“E’ un modo che ho io di cacciare la malinconia e di regolare la circolazione. Ogni volta che m’accorgo di atteggiare le labbra al torvo, ogni volta che nell’anima mi scende come un novembre umido e piovigginoso, ogni volta che mi accorgo di fermarmi involontariamente dinanzi alle agenzie di pompe funebri e di andar dietro a tutti i funerali che incontro, e specialmente ogni volta che il malumore si fa tanto forte in me che mi occorre un robusto principio morale per impedirmi di scendere risoluto in strada e gettare metodicamente per terra il cappello alla gente, allora decido che è tempo di mettermi in mare al più presto. ”
Siccome è tutto proporzionato, ho sostituito la partenza per mare con l’acqua, e dunque ho lavato la macchina quando scendeva il buio, innaffiando col tubo anche me, facendo, per intenderci, la sintesi di Stanlio e Ollio in una scena di un film di cui non ricordo il titolo, raccolto le insidiose foglie di betulla sotto una pioggia leggera, ché le maledette s’infilano ovunque e impediscono all’acqua di defluire, guidato in autostrada con il tergicristallo semirotto durante un temporale, e passeggiato, semicostretta da Lo, per una strada commerciale a caccia non di capodogli, ma di un paio di felpe, progettato di andare a guardare il mare ma poi ho scritto una storia, decisamente brutta, ma perseguivo lo scopo di sperimentare. Tempo fa ne avevo tirata fuori una prendendo Lo e trapiantandolo in una famiglia di periferia e ne ero rimasta soddisfatta, così stavolta ho preso Fran, l’ho sfrondato di qualche dettaglio, ne ho aggiunti altri e ho lasciato la stessa scuola, lo stesso paese, gli stessi nomi, rubati alla rubrica telefonica scolastica. Il risultato, come accennavo prima, è stato un racconto scialbo, di quelli che non dicono nulla, che irriterebbe Fran se lo leggesse perché c’è una pesantissima morale, anzi ora che ci penso è partito proprio da qui la faccenda della malinconia e dell’acqua. E poi ricopio pezzi di romanzi altrui. Ti fa stare incredibilmente bene.
Categorie: dello scrivere
[ 4 commento(i) ]
il 03-12-2007 alle 20:13
Io quando non sto bene faccio ben poche cose. Prima di tutto non scrivo - non che io lo faccia con continuità, invero - e poi mi rinchiudo come una tartaruga nel carapace finché il mondo, là fuori, non mi sembra migliore. In effetti in quei momenti tendo a soddisfare aspetti primari quali essere ligio al lavoro e in famiglia. Solo lo sport mi sblocca, e forse la lettura, ma solo forse perchè in alcuni passaggi potrebbe peggiorare la malinconia.
Ciao
il 04-12-2007 alle 0:39
E’ vero scrivere fa star bene. Lasciar scorrere la mente, i pensieri e raccogliere solo le sensazioni. Anche incollare pezzi di romanzi altrui (sorrido). A me piace anche stare nella pioggia e poi rientrare al caldo e stare lì con la sensazione di aver fatto qualcosa di quasi avventuroso. Quasi.
il 04-12-2007 alle 0:53
proprio poco tempo fa mi è venuta una voglia di Moby Dick (a me vengono le voglie di libri come se fossi incinta), così visto che non ce l’avevo in casa sono corsa a scaricarmelo da Project Gutenberg e me lo sono impaginato - scorrendolo riga per riga - con un bel Bookman Antiqua, come i libri di una volta che quando la carta ingialliva prendeva un buon odore zuccherino.
e poi mi piace scrivere a mano con una penna bella scorrevole (inchiostro gel è il meglio), seguendo da una parte i pensieri e dall’altra il fluire della grafia. alla fin fine, sempre all’elemento liquido si torna…
il 05-12-2007 alle 8:34
io invece (ma che lo dico a fare?) rifuggo dalla compagnia degli umani e mi faccio calamitare dalla forza del mare: non come melville, mi basta sentirne l’odore dalla riva, se proprio non ci sono le condizioni per le immersioni! Anche una bella passeggiata sulla sabbia o tra gli scogli è, per me, se non taumaturgica quanto meno palliativa. E’ da lì che attingo forza quando ho esaurito le scorte.
splash!