Questa me la stampo perché la voglio far leggere a Fran.
Che non scrive poesie, per lo meno non l’ho mai saputo - e chissà quante altre cose ignoro di lui -, e nemmeno le legge se non quando è obbligato, ma sono sicura che questa l’apprezzerà.

Categorie: Segnalazioni

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Chiamatemi Ismaele     03-12-2007  

E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. ”

Siccome è tutto proporzionato, ho sostituito la partenza per mare con l’acqua, e dunque ho lavato la macchina quando scendeva il buio, innaffiando col tubo anche me, facendo, per intenderci, la sintesi di Stanlio e Ollio in una scena di un film di cui non ricordo il titolo, raccolto le insidiose foglie di betulla sotto una pioggia leggera, ché le maledette s’infilano ovunque e impediscono all’acqua di defluire, guidato in autostrada con il tergicristallo semirotto durante un temporale, e passeggiato, semicostretta da Lo, per una strada commerciale a caccia non di capodogli, ma di un paio di felpe, progettato di andare a guardare il mare ma poi ho scritto una storia, decisamente brutta, ma perseguivo lo scopo di sperimentare. Tempo fa ne avevo tirata fuori una prendendo Lo e trapiantandolo in una famiglia di periferia e ne ero rimasta soddisfatta, così stavolta ho preso Fran, l’ho sfrondato di qualche dettaglio, ne ho aggiunti altri e ho lasciato la stessa scuola, lo stesso paese, gli stessi nomi, rubati alla rubrica telefonica scolastica. Il risultato, come accennavo prima, è stato un racconto scialbo, di quelli che non dicono nulla, che irriterebbe Fran se lo leggesse perché c’è una pesantissima morale, anzi ora che ci penso è partito proprio da qui la faccenda della malinconia e dell’acqua. E poi ricopio pezzi di romanzi altrui. Ti fa stare incredibilmente bene.

Categorie: dello scrivere

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Anna     30-11-2007  

Ieri la ragazza ungherese, che si chiama Anna, raccontava che nel suo Paese quando arrivi a scuola ti devi togliere le scarpe e mettere le pantofole, qualcuno - ma sono pochi, ha precisato - mette le scarpe da ginnastica perchè durante l’inverno, in Ungheria, c’è una poltiglia di fango impastata con la neve, e le le scarpe hanno la suola spessa per non bagnarsi i piedi. Diceva pure che, legati allo zaino, ognuno ha un paio di pattini perché alla fine delle lezioni si va a pattinare sul ghiaccio.
Quando diceva queste cose, la voce le tremava e gli occhi le brillavano, anche quando accennava ai disagi che porta il fango. E’ una ragazza fragile, - forse più sensibile che fragile, ma forse sensibilità e fragilità sono la stessa cosa, - che non può vivere senza affetti e conta i giorni che mancano a Natale quando andrà a casa.
Scommetto cento contro uno che dopo le vacanze non torna.

Categorie: Con quella faccia un po così

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Appartamento ad Atene     28-11-2007  

