E siamo tutti più magri     04-10-2007  

Di nuovo un coffee morning a casa mia.
Sei cambiata in questi anni? Mi hanno chiesto.
Ho risposto: mica tanto. Ma poi, riflettendoci sopra, mi sono accorta che il cambiamento è stato notevole. La differenza rispetto a quattro anni fa, è che allora cercavo di fare tutto ma proprio tutto, anche le cose più orribilmente noiose, pur d’inserirmi e stare con la gente, ed ero mediamente infelice. Oggi faccio solo quello che mi va e sono mediamente felice, spesso allegra, anche un po’ stupida se mi gira. Certo, mi ha aiutato essermi trasferita da O. (dove in quattro anni non ho parlato praticamente con nessuno) a W., il paese degli expat quasi di lusso.
E ho disimparato a cucinare: in una scala da uno a dieci, sono scesa da 7 a 2. Ho imparato a scrivere: da 2 sono passata a 7.

Categorie: Pare che sia andata

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Parole in Camelia     02-10-2007  

Siccome le parole volano, come le api, oltre a compiere un numero infinito di altre azioni, capita che un piccolo fatto che mi riguarda, raccontato a una vicina, diventi qualcosa di gigantesco, in positivo, per fortuna. Altro non posso aggiungere perché periodicamente la mia vicina, che è simpaticissima, davvero, prova a leggere questo blog con il traduttore, e inoltre fa un po’ vanitosi scrivere di fatti positivi che ci coinvolgono.
Le parole possono grondare retorica e bontà. Di bontà e di buone azioni non bisognerebbe parlarne, di quella riferite a se stessi intendo, e tanto meno scriverne. Alla bontà esibita preferisco la cattiveria sbandierata che a volte si basa, per colpire, su intuizioni originali, seppure nel lungo periodo risulti fastidiosa come la prima.
Le parole svelano, anche.
E così scopro perché quel tipo che si è trasferito a CameliaHof a luglio non ha un’aria assente quando ci sente parlare. E’ italiano, ecco perché. Ma alle nove di sera, se c’incrociamo a portare i container nel luogo stabilito e non c’è nessuno, ma proprio nessuno, perché mi saluti come se fossi americano?

Categorie: Pensierini

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Io sono io     01-10-2007  

E’ successo che pedalavo sulla ciclabile, con un occhio al cielo cupo sopra di me, ho alzato la mano destra -non ne ho potuto fare a meno - e l’ho salutata. Era sul marciapiede e legava il materassino arrotolato sul portapacchi della bici. Io, invece, era riuscita a ficcare il mio nello zaino.
Ha risposto al mio saluto, un po’ sorpresa.
Con quel gesto ho ufficializzato la coincidenza. Lei e io, no, anzi, Io e lei facciamo le stesse cose, alla stessa ora con gli stessi mezzi.
Ho continuato a pedalare e a mettere in fila i luoghi in cui l’avevo incrociata l’ultimo mese. Alcuni dove incontri chiunque, solo che io per non incontrare chiunque ci vado a ore insolite. Non è olandese e nemmeno americana, così ho dedotto dalle poche parole che l’ho sentita pronunciare al corso di pilates.
C’è una che fa le stesse cose che faccio io, ho detto una sera a cena.
Questa è paranoia, mi ha risposto Fran.
Ma l’incontro ovunque, davvero!
Poi mi è venuto in mente Il Sosia dove un paio di psichiatri rintracciarono in Goljadkin tutti i sintomi della paranoia progressiva.
Ma lei non è la mia sosia, non mi assomiglia affatto, io sono diversa, io faccio le cose prima di lei, e in modo migliore!
Venerdì camminavo sul marciapiede con il carrello pieno, e pensavo: accidenti mi sono dimenticata il cibo per il gatto, ma non ci torno indietro adesso, non mi va, e lei era alla rastrelliera. Non l’avrei notata se non mi avesse detto: io sono venuta in bici.
Ho fatto un cenno con la testa, come per dire: bene, oppure: che mi importa come sei venuta, i cenni in assenza di parole sono sempre a doppia interpretazione, poi mi sono irrigidita perché nel canestro montato sul manubrio spiccavano tre scatolette con l’immagine di un gatto.
Sabato mattina ero in un bosco che c’è prima del mare, c’era una gara di cross country tra studenti che venivano da Parigi e da alcune scuole olandesi e la nostra scuola. Il bosco è sulle dune, c’era un’aria compatta e grigia, bellissima. E Lo che, come sempre, dissimulava l’emozione.
Comunque eravamo lì, Emme e io, a chiacchierare con altri genitori, si diceva: che fortuna che piove così il bosco è deserto, si diceva: ne è valsa la pena alzarsi presto, si diceva: guarda ci sono le lepri e anche gli scoiattoli, si diceva: è la prima volta che vedo scoiattoli con la coda rossa, dicevo, a un certo punto, a Emme: bisognerebbe avere una scusa per venire a fare una passeggiata qui, è a dieci minuti da casa, ma se non hai una scusa non ci vieni, e sono tornata su uno dei miei due argomenti preferiti, che sarebbe quello del cane, se hai un cane vieni in posti meravigliosi come questo, ho ripetuto un paio di volte, modificando leggermente la frase. Stavo per ricominciare da capo, quando ho visto una coppia, con una cane che li precedeva di qualche metro, e la donna pareva proprio lei, e se non era lei era la sua sosia.
Però ieri, alla festa d’inaugurazione della mostra della mia amica, non c’era. Forse non l’hanno fatta entrare come capitò a Goljadkin?
Ma allora io sono l’altro?

