La prima parte si trova qui
La temperatura è schizzata a trenta gradi, ma nella stanza ce ne devono essere almeno quaranta. Ho un occhio gonfio per un principio di congiuntivite perché tenevo il ventilatore a quindici centimetri dal viso. Mi sono spostato in cucina dove c’è una vera finestra non la feritoia da galera della stanzino dove dormo e adesso c’è un filo leggero d’aria, ma anche lo sguardo pesante dell’essere obeso che sta sempre al balcone tra due ventilatori. Pare una regina sul trono in mezzo a due alabardieri.
Ha chiamato Marta. M’ha detto: nella casa manchi a tutti!
Non ho domandato: e a te? Sono un uomo tutto d’un pezzo, io. Dopo ho colpito per cinque volte il tavolo scorticato modello Panna Cotta dell’ikea. Avrei continuato per altre cinque volte, il dieci è un bel numero, mi sono bloccato quando mi sono ricordato della massa sul balcone di fronte. Per allentare l’imbarazzo le ho fatto ciao con la mano, m’ha risposto con un gesto impacciato, poi ha suonato un campanello che aveva sulla carrozzina, è comparsa la madre e l’ha riportata dentro.
Il caldo mi ha riempito lo stomaco e ho cenato con tre pomodori a morsi, passeggiando tra la cucina e la stanza e viceversa. Tre passi per centocinquanta volte.
Verso sera la ragazza è tornata sul terrazzo in compagnia della madre, lei scriveva come sempre su una rivista, risolveva cruciverba, credo, perché ogni tanto succhiava il gambo della matita con aria concentrata, e sua madre lavorava all’uncinetto, forse un centrino, forse un quadrato di una coperta, e parlava e parlava, senza interruzione, come se recitasse una preghiera o una predica già detta e ridetta. Ho settato numero anonimo e ho fatto uno squillo a Marta ma non ha risposto.
Mancano dieci giorni e sosterrò, per la terza volta, l’esame di Meccanica, e poi, se il miracolo avviene, vado a Cassino. Lì m’attendono le viti e i registri della lavanderia da aggiornare, le zie, e mia madre. Non sa nulla della storia chiusa con Marta.
Darò il verderame ai filari e forse transiterò in un altro luogo, Ema mi ha invitato in Puglia, i suoi hanno affittato una villona vicino al mare e a una discoteca dove si becca anche se non vuoi.
Ma non lo so, non lo so. Dipende dall’esame. E Marta che farà? E Lara? Mica mi fido a lasciarla a mia madre.
Ha suonato la vecchia del piano di sopra, aveva un vestito verde che le lasciava scoperte le ginocchia con la pelle raggrumata e i capelli erano dipinti di fresco, di un colore che avrebbe dovuto essere quello del grano se la shampista non avesse sbagliato tubetto e invece sono color rosso d’uovo. Spellata sul naso e bruciata sulle braccia. I suoi tentativi di risultare avvenente: tristemente infranti. Però ha coraggio ed esibiva il disastro con un sorriso indifferente.
Come stai? M’ha chiesto con un’occhiata che è partita dall’alto e s’è fermata verso il basso, tant’è che ho pensato che avessi i boxer aperti.
Bene, a parte il caldo.
Perché non sali a goderti il fresco in terrazza con me?
Tra pochi giorni ho un esame, ho detto indicando il libro sul tavolo. Ha fissato il volume, mentre io cadevo in catalessi sul triangolo di schiena carbonizzata su cui spiccava una linea di pelle bianca e mi chiedevo: cosa vedi? Un triangolo o una linea?
Lei s’è voltata verso di me, di scatto, come fa qualcuno quando ti sta per impallinare con una pistola. Ha riso, con una serie di schiocchi che se analizzati separatamente e ritoccati con un sintonizzatore potevano anche sembrare dei colpi da sparo, e dalle labbra sono sbucati i denti con un altro pezzetto di verde smarrito tra gli interstizi.
Povero. Ha detto.
Sempre chiuso qui a dimagrire su quella materiaccia. E m’ha accarezzato una guancia.
Sei disponibile per un lavoro facile facile?
