
La prima parte si trova qui, la seconda invece qui.
Mi telefona zia Matilde, mi chiede del tempo, s’informa sulla potenza del mio ventilatore, in sottofondo c’è il tintinnio continuo dei braccialetti, in primo piano la sua voce che suona rigida. La voce vorrebbe sembrare quella solita, e non avrei fatto caso alla rigidità se non sapessi che sta muovendo le mani. Deduco, inoltre, che se zia Matilde indossa i suoi braccialetti d’oro non è alla lavanderia a stirare camicie e siccome sono le 17.30 l’agitazione cresce e cresce mentre rispondo alle domande e alla fine salta fuori che mia madre è da una settimana che non lavora, che va ogni tanto giusto per una scappata, ma che il ferro da stiro non lo solleva più. Ordine del medico.
A quanto è salita la pressione, chiedo sconfortato.
La pressione è quasi a un livello accettabile, è il suo cuore a essere un po’ stanco. Abbiamo fatto una riunione di famiglia: zia Lina, zia Adele e io.
Zia Adele è venuta giù da New York?
No, no, abbiamo parlato con il computer, cioè la voce di Adele usciva da lì e noi le rispondevamo con il microfono.
E mia madre?
Che c’entra tua madre? Dovevamo riflettere sul futuro e lo sai che poi lei si commuove. Comunque abbiamo ragionato così: tutte abbiamo i figli a cui pensare e i nipoti sono come i figli. Pagheremo uno stiratrice, ma tu continuerai a ricevere il tuo contributo: zia Lina e io ci ridurremo lo stipendio e zia Adele ci aggiungerà la differenza. Sei quello che ha piantato sul cocuzzolo la bandiera della famiglia Bellini! Sei il nipote grande, sei l’ingegnere!
Sarò un ingegnere. Ecco che le rispondo. Sarò.
E sono orgogliosa di te, Enzo. Non sai quanto siamo orgogliose tutte e tre. Tua madre aveva pensato d’affittare un paio di stanze di casa, ma siamo riuscite a trovare una soluzione che le eviterà questa vergogna. E’ lo scopo della famiglia quello d’aiutarsi l’uno con l’altro, no? Altrimenti a che serve? A riempire la pance dei preti? Con Marta come va?
Bene, zia.
E la Meccanica l’hai fatta?
L’esame di Meccanica Razionale è la prossima settimana, zia.
Poi quando vieni su, zia Matilde ti fa le melanzane alla parmigiana. Marta te le cucina le melanzane?
No, zia.
Poi glielo insegno quando salite.
A cena nell’appartamento di fronte con un numero di portate che non terminavano più. Ho portato quattro cannoli con un accenno di ricotta e quattro paste al cioccolato, forse avrei fatto meglio a comprare una bottiglia di vino rosso o un mazzo di fiori. Sarebbe stato un regalo più maschile e soprattutto non ci sarebbe stato il lungo discorso della madre di Monica che ha preso lo spunto dal ripieno del cioccolato, vai a prevedere che avesse lavorato in pasticceria da ragazza, comunque pare che quello usato per la farcitura sia di scarto, però se le sono spazzolate lo stesso, pure il tiramisù anche se il mascarpone era inacidito.
Un filo marrone si è incollato al baffetto destro di Lucia e non riuscivo a staccare lo sguardo mentre mi raccontava di quanto fosse bella prima della cura di ricostituenti la sua Monica, e io sempre lì con gli occhi fissi su quel segno di cioccolata in rilievo, a domandarmi di quanto m’avrebbe fatto schifo leccarlo con la lingua, ma succede sempre così quando m’annoio: mi pongo i quesiti dell’orrore.
Alla fine è scomparsa in cucina, Monica m’ha versato un altro bicchiere di rosso, bevi m’ha detto, e io ho bevuto, aveva messo su un tono deciso non più remissivo come quello che ha nelle nostre passeggiate nel quartiere, poi m’ha sparato: lo sai che sono vergine, che sono destinata a morire così, senza che un uomo mi abbia sfiorato, non saprò che significano le parole d’amore, le carezze di desiderio. E vita questa, secondo te?
Se desideri queste cose perché non dimagrisci. Ma la frase m’è uscita leggera, nemmeno il punto interrogativo sono riuscito a metterci, come se l’avesse pronunciato un fantoccio anzi una di quelle di bambole di una volta a cui tiravi il filo e ti stupivano con tre parole.
