Pensavo, nel treno che da Haarlem mi portava verso casa, che la pianura è un fuori che ti svuota la mente e ti permette mille immaginazioni. Essere la tenda arrotolata di un finestrino per esempio, - ogni tanto ci provo a farmi oggetto perché un oggetto è per sempre e inoltre posso ricavarci un mucchio di passaggi - o un Labrador nero, vecchio e in soprappeso, che segue il padrone che discute al cellulare e che a un certo punto si ricorda di lui, del cane che non ce la fa, e si ferma ad aspettare e intanto abbassa la voce, chissà perché in movimento parla più forte, oppure entrare nella testa di una donna bionda, dimessa e malvestita che all’improvviso sorride ai prati verdi.
All’uscita della stazione di Haarlem c’era un ubriaco rannicchiato in un angolo che russava forte. Mentre aspettavo lui e lui ho fatto le prove di ascolto: a dieci passi si sentiva, a venti anche, ma non dovevi essere distratto, a venticinque era appena percettibile. Poi mi sono messa a osservare le persone che passavano di lì. Lo guardavano solo le donne, l’uomo che dormiva, fingendo di non guardarlo e girando appena la testa e rallentando come se fosse casuale, quel rallentamento di passi. Se erano ragazze facevano una smorfia di raccapriccio, se erano di mezza età mettevano su gli occhi della pena. Ne ho contate undici di donne, sette ragazze e quattro di mezza età, e tutte hanno avuto la stessa reazione.
Categorie: in un altro luogo
[ 0 commento(i) ]
Leave a Reply