Categorie: in un altro luogo

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Di torte e romanzi     27-09-2007  

Nella stesura di Prima Che La Storia Finisca il dialogo a due non mi ha creato particolari problemi come nel pezzo in corsivo qui sotto. Devo ancora ragionare su parole o frasi, ma non è imbalsamato, è credibile insomma.
Invece ho avuto difficoltà a far parlare quattro personaggi insieme. Quattro personaggi che hanno quasi lo stesso peso e che si raccontano, in capitoli differenti,ognuno dal proprio punto di vista.
Quando finalmente si incontrano me la sono cavata, all’inizio, scrivendo le scene come fossero pezzi per il teatro.
Ma quando ho cominciato la revisione di quelle parti sono cominciati i miei guai.
Alla fine ho deciso così: la scena a quattro sarebbe stata raccontata dall’ultimo arrivato che è anche quello che ha un peso inferiore rispetto agli altri.
Da ieri sto lavorando a una scena a tre. Ancora più complicata da gestire. Perché tutti i personaggi hanno la stessa identica importanza.
Ho fatto una scelta simile alla precedente. E quindi sarà quello diverso ad avere la voce.
In questo caso la diversità era rappresentata dal sesso. Ci sono due uomini e una donna.
Sarà lei, Teresa, a condurre il gioco. Anche perché è stata proprio la donna, ma guarda un po’, a ideare l’azione per uscire da una certo problema.
Purtroppo avrò poche ore a disposizione oggi. Lo compie dodici anni e le torte olandesi sono belle ma cattive. Perciò mi tocca prepararne una, brutta ma buona (spero).

