Ho sognato una pecora elettrica     14-11-2007  

Nella società del futuro tutti possono capire tutti perché si parla inglese, anche se si parla un po’ di meno. Nella società del futuro gli idraulici sono preziosi come i diamanti, così si rimane anche per un mese senza riscaldamento, con la coperta sulle spalle e un infuso rigenerante in una tazza che non scotta, e quando finalmente arrivano gli idraulici, abbronzati, ingioiellati, guidando Suv sfavillanti, non sanno risolvere il problema, e allora nel terrore del freddo che dovrai patire ancora, la tua mente ha un guizzo e gli dici tu quale potrebbe essere la soluzione. Nella società del futuro gli emigrati devono superare una serie di prove per entrare, prove di adattabilità, non di sopravvivenza, e così non viene ammesso più nessuno, e quelli che ci sono hanno una casa, un sussidio, poi però il sussidio si corrode perché in troppi lo ricevono, la disoccupazione cresce e gli emigrati si fanno sempre più cattivi. La popolazione, dunque, è multietnica e la scuola è un diritto di tutti, però solo i più meritevoli vanno al liceo e all’università, e sono quasi tutti di pelle bianca. Anche gli idraulici, sotto l’abbronzatura, hanno la pelle bianca, i netturbini invece ce l’hanno colorata. Nella società del futuro c’è poco spazio e quando ti si rompe una cosa anche se è qualcosa di dimensioni ridotte non la trovi mai e devi ordinarla, e spesso ti chiedi: chi compra le merci che sono esposte in vetrina? E hai quasi la tentazione di dire: voglio quello, anche se non ti serve. Nella società del futuro l’eutanasia in caso di malattia mortale è un diritto finalmente acquisito, solo che anche per questa c’è una lista d’attesa. Nella società del futuro quando la possibilità di guarire non raggiunge una certa percentuale ti consigliano di lasciar perdere, e la sanità non è più a carico dello Stato ma del cittadino che così si dà una regolata e smette di correre al pronto soccorso se ha l’alluce sudato, e a quelli che vivono con il sussidio ci pensa lo Stato a pagargli l’assicurazione e s’applica il principio di uguaglianza nella sanità, e siccome può essere curato un numero esiguo di persone, perché c’è poco spazio e poco denaro che viene investito nel settore, si curano solo i casi più gravi e quelli di emergenza, c’è un gran numero di casi d’emergenza nel futuro e non perché si verifichino più incidenti rispetto al passato ma perché i casi non curati a volte peggiorano. Nella società del futuro il denaro contante non si usa più, le operazioni di bancomat sono gratuite e un computer generale sa quello che mangi, quello che bevi, le medicine che ti ha segnato il medico, quando fai benzina e altre faccende che non sono più tanto segrete. Nella società del futuro siccome si è in molti, troppi, se decidi d’iscriverti in piscina devi metterti in lista di attesa, e se ti salta la voglia di andare in un ristorante devi pensarci molti giorni prima. Nella società del futuro gli incidenti d’auto sono minimi perché il codice stradale è rispettato, da tutti, anche dalla polizia e dai membri del governo. Nella società del futuro gli uffici aperti al pubblico hanno mobili colorati, poster alle pareti, un numero per fare rispettare la fila, e tutti la rispettano, la fila, sembra un sogno l’ufficio aperto al pubblico del futuro, eppure qualcosa continua a non funzionare, forse è per il caffè che gli impiegati bevono di continuo, chiacchierando del più o del meno come previsto dal contratto. Nella società del futuro provi una soddisfazione immensa quando trovi una cosa di cui avevi bisogno in un negozio, salvo poi accorgerti che ti hanno venduto un prodotto obsoleto o sbagliato, ma nella società del futuro non fanno storie, fare storie costa fatica e non è corretto, e il commerciante si riprende quello che ti ha venduto e ti restituisce la somma che hai sborsato anche se hai perduto lo scontrino. E se non lo fa si attua il passaparola attraverso le mailing list e nessuno ci va più a comprare da quel commerciante. Nella società del futuro siccome gli artigiani sono scomparsi, impari a fare da te, dalle saldature elettriche al restauro dei mobili e ogni volta ti sembra un miracolo, davvero. Nella società del futuro il volontariato è un esercito che svolge mille incombenze: vende biglietti nei cinema d’essai, fa l’allenatore di calcio, insegna a giocare a scacchi, a decorare palle natalizie, parla con gli emigrati che vengono respinti, ognuno dà un po’ di quello che non basta mai: il tempo. Nella società del futuro è buio e piove spesso, e ho visto cose che voi umani non potete immaginare.

