Tornando a casa     21-12-2007  

dalla-mia-finestra-1.jpgSiccome mancava ancora parecchio alla partenza, e mi sembrava che stesse smettendo di piovere, mi sono fermato in un bar sul mare, c’erano i resti di un ponte romano davanti a me e il mare grigio e nebbioso all’orizzonte, un po’ come il Mare del Nord e, alle mie spalle, cioè alle spalle del bar, la città, una piccola città con la moschea e le case appiccate l’una all’altra, ma la pioggia continuava, e allora ho rinunciato alla passeggiata, ho bevuto un cappuccino eccellente, e a un certo punto è entrata una famiglia: un padre, una madre, un ragazzo sui sedici, una ragazza più giovane ma già con il velo, una bambina con una treccia lunghissima e nerissima e un bambino di circa un anno. Il padre aveva la giacca sgualcita di un paio di misure più grandi, da disoccupato, ma non era disoccupato, c’erano altri dettagli che facevano di lui uno che stava bene economicamente, e c’era questo ragazzo col fratello piccolo in braccio, e gli faceva gli scherzi, i complimenti, ogni tanto gli dava un bacio, era un giorno di festa ed erano andati a guardare il mare, poi l’acquazzone li ha sorpresi e sono entrati di corsa in questo bar, con i vestiti già un po’ bagnati - ma l’ho saputo dopo che era festa, quando sono atterrato ad Amsterdam e per la prima volta ho trovato la fila per i taxi e il tassista mi ha detto: c’è la fila perché oggi è un giorno festivo per i musulmani- prima di arrivare a questo bar, ho attraversato un paese, pioveva a dirotto anche in quel momento, e c’era un raduno di ragazzi con i cavallini, non pony ma cavalli molto giovani, i cavalieri erano per lo più adolescenti, ma alcuni avranno avuto dieci anni e si riparavano sotto le tettoie di plastica dei venditori di falafel, ogni tanto ne arrivava qualcuno al passo e s’aggiungeva al gruppo, e ridevano, chiacchieravano e si vedeva che si divertivano un sacco.
Però anche W. con gli alberi e i prati bianchi non è male, speriamo che ne cada ancora, in fondo è Natale.

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Paola-Paola se ne va     20-12-2007  

maternity-di-picasso.jpg
Poco fa Paola-Paola, la mia vicina spagnola, è salita su una macchinona nera e se ne è andata per sempre da CameliaHof e dall’Olanda.
E per me rimarrà sempre un mistero, la sua testa o meglio quello che le girava dentro. In due anni che è stata la mia vicina ci ho parlato solo una volta e in quell’unica volta ho dedotto che l’avrebbe mollato presto, Radio Madrid, suo marito, e per un lungo periodo l’anno scorso lei è sparita e lui è rimasto solo, lo vedevo che s’aggirava per la cucina con un’aria tristissima e pensavo: purtroppo avevo intuito giusto, invece lei era tornata nel suo Paese per far nascere il suo secondo figlio.
E’ andata via con una pancia di almeno sei mesi.
Mi hanno sempre incuriosito parecchio, entrambi: perché erano così ciarlieri e al tempo stesso chiusi come ostriche nei confronti dei vicini, perché mi erano a portata d’orecchio e mi risultavano comprensibili, ma allo stesso tempo non li capivo. E infatti quelle tre o quattro previsioni che ho fatto su Paola-Paola si sono rivelate errate, e di questo non riesco ancora a farmene una ragione.
Un paio di mesi fa, quando ho notato la sua pancia, ho detto: ah, ecco, questa è la spiegazione: Paola- Paola è una neocatecumenale.
Ma dopo qualche giorno, mi sono detta che era una stupidaggine. Perché altrimenti non avrebbe continuato a lavorare, avendo la possibilità economica di non farlo - uno dei principi di questa comunità è che la donna non deve lavorare ma occuparsi solo della famiglia - e invece lei tutte le mattine verso le otto usciva con la figlia più grande e saliva sulla sua macchina con l’immagine di un toro. Sgommando anche, certe volte. Il piccolo invece restava a casa, con una ragazza che si era portata da Madrid, perché non ci lasciasse anche la maggiore, considerando che qui gli asili nido hanno dei costi pazzeschi e le compagnie internazionali rimborsano le spese scolastiche solo dai cinque anni d’età del bambino, questa è un altro punto destinato a rimanere irrisolto.

