Il Signor Uh lavora in una ditta di autoricambi all’ingrosso da quando aveva quindici anni.
Fu assunto quando c’era ancora il vecchio, Romolo Baldini, il fondatore, ora il capo è suo nipote Luigi che ha allargato l’attività aprendo un negozio nella stessa strada del magazzino. Un bel negozio di duecento metri quadrati, con i banconi di legno vero, le scaffalature in ordine, i cassetti con le etichette e i computer. Il vecchio è restato fino a quando un ictus l’ha atterrato nel reparto dei motorini d’avviamento.
Enrico Baldini, invece, figlio di Romolo e padre di Luigi, era considerato un incapace.
Sei un mollusco, diceva certe sere il vecchio al figlio dopo la chiusura. Enrico alzava le spalle e non rispondeva, ma quando passava accanto al signor Uh, che aveva il compito d’inserire l’allarme, gli sussurrava: tanto prima o poi crepa. Ma poi è stato Enrico ad andarsene per primo, in un incidente con la moto sulla Pontina. Il vecchio, che allora non era vecchio, ha cominciato a portarsi il nipote con sé, a insegnargli a distinguere le marmitte, le candele e i trucchi per fregare la finanza, a ripetergli fino allo sfinimento che quella ditta l’aveva tirata su scorticandosi le dita nelle discariche a caccia di accessori d’auto ancora utilizzabili, e che non poteva andare in malora, ché era la missione della famiglia nel mondo, quella ditta.
Gli impiegati dicevano che la passione per il lavoro da trasmettere al nipote l’aveva salvato dal dolore per la perdita del figlio. Il signor Uh non ha un’opinione al riguardo, né sentimenti di simpatia o antipatia per i suoi padroni, vivi o morti che siano. Ai padroni bisogna dire di sì, fintanto che pagano lo stipendio.
Il signor Uh ha sempre lavorato nel magazzino. Non ne è ufficialmente il capo perché non è rapido con i conti e non è in grado di usare il computer. Ma lui è la memoria della ditta e della dislocazione delle merci. Se manca la corrente o i computer vanno in tilt tutto si ferma, solo il signor Uh può continuare a lavorare. Una volta ci fu un guasto alla centralina elettrica che durò ore e proprio quel giorno il signor Uh, che non si ammala mai, era a casa per un’intossicazione alimentare dovuta a un paio di bistecche avariate cucinate dalla madre.
In quell’occasione, il padrone spedì un dipendente a prenderlo con la macchina. Avvolto in una sciarpa e in un cappotto che puzzava di naftalina il signor Uh, che indossa tutt’al più un giubbotto in inverno perché non sopporta il peso della stoffa addosso, si muoveva tra gli scaffali, con il padrone al fianco, due impiegati con le torce, seguito dai magazzinieri in fila come soldati.
Sembravano un piccolo esercito dietro al re. Il re era lui, il signor Uh.
Quando tutta la merce fu trovata, imballata e pronta per la consegna il signor Uh tornò a casa in taxi perché il collega non poteva portarlo e il padrone si dimenticò di rimborsargli la corsa. Il signor Uh non ci dormì per una settimana e ancora oggi, se ripensa alla faccenda del taxi, un fastidio gli si apre dentro.
Il Signor Uh non ha la patente. Non ha potuto dare l’esame perché la testa gli gira se sta dietro a un un volante.
Il Signor Uh è convinto che un certo problema suo, di cui solo una persona forse sospetta, derivi proprio dalla sua incapacità di guidare la macchina.
Categorie: Appunti sul Signor Uh
[ 2 commento(i) ]
il 17-10-2008 alle 20:54
Come mi sento solidale con i signor Uh, per la patente e anche per altro.
ora mi sa che mi salvo il tuo blog nei preferiti poi ripasso.
Rabb-it
il 18-10-2008 alle 1:28
a presto allora