Cercando Emilia     03-11-2007  

Ieri cercavo notizie sulla donna che ha fermato l’autobus alla stazione di Tor di Quinto. Sui siti dei giornali e sui blog. Ma di lei non ho trovato traccia, se non che era stata nascosta in un luogo sicuro e che non parlava italiano.
Pensavo alla frase più abusata dai mass media: il diritto di cronaca. Pensavo agli schizzi di sangue sui lavandini, alle disperazioni in primo piano, ai dettagli macabri sulle vittime, più giù sempre più giù fino alle biciclette negli studi televisivi.
Non ho trovato nulla sulla donna che ha fermato l’autobus fino a ieri sera quando ho letto questo pezzo.
Mentre cercavo, pensavo: io mica lo so se fossi stata lei, con la sua vita, la sua lingua, i suoi stracci, le sue costole rotte, se l’avrei fermato quell’autobus. Ma poi per quanto mi sforzi di immaginare di essere al suo posto, io lo so che non ci riesco, lo so che continuo a ragionare con la mia testa evoluta, che condanna la violenza, la violenza contro le donne, che dà per scontata la parità dei sessi, che sospira o gira lo sguardo sui dormitori-spazzatura, che rivendica, che ha paura, che s’indigna di aver paura.
Sui giornali si riporta il fatto che fa notizia, non il fatto comune. Perché del fatto comune non frega un cazzo a nessuno.
E continuo a provarci, giuro, a entrare nella testa di quella persona che ha fermato l’autobus. E non mi riesco proprio a immaginare mentre urlo: Mailat, Mailat.

Categorie: Contro il potere che

[ 17 commento(i) ]

17 Responses to “Cercando Emilia”

  1. Betty Carbuncle dice:

    di lusso mi piace. condivideresti mai con una internata? :) notte.

  2. Giorgia dice:

    A me non sembra che si sia parlato poco di Emilia, ancora poco fa ho sentito un’intervista a qualcuno che ricordava il suo gesto. Il gesto normale di chiunque sia testimone di un’azione tanto violenta. Nonostante la lingua, gli stracci, le costole rotte, Emilia “la tocca” non poteva che gridare il suo orrore e denunciare Mailat.

  3. Alessandra dice:

    Be’, venerdì, sui giornali online non ho trovato nessuno che ne aveva scritto,e in tivù non ho sentito nulla. E da quello che ho letto sui commenti di Nazione Indiana, anche nella versione cartacea dei quotidiani non c’erano accenni. A me pare che Emilia non sia chiunque. Chiunque poteva essere un passante che non abitava lì. Emilia, invece, ci abitava. E la sua denuncia mi pare di sicuro più coraggiosa del chiunque. E proprio perchè lo straordinario interessa, io credo che a lei, al suo gesto, bisognasse dare più peso. E tra quelle duecento (trecento?) persone che vivevano lì ce ne sarebbero state centonovanta che le avrebbero detto: brava, hai fatto bene. E altre dieci che invece non lo avrebbero pensato allo stesso modo. Ed Emilia sarebbe tornata a dormire lì, in una baracca di cartone e lamiere senza serratura. Ed è stato un gesto normale il suo, come quello di chiunque altro? No, per me non lo è stato.

  4. Giorgia dice:

    Si’, certo, Emilia non è chiunque, e per questo è stata portata via, messa sotto protezione (almeno così dicono). Ma non posso pensare che se ci fosse stata un’altra (o un altro) testimone del campo Mailat sarebbe ancora in circolazione. Mi dispiace, ma io continuo a star male per quello che è successo e per cacciar via un po’ dell’orrore voglio credere che la denuncia di Emilia non sia stato un fatto straordinario.

  5. Giorgia dice:

    Poco fa nel programma Exit su La7 in un servizio dall’accampamento di Tor di Quinto è stata mostrata la donna rom che ha denunciata Mailat. Io mi ero allontanata un attimo e Sten mi ha chiamata, “guarda! Guarda chi è!” Ho fatto in tempo a vedere quella strana donna, magra e curva, che vedevamo ogni giorno percorrere la strada qui accanto, facendo soste ai cassonetti, parlando da sola e facendosi il segno della croce, pregando inginocchiata a terra, trascinandosi un sacco con gli oggetti e stracci che riusciva a recuperare. Ecco, allora Emilia “la tocca” io la conoscevo. Da martedi’ infatti non si è vista più. (Ma se hanno detto che è stata portata via dal campo martedi’ notte come hanno fatto a riprenderla nel servizio?)

