E però io non ci credo     09-06-2008  

Continua lo sciopero degli autobus. Oggi è il nono giorno e andrà avanti fino a quando non saranno accettate le richieste: più ferie e più soldi. Bus e tram funzionano nelle città, per lo meno nella nostra regione, ma sono interrotti i collegamenti esterni, e questo è un grosso danno perché l’Olanda è fatta da paesi attaccati l’uno all’altro e gli spostamenti (dai dieci chilometri in su) avvengono soprattutto con i bus.
La tipa che mi aiuta per le pulizie non è più venuta e io non ho il suo numero di cellulare e lei non ha il mio e devo trovare il modo di avvisarla che la prossima settimana parto e che sarò via per due mesi.
Non ce lo siamo mai scambiato, il numero, perché sarebbe stato inutile: lei è bosniaca e parla solo il bosniaco. Abbiamo sempre comunicato a gesti e con qualche frase che io scandivo in inglese – chissà perché poi in inglese, sarei stata molto più espressiva in italiano – e a cui lei rispondeva con un’unica parola: Deze. Usava deze per tutto, mi chiamava anche così oppure batteva le nocche su un mobile.
Per un po’ mi sono chiesta cosa significasse questa parola, fino a quando ho letto un cartello al supermercato che aveva guardato decine di volte senza guardarlo veramente e sui cui era scritto: “deze kassa is gesloten”, e così ho capito. Deze significa questa e presumibilmente anche questo.

Mi piaceva più la tipa che veniva prima, anche lei era bosniaca, con un viso da contadina di una foto in bianco e nero, e non diceva deze, conosceva una cinquantina di parole in inglese, forse anche meno, ed è incredibile quanto si possa comunicare con appena cinquanta parole.
Mi aveva raccontato un poco della sua vita e un poco della vita della donna da cui lavorava come governante, del suo stesso paese, e che faceva l’interprete al tribunale dell’Aja.
Si chiamava Snezana, ma siccome non riuscivo a pronunciarlo correttamente, mi aveva detto di chiamarla Susanna, e poi questa faccenda del nome l’ho riciclata nel romanzo che stavo scrivendo. Snezana aveva tre figli, due già grandi che vivevano in Germania e una ragazza di tredici anni che era rimasta in Bosnia con la zia.
Gli preparavo un caffè con quattro cucchiaini di zucchero e dopo si fumava una sigaretta senza filtro che aveva già pronta e che teneva in una scatolina di metallo. Poi a un certo punto ha cominciato ad essere preoccupata per la tipa da cui stava che non era sicura di continuare a fare l’interprete, e di conseguenza per il suo lavoro, e anche per sua figlia che non stava bene.
Una mattina mi ha detto: tutto risolto! La signora ha avuto la riconferma dell’incarico e mi ha proposto di far venire mia figlia a vivere qui. Ed era proprio contenta e si era messa a dieta, anche, e gli preparavo il caffè con un po’ di latte al posto dello zucchero.
Un altro giorno mi ha detto: vado in Bosnia per una settimana, devo portare mia figlia dal dottore, sono contenta di lavorare per te, e mi ha stretto la mano così forte che mi sono venute le lacrime agli occhi e mi ha dato tre baci come si usa qui, e mi era sembrato esagerato come saluto, ma era un addio il suo, perché non è tornata più.

La tipa da cui viveva mi ha telefonato e mi è venuta a trovare.

E’ una donna sola, con un figlio piccolo, e il marito, olandese, non gli dà nulla per il mantenimento, ed era molto agitata perché doveva procurarsi subito qualcuno che l’aiutasse con il bambino.
E le ho raccontato quello che sapevo di lei, di Snezana. Era vero che la ragazzina stava per trasferirsi da loro, ma è rimasta sorpresa del fatto che avesse dei problemi.
Che tipo di problemi?
Non lo so con precisione, non le andava di parlarne.
Alla fine mi ha detto: Ho fatto qualche telefonata nel paese dove abitiamo in Bosnia, e mi hanno riferito che un uomo è andato a prendere Snezana alla stazione, un uomo con la macchina, e l’ha portata via, non si sa dove.
E la figlia?
La figlia? La figlia continua a vivere con la zia.

Categorie: Con quella faccia un po così

[ 2 commento(i) ]

2 Responses to “E però io non ci credo”

  1. Vera dice:

    Ciao Deze !
    hai fatto caso alle loro scarpe ? io ho una serie di foto delle scarpe della mia donna delle pulizie in Europa incredibile ! lei si portava ogni giorno un paio di scarpe diverse con i colori e le forme più inverosimili, uno stile anni 50, 30, non lo so (oppure semplicemente “moda dell’est”)che , arrivando a casa cambiava per pantofole da infermiera …
    le lasciava in un angolo della lavanderia e io, lì le rubavo queste foto …
    mi sembrava che queste scarpe parlassero di più che lei stessa …

  2. Alessandra dice:

    Snezana portava scarpe olandesi, maschili. La tipa che viene ora invece ha una passione per le scarpe bianche e ne ha una discreta collezione. Però le scarpe più curiose le ho viste addosso alle ucraine e alle russe all’aeroporto, in Egitto. Molto colorate, sembravano tutto fuorché scarpe e le avrei fotograte molto volentieri :-)

Leave a Reply