I tedeschi invadono la Grecia e Atene.
Nel 1943 la carestia è tremenda e la Croce Rossa decide di aiutare un bambino a famiglia: viene selezionato quello più forte, quello che ha più probabilità di farcela e le razioni di latte, le vitamine, sono date solo a lui, di nascosto dai fratelli.
L’anno precedente, una famiglia, la famiglia Helianos, viene scelta per ospitare un ufficiale tedesco e da quel momento i loro parenti li schiveranno, ma la signora Helianos, che ha perduto il figlio più grande sull’Olimpo e ha un fratello disperso, tira un sospiro di sollievo. S’illude che ospitare un ufficiale le permetterà di avere razioni di cibo per i suoi bambini, un ragazzo piccolo e magro e una bambina quasi autistica, ma la convivenza con il maggiore Kalter si rivela terribile, annulla il pensiero, le emozioni, li trasforma in macchine al suo servizio.
Il signor Helianos, che prima della guerra faceva l’editore, ha un forte spirito di osservazione, è riflessivo e tranquillo e riesce ad assorbire il colpo della trasformazione, la signora Helianos è fragile, di costituzione debole, distrutta dall’occupazione e dai suoi effetti, non va più a fare la spesa perché è terrorizzata dalla possibilità di vedere cadaveri nel tragitto, si rifugia in immaginazioni che sono a un passo dalla follia. Tra e lei e suo marito nasce un nuovo rapporto, che non è più quello che c’è tra un uomo e una donna, nel passato il marito la dominava con la sua superiorità intellettuale e lei glielo consentiva, ma è la complicità di due prigionieri che tentano di sopravvivere. La notte, in cucina, su una brandina dove dormono abbracciati, si sussurrano gli avvenimenti della giornata, prevedono quelli del domani. Sembra che non cambi nulla, che resterà così per sempre, il mondo occupato dai nazisti, quella casa, e invece le relazioni si modificano, tra la signora e il signor Helianos, con Kalter, il ragazzo sembra calmarsi un po’, riesce a far meno rumore, la bambina dice qualche parola, e un cane, a cui il maggiore fa portare gli avanzi dei suoi pasti, muore, e il signor Helianos pensa che: da lungo tempo non sentiva parlare di qualcuno che fosse semplicemente morto; solo di persone uccise. Non era la stessa cosa. Un morto ammazzato suscita rabbia, a volte disperazione; in altri casi dà speranza.
Anche nel miglioramento della vita in casa che si verifica a un certo punto, la signora Helianos continua a essere sopraffatta dal buonsenso del marito, dall’imprevedibilità del nemico che è costretta a servire: Naturalmente non erano i tedeschi in generale o Kalter in particolare a metterle la nausea: nulla di ciò era realtà e lo sapeva bene. A nausearla era il suo stesso odio, e la spossatezza che le dava il fatto di essere dominata e sviata e disgustata e resa ridicola dall’odio, senza mai poter dimenticare;
Per una serie di accadimenti, un giorno la signora Helianos si ritrova sola, nella piccola cucina, dopo un tempo immemorabile che non lo era più, la sua mente è ormai prosciugata dal dolore, dalla paura, dalla fame, il suo cuore perde i battiti, pare che non possa sostenere più nulla, soprattutto questa solitudine non prevista e invece:
In ogni caso, al diavolo le faccende, adesso! Si disse. Non aveva più padroni: né il potente perfido pigionante, né il suo caro sciocco marito. Ora, per qualche minuto, prima che i figli venissero a casa per mangiare la loro crosta di pane, se la sarebbe presa comoda e avrebbe guardato a suo piacimento i tetti di Atene.
Quando ho letto questa frase, ho pensato: ecco, questo Wescott è un genio. Un indovino di quello che c’è dentro la testa.
E ciò che è incredibile è che questo romanzo fu pubblicato nel 1945.

Categorie: Libri

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Io non credo     26-11-2007  

Ma è vero che gli italiani non conoscono Pinocchio?
A me lo leggeva mia madre, in ospedale, quando mi operarono alle tonsille, a sei anni. Poi lo rilessi da sola, fino a impararlo a memoria. Lo leggevo a Fran, la sera, quando aveva cinque anni. Lui lo lesse ancora con la classe, in terza elementare. E quando mi trasferii qui in Olanda e tornai a Roma, per Natale, chiesi alla sua maestra (e che maestre che aveva nella scuola pubblica: una di loro gli diede ripetizioni gratuite per un anno intero perché, diceva, farsi pagare sarebbe stato illegale) quali libri gli dovessi far leggere per non dimenticare l’italiano e lei mi rispose: Pinocchio, lì c’è tutto quello che serve. Ma lo stavamo già rileggendo. Era uno dei libri che andava bene sia per Lo, che aveva sei anni, sia per Fran che ne aveva dieci e che non annoiava me.
E non hanno mai visto lo sceneggiato di Comencini, i miei figli, io sì, anche se abbiamo sempre guardato la tivù italiana, ma non mi pare che sia stato replicato in questi anni, per lo meno non in modo ossessivo.
Se mi concentro, mi sento ancora la catena intorno al collo di quando Pinocchio fu costretto a fare il cane da guardia al pollaio, rivedo la massa di capelli verdi del pescatore che lo cattura con la rete e il colombo gigantesco che lo porta sulla spiaggia come mi apparvero la prima volta in quella stanza bianca d’ospedale che aveva l’odore di pane e mortadella mangiati di nascosto.
Mi viene da pensare che siano quelli che vanno a certe presentazioni, e che ti stupiscono con una citazione di Walter Benjamin o di Beckett, a non aver letto Pinocchio. O che siano loro ad averlo dimenticato perché troppa roba nella testa non ci sta.