  6. alessandra dice:

    la polizia l’aveva riportata a riprendere la sua roba. Il video della trasmissione è qui

  7. bri dice:

    e appunto avremmo bisogno di Emilie che urlano, disperate quando vedono e si scontrano con l’orrore e non ci stanno, no, non ci stanno a stare zitte. Ma come mai, noi donne, stiamo così zitte da tanti anni? dove siamo andate a finire? anni fa ci sarebbe stata una sollevazione popolare, cortei, interrogazioni e qui invece a chiedere le quote rosa (per carità… un qualcosa di necessario, evidentemente dato il persistere di una struttura piramidale e di potere che esclude)
    e siamo tornate ad essere carine, gentili, zitte.
    Così ci vogliono, ragazze.
    Impariamo da Emilia.
    Impariamo a gridare di nuovo, accidenti.

  8. Alessandra dice:

    Il 24 novembre ci sarà una manifestazione, a Roma, leggi qui

  9. bri dice:

    meno male.
    Grazie Alessandra.

  10. helena dice:

    Grazie della segnalazione del video di EXIT. L’ho appena visto e ho ancora un magone infinito. In questi giorni sono piena di dubbi sulla “giustezza” del mio pezzo scritto così a caldo. Ma non sul fatto che tutto questo è terribile, e che bisogna continuare a cercare (anche sbagliando) di calarcisi dentro, di capire, prima che la barbarie dilaghi ancora di più.

  11. Alessandra dice:

    Helena, dare una forma letteraria a un fatto di cronaca può essere pericoloso, si rischia di di renderlo simile a certe trasmissioni televisive, però il fine, a volte, giustifica il mezzo. Con il tuo pezzo hai ampliato l’inquadratura su persone che apparivano tanto sfocate da confondersi con le lamiere e i cartoni. Sei stata coraggiosa. Sei riuscita a far pensare un po’ di gente, lascia da parte i dubbi.

  12. Andreina dice:

    >dare una forma letteraria a un fatto di cronaca
    >può essere pericoloso

    pensavo proprio a questa frase mentre leggevo questo pezzo uscito su il primo amore

    mi piacerebbe sapere cosa ne pensate.

  13. Alessandra dice:

    l’avevo letto nei commenti di Nazione Indiana. Per me Helena ha fatto bene a scrivere il suo quasiracconto. Dando al suo pezzo un taglio narrativo è riuscita a dare una scossa al silenzio su Emilia con molta più efficacia di quanto avrebbe ottenuto se lo avesse scritto sotto un’altra forma. Per svegliare qualcuno che non si vuole svegliare a volte è necessario tirare un secchio d’acqua.
    E quel quasiracconto ha avuto questo effetto.
    Poi c’è stata la risposta immediata di Campari e Giovannetti.
    Perchè, è importante questo, il pezzo di Helena non è apparso su un giornale, ma sulla rete. Dove la possibilità di controbbattere è più immediata rispetto a quella che c’è su carta.

    (Poi nel coraggio di Emilia, io ci vedo un pizzico di follia -di follia intesa come irrazionalità -. I coraggiosi ne hanno sempre una certa dose.)

  14. helena dice:

    Di solito sono LENTA. E pure vado per le lunghe. Di solito mi documento su quel che non ho conosciuto o vissuto al punto di sfiorare l’ossessività. Ma per questo pezzo- mi piace la definizione “quasiracconto”- no. L’ho tirato fuori dal bisogno di battere un colpo, subito, partendo dallo sgomento e dall’incazzatura ancora in fermento e - credo- da un’intuizione. Non avevo tante pretese, specie quella di fare letteratura.
    Non è che fossi arrivata proprio per caso, visto che la questione dei rom rumeni me l’ero studiata per un altro racconto e dei rom in carne ed ossa li ho conosciuti e frequentati (e aiutati) pure io. Ex jugoslavi, per la precisione.
    Dopo aver letto gli interventi del Circolo Pasolini e altri commenti che interpretavano in un certo modo in pezzo, o pure considerazioni sul fatto che la letteratura non bisogna mai farla a caldo, mi sono venuti un bel po’ di dubbi.
    Mi sono chiesta, in particolare, se fosse stato meglio evitare quella sorta di coro di sbaraccati rabbiosi, questi che arrivano ad insultare come “mezza troia” la donna uccisa e addossano la colpa della loro sorte ingiusta più ad Emilia che al assassino.
    Non sono approdata a nessuna risposta. Perché mi rendo conto che il clima è pesantissimo e offrire il destro a chi ci vuole leggere “anvedi, che brutta gente è quella là, santi/e a parte che non fanno testo”, non è che mi faccia piacere. Proprio per niente.
    D’altra parte credo che censurarsi per ragioni politiche sia pericoloso. E penso pure che quella rappresentazione di una reazione violenta, la classica da capro espiatorio se vogliamo, in qualche modo nell’insieme era giusto che ci fosse, che senza quella mossa retorica (perché lo è) il secchio d’acqua di cui parla Alessandra non si sarebbe rovesciato. O almeno non nella misura in cui pare che da un blog all’altro l’abbia fatto e di cui sono contenta e ringrazio tutti. Anzi: facciamo tutte!

