Vedo gente, mangio pizze     28-12-2008  

Lunedì nel giardino che c’è al centro della piazza avevano disteso un telo di plastica azzurro, martedì avevano montato delle assi e due casette di legno.
Mi sa che ci fanno una pista di pattinaggio, ho detto a Lo mentre passavamo di lì.
Che state facendo? ho domandato a uno che sembrava il capo.
Lo saprai il giorno di Natale!
Che fate? ho chiesto a uno magrolino, con la pelle olivastra.
Non lo possiamo dire.
Che cosa state costruendo? ho detto a un altro con lo stesso colore di pelle ma con una corporatura più robusta.
Segreto!
Il quarto l’ho selezionato guardando attentamente quelli che battevano i chiodi, trasportavano paletti di metallo e altri oggetti di cui ignoro i nomi. E mi sono rivolta a quello che mi sembrava che avesse la faccia da mezzocapo.
Che cosa sarà questo?
Una pista di pattinaggio sul ghiaccio. Mi ha risposto accendendosi una sigaretta.
Ma il 25 il ghiaccio non si era ancora indurito e il giorno dopo pioveva e ieri pomeriggio sul tardi la pioggia era cessata, ma il ghiaccio era pieno di crepe, di tagli, sembrava una ragnatela, e gruppetti di ragazzi stavano appoggiati alle transenne a guardare e il capo e il mezzocapo erano sulla pista con un martello con il manico lungo a dare dei colpetti alla superficie e a scuotere la testa, desolati.
Finalmente oggi la pista era solida e tutti stavano lì, a pattinare, a schiantarsi, a ridere e a urlare, ognuno secondo le proprie modalità.
Peccato, proprio oggi che non c’era Lo. Mi sono diretta al recinto dell’area cani, ho aperto il cancelletto, ho sganciato il guinzaglio alla cana e le ho sussurrato: corri! E lei ha spiccato la corsa, velocissima, come fa sempre. Poi si è schiantata sulla terra, proprio vicino a una pozzanghera. E dopo pochi istanti ho visto una fiammella attraversare l’aria e cadere nell’acqua.
Oh no, il cane, no, è pericolosooo. Ha urlato una voce finto preoccupata.
Imbecilli! Veramente ho usato un’ espressione più colorita di questa.
Poi ne è partita un’altra e un’altra. Per fortuna le miccette cadevano nelle pozzanghere o lontano da lei che si era messa a correre non più a cerchio come fa di solito, ma cambiando direzione di continuo. L’ho richiamata ed è venuta subito, le ho agganciato il guinzaglio, sono corsa al cancelletto, volevo guardarli in faccia, questi tipi con sciarpe e berrettini di lana, ma purtroppo sono fuggiti giù per le scale della metro.

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La signora e il suo cane     19-12-2008  

Questa mattina uscivo dal parco per il sentiero che porta alla strada principale che taglia il paese di W., non per quello che conduce a casa mia, quando incrocio una signora e il suo cane. La signora pur essendo molto vecchia avrebbe avuto un passo più elastico se non avesse dovuto aspettare il suo cane che invece si muoveva a rallentatore, però aveva un bel pelo, non era grasso, insomma malgrado fosse decrepito si teneva.
Io ero con la cana che si è subito entusiasmata e ha cominciato a saltellargli intorno. Il cane si è immobilizzato, pareva una statua di cane, se non per la coda che segnalava che era contento. La vecchia signora e io abbiamo cominciato a parlare, cioè lei parlava, io ascoltavo, e intanto m’incantavo sui suoi occhi: azzurri, grandi, e allegrissimi.
A un certo punto ha imboccato il sentiero un uomo sulla bici e la vecchia signora, io e la cana ci siamo fatte da parte per farlo passare, il vecchio cane invece non è stato altrettanto rapido e l’uomo ha dovuto rallentare, la vecchia signora l’ha sollecitato e lui, il vecchio cane, si vedeva che ce la metteva tutta, prima una zampa e poi l’altra, pareva di sentire la fatica dello spostamento, ma per affiancarsi alla staccionata ci ha impiegato comunque un po’.  L’uomo intanto si era fermato e aveva messo su una quelle di facce inespressive che i primi anni che stavo qui m’inquietavano parecchio, che poi tanto inespressive non sono, diciamo che per come le interpretavo io (ora mi sono indifferenti) intendevano questo: sei una merda e io sono paziente, nel caso di stamattina:  siete delle merde voi e i vostri cani e mi state intralciando il cammino e io sono gentile a non arrabbiarmi.
Alla fine l’uomo in bicicletta è passato e la vecchia signora si è girata, gli ha fatto la linguaccia e qualche altro sberleffo che non saprei descrivere perché ho cominciato a ridere e a ridere, e se ci ripenso rido ancora.