Che tipo di lavoro?
Ha riso ancora. C’era anche un pezzetto di giallo accanto al verde. Cosa poteva essere? Un residuo di mais, forse?
L’affittuaria del quarto piano del palazzo di fronte cerca qualcuno che porti fuori la figlia per un’ora al giorno.
Poi, più tardi, mentre ero disteso sul letto con il ventilatore a forza cinque, mi sono risposto al quesito di cui prima: ho visto una donna vecchia, non un triangolo, non una linea, ho visto una donna vecchia.
Mi sono addormentato, cullato dal cigolio delle ventole e dalla mia umanità ritrovata.
Si chiama Monica e ha 22 anni come me. Pesa 178 chili. M’ha fatto vedere le foto di quando era alla scuola media: un osso con i capelli lunghi, praticamente un mocio. Della bambina di allora le è rimasto solo lo sguardo.
Alle 19 vado a prenderla con Lara.
E’ la terza volta che usciamo per la passeggiata e devo dire che è nata una certa confidenza tra noi malgrado il tempo passato insieme sia poco più di un’ora, ma lei mi guarda di continuo dal suo balcone, le piace il mio cane, e dice che secondo lei mi sto incamminando verso la via del disturbo alimentare.
Le mie braccia sono flosce, le gambe scarne, il viso affilato.
Mi succede sempre ad ogni esame, ma questa volta l’ago della bilancia continua a scendere, e quando arrivo alla tesi che ne sarà di me?
Perché ti sei preso un cane? M’ha chiesto mentre sbuffavo su per una strada che non m’ero accorto che fosse in pendenza.
Perché no?
Intanto Lara ci cammina disciplinata a fianco, pare che l’abbia capito che non posso correrle dietro o aspettarla nelle sua pause di “scopri il mondo che è passato di qui”.
Poi per mostrarle che malgrado la magrezza sono tonico, mi sono piegato in ottanta flessioni visibili al suo balcone.
E se la vecchia avesse nascosto una spia nel lampadario e mi ascoltasse quando cammino avanti e indietro e parlo da solo?
Alla proprietaria di sopra è salita l’impudenza: Non mi piace quella grassona del quarto piano, m’ha detto con la fronte rattrappita in curve maligne.
E a Monica è sceso l’impaccio: la vecchia non si vergogna a mostrare la sua pellaccia arrossata? E dopo un paio di secondi: quanto mi piacerebbe dare un’occhiata alla tua stanza dall’interno, m’ha detto con un sospiro mentre affannato, sudato e appiccato facevo scattare il meccanismo di risalita.
Ma non può venire da me: non c’è la pedana per i portatori di handicap.
In compenso ho sorpreso la vecchia dentro l’appartamento davanti al mio letto disfatto. Avevo sentito odor di bruciato, m’ha detto sgranando gli occhi e agitando le braccia, ed ero scesa a controllare. Ho pensato che avesse annusato l’odore delle lenzuola, ma è una supposizione, non una certezza.
Ho tolto i fogli di giornale dal pavimento. Lara, pur continuando a reclamare le mie attenzioni, ha imparato a resistere all’impulso d’innaffiare tutto.
Ben tre esseri s’aspettano qualcosa da me e dovrei esserne contento o compiaciuto. Ogni tanto quella che vive con me m’abbaia per una carezza, però se sono preso dallo studio e non mi chino verso di lei per accontentarla, aspetta con muta pazienza animale.
Le due umane invece continuano a spararsi a vicenda. Solo che nella battaglia sputacchiano residui di patatine e di vegetali.
Voglio la mia Marta, qui, subito, adesso.
Domani l’ultima puntata.La foto del cane l’ho presa qui.
Categorie: Racconti in rete
[ 3 commento(i) ]
il 18-01-2008 alle 11:34
diamine, di sabato
[peraltro, anche così ha un senso di (in)finito]
il 18-01-2008 alle 15:17
nuoooooooooooooooooooooooooooo!!!
dovrò attendere fino a lunedì :’((((
il 19-01-2008 alle 2:57
[...] La prima parte si trova qui, la seconda invece qui. [...]