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Per sempre     19-12-2007  

david_foster_wallace.jpgInsolitamente ieri ho letto un racconto di David Foster Wallace, insolitamente perché di Wallace ho quasi tutti i libri, uno perché mi è stato regalato, uno perché non l’ho comprato io, un altro perché era in offerta a tre euro, e via di seguito, e non ne ho letto nemmeno uno, ho fatto qualche tentativo ma poi il linguaggio che usa mi distrae, mi annoia, mi respinge e non riesco a seguire la trama. Poi è successo che Oblio è caduto dal ripiano della libreria, l’ho raccolto, l’ho aperto a metà, ho letto questo incipit: Per tutta la vita sono stato un impostore. E non esagero. Ho praticamente passato tutto il mio tempo a creare un’immagine di me da offrire agli altri. Più che altro per piacere o per essere ammirato. Forse è un po’ più complicato di così.
E sono andata avanti. Il finale non l’ho ben capito, mi sono distratta ancora, e lo rileggerò, però la distrazione stavolta non è stata causata dalla forma, ma da una frase che mi ha sorpreso come quando sei incantato su qualcosa e qualcuno, per riportarti dentro, schiocca le dita.
Stanotte mi sono svegliata all’improvviso, colpa del termosifone che mi ero dimenticata di spegnere, delle polpette di ceci del negoziante turco, del piolo del letto che s’era inclinato di nuovo e mille altri motivi che potrei trovare, per esempio anche quello di un pettirosso che pesa sedici grammi e come ci si sente con un peso di sedici grammi?, ma alla fine, se si ha un po’ di pazienza, si può risalire alla causa che ne trascina altre mille, e la causa era una frase che ho letto a un certo punto del racconto che era: La realtà è che morire non è brutto, ma dura per sempre. E per sempre non rientra nel tempo.
Ho sempre ragionato sulla morte collegandola al vuoto, a uno spazio che prima era occupato e improvvisamente si libera, dando per scontato quel “per sempre”.
E ora devo rivedere tutto.

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NataleMania     17-12-2007  

pettirosso.jpgAvete visto che decorazioni quelli del 16? Dice il nostro vicino. Lo sapete che è passato qui, questo pomeriggio, a dirmi: pure io ce l’ho l’albero di luci e ho fatto anche la stella cometa?
C’è una gara in corso a CameliaHof e non me ne ero accorta.
La moglie del mio vicino, per esempio, sulla porta-finestra che affaccia sul giardino del retro ha dipinto un paesaggio montano che alla luce è primaverile e al buio è innevato.
A dire il vero ieri pomeriggio ho tentato di modificare l’abete che c’è accanto al cancelletto d’ingresso - ma a parte che ne avevo sottovalutato l’altezza e sull’ultimo gradino della scala arrivavo a circa metà dell’albero - e l’avevo guarnito con qualche filo rosso e d’argento, non abbiamo come gli altri la corrente elettrica nel giardino anteriore, ma il risultato è stato ridicolo, sembrava uno di quei cagnolini con i fiocchetti che abbaiano di continuo, e ho deciso di toglierli.
Però siccome ho la porta d’ingresso di vetro trasparente posso esibire l’albero interno che è perfetto. Anche se qui la maggior parte delle persone compra quelli veri, senza radici, ieri al vivaio era tutto un’inchiodare tronchi a croci di legno.
Poco fa, mentre sciacquavo la moka, sul davanzale della finestra mi guardava lui.
Vado a comprare i semi.

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L’uovo e la gallina     14-12-2007  

Evidentemente ho la testa da un’altra parte.
Ho incontrato una gallina, per esempio, che andava per la sua strada senza guardarsi intorno con quell’aria un po’ svagata e senza fermarsi di continuo, come di solito fanno le galline , e quando l’ho raggiunta ha tirato fuori una borsetta rotonda e bianca, lucida e minuscola, che teneva nascosta sotto un’ala, e guardando quella borsetta ed essendo la gallina nera, di un nero profondo a me sconosciuto, ho pensato che se quella gallina doveva avere una borsetta non poteva essere che di quel colore, di quella forma e di quella lucidità da permettermi di vedere la sagoma del mio viso riflessa.
http://www.photographers.it/Immagini/F-001683/Food_uovo_rotto.jpg
Da questa borsetta ha estratto un pezzo di carta e una penna e si è messa a scrivere, molto concentrata, poi mi ha porto il foglio e credo che sia volata via, perché dopo qualche secondo, il tempo che ho impiegato a leggere quello che aveva scritto, ero troppo curiosa e non ho avuto la pazienza di aspettare, era sparita. Ho rivolto lo sguardo verso l’alto e mi è parso di individuarla in un punto nero, lontanissimo. Allora mi sono seduta su una grossa pietra scura, di quelle che si trovano vicino ai vulcani, e mi sono ricordata che mentre correvo per raggiungere la gallina avevo schiacciato un uovo. E in effetti le suole delle mie scarpe preferite erano impiastricciate di un liquido vischioso di colore verdastro e puzzolente, e mi è sembrata una gran sfiga, questa, che avessi frantumato un uovo e che fosse per giunta guasto e che una gallina sorprendente fosse volata via, però poi mi sono detta: ma che m’importa, meglio così, pensa se incontravi un coniglio, l’avresti di certo seguito e chissà dove saresti andata a finire.

