Dalla mia posizione osservavo la stanza….
26-02-2007
Dalla mia posizione osservavo la stanza.
Era una stanza ampia, di venti metri quadrati circa, illuminata da due grandi finestre e da una plafoniera incollata al soffitto che pareva un coccodrillo in attesa di un cerbiatto, ma avevo sonno e questo spiega l’immaginazione.
C’era una scrivania piccola accostata al muro, zeppa di cartelle, una fotocopiatrice e un monitor di un computer ricoperto da un telo di plastica su un tavolino di metallo, una cassettiera dove erano ammucchiati fascicoli e cartelle, e una macchinetta per l’espresso con dei bicchierini di plastica e le bustine di zucchero in un vassoio. Una armadio-libreria di vetro, con dei libri all’interno, che mi ha smosso la curiosità d’ avvicinarmi, ma si trovava dalla parte opposta rispetto a dove ero io e non mi sembrava il caso di andare a curiosare.
Sulle pareti erano appesi tre calendari, un crocefisso lungo circa un metro su cui era stato incastrato un ramoscello d’ulivo, secco e impolverato, un foglio di papiro rinchiuso dentro un quadro con il disegno di un faraone e un poster strappato su un angolo con il ritratto di Pirandello.
La signora era seduta dietro a una scrivania enorme che avrebbe potuto contenere un sacco di oggetti, e invece ce ne erano solo cinque.
Un calendario-agenda da tavolo con mille appunti, mille post it e mille scarabocchi di qualcuno che ha provato delle penne che inizialmente non scrivevano.
Un portamatite con delle matite spuntate, un righello e due paia di forbici, un paio più piccolo con la punta arrotondata e uno più lungo dall’aspetto affilato.
Un contenitore di legno porta documenti pieno di documenti.
Un telefono degli anni ottanta con le lucette che non lampeggiavano più e una scatola trasparente con degli elastici gialli e delle puntine.
La signora aveva i capelli tinti di biondo, di un biondo biscotto che in natura non esiste, in accordo con la carnagione scura, di gran moda tra le signore tra i cinquanta e i sessanta con la carnagione scura, le dita sfavillanti di anelli, uno smalto rosa sulle unghie, la pelle del dorso delle mani con delle macchie scure.
La signora quando siamo entrate era al telefono e ci ha fatto cenno di sedere, la mia amica si è seduta, io sono rimasta in piedi perché la pelle della poltroncina era sollevata e avrei dovuto lisciarla prima di sedermi.
Quando la telefonata è terminata, la mia amica ha cominciato a parlare, ma dopo qualche secondo qualcuno è apparso sulla porta e ha fatto una domanda a cui la signora ha risposto prontamente.
Per la rapidità della domanda e della risposta la mia amica non ha interrotto il discorso, l’ha solo rallentato un po’.
Poi la signora ha preso un cartellina dal porta documenti l’ha aperta e ha dato un’occhiata ai documenti. Continui, ha detto, l’ascolto.
La mia amica ha continuato.
Il telefono ha squillato, ma doveva essere una comunicazione all’interno dell’edificio perché la signora non ha risposto pronto, ha detto: sì certo. Ha chiuso la cartellina e l’ha riposta nel porta documenti, ha preso una penna da un cassetto della scrivania e ha segnato un appunto sul calendario-agenda da tavolo tra gli scarabocchi.
Intanto la mia amica, dopo aver esposto il centro del suo discorso, tentava di rifinirlo con degli esempi e sulla faccia della signora calava la noia e immagino che due esseri minuscoli abbiano chiuso con delle porte i padiglioni delle sue orecchie perché ha cominciato a fissare la mia amica come se fosse il panorama al di là di una finestra da cui si guarda sempre.
Poi ha squillato il cellulare, una suoneria discreta di un modello discreto, la signora si è destata dall’incanto, ha messo su uno sguardo attento, con la mano meno sfavillante ha arrestato il flusso di parole della mia amica.
Ci vediamo alle 13.00 a Via Appia e ha detto il nome di un negozio. Vedrai che lo trovi. Se non lo trovi, chiedi: lo conoscono tutti. E’ vero che lo conoscono tutti: lo conoscevo anch’io.
La mia amica ha concluso il suo discorso, la signora le ha dato una risposta talmente generica che poteva essere la risposta per qualsiasi altro discorso, e a una domanda della mia amica che era poi la ragione per cui era andata lì, a sprecar parole, la signora ha detto che ci avrebbe pensato.
La mia amica le ha teso la mano, ringraziandola, ma il telefono ha squillato ancora mentre una voce chiedeva dalla porta: Preside prende qualcosa al bar?
Lei ha risposto: già fatto, grazie! Ha sollevato la cornetta, si è dimenticata di quella mano a mezz’aria e ha piegato le labbra in una specie di sorriso ed è stato il segnale del suo congedo.
Ti pare normale? Ho chiesto alla mia amica mentre scendevamo le scale.
Lei m’ha risposto che le pareva normale, anzi normalissimo. Che era stata gentile ad ascoltarla, che le aveva risposto che ci avrebbe pensato. Che c’era di peggio.
Era una stanza ampia, di venti metri quadrati circa, illuminata da due grandi finestre e da una plafoniera incollata al soffitto che pareva un coccodrillo in attesa di un cerbiatto, ma avevo sonno e questo spiega l’immaginazione.
