Umberto e Bianca firmarono l’atto di compravendita di una villetta composta da due stanze da letto, un soggiorno, un bagno e da una cucina un po’ angusta all’inizio del 1959 e ci si trasferirono pochi mesi dopo la nascita di Tommaso, il primogenito.
La villetta era su una collina, a quel tempo deserta, e dalle finestre posizionate a Nord, di notte, si potevano ammirare le luci della città. Terminarono di pagarla a dicembre del 1979 quando Tommaso compì vent’anni ed entrò nell’arma dei carabinieri e Antonella, la secondogenita, ne aveva diciotto e già lavorava come segretaria nello studio di un avvocato del paese. Proprio in quell’anno la villetta era stata ridipinta di un rosa pallido e spiccava tra le altre, color mattone, che erano state costruite tutt’intorno. Aveva un giardino pavimentato sul retro in cui Bianca coltivava i gerani, due piante di limoni e le erbe aromatiche. Nel giardino oltre a un tavolino e quattro sedie c’era anche un dondolo molto conteso, e certe domeniche Umberto tirava fuori la carbonella e arrostiva salsicce e spiedini su un grosso barbecue che il fidanzato della figlia gli aveva regalato per il compleanno.
Entrambi erano soddisfatti del posto dove vivevano, anche della loro vita in effetti, ma avevano un cruccio.
Il cruccio di Bianca si manifestava durante le notti d’estate.
Si sedeva su una poltroncina di vimini nel balcone della stanza dei figli e guardava in direzione della città che non vedeva più perché le case che erano state costruite erano di tre o quattro piani e le avevano rubato la vista.
Non vedo più le luci, si lamentava. Voglio una casa dove si vedono le luci!
Guarda le stelle, gli diceva Umberto prendendola in giro.
Il cruccio di Umberto (che lui considerava più serio rispetto a quello della moglie, per lo meno se ne lagnava di più di quanto facesse lei) compariva, invece, al principio di ogni autunno quando l’ippocastano che avevano nel piccolo giardino anteriore perdeva le foglie. Erano vent’anni che Umberto raccoglieva quelle foglie ed erano vent’anni che sognava di tagliarlo.
Al suo posto potremmo piantare un castagno e potresti fare il castagnaccio! Oppure un albero di mimose che profumerebbe l’aria.
Ma Bianca era irremovibile e chiudeva ogni proposta così: l’ippocastano è un albero maestoso che mi dà sicurezza e mi consola da quelle palazzine che mi hanno tolto l’aria e il panorama e inoltre dà maggior valore alla proprietà.
Ci fu un anno che gli ippocastani della collina furono attaccati dalla minatrice fogliare e oltre la metà perì, e Umberto arrivò a raccogliere le foglie malate dai giardini dei vicini e a gettarle nei pressi dell’ippocastano, ma quello pareva essere immortale.
Antonella e Tommaso si sposarono, Umberto e Bianca si ritrovarono soli e un po’ confusi e per un lungo periodo litigarono furiosamente per la questione dell’albero. Da principio I figli erano stupiti più che amareggiati. Pagate qualcuno che raccolga le foglie al posto di papà! Ripetevano alla fine un po’ preoccupati, un po’ esasperati.
Il problema di quell’albero non è solo in autunno. Rispondeva Umberto. D’estate i rami sono talmente carichi che ci oscurano la casa!
Ce la rinfrescano, correggeva Bianca.
E le radici stanno continuando a crescere e distruggeranno il pavimento. E dovrò sborsare milioni, che non ho, per ripararlo!
Sciocchezze! Le radici corrono verso il centro della terra, non verso il suo contorno.
Poi la furia di entrambi si spense all’improvviso.
Bianca si limitava a sussurrare: ah, la gioia che mi dà questo albero, è l’unica cosa bella da guardare.
E Umberto sembrò prendere con più leggerezza la raccolta delle foglie.
Mi piacerebbe sapere quante sono, disse una sera alla fine della cena.
Quante sono cosa?
Le foglie. Devono essere un numero finito, per forza. Ecco, mi piacerebbe quantificarle, mi sentirei meglio.
Bianca scosse la testa e borbottò con un mezzo sorriso: a te la vecchiaia sta dando al cervello.
Oppure mi piacerebbe che inventassero una medicina per modificare le piante. E sai come lo modificherei quel mostro lì fuori?
Con un castagno, disse Bianca alzandosi per sparecchiare.
Esatto! e poi arrostirei le castagne sulla padella coi buchi e tu potresti preparare la conserva di castagne e…
Il castagnaccio?
Il castagnaccio, già. Io lo adoro lo mangiavo sempre…
Da bambino?
Da bambino. Non ti posso raccontare più nulla, sai già tutto.
Poi arrivò un ottobre che Umberto stava a letto con i valori del sangue sballati, e i medici non riuscivano a capire che cosa avesse e a trovare la cura, e Bianca aveva abbassato la suoneria del telefono per non disturbarlo e preparava torte e pastasciutte delicate per fargli tornare l’appetito mentre il marito fissava un punto del soffitto o i rami dell’albero che ondeggiavano piano.
Stanno cadendo le prime foglie, disse Umberto una mattina.
Passò qualche giorno in cui non cambiò nulla, solo i rami si fecero più nudi e il viso di Umberto più bianco fino a che una mattina ci fu un gran fracasso al piano terra.
Poi Bianca gridò: Umberto! Affacciati! Subito!
E Umberto si tirò su, infilò le pantofole, il piede destro nella pantofola sinistra, il piede sinistro in quella destra, si ingarbugliò con la vestaglia e rinunciò a infilarsela, raggiunse la finestra, la spalancò e si sporse un poco per guardare meglio.
E vide Bianca con una tuta blu e un paio di stivali gomma, vicino a una montagna di castagne.
Sono cadute stanotte, Umberto! Ne ho assaggiata una ed è buonissima! E’ un miracolo!
E Umberto scoppiò a ridere. Ma non ci sono i ricci, Bianca! Che castagne sono senza i ricci?
Un miracolo, è un miracolo, rispose lei.
L’ippocastano ha fatto le castagne buone, ma si è dimenticato i ricci, disse la sera successiva ai figli che erano venuti a trovarlo. E avrebbe riso ancora se non fosse stato faticoso. Allora si limitò a sorridere: vostra madre ha la testa dura ma è simpatica, alla fine. E di nuovo gli scappò da ridere e per resistere alla risata posò gli occhi sull’albero oltre i vetri illuminato dal lampione e disse: ci sono degli uomini piccoli che saltano da un ramo all’altro e io non me ne ero mai accorto prima!
Il titolo è preso da Soldati, una poesia di Ungaretti
foto di Manu Gomi
Categorie: Racconti in rete
[ 1 commento(i) ]
il 29-10-2008 alle 20:36
checcacchio, mi commuovi. Come al solito, quando mi serve qualcuno che sa scrivere, so dove cercare.