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L’ultima parola     12-11-2007  

Di Fran i professori dicono: ha un carattere forte, sa argomentare, gli piace la mia materia, lui e io abbiamo un buon rapporto, non c’è altro da aggiungere.
Tutti tranne una. Una che ci riceve con la faccia seria, è rigida, non sorriderà mai durante il colloquio e insegna Inglese. Materia che (ahi, ahi) Fran non sopporta. Non la sopporta per come si studia: ti mettono davanti un testo e sembra che devi risolvere un quiz di enigmistica! E invece è letteratura!
Lei, la professoressa, dice: cerca il conflitto per arrivare alla discussione e sopraffarmi, ma l’ho capito, l’ho capito quel giorno di metà settembre quando ancora non lo conoscevo bene e stavo per cadere nella trappola. Ero appena entrata in classe, avevo sistemato i libri per la lezione, e lui parlava con il suo amico, in italiano. Qui si parla solo in inglese, ho detto.
Ho il diritto di esprimermi nella mia lingua, ha risposto.
Sì, ma non qui, in classe, dove gli altri non possono capire.
Non riesco a parlare con un amico italiano in inglese, è innaturale!
E’ andata avanti per un po’, fino a che gli ho detto che non avevo più intenzione di continuare a discutere. Lui deve aver creduto che fosse una resa, ma non m’importa. Spero che cambi, anche se…
Forse è un periodo, diciamo noi. Forse è l’adolescenza, poi passa.
Forse, dice lei, ma si capisce che non è convinta, è avvilita, ha gli occhi un po’ lucidi, e mi dispiace.
Quando torniamo a casa, riportiamo le nostre impressioni, ma Fran è irremovibile, c’è un cuore di pietra (che batte?) là dentro. Il diritto d’esprimersi nella sua lingua, poi, è il suo cavallo di battaglia da quando è arrivato qui a dieci anni e si è ritrovato nella scuola inglese ben più rigida, anzi decisamente l’opposto rispetto a questa americana dove l’abbiamo spostato.
Ci eravamo trasferiti da pochi mesi e mi ricordo che disse: lo sai? Cristina e Matilde si parlano in inglese anche quando fanno la fila per andare al bagno. Io non mi farò mai condizionare in questo modo. Mai!
Nel tempo ha sviluppato quello che chiamerei il complesso dei Promessi Sposi.
Meglio Dante che Shakespeare, meglio Manzoni che Fitzgerald, meglio la scuola pubblica che quella privata (e su ciò non posso dargli torto, se fosse stato a Roma è lì che sarebbe andato, ma la scuola pubblica olandese era impossibile da scegliere, in parte per il livello che non è un granché, per lo meno quelle della zona dove abitiamo, e in parte perché non sapevamo fino a quando saremo rimasti).
Però sono convinta che in questo caso la difesa della sua italianità c’entri ben poco. C’è questa materia insegnata in modo ibrido, questa professoressa un po’ rigida e un po’ moscia, c’è che è un po’ polemico, e da qualche parte deve uscire.
E poi lo studio di alcune materie dovrebbe essere precluso a certi soggetti. Come speech and debate, per esempio. Si sceglie un argomento, come la ricerca sulle cellule staminali, per esempio. Uno deve essere a favore, l’altro deve essere contro, a prescindere delle proprie convinzioni. Il dibattito non deve essere portato avanti con argomentazioni di tipo personale, non deve essere legato in alcun modo alla religione. S’impara l’arte della discussione, insomma. Io dico che prima di essere ammessi a un corso simile bisognerebbe fare un test. Anzi neanche ci sarebbe bisogno di un test, basterebbe solo una domanda: c’è stata una volta che la tua parola non è stata l’ultima?

Categorie: Questioni di famiglia

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Il vento delle esse     09-11-2007  

