Ma quello sono io     26-10-2007  

Prima che la storia finisca è il mio terzo romanzo.
Il primo cominciai a scriverlo subito dopo che era nato il mio primo figlio.
La maternità ti cambia - la vita, i pensieri e la testa - ti rende felice, ti guarisce - io, per esempio, prima che nascesse Fran non potevo attraversare una piazza senza stare male, e nemmeno stare compressa nella folla - ma ti divora tempo e ti succhia spazio. Ti risucchia e ti rimbambisce, se non stai attento.
Credo che sia questa la ragione per cui scrissi quel romanzo: il bisogno d’identificarmi con un personaggio senza responsabilità. Naturalmente non lo spedii a nessun editore. Era noiosissimo. E di lui, del romanzo intendo, non sarebbe rimasta traccia perché a un certo punto Emme cancellò la memoria del computer, ma riordinando la casa dei miei genitori ne trovai una copia tra la roba di mia nonna. Lei l’aveva letto, c’erano anche dei punti esclamativi in alcune pagine. La copia che aveva mia madre, invece, è sparita. Deve averla usata per accenderci il fuoco o chissà per che cosa altro. Mi ricordo che le chiesi: l’hai letto? E lei: sì, l’ho letto. E che ne pensi? E lei: mah! E a ripensarci adesso fu una risposta bellissima. La sintesi del suo giudizio espressa in tre lettere. A quel tempo invece la presi diversamente. Ma dopo un mese non ci pensavo più: al romanzo e alla risposta. In fondo avevo raggiunto lo scopo: mi ero distratta un po’.
Con Prima che la storia finisca mi sento un po’ come Mirco Pellicino
Era il terzo romanzo che aveva scritto.
Gli altri due giacevano spiegazzati sul soppalco del bagno.
A sua madre, a sua nonna e a Desirè erano piaciuti da impazzire, ma nessuna delle case editrici, a cui li aveva spediti, aveva risposto. Quell’estate li aveva riletti, dopo mesi che non li sfogliava, e li aveva trovati disgustosi, un pietoso intreccio di banalità. Questo, invece, l’aveva ripreso dopo averlo messo in quarantena e continuava a essere soddisfatto. Inoltre, Desirè aveva sbadigliato quando gliene aveva letto qualche pagina, la nonna era caduta in catalessi come faceva davanti alla trasmissione di Porta a Porta e a sua madre era salita una tosse nervosa. Erano segnali positivi questi.

Che poi è una cosa ovvia, ma che mi stupisce sempre. Scrivi una storia ispirandoti ad altro o ad altri, la vai a riguardare dopo un po’ e dici: ma questo sono io!
Come Mirco continuo a esserne soddisfatta. anche se seguito a ritoccarlo per farlo migliore ( nella vana
illusione di renderlo perfetto, perfetto secondo il mio punto di vista, intendo. Ma sempre d’illusione si tratta perchè mi stancherò prima, credo )

Sono impaziente di farlo leggere al mondo, ma anche il contrario: ché non mi voglio sciupare questa soddisfazione.
Come Mirco trovo incoraggiante la reazione di chi - uno solo finora - l’ha letto.
Emme l’ha terminato in tre sere, in un albergo, in un Paese in cui non è consigliabile andare in giro, e mi ha mandato un messaggio che diceva: L’ho finito è una figata! Certo, il giudizio dei familiari non conta, soprattutto se questi familiari sono fidanzati o mariti.
Però con le pagine de La regina del popolo muto credo ci abbia lucidato la chiglia della sua barchetta a vela, con Tre in Una Stanza ci si addormentava davanti al caminetto, mentre questo ha generato come reazione un messaggio e anche una serie di riflessioni quando è tornato a casa.
Sono segnali positivi questi, non c’è dubbio.

Categorie: Prima che la storia finisca, dello scrivere

[ 12 commento(i) ]

12 Responses to “Ma quello sono io”

  1. OrsaLè dice:

    *occhini-da-gatto-di-shrek*
    Questa volta copia autografa??

    :D ;)

    Scherzo (mica tanto).

    Comunque non vedo l’ora di leggerti!

  2. Alessandra dice:

    Orsa, grazie, per la fiducia! Me la ricorderò nei momenti di scoraggiamento :-)

  3. matteo dice:

    Ecco perchè non scriverò mai nulla di lungo! Poi i miei familiari sbadiglierebbero comunque… :-)

  4. Alessandra dice:

    in effetti, Matteo, come decisione mi pare sensata. Mi sa che, per almeno un po’, anch’io farò così.

  5. bri dice:

    io ho letto i tuoi racconti e mi chiedo come sia facile o difficile passare dal “respiro corto” ad un romanzo .
    e allora , magari, basterà leggerlo
    :)
    ciao
    laura

  6. Alessandra dice:

    laura, in effetti non ho deciso a priori di scrivere un romanzo. M’avrebbe preso un po’ d’angoscia a pensare di dover passare mesi e mesi su una storia. Nel secondo e nell’attuale hanno cominciato ad aggiungersi personaggi e e ognuno di loro si è tirato dietro il suo mondo e la storia ha finito necessariamente per dilatarsi.
    Complicato lo è stato. Per gestire i dialoghi e anche la trama. E per la mia cattiva abitudine di non fare una scaletta.

  7. massimo dice:

    Condividiamo l’autometodologia della valutazione, passano i mesi e riprendiamo in mano la cosa, per vedere se è ancora buona o è passata nella sfera del patetico.
    la valutazione dei cari è importante, grazie a loro sono arrivato a “tre passaggi” di riscrittura e adesso che vedo sul sito dell’editore lo strillone d’uscita comincio a preoccuparmi di come verrà letto e valutato da chiunque lo prenda in mano e ricomincio a preoccuparmi, ma poi passa subito, rimane il pensiero della soddisfazione e lo stimolo a proseguire

  8. Effe dice:

    dai parenti mi salvi Iddio, che agli altri critici ci penso io

  9. Alessandra dice:

    è da spilletta da portare appuntata sulla borsa, questa:-)

  10. Giorgia dice:

    Ma che bella reazione! Deve essere proprio una figata… Però io vorrei leggere al più presto anche Tre in una stanza

  11. M dice:

    mi corre l’ obbligo di una precisazione: ho scritto: ‘ficata’ e non ‘figata’.
    Per ulteriori dettagli consultare N. Moretti - Ecce Bombo (o giu’ di li’)

  12. Alessandra dice:

    ma lo scrittore non riporta mai frasi o fatti come accaddero, ma li trasforma sempre :-)

Leave a Reply