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Dentro e fuori     17-12-2008  

Sono sul balcone, con la schiena stretta al muro, è da dieci minuti che sono qui, i muscoli cominciano a farmi male, e per distrarmi ho calcolato di quante mattonelle è composta la mia schiena: approssimatamente dodici, quasi due in larghezza e sei di altezza. Un altro, nella mia posizione, forse ne avrebbe misurate almeno due in larghezza, perché ho il torace un po’ stretto.
Mia madre aveva ragione a insistere con il nuoto. Io fino a quattordici anni l’ho assecondata, lei era convincente e inoltre ero bravo: scivolavo nell’acqua senza sforzo, saltavo dalla pedana al tempo giusto, ero veloce e preciso. Eppure a un certo punto mi è venuto a noia e ho lasciato perdere, malgrado mia madre tentasse di dissuadermi profilandomi un futuro senza femmine per la faccenda del torace stretto. Però non le diedi retta anche perché le ragazze avevano cominciato a guardarmi, be’, le ragazze, qualcuna, ne basta anche una per stare in pace. Poi sono diventato lungo lungo e mi è scoppiata la passione per la pallacanestro, ma che delusione quando non mi selezionarono per la squadra! Per un minuto esatto, ho sempre avuto l’orologio con il cronometro io, ebbi la visione di un me che raggiungeva il ponte Mammolo, s’arrampicava sulla balaustra bianca e saltava planando come un tappeto. Negli ultimi istanti ci ripensavo e mi contorcevo, ma ormai il fiume s’apriva vorace e m’inghiottiva nelle sua acque giallo-marroni. Siccome ero testardo, forse più testardo a quattordici anni che  adesso che ne ho trenta, passai un’intera estate ad allenarmi nel campo vicino alla spiaggia e a settembre mi presero.
Un minuto. E’ quanto mi ci è voluto per svolgere questo ricordo dalle mattonelle di oggi all’ingresso nella squadra di ieri.
Miriam è in cucina che sta versando il caffè nelle tazzine. Dalle fessure della serranda percepisco il tintinnio diella ceramica e un odore di sigaretta che mi sta provocando un’intensa voglia di accenderne una.
Quando sono uscito fuori poco fa, stavo per avere un attacco di riso perché Orazio, il marito di Miriam, avrebbe potuto sorprendermi e ciò sarebbe stato sgradevole, forse pericoloso, eppure a me pareva esilarante. In fondo non sono innamorato di sua moglie, mi piace parecchio, certo, ma non ne morirei se dovessi rinunciarvi. Per questo credo mi venisse da ridere. Perché stavo correndo il rischio di avere guai per qualcuno di cui non me ne frega un cazzo.
Orazio è un ufficiale di marina, sembra un lavoro d’altri tempi, una mestiere da film. Sono stati a Taranto, Genova, infine quando lo hanno assegnato nel Sinai, Miriam ha smesso di seguirlo, ed è tornata a Roma. Lui da quel momento non ha pace, la chiama tutte le sere e la tempesta di domande sui suoi tempi e sui suoi spazi. Ma è la prima volta che gli fa un’improvvisata. Sospetta qualcosa, mi ha detto Miriam mentre mi spingeva per le spalle sul balcone. Se ti scopre qui mi ammazza!
Mi si è un po’ accartocciato lo stomaco quando usciva questa frase ed è stato lì che  ho dovuto trattenere la risata. Mi chiedo perché Miriam non lo pianti: la tormenta, non lo ama più, ce l’ha pure piccolo, e non fa nulla. Ma non glielo ho mai chiesto perché non lo lascia, Miriam m’interessa perché ha un bel culo e soprattutto perché lo dà.
C’è un’aria appiccicosa, con folate di vento che sollevano la polvere della strada e muovono le foglie del filo di edera che si arrampica vicino a me. Ogni tanto compare la testa di un geco che mi fissa. E’ quasi sera, e tra poco uscirà dal suo nascondiglio.
Orazio parla e attraverso la serranda mi arriva una voce sonora, da uomo.

