Le ragazze indossano abiti lunghi
I ragazzi, anche i più robusti, scivolano negli smoking con le facce imbarazzate.
Una limousine bianca, con i vetri oscurati, occupa lo spazio di tre auto.
I ragazzini di CameliaHof, con le mani in tasca, immobili a fissarla.
Di chi è quella macchina? Chiede quello che suona sempre ai campanelli all’ora di cena e poi scappa.
E’ mia, risponde Emme.
Davvero? Non ti credo. Possiamo guardarla come è fatta dentro?
Certo.
E’ chiusa.
Ah, già. Le chiavi, aspetta che vado a prenderle.
Nella casa davanti a cui è parcheggiata la limousine si offre l’aperitivo. Ci sono sedici genitori (la macchina si affitta in condivisione) di quattro continenti più parenti e affini, tutti seduti in punta di sedia o di poltrona che stringono macchine fotografiche e telecamere.
Nessuno parla, nessuno beve, nessuno mangia.
I quattro ragazzi sperduti nello smoking potrebbero pensare: vorremo non essere qui.
Le quattro ragazze di sopra invece si divertono parecchio.
Quando il silenzio comincia a solidificare lo champagne nei bicchieri, Camille dice, in italiano: Emme aiutami tu! Ed Emme che nel ruolo d’animatore è imbattibile, se decide che gli va, accetta la missione e gli ospiti si ammorbidiscono, mordicchiano una tartina, sollevano il bicchiere per il brindisi.
Il marito di Camille dirà: Be’ io ho vissuto tra le montagne, se dovessi dare un giudizio con la testa di quando vivevo a quell’altezza direi che è una cosa che al massimo mi fa ridere, ma ora sto qui e non mi dispiace.
Dopo che gli otto montano in macchina, i sedici genitori più affini corrono davanti al locale dove si svolgerà il ballo.
Girano video, scattano foto, applaudono, ridono, fanno casino insomma.
C’è sempre un olandese che chiede: chi sono le personalità che stanno arrivando?
La telecamera cattura il viso di Camille che sorride nella folla. La voce fuori campo di suo marito traduce il suo pensiero: mia figlia è contenta, io sono contenta, ma io, in effetti, che cosa ci faccio qui?
E poi dopo il ballo, la consegna del diploma e il viaggio in Grecia, partiranno tutti, perché nessuno resta a studiare qui.
Tornano ai Paesi d’origine o vanno nei college inglesi o americani.
Toccherà anche a Fran, tra due anni. E non avrà ancora diciotto anni.
Lui è tra quelli che hanno deciso di tornare.
E io non ci posso pensare.
Categorie: Con quella faccia un po così
[ 7 commento(i) ]
il 21-05-2007 alle 12:55
Fran è un Conte.
(non ci pensi, due anni sono eterni)
il 21-05-2007 alle 13:33
Noio lo si aspetterà a braccia aperte, core de mamma sua!
il 21-05-2007 alle 14:06
Effe: mah, non so. A me vola sempre tutto. Farò l’indifferente, comunque, per lo meno tento.
Saltino: eh, sfotti, sfotti
il 21-05-2007 alle 14:10
uh… tornare a Roma…
Non l’avrei detto, dopo le esperienze internazionali che s’è fatto
il 21-05-2007 alle 16:11
Orsa, la parola internazionale viene usata per qualcosa che non esiste. Ché a tutti piacciono le stesse cose (più o meno), molti vogliono di più, pochi sono soddisfatti di quelli che hanno, e se convivono in uno spazio ristretto possono essere di Singapore, di Melbourne o di Delhi ma chiacchierano, spettegolano, eccetera. Poi lui ha sempre detto che sarebbe tornato.
il 21-05-2007 alle 18:30
tornare è un conto, rimanerci è un altro
il 21-05-2007 alle 22:54
Calavera: non mi far venire pensieri che non voglio pensare…;-)