Come i bambini     20-06-2008  

I miei amici si stanno sparando una settimana a Gerba. Io invece no. Mi piacerebbe, eh, ma c’ho i lavori da fare.
Chi mi parla è un tipo un po’ viscido, belloccio, uno che sembra saltato fuori dal grande fratello, ma presto mi abituerò al “passaggio”e la sensazione di avere davanti a me un personaggio che sbuca dallo schermo scomparirà, lo so.
Io mi sono fatto da solo, ho cominciato con poco, ho lavorato come un matto, e adesso a trent’anni lavoro tanto uguale, però c’ho la tranquillità economica, dice.
Dopo questa premessa mi aspetto qualche commento sulla sicurezza che non c’è, sulla paura di girare per le strade, di frequentare certi locali perché questo tipo qui, oltre ad essere un ipotetico personaggio di un reality, sembra la fotocopia di un altro che ho conosciuto all’aeroporto.
Ma sono tutti uguali, mi chiedo, sono tutti uguali sia nei discorsi che nelle facce? Il tipo dell’aeroporto a un certo punto si è sbottonato e si è messo a dire che dovrebbero spedirli in galera o a casa, quelli che vengono a rubarci il pane dalla bocca.
E anche questo tipo qui, il sosia di quello dell’aeroporto e di un personaggio del reality, attacca a parlare di emigranti: “che poi in Italia sono diventati tutti razzisti, ma non hanno capito niente, gli emigranti non rubano il lavoro a nessuno, sono loro, gli italiani, che certi lavori non li vogliono fare perché s’impolverano le mani, e sudano, e faticano troppo. Io ho avuto gente di tutti i paesi e mai un italiano, l’unica italiana è stata la segretaria, ha finito il periodo di prova e subito si è ammalata, e ancora deve tornare. Loro invece lavorano. Lui è moldavo e lui è del Bangladesh, ma prima di venire qui ha lavorato in Egitto, in Grecia, a Dubai e in un sacco di altri posti”.
Ho scritto un romanzo su tre emigranti, dico io a un certo punto, dove c’è un pezzo in cui descrivo l’arrivo di uno dei tre in Sicilia, con una barca.
Loro sono venuti con le barche, tutti e due. Ehi, Sa’id racconta come sei arrivato in Italia.
Sono partito dalla Libia e poi mancava l’acqua.
Ancora non parla bene l’italiano, ma sta imparando in fretta.
E questo sosia del tipo dell’aeroporto e di un mucchio di altri e che però ragiona diverso, mi sembra simile alla faccenda delle cacche dei cani. Nel quartiere in cui abito ci sono delle strade che sono bombardate, e vedo certe poverette costrette a sollevare i passeggini per dei lunghi tratti, ma stasera sono stata in un giardino che si trova a duecento metri da queste strade qui, e in questo giardino c’è un recinto con un cancelletto dove puoi lasciare il cane libero e ci sono delle panchine, un tubo di gomma che riempie d’acqua un recipiente per far bere i cani, e una paletta, una scopa, un secchio e un cartello su cui c’è scritto di mantenerlo pulito, questo posto, e i padroni dei cani che erano lì stasera, io li avevo già visti sulle strade del quartiere: fissavano il nulla pensierosi, mentre i loro cani facevano quello che dovevano fare, e poi se ne andavano via sempre distratti, e invece stasera in questo giardino qui scattavano come molle dalla panchina se i loro cani facevano quello che dovevano fare.
Era il cartello a fare la differenza? Ma dai io non ci credo!

Categorie: Fatti italiani

[ 2 commento(i) ]

2 Responses to “Come i bambini”

  1. bri dice:

    temo si sì, alessandra.
    certe persone hanno bisogno di ordini e di comandi-divieti per essere civili.
    altrimenti no.
    Mi ricordo sempre un bar sulla spiaggia. davanti c’erano cartacce e vetri e lattine, il resto, vicino agli alberghi era pulito. Ti parlo di pochi metri quadri. Davanti alla mia perplessità e al timore di trovare vetri e siringhe e altro la padrona mi disse che era del comune la spiaggia lì davanti e quindi del comune la responsabilità, mica loro.
    si vabbè, ma i clienti sono tuoi o no?
    non voglio aprire un contenzioso tra il pubblico e il privato dato che sono per il pubblico, soprattutto sulla spiaggia, ma dopo che hai provato a dire i tuoi diritti, visto che la stagione è breve e i clienti sono tuoi cosa ci metti a ripulire pochi metri quadri di spiaggia? (devo dire che anche l’interno del negozio lasciava a desiderare)
    non so.
    mi sembra che da noi ci sia sempre il bisogno di dare la colpa o l’onere a qualcun altro.

  2. matteo dice:

    Alessandra, il tuo discorso non fa una piega. Mi piace come descrivi la gente, come la fai vedere. Spero di imparare da te, magari con gli anni. Però concedimi una precisazione: Djerba, non Gerba. Sai, ci sono stato l’anno scorso e l’ho ancora addosso, quella bella spiaggia :-)

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