Apparvero le foto.
Alfonso chiese quale volesse proporgli, poi, senza nemmeno ascoltare la risposta, ne ingrandì una e disse: questa,cazzo! Questa è perfetta come copertina di natale. Chi sono ‘sti scemi?
Tre che ho conosciuto sotto un ponte.
Ci danno l’autorizzazione a pubblicare?
Certo.
Voglio la liberatoria.
Te la firmo subito, a nome loro s’intende.
S’intende. Sicuro che non avremo storie da questi tre? Accidenti che sguardi, ma come hai fatto a fermarli questi sguardi così?
Sicuro che non avremo storie da questi tre. E la telefonata al giornale?
Li chiamo subito. Due telefonate, un sacco di soldi. Mi devi come minimo una cena.
Una cena, un bacio, quello che vuoi purché non sia costretto a canticchiare quella canzone di Venditti.
Un bacio come?
Un bacio fraterno, che vai a pensare? Do via tutto per un lavoro tranne quello, quello non lo baratto nemmeno dopo dodici ore di marcia nel deserto in cambio di una bottiglia d’acqua gelata. Quello è sacro.
Sicuro?
Sicuro.
Hai troppe certezze, Antonio Piedimonti. Ma se non le avessi avute con tutte le volte che ti ho detto no a quest’ora saresti entrato in banca pure tu. Io Venditti non l’ho mai potuto sopportare,ero della linea del grande Fabrizio, pace all’anima sua.

Categorie: Prima che la storia finisca, dello scrivere

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Della noia     25-09-2007  

All’improvviso mi ritrovo datore di lavoro.
E qual è uno dei compiti di un datore di lavoro? La selezione di chi lavorerà per lui.
Poco più di un’ora per scegliere qualcuno che pagherò per i prossimi due anni. Già perché una delle sei materie che Fran porterà all’esame di IB è letteratura italiana, materia che non viene insegnata nella sua scuola. C’è letteratura francese, spagnola e olandese, che devono essere sostenute in lingua ovviamente, sono assenti il tedesco, e l’italiano purtroppo.
Così ho esaminato i candidati. Be’, prima ho dovuto cercarli.
Ne ho trovati tre. Con due sono arrivata al colloquio che è durato poco più di un’ora. Non ho tenuto conto dell’età, né del sesso, ed erano entrambi preparati per quanto si possa giudicare il livello di preparazione di una persona in sessanta minuti, per quanto possa giudicare io, e avevano esperienze diverse, più o meno lunghe. Non ho scelto nemmeno in base alla tariffa, differente, che chiedevano. Su cosa mi sono basata allora?
Sulla noia. Ora che ci penso la mia vita è influenzata in modo incredibile da questa. Letture persone luoghi li rapporto sempre a questa parola, o stato, o condizione.
Non necessariamente la noia è negativa, e non è detto che spinga verso altra noia. l’Olanda a un primo impatto visivo e quotidiano può sembrare noiosa, l’italia è l’opposto invece, ma nel lungo periodo tutto si rovescia e l’olanda diventa senz’altro più stimolante. Comunque. Mi sono rapportata alla mia percezione di come erano quando parlavano, di cosa trasmettevano, di come ti tenevano, e agli sbadigli di Fran che in un caso non smetteva più e li stava passando anche a me.
La noia, la cultura, le persone annoiate, le persone noiose. Ci si potrebbero riempire pagine e pagine. Ma non ci penso affatto a scriverle. Mi annoierei, oppure non ne sarei capace e per questo mi annoierei.
I luoghi comuni, per esempio, raccontati da una persona vivace, con un buon ritmo nella voce, un certo modo di ammiccare, di sfiorare e non sfiorare, di accennare o ricordare. Passano.
L’innamoramento, il desiderio, l’istinto, l’erotismo, l’omicidio, l’inchiesta, la strategia e la soluzione spiegati con un punto di vista innovativo da qualcuno quasi immobile mentre parla, e senza incertezze, o ripensamenti o aggiustamenti, con un ragionamento convincente e un vocabolario esteso. Hanno un impatto più blando perchè terribilmente noioso.
Pare che abbia fatto la scelta giusta. Perché Fran ieri sera mi ha detto: sai, quelle due ore mi sono volate.
Comunque grado di noiosità e numero di anni non sono legati tra loro, per quanto il messaggio che passa un po’ ovunque sia questo. Perchè la persona che ho scelto ha quasi vent’anni più dell’altra.

