4. Lassù sulle montagne     16-07-2007  

Sette i giornalisti di un noto settimanale che si occupa di politica, cronaca e pare anche di cultura che soggiornano per due notti. Sono lì per fare rafting.
Pare che alcuni sport di cooperazione rafforzino la coesione di un gruppo. Alcune aziende, copiando quelle americane, li fanno fare ai propri dipendenti prima di iniziare il lavoro su un progetto. Questi sette giornalisti qui sembravano già affiatati però, e con molti punti in comune: ridevano in modo da essere uditi ovunque, urlavano di lavoro e di fatti privati che diventavano pubblici, e quando i cellulari squillavano, con le suonerie settate al massimo, s’allontanavano dal tavolo e s’appartavano a strillare in un angolo della sala.
Due i macellai con cui abbiamo condiviso un tavolo in un bar, che parlano sottovoce, si scusano per aver dimenticato di spegnere il cellulare, e altre sciocchezze simili che riguardano l’educazione .
“Fa il macellaio” spiegava, un po’ di anni fa, un certo modo di comportarsi.
“Fa il giornalista” si sussurrava con rispetto. Certo, anche una volta esistevano macellai educati e giornalisti maleducati. Eppure se immagino un giornalista in un ristorante (ma anche un politico) riesco a figurarmelo solo che urla. Sul macellaio invece non ho immaginazioni.
Uno potrei essere io che non mi piace la montagna, anche se m’incanto a guardarla, ma mi annoierei a essere io, uno. Uno deve essere un altro, che poi magari ci sono anch’io dentro quell’altro, però non me ne accorgo, per lo meno non subito.
Ci sarebbero almeno quattro individui candidati all’uno, ma accennerò solo a quello che è rimasto misterioso perché non sono riuscita a parlarci. Il capo cameriere lo chiamava l’Americano e ci ha raccontato che viene ogni anno per un paio di settimane e che segue una dieta particolare:mangia sei etti di pasta corta a cena, serviti su un vassoio, senza condimento e due meloni a colazione, e beve tè verde, ininterrottamente. I sei etti non li finiva mai però, e quando ne aveva mangiate circa la metà, avvolgeva quello che restava nella carta argentata e metteva il pacchetto in un sacchetto. Li consumava a pranzo il giorno dopo, presumo. Dopo il pasto rimaneva al tavolo e leggeva un libro. Quale libro? Ken Follet mi hanno detto i suoi vicini. Mi ha deluso questa lettura:mi aspettavo qualcosa di più stravagante.
La mattina, quando scendeva per la colazione, era vestito come un esploratore degli anni trenta e in testa aveva una specie di elmetto con un’ampia visiera. Era incredibilmente magro, quasi anoressico. L’Americano parlava per l’appunto americano e aveva una gran voglia di parlare, lo si capiva quando il capo cameriere gli diceva qualche frase in inglese e lui rispondeva lentamente, con il desiderio di farsi capire. Così dicevo ai figli: perché non ci parlate un po’? E loro mi rispondevano: perché non ci parli tu? Siamo andati avanti a tirarci questa frase fino a che loro, colpiti dalla sua solitudine, hanno detto che ci avrebbero parlato. Questo accadeva il giorno prima che partissimo, ma l’Americano proprio quel giorno non si è visto né a colazione, né a cena. Meglio così, ho pensato, perché magari dietro le sue strane abitudini c’è la normalità.
La mattina successiva, mentre caricavamo le valigie nell’auto di una coppia di Milano che ci ha gentilmente offerto un passaggio per la stazione centrale, abbiamo visto arrivare un tipo con la valigetta da medico. Andava dall’Americano che aveva male al cuore.
Questo resoconto dovrebbe terminare con il numero uno, ma io sono caotica e quindi ne metto un altro: Venticinque. I preti in riunione per un paio di giorni. Che non erano lì per il rafting, per le scalate e nemmeno per nuotare. Chiusi nella sala delle conferenze prendevano decisioni per tutta la giornata. Alle sei uno scampanellio annunciava la messa, alle sette e trenta sciamavano nel ristorante a recuperare le energie perdute. Sorridevano e sorridevano e avevano le suonerie dei cellulari più discrete di quelle dei giornalisti.
Ogni volta che vedo i preti, questi sorridono sempre, e ogni volta penso: che sfortuna che il Vaticano sia toccato proprio a noi.

