L’ultima parola     12-11-2007  

Di Fran i professori dicono: ha un carattere forte, sa argomentare, gli piace la mia materia, lui e io abbiamo un buon rapporto, non c’è altro da aggiungere.
Tutti tranne una. Una che ci riceve con la faccia seria, è rigida, non sorriderà mai durante il colloquio e insegna Inglese. Materia che (ahi, ahi) Fran non sopporta. Non la sopporta per come si studia: ti mettono davanti un testo e sembra che devi risolvere un quiz di enigmistica! E invece è letteratura!
Lei, la professoressa, dice: cerca il conflitto per arrivare alla discussione e sopraffarmi, ma l’ho capito, l’ho capito quel giorno di metà settembre quando ancora non lo conoscevo bene e stavo per cadere nella trappola. Ero appena entrata in classe, avevo sistemato i libri per la lezione, e lui parlava con il suo amico, in italiano. Qui si parla solo in inglese, ho detto.
Ho il diritto di esprimermi nella mia lingua, ha risposto.
Sì, ma non qui, in classe, dove gli altri non possono capire.
Non riesco a parlare con un amico italiano in inglese, è innaturale!
E’ andata avanti per un po’, fino a che gli ho detto che non avevo più intenzione di continuare a discutere. Lui deve aver creduto che fosse una resa, ma non m’importa. Spero che cambi, anche se…
Forse è un periodo, diciamo noi. Forse è l’adolescenza, poi passa.
Forse, dice lei, ma si capisce che non è convinta, è avvilita, ha gli occhi un po’ lucidi, e mi dispiace.
Quando torniamo a casa, riportiamo le nostre impressioni, ma Fran è irremovibile, c’è un cuore di pietra (che batte?) là dentro. Il diritto d’esprimersi nella sua lingua, poi, è il suo cavallo di battaglia da quando è arrivato qui a dieci anni e si è ritrovato nella scuola inglese ben più rigida, anzi decisamente l’opposto rispetto a questa americana dove l’abbiamo spostato.
Ci eravamo trasferiti da pochi mesi e mi ricordo che disse: lo sai? Cristina e Matilde si parlano in inglese anche quando fanno la fila per andare al bagno. Io non mi farò mai condizionare in questo modo. Mai!
Nel tempo ha sviluppato quello che chiamerei il complesso dei Promessi Sposi.
Meglio Dante che Shakespeare, meglio Manzoni che Fitzgerald, meglio la scuola pubblica che quella privata (e su ciò non posso dargli torto, se fosse stato a Roma è lì che sarebbe andato, ma la scuola pubblica olandese era impossibile da scegliere, in parte per il livello che non è un granché, per lo meno quelle della zona dove abitiamo, e in parte perché non sapevamo fino a quando saremo rimasti).
Però sono convinta che in questo caso la difesa della sua italianità c’entri ben poco. C’è questa materia insegnata in modo ibrido, questa professoressa un po’ rigida e un po’ moscia, c’è che è un po’ polemico, e da qualche parte deve uscire.
E poi lo studio di alcune materie dovrebbe essere precluso a certi soggetti. Come speech and debate, per esempio. Si sceglie un argomento, come la ricerca sulle cellule staminali, per esempio. Uno deve essere a favore, l’altro deve essere contro, a prescindere delle proprie convinzioni. Il dibattito non deve essere portato avanti con argomentazioni di tipo personale, non deve essere legato in alcun modo alla religione. S’impara l’arte della discussione, insomma. Io dico che prima di essere ammessi a un corso simile bisognerebbe fare un test. Anzi neanche ci sarebbe bisogno di un test, basterebbe solo una domanda: c’è stata una volta che la tua parola non è stata l’ultima?

Categorie: Questioni di famiglia

[ 4 commento(i) ]

4 Responses to “L’ultima parola”

  1. sara dice:

    A me, istintivamente, viene da difendere il tuo Fran e il motivo è questo: a scuola ci sono le regole e questo lo sappiamo tutti. Un conto però è una o la regola e un conto è un’imposizione che in quanto tale, va discussa.

  2. Vera dice:

    interessante quello che racconti,
    e capisco “il complesso dei promessi sposi” in circonstanze in cui l’affermazione dell’ identita avviene (anche) in funzione delle origini culturali.
    I miei figli sono piu piccoli …ma anche loro ci tengono a fare barriera alle “invasioni francesi”, in questo caso …

  3. Alessandra dice:

    Sara, un insegnante (come un genitore) deve anche imporre, altrimenti si finirebbe per fare solo speech and debate. Poi, certo, di fronte a un’ingiustizia palese il discorso cambia.

    Vera, spero per te che non siano polemici e volitivi, accoppiata che aiuta la crescita mentale ma che è assai faticosa da gestire ;-)

  4. makdaralo dice:

    Chissa’ come sara’ la mia quando sara’ adolescente… gia’ mi pare volitiva! [ok, e' presto per dirlo]

    Pero’ un po’ lo capisco tuo figlio, anche a me risulta innaturale parlare inglese (o altra lingua) con un italiano, soprattutto se sto parlando solo con lui, se quello che voglio dire interessa solo lui ed e’ ininfluente che gli altri ascoltino.
    Ma sono d’accordo con te che anche un insegnante deve poter dettare le regole…

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