
Verso le dieci di mattina, se non piove, una tortora atterra sulla trave del tetto della serra e si trattiene a lungo. Se mi avvicino lentamente alla finestra e resto immobile, lei mi fissa senza paura, roteando di continuo la testa. Sta in silenzio, però. Se invece decide di scendere sul ramo della magnolia, dove è a una discreta distanza da me e dal gatto, attacca il suo richiamo al compagno che dopo qualche minuto arriva e se ne stanno lì per un po’, a dirsi le loro cose.
Ci sono anche dei colombi selvatici, ma hanno abitudini diverse: sostano sempre sulla stessa betulla e sempre sullo stesso ramo, quasi irraggiungibili alla mia osservazione e agli agguati del gatto.
In realtà il gatto è diventato alquanto pigro, per lo meno se lo paragono alla cacciatrice instancabile che avevo prima, pigrissimo e incompetente se lo confronto con la gatta della vicina che almeno una volta al mese riesce a catturare un colombo e a mangiarselo per intero lasciando solo un mucchio di penne, le zampe e qualche altro dettaglio un po’ macabro da descrivere.
Le tortore mi piacciono molto e guardarle mi mette di buonumore e ho la segreta speranza che un giorno una venga a posarsi sul mio braccio, anche se sono meno comunicative dei merli. Una volta lessi da qualche parte che sono volatili feroci, ma non mi ricordo in che modo si espletasse questa ferocia, so che mia madre quando era una ragazza ne possedeva una coppia che voleva addomesticare, ma durante un’esercitazione il maschio volò via e la femmina si lasciò morire di fame.
Dai piccioni invece, come qualcuno sa, sono terrorizzata, ma non è tanto per il loro aspetto fisico, prima pensavo fosse soprattutto per quell’occhio fisso che Suskind ha descritto così bene per me: quest’occhio, un piccolo disco circolare, marrone con un punto centrale nero, era spaventoso a vedersi. Era come un bottone sulle piume della testa, privo di ciglia, privo di sopracciglia, totalmente nudo, rivolto all’esterno e mostruosamente spalancato senza decenza alcuna. Da quando vivo qui, infatti, ho dedotto che l’occhio c’entra poco perché anche le tortore e i colombi selvatici ne hanno uno simile, anche se mi appare diverso: cioè mi sembra che loro, a differenza del piccione, uno sguardo lo abbiano. Ho capito che il piccione mi fa paura, a differenza dei suoi simili, per la sua invadenza e soprattutto per quell’ossessione di nutrirsi, che lo porta, come più volte ho osservato con orrore, a mangiare anche quando sta per morire. Ho il sospetto che anche altre specie di volatili abbiano questo riflesso incondizionato, per esempio le galline, ma le galline sono più umane o meglio più animali perché si spaventano facilmente.
Il piccione invece non ha paura di nulla.
Se batti le mani o fai un gesto per cacciarlo, magari se ne va, ma quel suo andarsene è impassibile, non butta il collo in avanti e schizza via come fa la gallina per esempio, è un andarsene senza emozioni e senza reazioni che mi è insopportabile. Per fortuna a CameliaHof e nel paese di W. sono al sicuro: qui i piccioni non ci sono, ma appena vado in città, se sono sola, diventa quasi una tragedia.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 2 commento(i) ]
il 15-01-2008 alle 21:03
Davvero non vorrei esser nei panni di quel “lui” che citi nel titolo … per quanto lo hai distrutto nella tua metafora di autentica e pura misantropia. Inguaribile, forse?
il 20-01-2008 alle 0:28
OK, ho mentito! Mi piacerebbe esserci … Next step?