Categorie: Fatti italiani

[ 14 commento(i) ]

14 Responses to “4. Lassù sulle montagne”

  1. Leo dice:

    ..ti adoro :-) Io in partenza in bicicletta next week, affronterò pure io la montagna (gran san bernardo): che xxx me la mandi buona! ciao

  2. Alessandra dice:

    in bocca al lupo, Leo! Ce ne erano parecchi di ciclisti che salivano su per i monti, solo a guardarli mi facevano male le gambe
    ;-) Io pedalo solo in pianura e il posto dove vivo di pianure
    ne ha in abbondanza.
    Buone vacanze!

  3. ciccio dice:

    Meraviglioso. Sublime. Ineguagliabile.
    Uno dei momenti più alti della letteratura mondiale dell’ultimo millennio.
    Mitopoiesi allo stato puro. Magistrale struttura fabulatoria. Esito anticatartico assolutamente spiazzante e sorprendente. Organizzazione semiologica della narrazione di rara e crptica fascinazione.
    Un capovaloro.

    L’elettrauto di Viale Mazzini

  4. Alessandra dice:

    Elettrauto, quasi ti credevo. Poi mi sono accorta che hai lasciato lo stesso commento da Flounder. Allora ho pensato: l’elettrauto mente. Be’, me ne farò una ragione. Magari se passo per Viale Mazzini dai una controllatina alla macchina di mia sorella. Gratis, eh. :-)

  5. Giorgia dice:

    Sì, ma quale viale Mazzini?
    Ale, ci facciamo un salto insieme, più tardi? ;-)

  6. Effe dice:

    l’americano, l’americano è la chiave di tutto
    Chissà che storia aveva dentro.
    Un mal d’amore, è sicuro

  7. Alessandra dice:

    per l’appunto le storie più belle sono quelle che non vengono scritte, giusto?

  8. Effe dice:

    giusto, le storie infinite

  9. miss welby dice:

    ciao, vuoi fare scambio di link?

  10. David Santos dice:

    Yo tengo mucha admiracíón por tu trabajo. Gracias por compartirlo.

  11. saltino dice:

    Ingenua, usare il fioretto con i giornalisti mentre avrebbero un gran bisogno di tonnellate di Napalm.
    Bello, brava, sto’.

  12. cosimo dice:

    Ogni volta che vedo i preti, questi sorridono sempre, e ogni volta penso: che sfortuna che il Vaticano sia toccato proprio a noi.

    Naturalmente è per colpa mia, ma questo proprio non l’ho capita.
    Cioè i preti non sorridono perchè c’è il Vaticano?
    Il Vaticano è triste?
    quei preti venivano da marte?
    conoscevano l’elettrauto di via mazzini?
    serena serata

  13. alessandra dice:

    in effetti si può scrivere meglio. Comunque quello che volevo dire era più o meno questo: che quando incontro dei preti, solo quando sono in Italia perchè qui ce ne sono pochissimi e non si vedono mai per strada, hanno sempre la faccia sorridente. E che è una disdetta che il
    Vaticano sia toccato a noi perchè ha appesantito la nostra storia, la conquista di diritti. Poteva beccarselo la Spagna magari.

  14. cosimo dice:

    Ogni volta che vedo i preti, questi sorridono sempre, e ogni volta penso: che sfortuna che il Vaticano sia toccato proprio a noi.

    Ora è piu chiaro. Provo a ricapitolare per vedere se ho capito: i preti sorridono sempre o cmq han il volto sorridente, ma questo puoi constatarlo solo in italia giacchè altrove scarseggiano le tonache. Ho compreso bene?

    ” E ogni volta penso….”: non essendoci iati, ed anche in base alla punteggiatura, cio che aggiungi dopo(riguardo la Santa Sede)è un aspetto consequenziale. Cioè,le due cose sono legate.
    ho compreso bene?

    bada,non sto entrando nel merito della sfortuna d’avere il Vaticano,che frena i diritti eccetera.

    Scusa se la mia puntigliosità appesantisce il blog,davvero.
    però,sinceramente,vorrei capire.
    grazie IN OGNI CASO
    e ancora complimenti per il sito.

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