Tonino Bini camminava sfiorando il muro di una caserma di polizia, il bavero dell’impermeabile sollevato, il basco schiacciato in modo ridicolo sulla testa.
La pioggia gli aveva punteggiato le lenti degli occhiali e le scarpe di pelle.
“Te lo avevo detto io di non metterle” gli rimbalzava a ogni nuova goccia nel cervello.
Avrebbe dovuto tirare fuori l’ombrello dalla ventiquattrore, ma non ne aveva voglia: tra circa cinquanta metri sarebbe arrivato alla fermata dell’autobus e lì si sarebbe potuto riparare sotto la tettoia di un’edicola. Svoltò l’angolo dietro cui cominciava una grande strada e invece di essere investito dalla puzza di smog e dai clacson che gli causavano ogni volta una fitta allo stomaco, Tonino Bini trovò un’assenza di odori e di rumori e tre gradini improbabili.
Erano tre gradini grigi e screpolati che non portavano da nessuna parte, forse - avrebbe pensato Tonino Bini se non ci fosse stata quella inspiegabile assenza da spiegare - qualcuno li ha depositati qui durante la notte per sbarazzarsene.
Invece di sollevare lo sguardo sulla strada per capire la ragione del silenzio e della mancanza di puzza, Tonino Bini fissò la base del secondo gradino su cui si apriva un buco, un buco che sembrava un occhio, un occhio al centro di una fronte.
Bizzarro. Fu l’ultima riflessione da uomo di Tonino Bini.
E in quella parola erano racchiusi molteplici significati: lo stupore per l’assenza del caos, lo stomaco che non gli bruciava dopo aver svoltato l’angolo, i tre gradini abbandonati lì e non nei pressi di un cassonetto, la pioggia che era cessata all’improvviso e quella cavità che gli aveva catturato lo sguardo .
Infine Tonino Bini fece un gesto che poteva ancora essere compreso da quella parola appena pensata: si chinò e infilò il dito indice della mano sinistra in quel buco che pareva un occhio.
L’assenza dei suoni e degli odori venne sostituita da un fruscio non definibile e da un profumo salmastro. Poi Tonino Bini e tutto quello che aveva addosso furono risucchiati dal buco. Il processo sembrò durare un istante e quando terminò, Tonino Bini si accorse di essere diventato tutto. Cioè non esattamente tutto, si era trasformato in ogni cosa che non aveva un cuore e quindi in un sasso, in un virus, nel gas di scappamento delle automobili, nel web, nel ramo di betulla che oscillava al vento che nel frattempo aveva cominciato a soffiare.
Bizzarro, pensò ancora la nuova essenza di Tonino Bini. E subito gli venne la voglia di sperimentare.
Si concentrò su Liliana, sua moglie. A quell’ora, erano circa le otto di mattina, lei staccava dal turno di notte all’ospedale.
Sarà nello spogliatoio a riporre nell’armadietto il suo camice, a cambiarsi le scarpe.
E subito si fece spogliatoio. O meglio: prese coscienza di essere spogliatoio.
C’erano dodici colleghe di Liliana in una stanza, a darsi il rossetto, a infilarsi gli stivali, ad appendere alle stampelle il camice da infermiere, tranne che lei.
Allora Tonino Bini si fece ospedale e individuò sua moglie in un archivio nel sotterraneo che scopava con un certo Augusto Meloni, un chirurgo maxillo-facciale che, con una diagnosi fasulla, le aveva rifatto, a spese dei contribuenti, il naso.
Li Mortacci Tua, disse Tonino Bini ma senza punture dolorose allo stomaco. E si fece scaffale, raccoglitori, polvere e movimento e cadde sopra Liliana e Augusto Meloni lasciandoli storditi e nudi sulle mattonelle luride.
Bene, disse Tonino Bini. E adesso? Adesso che faccio?
Punirò ancora qualcuno che vuole fare il furbo, stabilì con un sorriso infantile e inquietante. E quando mi sarò stancato, aiuterò qualcuno che non ce la fa. E dopo, quando mi sarò annoiato anche di questo, salverò i cattivi e peggiorerò le condizioni degli sfigati.
Si fregò le mani, be’, idealmente si fregò le mani, e si mise a lavoro.
Categorie: Storie per la rete
[ 9 commento(i) ]
il 09-01-2008 alle 16:06
lo so che non ha importanza, ma… ’sti gradini, che sono? gradini come un marciapiede da salire? o come una metropolitana da scendere? o semplicemente una scaletta a tre gradini, di quelle che si usano in casa?
splash!
il 09-01-2008 alle 16:29
sono come questi (ho cambiato l’immagine per chi non avesse visto la precedente) solo un po’ più consumati.
il 09-01-2008 alle 16:41
ma scrivi divinamente!
anche a me piace scrivere, ti ho linkata.
buon anno
il 09-01-2008 alle 16:52
Ma sai che la storia del chirurgo maxillo-facciale mi ricorda qualcosa? Probabilmente un racconto di Ammaniti, ma con un finale decisamente diverso
Salut (in ogni senso)
il 09-01-2008 alle 16:55
PS: una piccola nota. Ma sei sicura che Tonino avesse visto lo spogliatoio di un ospedale? Mettersi stivali e rossetto, non era l’anticamera di una lap dance, per caso
il 09-01-2008 alle 19:15
Miss Welby: un felice 2008 (anche di scrittura) a te!
Matteo, io mi ricordo di un suo racconto sull’antologia Crimini dove c’era un chirurgo che rifaceva le tette. Però un maxillo-facciale, ora che lo hai scritto, ricorda qualcosa anche a me.
E poi le infermiere quando ritornano nel mondo dei sani si truccano!
il 10-01-2008 alle 10:02
da’ a qualcuno il potere di agire sul libero arbitrio: a subito ti diventa arbitro.
il 10-01-2008 alle 11:48
ma che il web non abbia invece un cuore, da qualche parte, non son mica convinto
(le mogli non vanno mai controllate, è meglio non sapere)
il 10-01-2008 alle 15:40
Effe: mi stupisce!…