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Oltre la tenda     13-12-2007  

ken-wong-for-adie.jpg
I fatti che vengono riportati nelle notizie di cronaca olandesi mi lasciano uno sbigottimento diverso da quello che provo leggendo i giornali online italiani. Un sbigottimento che non riesco a spiegare. Forse perché la miseria che li produce è tenuta nascosta e si manifesta soltanto quando la tragedia si verifica. Qui non si urla, o se si urla lo si fa in silenzio, e se qualcuno rompe la quiete o brucia il pollo, la polizia viene chiamata immediatamente.
Hai sentito di quella tipa, dico a P., che ha investito un bambino, l’ha agganciato con la sua auto, ha guidato per dieci chilometri, ha parcheggiato in garage, ha scaricato le buste della spesa e si è accorta del bambino solo la mattina successiva? Dieci chilometri di percorso da Maastricht a Eijsden e nessuno l’ha vista. L’unica spiegazione che riesco a trovare per un episodio del genere è che fosse ubriaca fradicia e a quell’ora, dopo le 18, le strade fossero vuote, di quel vuoto che mi stupisce sempre.
Il venerdì bisogna stare attenti, mi risponde P. L’altra notte hanno arrestato una donna completamente ubriaca, che voleva raggiungere la spiaggia, con ventisette cani a bordo e i finestrini appannati.
Ventisette cani? Come fanno a entrarci ventisette cani in una macchina, come li fa a tenere sotto controllo quando li porta fuori, perché ha ventisette cani?
Un uomo e una donna sono stati rintracciati in una foresta della Germania e arrestati. Stavano subendo un processo per debiti, nella fuga avevano portato con loro anche i figli che gli sono stati tolti in seguito al comportamento irresponsabile.
Le mie informazioni sono tratte da giornali gratuiti, quindi forniscono notizie sintetizzate al massimo, sono l’equivalente di quelli che vengono distribuiti all’ingresso della Metro a Roma, ma c’è qualcosa di inquietante, di ghiacciato in quello che succede, come questo episodio che ho riportato qui e che mi ha perseguitato per giorni e giorni. Mi sembra di sollevare una tenda con dei ricami di farfalle e fiori e di scoprirci dietro un mostro, mentre mi aspettavo di trovarci delle tazze di ceramica azzurra o dei bambini che scavano canali nella sabbia.
Da quando poi mi sono trasferita nel paese di W., abitato quasi esclusivamente da emigranti quasi di lusso, questo senso d’inspiegabilità, di distacco è cresciuto ancora di più.
Qui vivono tutti tranquilli, i controlli del tasso alcolico non vengono mai fatti il venerdì sera, qui la polizia ha poco lavoro e allora si cerca qualcosa da fare, per esempio è capitato che abbia arrestato dei minorenni sospettati di aver estratto un cartello di vendesi da un giardino, che li abbia interrogati a turno per far saltare fuori il colpevole, mentre gli altri aspettavano in cella. Però è irreale, anche questo.

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Chi lo sa?     11-12-2007  

botero-giocatori-di-carte.JPG
Qual è l’etimologia della parola Amsterdam?
Dove veniva fatta questa domanda alle otto circa di ieri sera?
Alla radio o alla tivù?
E se era alla tivù, era una tivù locale o nazionale? E cosa si vinceva? Un panettone, una partecipazione come pubblico a una nota trasmissione televisiva, un diamante o un safari in Tanzania?
Una cinquantina di persone nell’arco di dieci minuti ha cercato la risposta sul mio blog e l’ha trovata. Chissà se poi qualcuno è riuscito a farla, la telefonata. Nel caso uno dei cinquanta fosse riuscito, dico che mi spetterebbe almeno un’uvetta mentre una fetta andrebbe alla commentatrice che l’aveva posta, e almeno due a quella che aveva risposto.
E comunque, come direbbe Lo: che baroni che siete.