Categorie: Pare che sia andata, Pensierini

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E allora pedalo     24-09-2007  

Quando hai a che fare con impiegati comunali - e quindi tasse, attese, caffè interminabili dei suddetti, te lo spiega lui perché devi pagare, ma lui non lo sa, lei nemmeno, e perché non è arrivata la cartella esattoriale? Non lo sappiamo perché, lo sa qualcuno perché? Nessuno lo sa. E da quando ho la residenza nel comune di W.? Te lo posso dire io, ma perchè te lo dica devi pagare cinque euro e cinquanta centesimi. Non mi occorre il certificato, prima voglio sapere la data, eventualmente dopo… Impossibile! Non si può rivelare così, a voce. Stampo? Paghi? E va bene, pago. Pago tutto anche se mi pare assurdo. - ti innervosisci sempre ovunque ti trovi. Una consolazione vivendo qui è che nell’ordinato e apparentemente efficiente ufficio del Comune di W. ci vado in bici e quando esco, o meglio quando ne esco, sfogo frustrazione e parolacce trattenute con una pedalata lungo il canale con foglie che turbinano, anatre che atterrano e capre che mi dicono: non ti curar di loro!

Categorie: Roba d'Olanda

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Chi lo sa     21-09-2007  

Ieri, venti settembre, mi hanno chiesto che cosa facessi l’undici.
Nove giorni fa?
No, no! Del 2001!
E poi cosa accadde nei Paesi Bassi nel 1953, ma non a me direttamente era una domanda rivolta al gruppo, e io ho alzato la mano e ho risposto, e ancora: perché gli olandesi sono cresciuti così tanto d’altezza negli ultimi cinquanta anni? La risposta esatta era: per il gran consumo di latte. Ho fatto anch’io un quiz. Ognuna doveva proporne uno. Perché nel 2003 ai bambini iracheni fu regalato un canarino? Ma mi è stato obiettato: è una domanda di biologia, questa. Non vale! Sono ammessi solo quesiti di cultura generale, please.
Infine abbiamo dovuto fare un piccolo discorso nella nostra lingua e ho invidiato la tipa, bellissima, dell’Arabia Saudita perché non c’erano altre arabe nel gruppo e poteva dire nel paio di minuti a sua disposizione: mi sono rotta il c**** di queste domande.
Non c’erano nemmeno mie connazionali in effetti, ma con l’italiano non si è mai al sicuro.

Categorie: Roba d'Olanda

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The importance of being Earnest     19-09-2007  

Quando mi accorsi che la storia non si studiava come nella scuola italiana, mi attrezzai con manuali e manualetti e il proposito ingenuo di insegnarla io ai ragazzi. Per un paio d’anni mi seguirono, poi si stancarono e mi stancai anch’io. Non sapranno bene la storia però fanno altro, mi dissi. Come per esempio il teatro. Certo una materia in più non compensa il parziale studio di un’ altra, sono importanti entrambe, ma rammaricarsi per ogni cosa che non è esattamente come vorresti è un po’ da scemi o meglio da infelici.
A quanto pare sul piano pratico funziona in modo diverso.

Così Fran ( dopo avermi raccontato come è uscito brillantemente da una vicenda spiacevole in cui si è trovato coinvolto per caso): l’espressione degli occhi è fondamentale, ma anche i gesti che fai con le mani che non devono essere in contrasto con il tuo sguardo. E il tono della voce. E le parole. Gli devi rubare il cuore. (S’interrompe. Intreccia le dita delle mani e fissa un punto del soffitto): grazie, Mister C. per avermi insegnato a recitare! Grazie, grazie e grazie!
Ho sorriso, contenta che ce l’avesse fatta, poi il sorriso si è contratto in una smorfia. Forse era meglio che conoscesse le guerre d’indipendenza che la parte di Algernon, o cosa accadde durante la guerra di Crimea che le parole di Estragone.
Ma ormai è andata. Chi può dire se sia meglio o peggio.
Forse solo Godot. Bisognerebbe chiedere a lui.

Categorie: Con quella faccia un po così, Questioni di famiglia

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E così Radio Madrid se ne va     17-09-2007  

Stavo per accingermi a scrivere l’ennesimo evento fighetto di cui era stata protagonista, mentre una pioggia ideale bagnava i vetri, quando ha suonato il campanello.