La percezione di un’informazione falsata della realtà ce l’ho sempre di più.
Su Repubblica, ieri, sono state pubblicate le foto della Cannabis Cup che si svolgeva ad Amsterdam e non ho trovato invece una parola da nessuna parte sulle manifestazioni degli studenti delle scuole secondarie che ci sono state venerdì per protestare contro lo stato disastroso dell’istruzione, e dei ragazzi che sono stati arrestati.
E inoltre. Si elogia l’Olanda perché è permessa l’eutanasia, i malati di cancro fanno i ricoveri in day hospital, che Paese avanzato!, però nessuno scrive che la prevenzione non esiste, che ti curano all’ultimo minuto, che non ti ricoverano quando sarebbe necessario, si continua a esaltare la chimera “all’estero è meglio” e “gli italiani sono ignoranti”.
Se è vero che gli italiani sono ignoranti sono in compagnia.
Nei commenti a questo articolo, qualcuno ha scritto: It’s my impression - after forty years abroad - that pupils do not learn very much either in the 1040 hours of ‘education’ they get.Two examples: many of those studying to be teachers couldn’t speak or write the Dutch language properly, and couldn’t count correctly. Nor could fifty percent of those working in hospitals do the math either, and knew the difference between milligrams, centimeters or similar.

Categorie: Contro il potere che

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E speriamo che non piove     22-11-2007  

Oggi è il giorno del ringraziamento, la scuola è chiusa e c’è un silenzio da domenica.
Tra un po’ Lo si sveglierà e se non troverà il suo amico, e io spero vivamente che ci sia, andremo insieme al parco qui vicino a giocare a pallacanestro. Di solito se non trova qualcuno ci va da solo, ma sta partecipando a una selezione per entrare nella squadra della scuola e dice che per allenarsi bene ha bisogno di un compagno.
Un paio di giorni fa ho cominciato a scrivere un racconto intitolato il biliardino. E’ da circa metà ottobre che faccio due partite – solo se ti va veramente - prima di cena.
E mi sono tolta un peso. Ogni volta che finisco un romanzo o una storia lunga, penso che non scriverò più nulla, non è che ne sia proprio convinta, in realtà è una finzione, una specie di finzione scaramantica con me stessa.
Va be’, vado a cercarmi un cappello e l’ispirazione per la prossima storia.

Categorie: Questioni di famiglia

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L’istinto del narratore     20-11-2007  

Chi scrive, mi riferisco indifferentemente a uno scrittore o a un blogger, a uno cioè che rende il suo testo letterario pubblico, ha due mostri da combattere: la vanità e il desiderio di apparire buono. La vanità si può provare a eluderla raccontando storie con personaggi che sono apparentemente distanti dall’autore come status, come sesso, come principi.
Resta il secondo mostro da arginare che, una volta confinato il primo, tende a ingrandirsi come se si risucchiasse quei punti che sono stati sottratti all’altro.
Allora uno dice: faccio il cattivo, il cinico. Potrebbe essere una soluzione, ma si riuscirà a esercitare cattiveria, cinismo e loro derivati senza cadute rovinose dalla parte dei buoni? Ma anche se ci si riuscisse a essere un narratore con un’indole di questo tipo, - da non confondersi con la persona, eh - c’è sempre il rischio che l’accanimento nel ricoprire questo ruolo conduca verso l’inattendibilità di chi racconta, che può apparire esagerato, o semplicemente che appare “troppo” con il conseguente rischio di ricadere preda dell’altro mostro, la vanità.
Oppure una scappatoia può essere quella di raccontare se stessi, ma ridicolizzandosi un po’. Ma non è così semplice da realizzare.
Non c’è una ricetta per evitare che ciò accada. Si può leggere e rileggere quello che è stato fatto da altri prima di noi, ricopiarselo più volte su un quaderno o su word, ma a un certo punto tocca di nuovo a te, stai lì davanti alla pagina con il tuo potere immenso e devi decidere.

