Forse perché a perderli o a farseli rubare sono sempre donne, e il rosso è un colore che molte prediligono per un portafoglio. A me non piace. Ora ne ho uno viola, prima ne avevo uno color caccadicaneconmaldipancia, i precedenti erano neri da uomo o da signorina e uno a fiori che mi piaceva moltissimo ma che mi hanno rubato in un grande magazzino un po’ di tempo fa.
Camminavamo Fran e io costeggiando Villa Borghese, avevo ancora tutto il biancore di Paolina, di Dafne, di Proserpina nella testa e gli sguardi che ti raddrizzano dei ritratti del Caravaggio, e perdevamo tempo. Fran aveva un appuntamento con una sua amica che gli era stato rinviato di un’ora, io dovevo andare a Trastevere.
C’era una bella luce azzurra e il sole discreto del primo pomeriggio.
Così imbocchiamo l’ingresso che conduce al tapirulan attraverso cui si arriva a Piazza di Spagna.
Questo ingresso non mi pare sicuro. Qui ci potrebbero uccidere una persona e nessuno lo noterebbe. Un giallo lo farei proprio partire da un posto come questo, dice Fran.
Iniziamo la discesa della scala mobile. Le pareti sono sporche, scrostate, con grosse macchie di umidità e scritte con le bombolette spray.
A metà della discesa, sulla rampa di scale a fianco, c’è un vecchio, con abiti stracciati, impegnato in un discorso con una parete.
Cos’è quella roba, dice Fran, indicando una macchia rossa da cui proviene un "flap flap".
Parrebbe un portafoglio, dico io.
Lo apriamo. Dentro non ci sono documenti, non ci sono soldi, ma c’è un numero incredibile di carte dei punti del supermercato, tessere di adesioni, foto di un ragazzo e di una ragazza e quelle di una donna strappate da dei documenti scattate a diverse età, biglietti del treno non ancora usati.
L’ infilo in borsa e mi dimentico di lui.
Le macchinette dei biglietti dell’autobus all’ingresso di Piazza di Spagna sono rotte.
Fran mi illustra una sua teoria che ha l’intento di dimostrare che sono state sabotate.
Mi pare che i punti su cui si basa traballino un po’. E quindi anche la teoria vacilla, però non mi va di discutere.
Mi andrebbe un gelato, dico.
Ora ti porto in un posto che ne fa di speciali, mi dice lui con l’aria da esperto di Roma.
Dopo il gelato ci separiamo: lui raggiunge la sua amica, io Trastevere.
E’ notte da un pezzo quando, fumando sotto la luna, mi ricordo del portafoglio.
Miss Marple, cioè mia sorella, e il suo aiutante, cioè Fran, estraggono dal portafoglio le decine di biglietti, tessere, scontrini e ricevute. E scoprono che:
la proprietaria è un’insegnante che vive a Tivoli.
che non ha un numero telefonico intestato a lei.
Deducono, ricostituendo il puzzle del contenuto, il suo numero.
Le telefono.
Emilia, si chiama così, dice che le è stato rubato alla stazione Termini. Mi dice che c’erano delle foto di sua madre che è morta da poco, che aveva intenzione di duplicare. Si stupisce che l’abbia rintracciata. Mi chiede se lavoro alla metropolitana.
Dentro non ci sono documenti, né soldi, dico io, però ci sono rimasti dei biglietti del treno. Emilia mi dice che i biglietti le fanno comodo. E perché quelli li hanno lasciati? E’ strano.
Ah non lo so, rispondo.
Tra stupore e stranezze Emilia non dice neanche un grazie.
E finora non mi ha ancora richiamato per venirselo a riprendere. Non posso credere che abbia pensato che stia architettando qualche tranello.
Categorie: Fatti italiani
[ 3 commento(i) ]
il 07-01-2007 alle 5:42
io ne ho una nero pieno zeppo di ricordi…oddio che angoscia e se me lo rubano???
il 07-01-2007 alle 12:00
stai attenta negli autobus e nella metro:è lì che li rubano sempre.
il 08-01-2007 alle 16:52
Anch’io lo ho viola.