Il disturbatore è un tipo sui trentacinque, pantaloni beige tiepidi di tintoria, camicia con collo svolazzante, giacca grigia sbottonata e spiegazzata il giusto, scarpe lucide con fibbia splendente, pelle bianca maculata di rosa, mani da anfibio aggrappate a una cartellina.
Sì?
Garcia?
Non sono Garcia.
Stava per tendermi la mano, ma si è bloccato.
C’è Garcia?
No, non c’è.
Un agente immobiliare. L’ho riconosciuto. Dalla mutazione repentina dei modi.
Impossibile! Avevamo un appuntamento.
Questa non è la casa di Garcia.
Impossibile!
Le chiazze salgono di una tonalità. Lo so che cosa sta pensando. Pensa che il mio accento, la mia statura, la mia carnagione siano spagnoli, ma io non so cucinare la paella, caro agente con le scarpe a punta quadrata, al limite, se proprio sono costretta, posso tentare un’amatriciana, e…
Garcia mi ha detto che se lui non fosse stato in casa, potevo parlare con sua moglie. Devi essere sua moglie.
Di colpo mi appare Garcia che, sotto una luce giallastra, con una faccia triste, toglie le galline di ceramica dal davanzale della finestra, e io che mi dico: ecco qui la sua diletta moglie irritata da quei ridicoli richiami l’ha piantato e se ne è tornata a Madrid. E invece no, era triste quando toglieva le galline, Garcia, ma non così disperato come mi era parso, per colpa della luce, forse. La sua Paola Paola semplicemente aveva deciso di passare la gravidanza a Madrid, dove di sicuro poteva fare quei controlli che non le avrebbero fatto qui, e poi è tornata con la bambina e il nuovo nato. E’ così che si chiama Radio Madrid, dunque. Garcia. Nulla a che vedere con il sergente della mia infanzia.
Questo Garcia qui, la sera, scende saltellando dalla macchina e sorprende CameliaHof con il suo Paola Paola, sorride quando passa davanti alla mia finestra, s’intuisce che è proprio felice, e le galline sono tornate al loro posto, in fila, in ordine di altezza.
Forse Garcia abita lì, dico all’agente.
Lui consulta la cartellina, bagna l’indice su una linguetta rosa decisamente disgustosa, controlla il mio numero civico, si ricompone.
Portoghese? Mi chiede.
No.
Francese?
Italiana.
Ah. Di Sienna?
No, no, scusi vado un po’ di fretta, arrivederci.
Se devi vendere la casa ci devi pensar in anticipo, mi dice.
E mi ritrovo il suo biglietto da visita sul palmo della mano. Più rapido di un serpente, accidenti.
A casa di Garcia non c’è nessuno, l’agente monta su una supermacchinona e accenna a rombare via, nervoso. Poi incrocia la polizia che sorveglia Camelia come se fosse la residenza della regina e il motore scende di parecchie note.
Ritorno ai miei file, delle mirabolanti avventure superfighette non c’è traccia, apro allora si chiamava Akan Kappa e poteva dirsi fortunato, sospiro, e vorrei mettermi a scrivere, davvero, e invece comincio a pensare: a Garcia che se ne va, ai pantaloni beige con piega, a una storia pazzesca su un agente immobiliare, al fatto che gli agenti non hanno nazionalità, Pezzi di vetro sulle ginocchia nude, l’anello di Don Mario inciso sulla testa, la puzza di orina e di sudore e di vino nelle narici fino a su, tra gli intrecci del cervello, a un litigio tra Garcia e l’agente immobiliare, E poi parlava in punta di parole, il regista, ed era attento alle espressioni, come se davanti a una telecamera ci fosse lui, costantemente.
Però la botta di adrenalina che t’arriva quando scrivi un racconto che si conclude in una giornata non ce l’hai mica quando scrivi una roba più lunga.