Il vento persiste.
Stanotte soffiava, sbatteva, strappava, scaraventava e soprattutto mi svegliava.
Ieri però ha fatto una cosa per me, il vento, e mi sono sentita come Gastone, il cugino di Paperino. Ha depositato le ultime foglie dell’ippocastano (quante foglie ha un ippocastano? Non sarebbe troppo complicato da calcolare, si stabilisce quante ne entrano in un container e si moltiplica per sei) proprio vicino al container del verde. Così ho riempito l’ultimo in pochi minuti e via l’autunno.
Entra l’inverno in compagnia di una tempesta. Non mettersi in viaggio, non andare in bicicletta nelle prossime ore. Una zona del porto di Rotterdam è stata chiusa, il livello dell’acqua è cresciuto e crescerà ancora, ma pare che sia tutto sotto controllo e che non ci siano stati danni finora. Un tipo aveva lasciato un commento, sotto questo articolo, un po’ inquietante: quelli che controllano le acque devono avere i parassiti nel cervello, venite a vedere i danni! Poi però è stato cancellato.
Dai meteorologi inglesi era stata prevista una SuperStorm per fine novembre qui, in Olanda. E pare che ciò abbia causato panico. I meteorologi olandesi dicono che le previsioni del tempo sono, appunto, previsioni, non un dato certo, e quindi è inutile spaventarsi in anticipo.
Giusto! Pensiamo ad altro. Qualcosa di curioso.
Ad Ameland c’è stato uno tsunami di banane.
Le scimmie esultano.

Intanto continuo a tener d’occhio il mare

Categorie: Roba d'Olanda

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Oggi è uno di quei giorni che     08-11-2007  

Punto tutto sulla prossima reincarnazione.

Categorie: Pensierini

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E questo fa la differenza     06-11-2007  

Un bosco di faggi e querce.
Anni fa avrei riconosciuto le querce per le ghiande sul terreno, e non avrei saputo dire quale fosse un faggio, un faggio è un albero, sì, ma sapresti dire qual è tra questi? No, ma che importanza ha? Che mi cambia distinguere un faggio da una betulla? Non mi cambia niente in effetti, ma cambia se sono a dieci minuti di distanza da dove abito.
In una parte del bosco c’è un parco di divertimenti e delle casette di legno dove puoi dormire un paio di giorni. E’ l’opposto di Eurodisney a Parigi, per descriverlo con una frase.
Comunque nella parte selvaggia si svolge la gara campestre: si corre un miglio, cinque e dieci chilometri. E’ un percorso faticoso perché ci sono delle piccole colline, le radici che sporgono dalla terra, i rami che tagliano la strada. Lo, per la sua età, avrebbe potuto fare quella di un miglio, ma con i suoi due compagni di squadra della scuola si iscrive alla gara dei cinque chilometri, l’importante è partecipare gli è entrato in testa ma poi corre per vincere, i suoi compagni sono due fratelli, velocissimi, hanno vissuto in alcuni Paesi d’Africa prima di trasferirsi qui e il padre li portava a correre sin da piccoli. Quando la gara finisce hanno tutti e tre il viso striato di rosso, sono arrivati 31, 32 e 39, però i trenta che hanno seminato avevano le gambe lunghe il doppio, e fanno parte tutti di squadre sportive, c’è anche il secondo corridore d’olanda. Il secondo corridore d’olanda arriva primo, in anticipo di quasi un minuto rispetto a quello successivo, il secondo corridore d’olanda non è olandese, sono incerta se sia turco o marocchino, dal nome non mi è possibile dedurlo, penso che a lui darebbe fastidio questa approssimazione, c’è una grande rivalità tra turchi e marocchini qui, un mese fa in una scuola di Amsterdam, durante la ricreazione, un ragazzo turco ha ucciso con un coltellata un ragazzo marocchino, si temevano delle reazioni violente, poi per fortuna non ci sono state rappresaglie, i ragazzi marocchini e turchi raramente sono ammessi al liceo, per essere ammessi al liceo olandese ci vogliono ottimi voti e nelle black school la qualità dell’insegnamento non è buona. Comunque m’informo e accerto che il secondo corridore d’olanda è marocchino, ma questo non spiega nulla di lui in questo post, allora intanto scrivo che dopo la sua vittoria, l’allenatore di Lo ha sussurrato a noi genitori: è il secondo corridore d’olanda!
Incrocio il secondo corridore d’olanda quando mancano circa duecento metri al traguardo, lo vedo arrivare giù da una discesa, una discesa breve, percorre una decina di metri, il sentiero si restringe, davanti a lui c’è un masso di circa settanta centimetri d’altezza e un ciuffo di rami che sbuca dalla terra, il secondo corridore d’olanda salta il masso, sarà l’unico dei corridori a saltarlo, tutti gli altri gli passeranno a destra o a sinistra, è questo che fa la differenza, cioè se dovessi scrivere una storia punterei su questo, se dovessi scrivere un pezzo per un giornale preciserei che è nato a Fez o ad Ankara.
Quando avvisto Lo, dodici minuti dopo, sono talmente sorpresa di vederlo arrivare che mi dimentico di guardare il cronometro, ma poi vado a cercare la classifica su internet, eh, comunque lui è contento, dice: quando fai le discese ti sembra di volare.
Prima dell’inizio della gara sono seduta su una panchina davanti a un laghetto, l’acqua è solida, ma non di ghiaccio, è solida d’immobilità, ci sono mazzi di bambù tutt’intorno e un salice gigantesco, mai visto un salice così, e le querce che buttano ghiande, un pallina gialla quasi al centro del laghetto, sembra un quadro di quelli che non ti dicono niente, però non è un quadro, puoi toccare i rami del salice se ne hai voglia, la pallina invece è irraggiungibile.