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Nome e cognome (1)     10-12-2007  

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Le omonime di Chiara Bersani, una delle protagoniste di Tre in una stanza si cercano su google, arrivano al brano che le riguarda e mi lasciano un commento o/e mi scrivono delle mail. Le altre due: Manuela Rigoni (nella mia storia ha 16 anni e la fissazione di pitturarsi con la vernice) e Lidia Celi (50 anni e un debole per le indovine e le loro previsioni) si cercano ma non si palesano.
In effetti di Manuela non ho postato nulla, e siccome sono curiosa, lo faccio ora.
Manuela Rigoni, in un momento poco felice della sua vita, davanti alla tivù mentre sua madre le parla:
Manuela: ascoltami!
Angelina ti ha preparato la borsa, ho controllato che non avesse dimenticato nulla, del resto avevo fatto la lista di quello che ti occorreva, ma non mi sono fidata, lo sai che malgrado i centocinquanta corsi d’italiano che l’ho costretta a seguire ancora non riesce a leggere una parola!
E’ proprio un’irrimediabile zuccona, giusto la governante poteva fare, anzi nemmeno, lavare le scale dei condomini, solo questo le permetterebbe il suo quoziente d’intelligenza.
Mi duole ammetterlo, ma aveva ragione quello scrittore, non mi ricordo come si chiama, ma tanto che importa? Non lo conosci di sicuro! Comunque quello scrittore, dicevo, che scrisse un romanzo e divise l’umanità in alfa, beta, delta e gamma .
Ecco, Angelina è un gamma che fa un lavoro da delta.
E poi guarda qua: ti ho comprato l’ultimo modello di cellulare, quello che fa tutto.
Papà verrà a trovarti stasera, ti darà la conferma più tardi, dipende dall’ora in cui finisce al giornale e se deve accompagnare Consuelo per l’ecografia in clinica.
E’ incredibile la vecchiaia quanto può modificare una persona: quando ero incinta di te nemmeno una volta mi ha accompagnato, è anche vero che quella spagnola si perde tra le sciocchezze e per le strade, crede a tutto e a tutti, ha il bisogno costante di essere imboccata o rimbeccata e lui, lui le sta facendo da padre più che da marito.
Che poi mi chiedo: perché si è trovata una così infantile? Che ne abbia presa una giovane lo capisco, sarei stupida se affermassi il contrario, ma a venticinque anni ci sono donne che hanno il cervello in testa non sotto i piedi. Voleva una figlia? Ma ce l’ha già una figlia! Che segua lei!

Categorie: Tre in una stanza

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Io non ascolto, io invece parlo     07-12-2007  

munch-lurlo.jpg
C’è poi un tipo di carattere che non appartiene a uno che va sempre di fretta o che non riesce a star fermo, sono presenti entrambi questi atteggiamenti ma non predominano, è la fuga l’elemento che spicca. La fuga da un luogo, da una situazione, da una persona, ma è una fuga poco percettibile, che non si attua con un’assenza fisica, ma con una non presenza mentale. E’ quel tipo di carattere che a un certo punto ti dice: ti ascolto, continua. E tu continui, con un leggero imbarazzo, anche se quando lo frequenti spesso o lo conosci ormai da tempo, quel leggero imbarazzo dopo la frase: “ti ascolto, continua” non lo provi più. E hai imparato che con quel carattere lì, quando gli parli, devi essere sintetico al massimo, a meno che l’oggetto del discorso non lo riguardi strettamente: gli stai riferendo un pettegolezzo maligno o un evento che condizionerà il suo futuro. Un carattere di questo tipo, io lo metto in un corpo di un uomo e gli do questa particolarità: i suoi occhi non hanno sguardo, come se fossero composti d’acqua, senza pupilla al centro. Un tipo così è uno che detesta i preliminari quando fa l’amore, non è che pensi proprio che i preliminari facciano perdere tempo, è che li ritiene superflui anche se non ci hai mai riflettuto sopra.
C’è un altro carattere che ha anche una sorta d’irrequietezza, dotato di minore mobilità fisica rispetto al precedente, ed è munito di una chiacchiera inarrestabile, la vita è parole per questo carattere qui, soltanto il sonno può spegnere la sua voce, anche sotto la doccia non sta zitto, non c’è nulla di male in qualcuno che canta sotto la doccia, ma questo carattere qui sotto la doccia non canta, parla: tanto nessuno lo sente, il rumore dell’acqua copre le sue parole. Il corpo di questo carattere qui me lo immagino femminile, in una versione morbida, i suoi occhi hanno uno sguardo a differenza dell’altro, solo che non fissano i tuoi mentre ti parla, sono come le farfalle, e non li fissano perché non vuole notare che a un certo punto ti distrai.
Sarei curiosa di vederli insieme due così. Li ho sempre osservati separatamente. La frase: parla, ti ascolto, non potrebbe essere pronunciata perché la chiacchierona non lancerebbe mai il segnale: tu non mi stai ascoltando!
Insomma, immaginare una situazione in cui una storia tra due tipi così ha inizio, mi pare un’impresa impossibile. Credo che uno dei due finirebbe per perdere la pazienza, uscirebbe dallo schema, comincerebbe ad ascoltare o smetterebbe di parlare. Oppure, ammesso che sia partita, un giorno qualcuno gli chiederebbe: ma come ci siete capitati insieme voi due, me lo spiegate?
Ma non gli risponderebbero ovviamente.