Categorie: dello scrivere

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Albert e Bastian     19-11-2007  

Un difetto dei tedeschi, dice il ragazzo che si chiama Albert, è che non sanno esprimersi in pubblico. Buttano in mezzo troppi argomenti e finiscono per perdere il filo. Io sono nato in Cina, dunque è cinese non coreano, e mio padre è stato trasferito per lavoro a Monaco, mio padre è tedesco, quando avevo sette anni. In Germania mio padre viaggiava di meno e abbiamo cominciato a parlare, fino ad allora parlavo solo il cinese con mia madre e l’inglese a scuola. Ora sto imparando anche a scriverlo, il cinese.
Ci racconta tutto questo a tavola, ma è un discorso che viene interrotto di continuo dall’altro ospite, Bastian.
Ho due gatti che pesano quindici chili e che ho addestrato come se fossero cani: gli dico a cuccia e loro vanno a cuccia, gli ordino di non muoversi e loro non si muovono, gli comando di riportarmi la pallina e loro me la riportano, sanno fare un sacco di cose, i miei gatti. Sorprendono tutti i miei gatti, e io ne sono orgoglioso.
I problemi di Bastian sono visibili sulla sua fronte: ha delle bolle che si tortura quando nessuno lo guarda, dei segni profondi di quelle che c’erano prima, la sua fronte, la mattina quando scende a colazione, è gonfia e rossa.
Albert riprende il filo del suo discorso, ha appena cominciato ad accennarci qualcosa sulla scrittura, quando Bastian posa la forchetta, sbatte la mano sul tavolo, il colpo fa tintinnare le stoviglie, e dice: e poi ho anche un serpente!
Tutti lo guardiamo, lo guarda anche Albert.
Lui non guarda nessuno e guarda tutti, è uno sguardo particolare, di quelli che non vedono.
Un serpente, sì. Me lo ha regalato mia madre. E ora sto cercando di addestrarlo e ci riuscirò, come ci sono riuscito con i gatti.
Per qualche secondo nessuno dice nulla, poi Emme gli chiede: è un serpente velenoso?
No, non è un serpente velenoso, ora ti descrivo com’è, il nome lo so solo in tedesco, non lo conosco in inglese, e parla, parla, mentre riprendiamo a mangiare.
Arriva il sabato sera, ognuno fa i suoi programmi, Albert va a farsi un giro a Leiden, decide di studiare ancora per la discussione finale del giorno dopo, Lo va dal suo amico scozzese a vedere la partita e resta a dormire lì, noi abbiamo un impegno con i vicini, rimane Fran con una sua amica e Bastian che tenta di addomesticare il gatto e lo insegue su e giù per le scale.
Non possiamo lasciarlo solo, dico a Fran.
Resta insieme al gatto, dice lui.
Appunto, dico io.
Verso mezzanotte Fran mi telefona. Gli ho fatto scegliere il film, ne ha scelto uno che aveva già visto, diceva che era molto divertente, e penso che lo fosse divertente, anche se noi non abbiamo sentito nulla, ha parlato tutto il tempo di quanto facesse ridere, il film, comunque il gatto si è tranquillizzato, non striscia più sul pavimento come faceva prima, e anche lui, a parte le mille parole in un minuto, ha la fronte meno congestionata. Ora è andato a dormire, e meno male che domani torna a casa sua.