Categorie: in un altro luogo

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Cercando Emilia     03-11-2007  

Ieri cercavo notizie sulla donna che ha fermato l’autobus alla stazione di Tor di Quinto. Sui siti dei giornali e sui blog. Ma di lei non ho trovato traccia, se non che era stata nascosta in un luogo sicuro e che non parlava italiano.
Pensavo alla frase più abusata dai mass media: il diritto di cronaca. Pensavo agli schizzi di sangue sui lavandini, alle disperazioni in primo piano, ai dettagli macabri sulle vittime, più giù sempre più giù fino alle biciclette negli studi televisivi.
Non ho trovato nulla sulla donna che ha fermato l’autobus fino a ieri sera quando ho letto questo pezzo.
Mentre cercavo, pensavo: io mica lo so se fossi stata lei, con la sua vita, la sua lingua, i suoi stracci, le sue costole rotte, se l’avrei fermato quell’autobus. Ma poi per quanto mi sforzi di immaginare di essere al suo posto, io lo so che non ci riesco, lo so che continuo a ragionare con la mia testa evoluta, che condanna la violenza, la violenza contro le donne, che dà per scontata la parità dei sessi, che sospira o gira lo sguardo sui dormitori-spazzatura, che rivendica, che ha paura, che s’indigna di aver paura.
Sui giornali si riporta il fatto che fa notizia, non il fatto comune. Perché del fatto comune non frega un cazzo a nessuno.
E continuo a provarci, giuro, a entrare nella testa di quella persona che ha fermato l’autobus. E non mi riesco proprio a immaginare mentre urlo: Mailat, Mailat.

Categorie: Contro il potere che

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E’ finita, quasi.     31-10-2007  

Il primo capitolo è qui.
Ringrazio Maria Luisa per averlo postato e soprattutto per la sua pazienza per i mille invii del brano che le faccio ogni volta. E naturalmente un grazie va ai lettori perché anche quando non dicono nulla (mi piace, fa schifo, non lo so, non m’interessa) mi aiutano a uscire da “questo l’ho scritto io”.

Categorie: Prima che la storia finisca

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Eh, Fedor, se non ci fossi tu     29-10-2007  

Io non solo non ho saputo diventare cattivo, ma non ho saputo diventare niente: né cattivo né buono, né furfante né onesto, né eroe né insetto. E ora vivo nella mia tana facendomi beffe di me stesso, con la maligna e vana consolazione che d’altronde un uomo intelligente non può diventare sul serio “qualcosa”, solo uno stupido diventa qualcosa.

E del resto: di che cosa può parlare una persona per bene con il massimo piacere ?
Risposta: di se stessa.
E allora parlerò di me.

Categorie: Libri

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Ma quello sono io     26-10-2007  

Prima che la storia finisca è il mio terzo romanzo.
Il primo cominciai a scriverlo subito dopo che era nato il mio primo figlio.
La maternità ti cambia - la vita, i pensieri e la testa - ti rende felice, ti guarisce - io, per esempio, prima che nascesse Fran non potevo attraversare una piazza senza stare male, e nemmeno stare compressa nella folla - ma ti divora tempo e ti succhia spazio. Ti risucchia e ti rimbambisce, se non stai attento.
Credo che sia questa la ragione per cui scrissi quel romanzo: il bisogno d’identificarmi con un personaggio senza responsabilità. Naturalmente non lo spedii a nessun editore. Era noiosissimo. E di lui, del romanzo intendo, non sarebbe rimasta traccia perché a un certo punto Emme cancellò la memoria del computer, ma riordinando la casa dei miei genitori ne trovai una copia tra la roba di mia nonna. Lei l’aveva letto, c’erano anche dei punti esclamativi in alcune pagine. La copia che aveva mia madre, invece, è sparita. Deve averla usata per accenderci il fuoco o chissà per che cosa altro. Mi ricordo che le chiesi: l’hai letto? E lei: sì, l’ho letto. E che ne pensi? E lei: mah! E a ripensarci adesso fu una risposta bellissima. La sintesi del suo giudizio espressa in tre lettere. A quel tempo invece la presi diversamente. Ma dopo un mese non ci pensavo più: al romanzo e alla risposta. In fondo avevo raggiunto lo scopo: mi ero distratta un po’.
Con Prima che la storia finisca mi sento un po’ come Mirco Pellicino
Era il terzo romanzo che aveva scritto.
Gli altri due giacevano spiegazzati sul soppalco del bagno.
A sua madre, a sua nonna e a Desirè erano piaciuti da impazzire, ma nessuna delle case editrici, a cui li aveva spediti, aveva risposto. Quell’estate li aveva riletti, dopo mesi che non li sfogliava, e li aveva trovati disgustosi, un pietoso intreccio di banalità. Questo, invece, l’aveva ripreso dopo averlo messo in quarantena e continuava a essere soddisfatto. Inoltre, Desirè aveva sbadigliato quando gliene aveva letto qualche pagina, la nonna era caduta in catalessi come faceva davanti alla trasmissione di Porta a Porta e a sua madre era salita una tosse nervosa. Erano segnali positivi questi.