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Dal capitolo 10     13-09-2007  

Oggi mi occupo di Teresa Cordero. Il cognome l’ho preso da una mail spam, il nome l’ho scelto io. La spammatrice si chiamava Selma, e non mi piaceva. Per scoprire se ci sono contraddizioni in un personaggio salto da un capitolo all’altro.
Emme, stanotte, ha sognato che li ammazzava con un colpo di pistola i miei magnifici tre.
Eh, no, gli ho detto io. Sono io che decido se devono morire o meno.
Ma ci sono dei personaggi che decidono da soli.

Basta con queste parole consolatorie! Arrivano sempre prima di noi. Americani ed Europei! Disse Teresa muovendo lo sguardo dall’uno e l’altro. Sembrava uno di quei pupazzi a cui con un filo comandi gli occhi.
Si rese conto, dalle loro espressioni, di aver reagito troppo violentemente. Allora strinse le mani a pugno, fece un lungo sospiro e riprese a parlare con un’altra voce.
Gli italiani, poi, sono peggiori degli altri. Perché con la scusa di essere stati emigranti a loro volta, di essere gli antenati dell’arte hanno la pretesa di fare gli amici di tutti, dei Progrediti e dei Miseri. C’era una vecchia all’ospizio che era stata una professoressa nella vita, io avevo l’incarico di scendere all’edicola per comprarle un quotidiano, un quotidiano che avevo il divieto di leggere, e che naturalmente leggevo, non quando glielo portavo, perché lei, la professoressa, odiava le pagine spiegazzate, ma dopo quando svuotavo il cestino della sua stanza. E sapete che ci leggevo su quei giornali prima di inzupparli d’acqua per fare la cartapesta? Ci leggevo che loro in Iraq, in Afghanistan in tutti quei Paesi in cui sono andati come pecore insieme agli europei, loro sono i più benvoluti, anche se perseguivano i loro interessi esattamente come gli altri, e sapete perché? Per Totti, per il mare azzurro, perché sono un popolo antico. Ma lo sapete che i Romani, gli antichi Romani, hanno massacrato un numero incredibile di persone? Pensano al Colosseo, gli Irakeni, a Totti e si dimenticano il resto. Ma io il resto ce l’ho ben chiaro. Perciò vi dico che se mi si presentasse la possibilità io non esiterei a far fuori Suor Sicilia e il suo prete bastardo, che lo farei con gusto per vendicarmi di quello che mi hanno fatto patire, e per quello che hanno rubato. E gliela faccio una telefonata alla Superiora, giuro che gliela faccio. E d’ora in poi io vivrò senza scrupoli, senza paura dei rimorsi, vivrò per me, per prendere quanto più possibile. Me ne frego dei principi io. Voglio comprarmi le calze a rete, i cellulari con la telecamera, voglio mangiare la roba buona, non voglio chinare la testa e rispondere Sìssignora.
Suora, serva o puttana? Io scelgo di fare la puttana. Ma agirò diversamente da come fece mia madre, io risparmierò il denaro, non per mantenere figli, ché non li voglio dei figli io, ma per aprirmi un’attività. Ci impiegherò cinque anni ad accumulare la somma che mi occorre? Forse posso farcela anche in tre. Perché, sapete, io non ho intenzione di continuare a vivere qui, dopo. Io me ne torno in Ecuador, cari miei, e mi apro una bella cartoleria! A quelle che fanno le serve occorrono dieci o quindici anni per comprare il pullman per il loro sposo, e per mantenere i figli che vivono in un altro continente. Che imbecilli, eh? Fanno i figli e crescono quelli altrui! Io invece ci compro le penne, i quaderni, un bancone rosso, perché i bambini sono attirati dal rosso, e poi, forse, se me ne verrà la voglia, mi sposo! Mi volete anche così, con queste idee?
Avvicinò il suo viso al loro.
Danut allargò le braccia e si strinsero, come fanno i calciatori prima della partita.
Infine si divisero.

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