Categorie: Con quella faccia un po così

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Ospiti     16-11-2007  

Da ieri pomeriggio ho di nuovo due housers e resteranno fino a domenica. Arrivano da Monaco, dalla scuola internazionale di Monaco, hanno quindici e diciotto anni, e sono qui non per una competizione sportiva ma per un dibattito sulle ricerca delle cellule staminali. Hanno trascorso il pomeriggio a ripassare, dagli appunti e dai portatili, - sembravano degli adulti che si preparavano per una conferenza ed è uno degli scopi di questa esercitazione- ognuno di loro dovrà ricoprire il doppio ruolo di favorevole e sfavorevole alla ricerca, un giudice stabilirà chi vince la discussione, se non ho capito male, e si compete a coppia contro un’altra coppia.
Quello di quindici non dovrebbe esserci, di solito partecipano a speech and debate dai sedici anni in su, ma lui è stato ammesso per meriti speciali. E’ tedesco, ha i capelli rossi, è una specie di macchinetta di parole, ci racconta che ha vissuto un po’ ovunque, come quasi tutti quelli che frequentano le scuole internazionali e che ha deciso di partecipare perché era molto stressato, aveva bisogno di prendersi una pausa dai compiti, sa un sacco di cose, un futuro tuttologo, ma dopo cena si rilassa e torna bambino, preferisce la compagnia di Lo a quella di Fran, fanno interminabili partite a biliardino e un gioco al computer di guerra. Di lui, Fran dice: è un secchione, noiosissimo. E Lo: sosteneva che a biliardino era imbattibile, che si allena d’estate quando va in Toscana, che ha vinto persino un torneo, invece è incapace, un po’ mi faceva pena perché si è ammutolito all’improvviso, ha messo su la faccia della difficoltà, e quasi pensavo di farlo vincere, ma come avrei potuto? È un po’ buffo, però a un certo punto non ci fai più caso.
L’altro, quello di diciotto, è molto taciturno, ma a cena ha chiesto sempre il bis, un adolescente nella media quindi.
Verso la fine della sera, Lo mi ha chiesto: il coreano è andato a dormire? Il coreano, quale coreano? Ho risposto io. E allora ho pensato che se la polizia mi avesse fatto un interrogatorio su gli individui che ospito, avrei descritto il tipo di diciotto così: alto circa uno e settanta, corporatura longilinea, occhiali da vista con montatura argentata, jeans e felpa nera, calzini bianchi di spugna, capelli neri e lisci, occhi a mandorla. Razza asiatica? Avrebbe sintetizzato il poliziotto. Sì, razza asiatica avrei risposto io, ma non ci avevo fatto caso.

