
Sono andata a cercare su google Adriano Misurati, protagonista di un racconto lungo che sto revisionando, ma non esistono persone che si chiamano così o per lo meno google non lo sa. L’abbinamento di questo nome e cognome mi piace tantissimo, un personaggio che si chiama in questo modo può fare milioni di cose, secondo me. Adriano, all’inizio, l’avevo chiamato Luca, ma a un certo punto della storia compare una cartellina spiegazzata di colore verde chiaro con una macchia di caffè su un angolo e a matita c’è scritto un nome e un cognome, il suo nome e cognome, che lui legge ad alta voce: Adriano Misurati. E poi aggiunge: Adriano Misurati che sarei io.
Così l’ho dovuto modificare. E questo rappresenta uno dei lati piacevoli dell’inventare storie: quando hai la sensazione che la storia non sia tu a inventarla ma che s’inventa da sola.
“Firmai con un Adriano Misurati che era uno scarabocchio, come ho già accennato fu l’anno seguente che mi nacque la passione per la scrittura senza errori e per la calligrafia che si capisce.
Il biliardino lo caricammo noi del B. L’ho già detto che eravamo divisi in bande a seconda dei Palazzi di residenza? Eravamo divisi in bande e facevamo la guerra dopo la scuola e durante l’estate, era un gioco, ma anche un affare serio, capitava che qualcuno si facesse male, ma non male da morirne, male da tenerci il ghiaccio, o al limite si scassava un osso quando facevamo gli spadaccini con le spranghe di metallo che sfilavamo dalle impalcature.
Che Natale! Che vacanze! E chi lo sentiva il freddo? Eravamo così presi a organizzare tornei su tornei, e io mi esercitavo anche alla luce della torcia, alcune sere, quando il patrigno girava letale per casa, e quanto era meraviglioso il risveglio la mattina con la giornata tutta da giocare. E i giocatori avevano gli occhi, la bocca, e soprattutto avevano un nome”.
“Non bisogna dirle certe parole, pensarle si può invece, si può fare tutto con il pensiero. Si può violare, usurpare, scopare, volare, diventare Dio. E io ci divento Dio, certe notti, e sono dentro e fuori nello stesso momento ma quando smetto di essere Dio mi rimane un po’ la tristezza in bocca perché è come non essere nessuno. L’ho raccontato al prete, questo pensiero, ci vado a confessarmi anche se non ci credo, tanto per fare qualcosa, e lui che è un tipo che lascia parlare, un po’ diverso dai preti in circolazione, ha perso la pazienza e stava quasi per darmi una sberla, allora gli ho chiesto se si sarebbe confessato per questo impulso di violenza e m’ha risposto che invece era contento perché aveva sconfitto il demonio ma che avrebbe fatto una penitenza ugualmente, e l’avrebbe fatta per me che non ci credo.
E’ che i preti mietono fedeli lavorando sul senso di colpa”.
Categorie: dello scrivere
[ 2 commento(i) ]
il 27-01-2008 alle 13:59
“Adriano Misurati” funziona molto bene, è un nome che fa tanto personaggio pirandelliano. Chapeaux.
il 27-01-2008 alle 23:47
é vero…ormai mi sono quasi rassegnata: c’è sempre qualcuno che ha pensato, provato, sentito qualcosa prima di me. Punto tutto sulla forma, o sulla prossima vita