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Ed ecco una nota un poco diversa     15-12-2008  

Ieri ero a cena con degli amici e a un certo punto uno di loro – uno che quando l’ho incontrato la prima volta  si è è presentato così : “io sono come il tuo blog nel senso che non si sa dove finisce la realtà e comincia la finzione”, e non si capiva mentre pronunciava questa frase se scherzasse o meno – ha interrotto la conversazione e ha detto: scusate, adesso devo portare avanti un esperimento che sto facendo con le cameriere. Ha chiamato la ragazza che ci aveva appena servito il caffè e le ha domandato un posacenere. Mentre lo chiedeva non la guardava direttamente negli occhi, ma un po’ di lato. La cameriera l’ha fissato per qualche secondo come se non fosse certa di aver compreso la domanda e poi ha attaccato a rispondere. E’ partita da lontano, dalla data di quando in Olanda è entrata in vigore la legge sul fumo. Mentre parlava, sembrava che recitasse una filastrocca, il tipo che aveva fatto la domanda ascoltava serio e assentendo un poco e quando la ragazza ha concluso il suo discorso in cui non ha mai detto: non ti porterò il posacenere, lui ha risposto, cortesissimo: va bene, grazie lo stesso. Lei se ne è andata via un po’ perplessa, come volesse dire: c’è qualcosa di strano in ciò.
Dopo io ho chiesto al tipo: perché questa domanda? Perché? Perché? Ma lui è stato molto vago, e alla fine ha tagliato così: si tratta di un esperimento sociale. Poi qualcuno ha ripreso a parlare. E io non faccio che ripensare alla scena, che non voglio dimenticare, perché prima o poi vorrei riportarla da qualche parte.

Categorie: Con quella faccia un po così

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Facce di Camelia     11-12-2008  

I lavatori di vetri sono arrivati a CameliaHof alle nove su un camioncino bianco.Sono due, uno sui venticinque e uno sui sessanta che forse se li porta male e potrebbe averne anche una decina di meno: ha la faccia magra, una cicatrice sulla guancia, gli zigomi che sporgono, la pelle abbronzata, i capelli tinti di giallo uovo che gli sfiorano le spalle e gocciolano, occhi chiari che tiene strizzati.
Dategli un cappello a due punte, una maglia a righe, infilategli un coltello alla cintura dei pantaloni , tatuaggio e orecchino già li ha, e potrebbe stare a lavare i vetri della cabina di un capitano e invece è qui, nel dorato paese di W., a insaponare le finestre basse delle case con i tetti di paglia, di legno, d’ardesia.
Il ragazzo ha la faccia rotonda, un naso carnoso, i capelli cortississimi e castani,   l’aspetto di qualcuno che potrebbe essere ovunque, adesso è sui tetti, piove a dirotto e lui striscia con i piedi sulle grondaie, le mani agganciate alle assi, l’attrezzo del lavavetri infilato nella tasca dei jeans, pulisce i vetri delle stanze alte, senza una corda che lo tiene.
Ti manca il respiro a vederlo svolgere il suo lavoro.
Più tardi passerà il capo, a riscuotere.
Il capo è turco, arriva con la sua macchina, ha un quaderno a quadretti su cui sono indicate le abitazioni e gli importi che ciascuno deve pagare. Ha una faccia da furbastro, che a Roma ha una definizione ben precisa e tratta i due, il vecchio pirata e il ragazzo che potrebbe essere ovunque, come degli idioti.
Per quindici vetri tra porte e finestre piccole e medie pago quindici euro. Per far lavare una macchina, dentro e fuori, l’ho scoperto stamattina, ce ne vorrebbero duecentocinquanta, ma questa la racconterò un’altra volta.