    ps. non vuol’essere un’autogiustificazione, ma una risposta ad Andreina e chi avesse voglia di discuterne. In rete meglio essere precisini, ci si fraintende a meraviglia:-)))

  15. Andreina dice:

    Helena, come vedi c’è sempre chi è più lento di te…

    anzitutto - e per amore di precisinità ;) - non ho postato il link con intenzione polemica. della questione rom so poco e niente, senz’altro meno di quello che ne sai tu o che ne sanno Irene e Giovanni, e di certo non mi sento in grado di giudicare se quello che hai scritto tu è più o meno veridico/accettabile/plausibile di quello che hanno scritto loro, o di quello che è apparso (filtrato da maggiore o minore competenza) sulle varie pagine di cronaca.

    così non posso e non voglio permettermi di parlare di censura, tanto meno di autocensura. se il “coro degli sbaraccati” (bella la tua definizione) si presta a interpretazioni sbagliate, sospetto (e qui generalizzo in senso opposto) che chi è pronto a interpretarlo in quel senso sarebbe altrettanto pronto ad adoperare gli stessi termini nei confronti di un’altra donna che avesse il cattivo gusto di farsi attaccare da qualche italiano. insomma a me una reazione del genere è sembrata possibile, ecco.

    forse per fare le cose come si deve - per scrivere tutto quello che andrebbe scritto - occorrerebbe più spazio, più tempo, sia per scrivere che per pensare. però qualche volta bisogna anche scrivere a caldo, come hai fatto tu. e può anche darsi che il difetto non stia sempre in chi scrive o in quello che scrive, ma anche in chi legge. o in come legge quello che legge.

    ho visto che alla manifestazione di oggi un gruppo di donne rom ha esposto uno striscione di solidarietà a Emilia. magari il tuo pezzo non l’hanno letto; però magari qualcun altro sì, e spero che questo qualcuno faccia il collegamento tra quello striscione e il tuo pezzo, e cominci a rifletterci su. e spero che quel rifletterci su, alla lunga, porti dei frutti.

    non so se sono riuscita a spiegarmi. (probabilmente no.) però, insomma, volevo solo dire che il tuo pezzo mi è piaciuto. e che mi sta facendo pensare. non so ancora bene cosa, ma spero di scoprirlo presto.

  16. Andreina dice:

    (prego ignorare la faccina scema. non so proprio come mi sia scappata.)

  17. helena dice:

    Allora ieri c’eri anche tu, mentre io ero a fare la mamma a seicento chilometri di distanza. Nessun equivoco sulla tua segnalazione del pezzo di Irene e Giovanni, anche perché sono la prima ad ammettere che sulle cose dette da loro era giusto da parte mia pensarci su. Come ho scritto anche nei commenti su NI, io che scrivo un pezzo non ho nessun diritto a imporre una lettura “giusta” se il pezzo ne permette delle altre. E lo fa. Ma evidentemente siamo d’accordo che “far pensare” sia in ogni caso una buona cosa.
    Questa delle donne rom che portano in corteo i cartelli con il nome di Emilia, mi colpisce molto e ti ringrazio di avermelo riferito. E’ che fra i più deboli ci sono forse rapporti di forza interni ancora più tremendi: i deboli dei deboli sono le donne e i bambini. E credo che siano davvero spesso le donne a volerne venire fuori, a trovare la forza per rompere. Non so chi fossero quelle presenti ieri a Roma, ma il fatto che ci fossero mi pare una cosa davvero bella.

    Grazie della risposta, e buona giornata

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