Categorie: Con quella faccia un po così

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A volte basta una voce     05-12-2007  

la-notte-stellata-di-van-gogh.jpg
Ieri c’era il concerto di Natale e a questo concerto Lo non voleva proprio partecipare perché l’insegnante di canto è cambiata, mi diceva, ci sta facendo provare delle canzoni molto cattoliche. Come molto cattoliche? Dicevo io, mi pare strano. No, insisteva lui, vedrai: terribilmente cattoliche e terribilmente noiose. Intanto non trovavo la lettera di come doveva essere vestito, rovistavo sul sito della scuola e infine le trovavo, le indicazioni.
I pantaloni ci sono, la camicia usi quella che portava tuo fratello, ti sta grande ma puoi rimboccarti le maniche, mancano le scarpe, ci vogliono le scarpe nere, che ovviamente non hai, e che anche se non avessi perduto la lettera non avrei comprato, posso comprare un paio di scarpe che porterai una sola volta ?
E allora da quattro anni ne mette un paio mio, un paio di scarpe senza sesso, solo che abbiamo un problema, accidenti abbiamo un problema, sono i tuoi piedi, il problema, i tuoi piedi che sono cresciuti di due numeri rispetto all’anno scorso, ora misurano 39, le mie scarpe quasi maschili invece sono 36. E quelle che usa tuo fratello per queste occasioni? Che poi sarebbero quelle di tuo padre? Le rintraccio e scoppio a ridere perché sono 45, lui non ride invece, è arrabbiatissimo, non ci va a morire o fare il ridicolo in quelle scarpe e a cantare oltretutto delle canzoni terribilmente noiose, e va bene, allora non ci vai, poi invece ci va, le scarpe le infila prima di salire sul palco, oh speriamo che non sviene e però mi scappa da ridere, ma è appena un’ora e dopo si dimentica.
I piccoli disagi si dimenticano subito.
Forse ci ripensa nel sonno, a quel dolore delle scarpe troppo strette, chi lo sa che cosa sogna dopo la mezzanotte, quando il vento lì fuori tormenta una lattina di coca cola, comunque Lo si alza, ha sentito un rumore, dirà poi, forse è quella lattina, penso io, o forse il ricordo della quasi tortura di un’ora, e così va in camera di suo fratello, che si sta addormentando con le cuffie sulle orecchie, forse gli dice qualcosa e lui non lo sente, a un certo punto Fran apre gli occhi e nella semioscurità vede una mano, solo quella, e caccia un urlo, volevo svegliarlo delicatamente, dirà Lo, con lo schiocco delle dita. Io che mi sto per addormentare mi risveglio, salgo per andare a vedere, urto qualcosa, sveglio il gatto, che s’illude che sia mattina, finalmente posso uscire!, miagola di felicità e d’impazienza e vado a godermi quello che resta della notte, e poi non credevo che arrivasse così presto, miagola salendo di tono.
No, c’è un errore, borbotto quando scendo le scale, nel frattempo sopra sono tornati a dormire, ma la disillusione del gatto è troppo forte, trattiene il miagolio ma deve farla uscire da qualche parte, e allora va in camera di Lo e scaraventa giù tutti i centurioni romani dallo scaffale, non posso dormire con questo pandemonio, dice Lo, non posso dormire se Lo urla, dice suo fratello, e allora risalgo le scale, il gatto è imprendibile, se non mi fai uscire: mi spetta è mattina!, non vi do tregua, sottintende tra un miagolio e un altro. Va avanti dieci minuti la caccia al gatto, non esco ma per lo meno mi diverto, pare che dica lui. Ma insomma, si lamenta Fran: domani ho un test!
Ehi ma che succede? Dice una voce assonnata di sotto.
Ed è incredibile: funziona. Tornano tutti ai loro posti, tutto come prima, anche il gatto, anche la lattina di coca cola.

Categorie: Questioni di famiglia

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