Categorie: Con quella faccia un po così

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E io che ci faccio con la mia?     09-12-2008  

Siccome ho il freezer pieno di carne irlandese, cerco il numero del super dove vado a fare la spesa e li chiamo. Mi passano l’addetto del reparto.
Ho comprato la vostra carne, gli dico, e ho letto sul giornale la faccenda della contaminazione.
Sì,risponde lui,  ma è quella di maiale a rischio, non quella di bovino e noi trattiamo solo questa.
Pare che ci sia qualche dubbio di contaminazione anche lì.
No, non c’è.
Sui giornali italiani dicono che ci potrebbe essere questa possibilità.
Invece su quelli olandesi no.
E se viene fuori che c’è?
Allora la toglieremo dalla vendita.
Grazie per l’informazione.
Prego.

Intanto sul sito di O’Sullivan non c’è nemmeno una nota informativa di quello che sta accadendo.

Categorie: Roba d'Olanda

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A ciascuno il suo     08-12-2008  

Pronto c’è Effe?
No, Effe non c’è, sta sul ponte.
Quale ponte?
No, scusa mi sono sbagliata. Fa il ponte.
Il ponte?
Il ponte della Madonna. Scusa, ancora non parlo bene l’italiano.
Eh?
Alla fine ho capito. Qui il 5 dicembre si è festeggiato Sinta Klaus, l’equivalente del nostro Babbo Natale, e ieri mattina il grande prato verde che c’è a cento metri da casa era bianco di brina e un gruppo di ragazzini giocava con le radiotrasmittenti nuove fiammanti, ma nella scuola americana i regali se li scambiano oggi. Insomma, ognuno fa come gli pare. Poi ho fatto l’albero e un altro ne farò quando atterrerò a Roma, ma niente decorazioni nel giardino anteriore, anche perché, a differenza dei miei vicini, non ho la corrente elettrica. Non ho la corrente elettrica ma ho l’acqua  che loro invece non hanno. E una decina di micro abeti e un super abete e le primule di tutti i colori e da ieri anche i tulipani e i narcisi.

Categorie: in un altro luogo

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Mi consigliano due libri, due persone diverse.
Il primo scrive: E’ un libro che fa male, a me ha fatto male.
La seconda: è un libro che fa male all’anima.
Un libro che fa male mi ricorda un certo professore di latino che nel corso di una traduzione in almeno due d’occasioni lanciò il suo libro non addosso all’interrogato, ma davanti a sé. Non mi ricorda quindi qualcosa di struggente, ma piuttosto sgradevole, che non rimpiango affatto.
La parola anima mi fa pensare a varie cose. A una frase che usava mia nonna quando si arrabbiava: mannaggia all’animella tua. E poi a un piatto di patate e fegatini al sugo che cucinava certe domeniche quando andavamo a pranzo da lei. E a mio nonno che quando perdeva la pazienza diceva mannaggia all’animaccia tua. Insomma, mi suscita ilarità.
La parola anima agganciata a “che fa male” mi richiama invece l’immagine di un pezzo di fegato rossastro e di un vecchio con la faccia bianca e le labbra sottili e nere che sta per divorarlo, e m’indispone alquanto.

