Qualcosa che è successo     01-02-2008  

la-porta-dei-ricordi-2.jpgAvevo quindici anni, ascoltavo radio città futura e traducevo, di malavoglia, frasi dal latino. Saranno state le sei o le sette di un pomeriggio d’inverno, avevo voglia di un bicchiere di latte ma non mi decidevo ad andarlo a prendere.
Suonò il citofono. Era un tipo che veniva una volta al mese per pagare un affitto di una casa al centro. La casa apparteneva a una vecchia contessa che era terrorizzata dai ladri e dagli assassini, apriva la porta solo al portiere, alla moglie del portiere che le faceva le pulizie e la spesa e a mio padre che gli curava la contabilità. Era una donna robusta, con un pettone enorme, i capelli color platino sempre in piega. In una ciotola di cristallo aveva delle pastiglie viola che adoravo e che quando le succhiavi rilasciavano un gusto di profumo più che di caramella.
Questo tipo aveva un nome francese, ma parlava in dialetto romano, i capelli lunghi e neri ed era secco secco. Ricordava vagamente Dario Argento ma in meglio. Di solito era mia madre a prendere la busta o mia nonna, ma quel pomeriggio ero sola, chissà perché ricordi la faccenda del latte, dei compiti e della radio e non perché fossi sola, circostanza alquanto insolita.
Questo tipo, avrà avuto trenta anni, m’interessava perché si prestava bene per il gioco dell’imitazione.
C’aveva sempre un gran da fare con i capelli che gli arrivavano alle spalle e con mia sorella ci divertivamo a ripetere il suo gesto un po’ schizzato di ravviarseli.

Comunque suona il campanello, io apro appena uno spiraglio, tiro fuori una mano e lui fa per porgermi la busta, ma ci ripensa e se la ficca in tasca. Attacca un discorsetto sulla mia diffidenza, dice che in linea generale la trova sensata ma che nel suo caso è fuori luogo dato che tutti i mesi viene a portarci l’affitto, che ormai lo dovrei conoscere un po’.
Io faccio segno di sì con la testa ma sono impaziente di concludere.
Lui invece continua a parlare e parlare, io lo ascolto sempre attraverso lo spiraglio, a un certo punto mi fa una domanda e nel rispondergli, nel modo più stringato possibile, gli do del lei.
Lui riparte per un altro giro di pista, dice che il lei non si usa più, che lui non è un tipo da “lei”, che non ha proprio la faccia da “lei”, e io non so come liberarmene, ma per fortuna squilla il telefono: è mia madre.
C’è il signor J., le dico, devi domandargli qualcosa.
Non deve domandargli nulla, intanto il signor J. decide che deve andar via, ha posato la busta su un gradino, sta già dentro l’ascensore.
Buonasera, gli dico.
Ciao, mi dice lui.
E comunque te lo ripeto ancora. Non darmi del lei. Perché io sono ancora un ragazzino come te, capito?
Va bene, rispondo io.
Chiudo la porta e rido, rido. E mi precipito a telefonare a una mia amica per raccontarle tutto.
Era patetico. E un po’ mi ha fatto anche pena. Pareva più vecchio di quello che è.
La mia amica ascolta senza commentare e senza ridere e alla fine dice: a me non capitano certe avventure.
Ma G. le dico io: che avventura è?
E’ qualcosa. Qualcosa che è successo.
Dopo quando torno a tradurre avverto una certa leggerezza ma anche no.

Foto di Daniele Nicolucci con c.c.

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