Che poi è una cosa ovvia, ma che mi stupisce sempre. Scrivi una storia ispirandoti ad altro o ad altri, la vai a riguardare dopo un po’ e dici: ma questo sono io!
Come Mirco continuo a esserne soddisfatta. anche se seguito a ritoccarlo per farlo migliore ( nella vana
illusione di renderlo perfetto, perfetto secondo il mio punto di vista, intendo. Ma sempre d’illusione si tratta perchè mi stancherò prima, credo )

Sono impaziente di farlo leggere al mondo, ma anche il contrario: ché non mi voglio sciupare questa soddisfazione.
Come Mirco trovo incoraggiante la reazione di chi - uno solo finora - l’ha letto.
Emme l’ha terminato in tre sere, in un albergo, in un Paese in cui non è consigliabile andare in giro, e mi ha mandato un messaggio che diceva: L’ho finito è una figata! Certo, il giudizio dei familiari non conta, soprattutto se questi familiari sono fidanzati o mariti.
Però con le pagine de La regina del popolo muto credo ci abbia lucidato la chiglia della sua barchetta a vela, con Tre in Una Stanza ci si addormentava davanti al caminetto, mentre questo ha generato come reazione un messaggio e anche una serie di riflessioni quando è tornato a casa.
Sono segnali positivi questi, non c’è dubbio.

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Da W. sono volati via tutti, per le vacanze d’autunno, e adesso è vuota, W., come una città in agosto, però W. non è una città e non è nemmeno agosto, anzi da stamattina la temperatura ha virato decisamente verso il basso.
In compenso la mia casa è affollata – di amici dei figli e di scarpe all’ingresso, una montagna in crescita, anche se i figli dei vicini arrivano a piedi nudi - perché quelli che sono rimasti (i tosti o quelli che non sapevano dove andare, che non potevano andare, che non volevano andare) s’incontrano qui. Dlin dlon. Nessuno apre la porta. Mi piacerebbe che qualcuno inventasse un meccanismo apriporta simile a quello che esiste per i gatti.
Tu hai un telecomando e fai la programmazione.
Pulsante uno entra solo il gatto.
Pulsante due entra il gatto e i suoi amici.
Pulsante tre: non entra nessuno.
C’è chi poi non riesce a dimenticare il paese di W. e lo preferisce mille volte a Londra. Da domenica Tom, grande amico di Fran, si è stabilito da noi e ci starà tutta la settimana.
Il paese di W. meglio di una città? E soprattutto meglio di Londra? Non ci posso credere.
Ma Tom ce lo spiega, veramente ce lo spiega tutte le volte che torna perché preferisce stare qui. Quello che conta per essere felici sono le persone con cui stai, non il luogo o le mille cose da fare. (sì, è un’affermazione ovvia, però anche terribile quando chi lo fa la dice perchè l’ha sperimentata su di sé).
E poi Tom, nella sua Londra, è afflitto dal bullismo. Anche se dopo due anni di vita lì si è ritagliato una nicchia e non viene importunato più.
Così ieri sera a cena, a duecento all’ora: Il bullismo fa parte della vita, vorresti che non ci fosse, combatti per annientarlo, e quando sei convinto che ce l’hai fatta, che non ti massacreranno più, ti accorgi che hanno solo cambiato bersaglio perchè c’è il nuovo arrivato da tormentare, o quello che ha confessato una cosa che non doveva confessare, o uno che non ha rispettato le regole per essere dentro. O fuori. Dipende da come consideri la faccenda.

Categorie: Con quella faccia un po così, Contro il potere che

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