“ Tutti gli italiani infatti si possono dare dei “fascisti” a vicenda, perché in tutti gli italiani c’è qualche tratto fascista (che, come vedremo, si spiega storicamente con la mancata rivoluzione liberale o borghese); tutti gli italiani, per ragioni ovvie, si possono dare a vicenda dei “cattolici” o dei “clericali”. Tutti gli italiani, infine si possono dare a vicenda dei “qualunquisti”. E’ ciò che appunto ci riguarda in questo momento. Non perché io e te abbiamo rotto quello che dovrebbe essere ormai il tacito patto tra persone civili, consistente nel non darsi mai dei “fascisti” o dei “clericali” o dei “qualunquisti” a vicenda, ma perché sono io stesso che mi accuso, qui, di un certo qualunquismo. Che cos’è che io vedo (qualunquisticamente) accomunare “una signora fascista e un extraparlamentare, un intellettuale di sinistra e un marchettaro”? E’ una terribile, invincibile ansia di conformismo.
Succede spesso, in questa nostra società, che un uomo (borghese, cattolico, magari tendenzialmente fascista) accorgendosi consapevolmente e inconsapevolmente di tale ansia di conformismo, faccia una scelta decisiva e divenga un progressista, un rivoluzionario, un comunista: ma (molto spesso) a quale scopo? Allo scopo di poter finalmente vivere in pace la sua ansia di conformismo. Egli non lo sa, ma l’essere passato con coraggio dalla parte della ragione (uso qui la parola ragione contemporaneamente in senso corrente e in senso filosofico) gli permette di sistemarvisi con le antiche abitudini che egli crede rigenerate, reificate. Mentre non sono altro, appunto, che l’antica ansia di conformismo. Ciò durante questi trent’anni postfascisti ma non antifascisti è sempre accaduto. Ma le cose si sono aggravate dal 68 in poi. Perché da una parte il conformismo, diciamo così ufficiale, nazionale, quello del “sistema”, è divenuto infinitamente più conformistico dal momento che il potere è divenuto un potere consumistico, quindi infinitamente più efficace – nell’imporre la propria volontà – che qualsiasi altro potere al mondo.”
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“Ora, uno dei luoghi comuni più tipici degli intellettuali di sinistra è la volontà di sconsacrare e (inventiamo la parola) de-sentimentalizzare la vita. Ciò si spiega, nei vecchi intellettuali progressisti, col fatto che sono stati educati in una società clerico-fascista che predicava false sacralità e falsi sentimenti. E la reazione era quindi giusta. Ma oggi il nuovo potere non impone più quella falsa sacralità e quei falsi sentimenti. Anzi è lui stesso il primo, ripeto, a voler liberarsene, con tutte le loro istituzioni (mettiamo l’Esercito e la Chiesa). Dunque la polemica contro la sacralità e contro i sentimenti, da parte degli intellettuali progressisti, che continuano a macinare il vecchio illuminismo quasi che fosse meccanicamente passato alle scienze umane, è inutile. Oppure è utile al potere.
Per queste ragioni sappi che negli insegnamenti che ti impartirò, non c’è il minimo dubbio, io ti sospingerò a tutte le sconsacrazioni possibili, alla mancanza di ogni rispetto per ogni sentimento istituito. Tuttavia il fondo del mio insegnamento consisterà nel convincerti a non temere la sacralità e i sentimenti, di cui il laicismo consumistico ha privato gli uomini trasformandoli in brutti e stupidi autonomi adoratori di feticci.”
Pier Paolo Pasolini - Lettere Luterane
Pasolini non poteva sapere che nel 2008 la Chiesa avrebbe imparato a vestire Prada e l’arte del presenzialismo, dello spettacolo. A usare i i nuovi mezzi di comunicazione per rubare il cuore.
La società clerico- fascista è tornata.
E quelli che non sono caduti nelle reti dei preti - ma che ne subiscono comunque le decisioni - come stanno reagendo? C’è un atteggiamento comune? A me, dal mio punto di osservazione (che mi salva? no, nessuno è senza colpa per usare una parola con cui siamo cresciuti) pare che si possa rintracciare nello sbeffeggiamento o nel piagnisteo, ma che di concreto accada ben poco. E con questo atteggiamento si (mi) mettono “l’anima in pace”. Che fare? Denunciare, scriverne, manifestare, opporsi? In parte è stato fatto e si fa, ma è evidente che non è sufficiente. Non può considerarsi una vittoria se una rana resta dove sta. E’ una sconfitta, invece, questa.
E allora? Allora bisogna combattere. Vincerli in quello che rappresenta uno dei cavalli di battaglia della Chiesa: l’assistenza ai deboli, ma anche, vedendo quello che accade qui in Olanda, regalare un pezzo del proprio tempo insegnando cose che sappiamo fare in altri settori. Far passare il pensiero che si agisce per proprio conto, per conto dell’uomo, e non nel nome del divino.
Smettere di fare i de-sentimentalizzati o le vittime. Riprendersi il Paese.
Mi rendo conto che queste parole scritte dal posto dove mi trovo suonino un po’ grillesche. Ma non me importa un accidente: mi andava di scriverle e l’ho fatto, anche perché vorrei tornare prima o poi.
Categorie: Fatti italiani, Libri
[ 3 commento(i) ]
il 04-09-2008 alle 21:59
Hai ragione, ma se continua così non avrai più voglia di tornare
il 05-09-2008 alle 13:24
E se del paese non rimane che il cadavere, che ne facciamo?
il 05-09-2008 alle 15:24
Lo mettiamo in una teca, no?