Potresti darmele tu queste cose, m’ha risposto lei.
Io? Come posso se non riesco nemmeno a gestire me stesso?
Appunto, sei in una fase negativa, gli studi ti vanno male, conduci una vita solitaria, e quindi puoi uscire dal pantano facendo una buona azione.
E tu saresti contenta di ricevere una carezza perché sto facendo un’opera di bene?
Perché no?
A prendere il fresco sulla terrazza della vecchia qui sopra con un bicchiere di vino bianco al gusto di tappo. M’ha guidato in un tour tra i vasi di terracotta mentre un filo di musica dei suoi giorni riscaldava l’aria, aria bollente peraltro, con la musica che s’espandeva nel terrazzo perché l’architetto che le ha aggiustato la casa aveva posizionato le casse nei punti strategici.
Ha dodici appartamenti e una pensione di cento euro al mese. Non si è mai sposata, non se l’è mai sentita di abbandonare i genitori, ha avuto due fidanzati a cui ha voluto bene, tanti tanti anni fa quando io non ero ancora nato, ma non è poi tanto anziana, eh! Siccome era al secondo bicchiere della mistura tiepida al gusto di sughero, la bottiglia era dell’epoca in cui utilizzavano ancora quel materiale per i tappi, per dimostrarmi la veridicità della sua affermazione s’è sollevata la gonna, di un tessuto leggero, dello stesso materiale dei vestiti che gli extracomunitari vendono sulla spiaggia, ma si vedeva che l’aveva comprato in negozio, anzi in boutique, compra tutto in boutique, e m’ha mostrato le cosce abbronzate, con le vene che parevano dei fiumi su una mappa, ma affermava il vero: la cellulite non ce l’ha, però mi hanno fatto effetto lo stesso, forse se l’avessero avuta quasi mi sarebbero piaciute. E sono dritte. Poi siccome m’ero ammutolito, anzi irrigidito, temevo che in quell’accidenti di miscela liquorosa ci avesse mischiato qualcosa, m’ha detto che siccome aveva detto la verità, meritava un bacio d’amore.
Un bacio d’amore senza amore che bacio è? Ho chiesto come uno stupido.
E’ un bacio, no? M’ha risposto arrossendo oltre il rosso che s’era passata sulla faccia abbronzata.
L’aria è bianca e immobile. Ho mangiato uno yogurt e mi sento sazio come se avessi divorato un treno.
L’esame di meccanica è stato una catastrofe.
L’aula era grigia, la pelle del professore una ragnatela di una tonalità poco più scura delle pareti.
Mi ha sparato la prima domanda e ha abbassato la testa come avesse una macchia sui calzoni di cui s’era accorto in quel momento e stesse chiedendosi dove potesse essersela fatta.
Ho attaccato con voce incerta, era un argomento che ricordavo vagamente e sulla formula finale si stendeva il nero assoluto, poi rincuorato da quella macchia di cui cercava l’origine, sono svicolato nell’argomento adiacente, ho alzato anche il tono, a quel punto lui ha sollevato la testa, la ragnatela ha cambiato disegno, il grigio dei fili è mutato verso il sanguigno, ha sguainato il suo dito magro, il dito che conosciamo tutti, si accomodi, m’ha detto con un sorriso da gerarca nazista.
Poi l’ha riunito al pollice e ha prodotto lo schiocco delle undici di mattina, il barista con la giacchetta bianca stropicciata s’è avvicinato con una smorfia soddisfatta, ha fissato gli studenti atterriti oltre i banchi, ha aspettato che terminasse il cappuccino, è andato via ancheggiando, il vassoio in equilibriosopra la testa. Su un punto della ragnatela tornata grigia, c’era una macchia nocciola, ho afferrato lo zaino, ho imbucato la porta seguendo la stoffa bianca stropicciata, ho vomitato lo yogurt della colazione.
Tra pochi minuti Mario Chessa suonerà il clacson sfiatato del suo camioncino e io lascerò per sempre questa camera e Roma. Lara verrà con me e ciò mi preclude, per il momento, due possibilità: andare a imparare l’americano nell’appartamento al ventitreesimo piano di zia Adele o di rifugiarmi nella villona di Ema a decidere che farò poi. Per il momento, chè la mia natura è più bastarda del mio cane e può darsi che mi dimentichi di lei.