Categorie: Questioni di famiglia

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Violenza, propaganda e deportazione. Un manifesto di scrittori, artisti e intellettuali contro la violenza su rom, rumeni e donne
La storia recente di questo paese e’ un susseguirsi di campagne d’allarme, sempre piu’ ravvicinate e avvolte di frastuono. Le campane suonano a martello, le parole dei demagoghi appiccano incendi, una nazione coi nervi a fior di pelle risponde a ogni stimolo creando “emergenze” e additando capri espiatori.
Una donna e’ stata violentata e uccisa a Roma. L’omicida e’ sicuramente un uomo, forse un rumeno. Rumena e’ la donna che, sdraiandosi in strada per fermare un autobus che non rallentava, ha cercato di salvare quella vita. L’odioso crimine scuote l’Italia, il gesto di altruismo viene rimosso.
Il giorno precedente, sempre a Roma, una donna rumena e’ stata violentata e ridotta in fin di vita da un uomo. Due vittime con pari dignita’? No: della seconda non si sa nulla, nulla viene pubblicato sui giornali; della prima si deve sapere che e’ italiana, e che l’assassino non e’ un uomo, ma un rumeno o un rom.
Tre giorni dopo, sempre a Roma, squadristi incappucciati attaccano con spranghe e coltelli alcuni rumeni all’uscita di un supermercato, ferendone quattro. Nessun cronista accanto al letto di quei feriti, che rimangono senza nome, senza storia, senza umanita’. Delle loro condizioni, nulla e’ piu’ dato sapere.
Su queste vicende si scatena un’allucinata criminalizzazione di massa. Colpevole uno, colpevoli tutti. Le forze dell’ordine sgomberano la baraccopoli in cui viveva il presunto assassino. Duecento persone, tra cui donne e bambini, sono gettate in mezzo a una strada.
E poi? Odio e sospetto alimentano generalizzazioni: tutti i rumeni sono rom, tutti i rom sono ladri e assassini, tutti i ladri e gli assassini devono essere espulsi dall’Italia. Politici vecchi e nuovi, di destra e di sinistra gareggiano a chi urla piu’ forte, denunciando l’emergenza. Emergenza che, scorrendo i dati contenuti nel Rapporto sulla Criminalita’ (1993-2006), non esiste: omicidi e reati sono, oggi, ai livelli piu’ bassi dell’ultimo ventennio, mentre sono in forte crescita i reati commessi tra le pareti domestiche o per ragioni passionali. Il rapporto Eures-Ansa 2005, L’omicidio volontario in Italia e l’indagine Istat 2007 dicono che un omicidio su quattro avviene in casa; sette volte su dieci la vittima e’ una donna; piu’ di un terzo delle donne fra i 16 e i 70 anni ha subito violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, e il responsabile di aggressione fisica o stupro e’ sette volte su dieci il marito o il compagno: la famiglia uccide piu’ della mafia, le strade sono spesso molto meno a rischio-stupro delle camere da letto.
Nell’estate 2006 quando Hina, ventenne pakistana, venne sgozzata dal padre e dai parenti, politici e media si impegnarono in un parallelo fra culture. Affermavano che quella occidentale, e italiana in particolare, era felicemente evoluta per quanto riguarda i diritti delle donne. Falso: la violenza contro le donne non e’ un retaggio bestiale di culture altre, ma cresce e fiorisce nella nostra, ogni giorno, nella costruzione e nella moltiplicazione di un modello femminile che privilegia l’aspetto fisico e la disponibilita’ sessuale spacciandoli come conquista. Di contro, come testimonia il recentissimo rapporto del World Economic Forum sul Gender Gap, per quanto riguarda la parita’ femminile nel lavoro, nella salute, nelle aspettative di vita, nell’influenza politica, l’Italia e’ 84esima. Ultima dell’Unione Europea. La Romania e’ al 47esimo posto.
Se questi sono i fatti, cosa sta succedendo?
Succede che e’ piu’ facile agitare uno spauracchio collettivo (oggi i rumeni, ieri i musulmani, prima ancora gli albanesi) piuttosto che impegnarsi nelle vere cause del panico e dell’insicurezza sociali causati dai processi di globalizzazione.
Succede che e’ piu’ facile, e paga prima e meglio sul piano del consenso viscerale, gridare al lupo e chiedere espulsioni, piuttosto che attuare le direttive europee (come la 43/2000) sul diritto all’assistenza sanitaria, al lavoro e all’alloggio dei migranti; che e’ piu’ facile mandare le ruspe a privare esseri umani delle proprie misere case, piuttosto che andare nei luoghi di lavoro a combattere il lavoro nero.
Succede che sotto il tappeto dell’equazione rumeni-delinquenza si nasconde la polvere dello sfruttamento feroce del popolo rumeno.
Sfruttamento nei cantieri, dove ogni giorno un operaio rumeno e’ vittima di un omicidio bianco.
Sfruttamento sulle strade, dove trentamila donne rumene costrette a prostituirsi, meta’ delle quali minorenni, sono cedute dalla malavita organizzata a italianissimi clienti (ogni anno nove milioni di uomini italiani comprano un coito da schiave straniere, forma di violenza sessuale che e’ sotto gli occhi di tutti ma pochi vogliono vedere).
Sfruttamento in Romania, dove imprenditori italiani - dopo aver “delocalizzato” e creato disoccupazione in Italia - pagano salari da fame ai lavoratori.
Succede che troppi ministri, sindaci e giullari divenuti capipopolo giocano agli apprendisti stregoni per avere quarti d’ora di popolarita’. Non si chiedono cosa avverra’ domani, quando gli odii rimasti sul terreno continueranno a fermentare, avvelenando le radici della nostra convivenza e solleticando quel microfascismo che e’ dentro di noi e ci fa desiderare il potere e ammirare i potenti. Un microfascismo che si esprime con parole e gesti rancorosi, mentre gia’ echeggiano, nemmeno tanto distanti, il calpestio di scarponi militari e la voce delle armi da fuoco.
Succede che si sta sperimentando la costruzione del nemico assoluto, come con ebrei e rom sotto il nazi-fascismo, come con gli armeni in Turchia nel 1915, come con serbi, croati e bosniaci, reciprocamente, nell’ex-Jugoslavia negli anni Novanta, in nome di una politica che promette sicurezza in cambio della rinuncia ai principi di liberta’, dignita’ e civilta’; che rende indistinguibili responsabilita’ individuali e collettive, effetti e cause, mali e rimedi; che invoca al governo uomini forti e chiede ai cittadini di farsi sudditi obbedienti.
Manca solo che qualcuno rispolveri dalle soffitte dell’intolleranza il triangolo nero degli asociali, il marchio d’infamia che i nazisti applicavano agli abiti dei rom.
E non sembra che l’ultima tappa, per ora, di una prolungata guerra contro i poveri.
Di fronte a tutto questo non possiamo rimanere indifferenti. Non ci appartengono il silenzio, la rinuncia al diritto di critica, la dismissione dell’intelligenza e della ragione.
Delitti individuali non giustificano castighi collettivi.
Essere rumeni o rom non e’ una forma di “concorso morale”.
Non esistono razze, men che meno razze colpevoli o innocenti.
Nessun popolo e’ illegale.

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Categorie: Contro il potere che, Segnalazioni

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