C’era una scrivania piccola accostata al muro, zeppa di cartelle, una fotocopiatrice e un monitor di un computer ricoperto da un telo di plastica su un tavolino di metallo, una cassettiera dove erano ammucchiati fascicoli e cartelle, e una macchinetta per l’espresso con dei bicchierini di plastica e le bustine di zucchero in un vassoio. Una armadio-libreria di vetro, con dei libri all’interno, che mi ha smosso la curiosità d’ avvicinarmi, ma si trovava dalla parte opposta rispetto a dove ero io e non mi sembrava il caso di andare a curiosare.
Sulle pareti erano appesi tre calendari, un crocefisso lungo circa un metro su cui era stato incastrato un ramoscello d’ulivo, secco e impolverato, un foglio di papiro rinchiuso dentro un quadro con il disegno di un faraone e un poster strappato su un angolo con il ritratto di Pirandello.
La signora era seduta dietro a una scrivania enorme che avrebbe potuto contenere un sacco di oggetti, e invece ce ne erano solo cinque.
Un calendario-agenda da tavolo con mille appunti, mille post it e mille scarabocchi di qualcuno che ha provato delle penne che inizialmente non scrivevano.
Un portamatite con delle matite spuntate, un righello e due paia di forbici, un paio più piccolo con la punta arrotondata e uno più lungo dall’aspetto affilato.
Un contenitore di legno porta documenti pieno di documenti.
Un telefono degli anni ottanta con le lucette che non lampeggiavano più e una scatola trasparente con degli elastici gialli e delle puntine.
La signora aveva i capelli tinti di biondo, di un biondo biscotto che in natura non esiste, in accordo con la carnagione scura, di gran moda tra le signore tra i cinquanta e i sessanta con la carnagione scura, le dita sfavillanti di anelli, uno smalto rosa sulle unghie, la pelle del dorso delle mani con delle macchie scure.
La signora quando siamo entrate era al telefono e ci ha fatto cenno di sedere, la mia amica si è seduta, io sono rimasta in piedi perché la pelle della poltroncina era sollevata e avrei dovuto lisciarla prima di sedermi.
Quando la telefonata è terminata, la mia amica ha cominciato a parlare, ma dopo qualche secondo qualcuno è apparso sulla porta e ha fatto una domanda a cui la signora ha risposto prontamente.
Per la rapidità della domanda e della risposta la mia amica non ha interrotto il discorso, l’ha solo rallentato un po’.
Poi la signora ha preso un cartellina dal porta documenti l’ha aperta e ha dato un’occhiata ai documenti. Continui, ha detto, l’ascolto.
La mia amica ha continuato.
Il telefono ha squillato, ma doveva essere una comunicazione all’interno dell’edificio perché la signora non ha risposto pronto, ha detto: sì certo. Ha chiuso la cartellina e l’ha riposta nel porta documenti, ha preso una penna da un cassetto della scrivania e ha segnato un appunto sul calendario-agenda da tavolo tra gli scarabocchi.
Intanto la mia amica, dopo aver esposto il centro del suo discorso, tentava di rifinirlo con degli esempi e sulla faccia della signora calava la noia e immagino che due esseri minuscoli abbiano chiuso con delle porte i padiglioni delle sue orecchie perché ha cominciato a fissare la mia amica come se fosse il panorama al di là di una finestra da cui si guarda sempre.
Poi ha squillato il cellulare, una suoneria discreta di un modello discreto, la signora si è destata dall’incanto, ha messo su uno sguardo attento, con la mano meno sfavillante ha arrestato il flusso di parole della mia amica.
Ci vediamo alle 13.00 a Via Appia e ha detto il nome di un negozio. Vedrai che lo trovi. Se non lo trovi, chiedi: lo conoscono tutti. E’ vero che lo conoscono tutti: lo conoscevo anch’io.
La mia amica ha concluso il suo discorso, la signora le ha dato una risposta talmente generica che poteva essere la risposta per qualsiasi altro discorso, e a una domanda della mia amica che era poi la ragione per cui era andata lì, a sprecar parole, la signora ha detto che ci avrebbe pensato.
La mia amica le ha teso la mano, ringraziandola, ma il telefono ha squillato ancora mentre una voce chiedeva dalla porta: Preside prende qualcosa al bar?
Lei ha risposto: già fatto, grazie! Ha sollevato la cornetta, si è dimenticata di quella mano a mezz’aria e ha piegato le labbra in una specie di sorriso ed è stato il segnale del suo congedo.
Ti pare normale? Ho chiesto alla mia amica mentre scendevamo le scale.
Lei m’ha risposto che le pareva normale, anzi normalissimo. Che era stata gentile ad ascoltarla, che le aveva risposto che ci avrebbe pensato. Che c’era di peggio.
Categorie: Fatti italiani
[ 5 commento(i) ]
il 26-02-2007 alle 12:48
per esempio, un’ulcera duodenale è peggio.
Ci vuol saggezza.
il 26-02-2007 alle 23:04
Su, adesso non mi dire che non ricordi più come sono le scuole italiane… Sei troppo internèscional, eh?
il 27-02-2007 alle 8:58
ma no. Mi sono solo limitata a riportare un incontro come faccio sempre. Della scuola italiana ho ottimi ricordi. Di una materna il cui obiettivo era il rispetto per gli altri, e dei quattro anni di elementari di Fran in cui gli hanno insegnato a ragionare e a scrivere molto bene.
Del resto qui, prima di arrivare all’americana, si sono “fatti” 3 anni
di british che non auguro a nessuno;-)
il 28-02-2007 alle 9:34
Ho letto con passione la tua descrizione della stanza e delle persone, molto piacevole.
Oggi pioverà in Olanda, come qua …
il 28-02-2007 alle 10:11
ma che c’importa della pioggia? Saremo più contenti quando esce il sole;-)