Ho mangiato un cornetto e un cappuccino al bar in fondo alla strada. E ieri sera due etti di pasta all’olio.
Mi ricordo che una volta vidi un film che parlava di tossici, d’alcolisti, che provavano a uscire dalla dipendenza e la terapeuta che li seguiva li esortava a prendersi un animale che se fossero riusciti a curarsi di lui, avrebbero visto la fine del tunnel che li stritolava, e così devo aver fatto io quando ho deciso di prendermi un cane.
La lingua di Monica pare di velluto, è meglio di qualsiasi lingua mi sia imbattuto finora, però i suoi capelli, la sua pelle, le sue labbra puzzano di fritto, di sugo, di biscotti.
La lingua della vecchia è rasposa come quella di un gatto. Chissà se è stata sempre così o ci è diventata con il tempo, mi è parso anche di sentire un pezzo d’insalata che transitava da me a lei, e l’ho buttato giù. E’ stata la prima cosa che ho ingoiato dopo tre giorni di digiuno.
Dopo i baci erano entrambe deluse e irritate.
Farai una brutta fine se torni al tuo paese!
Guardati ti si è consumato tutta la carne!
Ed è vero. Mia madre morirà di crepacuore quando mi vedrà all’ingresso.
Sono tornato nella stanza, ho riempito di cibo la ciotola di Lara, ho posato sul tavolo l’orologio, il cellulare e il portafoglio, la persiana della finestra della cucina serrata, la porta chiusa con il paletto, è stato a quel punto che lei ha cominciato ad abbaiare come se qualcuno stesse per scannarla, io davanti all’armadietto del bagno, il cibo di cui va pazza: lì, intatto. Ho fatto un passo indietro, mi sono allontanato dall’armadietto con la vernice scrostata, mi sono allontanato dalla mia vita, da quella strana piega in cui si era voltata da qualche mese, le formule sono balzate dalle pagine sgualcite pronte a stritolarmi, ma un altro abbaio furioso le ha disciolte, ho aperto gli occhi di nuovo, gli occhi stralunati davanti allo specchio appeso su un lato del lavandino, lo specchio era incrinato su un lato, sette anni di guai dicono che ti porta uno specchio quando si frantuma, ma il mio era solo incrinato, ho visto i peli che sporgevano rigidi sul mento, sulle guance, ecco il ricordo che conserveranno di me le due donne: quello di un bacio con le spine.
Mi sono rasato, fatto una doccia, ho indossato la maglietta che puzzava di meno. E mi sono divorato due etti di pasta all’olio, la finestra di nuovo aperta, io seduto di spalle con Lara che mangiava la sua roba e ogni tanto alzava il muso, faceva un abbaio di controllo fino a che le rispondevo: tranquilla va tutto bene adesso, sono ok. Quando ho acceso il cellulare è apparso il messaggio di Marta: Torniamo a Cassino insieme?
Non posso c’è Lara con me.
E chi sarebbe questa Lara? Mi ha inviato subito.
E come le facevo a spiegare in un messaggio che è stata l’ultimo filo con la vita, che adesso è tornata cane, io uomo, e che non mi preoccupo più di chi si aspetta piccole o grandi cose, dei punti da raggiungere e delle linee dritte, che ho sradicato la bandiera dell’arrivo, che proseguo a un’andatura variabile, che mi sento finalmente leggero anche se ho lo stomaco pieno?
La foto del cane l’ho presa da qui
Categorie: Racconti in rete
[ 6 commento(i) ]
il 19-01-2008 alle 11:05
ahi, che dolor!
il 21-01-2008 alle 10:34
O.T. Ti ho nominata…
il 21-01-2008 alle 11:54
*snif*
Belo davvero
*snif*
il 21-01-2008 alle 16:03
sì
la vita ad andatura variabile
si sopravvive dentro piccoli niente
Ben fatto
il 24-01-2008 alle 11:32
bellissimo! sono anche riuscito a tenere a bada l’impulso a gettare lo sguardo verso la fine della terza parte. E sono stato contento del ritorno alla vita di Enzo: spero sia di buon augurio. Baci, a presto!
il 24-01-2008 alle 12:35
Ciao Leo!
Mi fa piacere che ti sia piaciuto (e agli altri prima di te ).
Anche se era troppo lungo per la rete.
un abbraccio