
Mi sa che prenderò un cane, mi piacerebbe un bastardo con il pelo corto e nero.
Un cane fa compagnia, lo devi portare fuori la sera e la mattina, gli devi dare la cena.
La proprietaria della casa mi ha dato il permesso.
Nel contratto è vietato portare persone non cani, ha detto con un sorriso che mi voleva mangiare.
Stai attento alla vecchia, m’aveva avvisato lo studente che abitava qui prima di me: ci prova con tutti.
Aveva mangiato insalata a pranzo perché c’era un residuo verde tra l’incisivo e il canino. Non ha la dentiera perché altrimenti il residuo non s’incastrava. I denti finti sono incollati insieme, credo. Oppure c’è uno spazio tra loro?
Fuori è spuntato il sole e a me sta montando la tristezza, va a finire che mi metto a pensare a Marta, alla casa di Via dei Volsci, e invece dovrei studiare Meccanica. Meccanica razionale, che unione disgustosa di suoni.
Vado a cercare il cane.
Il cane è femmina e si chiama Lara, ha circa un anno, il pelo arruffato bianco sporco. M’ha abbaiato una paio di volte oltre la gabbia, e ho capito che era lei.
Per ora scodinzola e piscia in continuazione. Se le dico che è bellissima, che è adorabile, insomma tutte quelle idiozie che dici al tuo cane quando sei solo con lui, si scioglie in una cascata di liquido trasparente . Ho ricoperto il linoleum con dei fogli di giornale che m’ha dato la vecchia qui sopra.
C’è rimasta male quando l’ha vista.
E’ un bastardo! Ha detto spalancando quel forno che inghiotte tutto.
La frase m’ha fatto salire il nervoso che s’è dissolto subito quando ho notato che la foglia verde tra i denti c’era ancora. E m’ha fatto tenerezza. Perché s’era ridipinta la faccia: blu sulle palpebre, rosa sulle labbra, rosso sulle guance e sfoggiava un vestito di cotone nero con una scollatura nauseante, ma s’era dimenticata dei denti.
Quasi piangevo.
Sono arrivati dei nuovi inquilini nell’appartamento di fronte al mio. Anche questo è di proprietà della vecchia qua sopra che è ricca assai. E a me faceva gola perché ha una cucina più ampia, una stanza spaziosa con una finestra con le persiane e un bel terrazzino con una tettoia di lamiera in cui già m’immaginavo a studiare e a sbirciare la strada sottostante in cerca di scollature consolatorie. Comunque ora lo occupano loro: una donna più che matura e una più giovane su una sedia a rotelle. Ma non credo che sia paralizzata. L’aggeggio su cui sta piazzata è oltre misura perché l’essere che l’occupa è una massa di grasso, una palla con un’altra palla connesse insieme mediante un cilindro d’altezza tendente al minimo che sarebbe il collo. E mangia bruscolini ininterrottamente. Non ha smesso mai da quando l’hanno scaricata dal camion a quando l’hanno tirata su per la pedana che c’è su un lato delle scale. L’ho osservata dalla finestra della cucina: gli occhi annoiati che fissavano il nulla, il viso gonfio e liscio che poteva essere di chiunque: un uomo o una donna tra i venti e i quaranta, i capelli cortissimi, ho capito che era una ragazza quando, ad un certo punto, s’è rivolta alla donna matura con una vocina leggera: mamma non hanno ancora montato il meccanismo elettrico.
L’esiguità del suono che fuoriusciva da quella dimensione immensa m’ha sconvolto.
I trasportatori l’hanno spinta su per la pedana come fosse un mobile. E lei stava lì, con la testa che pareva quella di una statua e i denti che sgusciavano i semi. La curva gaussiana delle bucce sui sampietrini sconnessi mi ha affollato la mente di un pensiero incompiuto sull’assenza delle persone e le loro tracce, ma Lara ha abbaiato e sono tornato ai miei esercizi.
Sono uscito perché le formule oscillavano sulla pagina, spiccavano il volo e si trasformavano in macchine assassine che volevano divorarmi.
La teoria si fa pratica e mi stermina.
Ho comprato due rosette e una confezione di caffè, mi sono seduto sulla panchina del giardino con le aiuole spelacchiate che c’è qui dietro casa mentre Lara puntava un coker che l’ignorava. Il coker, color mostarda, era a spasso con due studenti di lettere: avevano lo stesso libro di filologia romanza e gli stessi appunti foderati da una plastica blu, gli stessi jeans cadenti e le magliette troppo lunghe. Lui e lei si baciavano ad un intervallo preciso di circa due minuti. Il cane non doveva essere loro, credo lo portassero in giro per conto di qualcuno. Al decimo schiocco rumoroso, e immagino anche schiumoso, mi sono alzato e sono tornato verso casa senza aver voglia di salire nella stanza, e quasi citofonavo alla vecchia. Lara ha deciso per me: voglio giocare ancora, m’ha abbaiato, allora mi sono accovacciato per lanciarle la palla da tennis e mi sono sentito sotto uno sguardo, ho sollevato la testa: la ragazza era dietro la ringhiera di ferro battuto, mangiava patatine e mi fissava, m’è scappato un brivido lunga la linea della schiena e mi sono rifugiato nel libro.
Domani la seconda puntata.La foto del cane l’ho presa da qui
Categorie: Racconti in rete
[ 5 commento(i) ]
il 17-01-2008 alle 12:12
bello, è una voce diversa, esterna
il 17-01-2008 alle 16:54
Si ma…proprio come mia figlia dovevi chiamare il cane!! :-))
il 17-01-2008 alle 17:20
quel “ci prova sempre” ho dovuto attendere fino alla fine per capirne il significato…
il 18-01-2008 alle 10:34
[...] prima parte si trova qui La temperatura è schizzata a trenta gradi, ma nella stanza ce ne devono essere almeno quaranta. Ho [...]
il 19-01-2008 alle 2:55
[...] prima parte si trova qui, la seconda invece qui. Mi telefona zia Matilde, mi chiede del tempo, s’informa sulla potenza del [...]