
a presto!
il 10-11-2008 alle 14:25
Lo sai vero, Ale, che Mary è il mio idolo? Come sempre con te, ho visualizzato perfettamente tutta la scena.. e ci stava benissimo il tuo intervento da Mary
come stiamo ad ombrelli con manico a forma di testa di pappagallo?
il 10-11-2008 alle 14:40
siamo messi male. Già da un pezzo il vento ha sterminato tutti gli ombrelli di casa