Categorie: Pensierini

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Blog o Facebook?     01-12-2008  

Hai preso il caffè, domanda Chiara Bellini, 35 anni, impiegata in un certo ufficio alla collega che siede alla scrivania di fronte.
No, risponde Iride Baroni che ha 39 anni e ha ottenuto la sentenza di separazione la settimana scorsa da un bastardo che approfittando del suo ricovero in ospedale per un piccolo intervento le ha depredato l’appartamento lasciandole solo il letto e la cucina in muratura.
Non ancora, ma lo sto per prendere.
Eh? Dice Chiara perplessa alla collega che digita frenetica sulla tastiera del pc.
Lo sto per prendere con Pippo! Pippo Tamburi il mio fidanzato storico del liceo. Ci siamo scambiati le tazzine su Facebook. Si è separato anche lui da una stronza qualche mese fa!
Ah! Che noia ‘sto FB. Ti succhia il tempo e il cervello. Io preferisco il blog. Lì posso chiedermi dove vado, da dove vengo, riflettere, metterci le mie storie, le mie considerazioni di vita.
Il blog è morto! Dice Iride senza sollevare lo sguardo.
Scherzi? Il blog non morirà mai! Fino a che esisteranno persone con la passione per le parole che grondano sentimenti come me.
E allora perché hai aperto un account anche tu? ribatte Iride sorridendo allo schermo.
Perché tutti gli scrittori lo hanno e inoltre mi è utile come serbatoio di contatti. Sono diventata amica di critici, giornalisti e romanzieri famosi e quando uscirà il mio libro con TeloPubblicaTuTù, chiederò loro una segnalazione, una recensione, una critica, anche negativa! perché l’importante è che se ne parli!
I libri di TeLoPubblicaTuTù non li compra nessuno. Hai letto quell’ articolo sull’editoria?
Mah. Gli ho dato un’occhiata veloce. Sono solo numeri, quella dà i numeri, te lo dico io. A me invece interessano le parole, le parole che raccontano di amore, cuore e sole. Per questo motivo FB non m’interessa. E’ un ghetto, che mortifica l’espressione, la banalizza. E poi come faccio io a sintetizzarmi in una frase?
Pippo Tamburi mi fa i complimenti per la mia forma smagliante.
Io ho bisogno di spazio per raccontare le mie storie. La vita uccide! Ecco una verità, ma non la posso condensare in una frase, capisci?
Pippo Tamburi mi ha chiesto un appuntamento, lo vedrei anche stasera, ma non posso.
E ho bisogno di lettori, io. Di tanti lettori. A cui spremere il cuore. Ho bisogno di commuovere il mondo, io.
Non posso incontrarlo, non ora: quella foto che ho caricato sul profilo è di dodici anni fa, dodici chili fa!
Io vado a prendermi questo caffè, Iride. Tu rimani pure a rovinarti il cervello, a collezionare immagini di cui non gusti il sapore. Vado a rubare sguardi, parole, emozioni, io! E poi mi sa che faccio un post proprio sul caffè.
Io ci contavo parecchio su Pippo. Quando ho visto la casa vuota la settimana scorsa, c’era la mia scatola dei ricordi rovesciata sul pavimento,  proprio al centro del soggiorno, e io…io mi sono inginocchiata, ho cominciato a riordinare le cartoline, le foto, le lettere…e mi sono caduti gli occhi sulle lettere di Pippo. Cinque me ne  aveva scritte. Le ho lette e rilette. Questo è un segno mi sono detta, e l’ho cercato immediatamente su face e la mattina lui, Pippo, aveva accettato la mia amicizia e…Chiara dove sei?

Questa storia è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono frutto dell’inventiva dell’autrice e vengono usati in maniera fittizia. Qualsiasi somiglianza con persone reali e vive, fatti o luoghi è assolutamente casuale.

Categorie: Storie per blog

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Il tacchino e la gabbia dorata     27-11-2008  

Dalla finestra ho visto passare un tacchino, nudo ed enorme, disteso su una piastra di metallo nera. Lo portavano in due, due abitanti di CameliaHof, l’hanno sistemato nel portabagagli di un Suv grigio, l’hanno guardato perplesse, poi una ha scosso la testa, l’ha indicato, ha detto qualcosa, è tornata correndo verso casa, è ricomparsa poco dopo con un rotolo di carta argentata, l’hanno impacchettato ridendo e sono partite con un rombo che ha fatto volare via i merli nella pineta al centro di Camelia.
La scuola è chiusa, oggi e domani, l’Olanda lavora, ma W. è quasi vuota.

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